Ragionando con Cesare Salvi: dal PCI al partito del lavoro.

A novant’anni dalla fondazione del PCI, che fare di Cesare Salvi

Di cosa parla oggi alla sinistra il novantesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia? In un momento di grande difficoltà per la democrazia italiana, per la  sinistra e per ciò che rappresenta, è utile porsi la domanda di quale insegnamento trarre dalla storia ormai conclusa del PCI. Per fare questo credo sia utile qualche riflessione, ancorché necessariamente schematica, sulla storia che abbiamo alle spalle.

La nascita del PCd’I ha le sue radici nell’Ottocento: il Manifesto del 1848 di Marx e di Engels e, successivamente, la nascita dei partiti socialisti. Il Manifesto è a sua volta erede di una lunga tradizione di pensiero. L’idea comunista che la proprietà privata della ricchezza sia un ostacolo a una società giusta e libera attraversa il pensiero occidentale almeno da Platone. Marx ed Engels dicono che nella società capitalistica ci sono le condizioni per trasformare quest’idea in realtà, e che i lavoratori sono destinati a guidare un processo rivoluzionario al termine del quale sarà abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione e sarà possibile una società di liberi e di eguali. Per fare questo i lavoratori devono darsi un soggetto politico autonomo da quelli della borghesia, anche i più democratici. E’ questa la premessa sulla base della quale nascono e acquistano un peso crescente i partiti socialisti, soprattutto in Europa. La prima guerra mondiale determina una grande scissione, per via del tradimento di quasi tutti i partiti socialisti rispetto all’impegno di un internazionalismo pacifista. La rivoluzione vince in Russia, nasce l’Unione Sovietica. Il filone tragicamente sconfitto del comunismo europeo, quello emblematicamente rappresentato da Rosa Luxemburg, segnala però subito limiti e rischi di questa rivoluzione, per via di alcune scelte bolsceviche.
Anche in Italia, come in molti paesi europei, la separazione porta alla nascita di un partito comunista. Fin quasi dall’inizio, tuttavia, l’affermazione del gruppo dirigente legato, al gruppo dell’Ordine Nuovo e alla figura di Antonio Gramsci, caratterizza il comunismo italiano come un autonomo laboratorio di pensiero e di azione. La sconfitta del nazifascismo consentirà a Palmiro Togliatti e alla sua proposta di “partito nuovo”, affermata dal suo rientro in Italia nel 1944, di radicarvi un soggetto politico originale, pur avendo a riferimento l’esperienza dell’Unione Sovietica.
Ma è proprio qui che a un certo punto i conti non tornano più. Enrico Berlinguer, il terzo grande protagonista della storia del PCI, comprende il problema e cerca le vie d’uscita. Fino a che punto portare lo “strappo” con l’Unione Sovietica? Come tradurre in azione politica l’idea anticipatrice dell’“austerità” e l’intuizione della centralità della questione morale? La morte di Berlinguer (la cui riflessione buona parte del gruppo dirigente del PCI non condivideva e forse non comprendeva) pone la domanda di che cosa sarebbe accaduto se fosse rimasto a guidare questo partito, negli anni del crollo parallelo del “socialismo reale” e della Prima Repubblica in Italia.
La storia più recente l’abbiamo vissuta. Il punto d’approdo è pessimo. Il paese che aveva il più forte partito comunista d’Occidente si trova a essere il paese europeo che rischia di non avere più una sinistra degna di questo nome. Che fare?
Se l’Unione Sovietica è implosa, e la nomenclatura del PCUS si è riciclata come oligarchia politica e finanziaria in Russia, vuol dire che forse aveva ragione Rosa Luxemburg. Ma ciò non deve indurre a credere che fosse sbagliata l’idea di fondo che fu alla base della nascita del comunismo come movimento politico autonomo: cioè che la sinistra debba tenere alta la bandiera di una società diversa, e che il controllo sociale della proprietà sia decisivo per realizzare quest’obiettivo.
La grande crisi di questi anni, gli effetti perversi della globalizzazione neoliberista, ne costituiscono riprove, vissute purtroppo sulla propria pelle da milioni e milioni di lavoratori, di precari, di disoccupati, di vecchi e nuovi poveri, in Italia e in tutto il pianeta. Il problema è occultato, non è risolto, da chi parla di discontinuità con il Novecento. Semmai, al contrario, si tratta di risalire ancora più indietro, di riprendere le fila di un discorso che inizia con il Manifesto. Una sinistra che non riproponga il tema della costruzione progressiva e democratica di una società senza sfruttati e senza sfruttatori, nella quale uomini e donne si riappropriano collettivamente del potere di governare i processi economici e sociali, è una sinistra che inevitabilmente si smarrisce e si perde nella governabilità, nella ricerca del potere, nella subalternità a quanti il potere ce l’hanno davvero e all’ideologia di costoro, la globalizzazione neoliberista.
Se questo è il tema, compito della Federazione della Sinistra dovrebbe essere di comprendere che la parte del Novecento che va superata è la contesa sulle parole, la vocazione minoritaria, la scissione tra parole e pratiche. Non l’esigenza di una soggettività politica autonoma, che indichi la via del superamento del capitalismo. Per questo credo che la Federazione della Sinistra sia chiamata a un salto di qualità. In primo luogo, dovrebbe strutturarsi organicamente nel paese, sulla base di quanto deciso nel congresso fondativo. E fare questo con un obiettivo ambizioso: diventare un partito, nel quale vivano, come
vivevano insieme all’inizio della grande storia del movimento operaio, le parole e le identità del comunismo e del socialismo, arricchite dai nuovi movimenti di liberazione, che hanno indicato negli ultimi decenni anche le differenze di genere e il rapporto uomo e natura come luoghi del cambiamento necessario e possibile.
Dopo il primo congresso della Federazione, è venuto il momento non di un passo indietro, ma di due passi avanti.

Ragionando con Salvi

L’ipotesi, importante, che attraversa l’intervento di Salvi è la costruzione di un partito che recuperi la straordinaria tradizione del movimento operaio italiano. Anche il richiamo di Salvi a Gramsci (oltre che a Marx) è importante.

Questo partito potrebbe recuperare i quattro soggetti fondatori che attualmente compongono la Federazione della Sinistra (superando positivamente le difficoltà). Potrebbe essere un partito federato: dipenderebbe dalle intenzioni dei soggetti. Parimenti non è da escludere che la Federazione possa utilmente rimanere, se capace di allargarsi a gruppi o associazioni non coinvolgibili nella costruzione di un partito.
Ovviamente la proposta di Salvi richiede una discussione tra i quattro soggetti della Federazione, molto aperta e svolta con intenti di verità. Tutto può essere fatto tranne la creazione di nuove fazioni, dentro a una già sbriciolata sinistra, e del loro scatenamento in lotte ideologiche od organizzative. Gli assi portanti, date queste premesse, del partito proposto da Salvi potrebbero essere, primo, un riferimento di fondo al mondo del lavoro e al conflitto di classe e, secondo, l’obiettivo di un “blocco” ampio democratico e a vocazione socialista di forze politiche, sociali, culturali e di movimento, all’interno del quale il mondo del lavoro sia egemonico, tramite le sue organizzazioni politiche e sociali, dunque risulti preminente nella determinazione di indirizzi, obiettivi e prospettive. In breve, si tratterebbe di un gramsciano “partito del lavoro”. E’ secondo noi una proposta di grande concretezza e di grande attualità. Fa capo infatti ad almeno sei dati della nostra contemporaneità: primo, la drammaticità della crisi sociale; secondo, lo scatenamento da parte dei poteri politici liberisti e dei capitalismi europei, dopo due decenni di lenta “guerra di posizione” contro le classi popolari e il mondo del lavoro, di una “guerra di movimento” (l’intento loro cioè è oggi quello di uno sfondamento globale); terzo, il più che probabile aggravamento della crisi economica e sociale in una parte dell’Europa, dentro alla quale è l’Italia; quarto, la necessità per poteri politici liberisti e capitalismi europei di una riduzione della democrazia; quinto, il tentativo dei movimenti giovanili più recenti, partiti sui temi della scuola, di una convergenza con ciò che essi vedono come sinistra politica e sociale (l’attacco al mondo del lavoro e alla scuola pubblica è anche un attacco preventivo alle loro future condizioni di lavoratori); sesto, il fatto che in Italia, a differenza di molta parte dei paesi europei, la sinistra moderata (liberista) non è socialdemocratica, ciò che blocca la  possibilità di una sua riconversione riformista, quindi di un anche solo molto ridotto ritorno di rappresentanza di classi popolari e mondo del lavoro. Inoltre un tale partito guarderebbe alla larga maggioranza della società italiana, facendosi carico duttilmente della complessità delle sue questioni e dell’insieme delle sue richieste, ponendole tuttavia in un quadro coerente. In fondo fu tutto questo il PCI nella Resistenza, con la creazione del “partito di tipo nuovo”, alla Costituente, nella definizione della “via italiana al socialismo”, ecc.
Alcuni caratteri basilari di questo partito possono essere già individuati (in via di massima), facendo tesoro di esperienze storiche o attuali positive e riflettendo attentamente su quelle negative. Pensiamo che valgano due orientamenti. Il primo dovrebbe consistere nell’adozione di un effettivo pluralismo partecipato, riformando dunque democraticamente a fondo la tradizionale forma partito. Il secondo è che la forma organizzativa più idonea alle caratteristiche dei soggetti fondatori è quella federativa. I partiti di sinistra “di successo” latino-americani sono quasi tutti partiti federati, in origine anzi erano federazioni, per di più alcuni tuttora sono tali. La Linke tedesca è essa pure un partito federato e all’origine era una federazione. Anzi questo partito potrebbe addirittura essere, quanto meno per un periodo iniziale, una federazione ben strutturata (il modello potrebbe essere quello di Izquierda Unida). Si tratta di forme organizzative, ci pare, più adatte di quella tradizionale a prevenire che le differenze in sede di storie politiche e di tradizioni storico-teoriche si trasformino in fazioni in rissa perpetua tra loro, inoltre utili a dare vita a processi virtuosi di costruzione di rapporti solidali e di una cultura politica comune. Il terzo orientamento dovrebbe consistere nell’evitare iconoclastie e iconoblastie. Condividiamo l’apprezzamento di Salvi per alcune figure della nostra storia e le valutazioni critiche riguardo ad altre, però ci pare che sarebbe più utile collocarle tutte quante in uno sfondo, che certo rimane politico ma solo nel senso che si tratta di uno sfondo primariamente storico e che tuttavia può darci ancora, per la sua lontananza temporale non gigantesca, insegnamenti pratici più o meno significativi (questo ragionamento vale anche per le figure di gran lunga più attuali, come quelle a nostro avviso del Gramsci dei Quaderni e del vecchio Lukács). Ciò dovrebbe comportare la capacità di guardare con interesse a tutti e al tempo stesso di farlo attraverso forti rivisitazioni critiche e totali attualizzazioni concettuali, ben sapendo che è la contemporaneità quanto debba fornirci “bussole” e strumenti teorici primari.

Annunci

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Comunismo e PCI, Cultura, Politica, Socialismo, Storia. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...