Questione nazionale: punto debole della sinistra italiana

Con l’intervento di Angiolo Gracci, già comandante partigiano della “Divisione Garibaldi d’assalto 22 bis Vittorio Sinigaglia”, direttore e responsabile di “La resistenza continua -per un’Italia indipendente, libera, socialista”, proseguiamo la serie di interventi sul tema della questione nazionale. Non certo per fini intellettualistici, ma per stimolare una presa di coscienza critica -quindi costruttiva- nell’ambito di quella variegata (sfilacciata…) area dell’antagonismo sociale che si muove -meglio: afferma/tenta/… di muoversi- in una (più o meno definita) prospettiva di liberazione e di giustizia sociale.
Lo sosteniamo da sempre -come uno dei punti cardini su cui ruota e si articola l’impegno dei compagni che nelle posizioni di fondo di questa rivista si ‘riconoscono’- che il tema dell’indipendenza nazionale, di una autentica e reale indipendenza nazionale, per quanto dissimulato, negato, minimizzato, ridicolizzato, esiste -eccome- anche nel nostro paese. Che è una vera e propria cruna dell’ago cui non si può prescindere di passare. Che tale ‘nodo’ è centrale per il suo ruolo di condizionante cerniera tra la politica estera e quella interna, e che essa -la sua negazione- costituisce non solo la causa dell’immobilismo politico che caratterizza la vita della nostra nazione, ma ancor più la ragione dell’impossibilità in queste condizioni dell’attuazione di una profonda, egualitaria, socialista libertaria, ecologica, radicale trasformazione sociale, dei modi di produzione, di distribuzione, dei rapporti tra gli uomini e tra questi e l’ecosistema, di un’autentica liberazione, insomma. Eludere tale problema, non muoversi di conseguenza e in relazione ad esso, significa di fatto auto-relegare in un recinto il proprio operato, renderlo ‘schizofrenico’, condannando le proprie battaglie, per quanto ‘sacrosante’, nel pantano di uno sterile riformismo, delegandosi a un ruolo di ‘oleatori’ dell’apparato e del sistema dominante.
Un impegno e un agire sociale -di ‘tendenza’, di mentalità, di prospettiva- alquanto difficile. Dal nostro ‘osservatorio’, nello stretto connubio tra liberazione nazionale e liberazione sociale che noi vediamo, chiamare tutte le ‘diversità’ a confrontarsi, a misurarsi, a circostanziare, a riflettere, a ragionare, a diffondere insorgenze reali, è uno sforzo di creazione, un bisogno di liberazione, un arricchimento collettivo.

1- Ritengo giusto rispondere all’invito fattomi dal collettivo redazionale di Indipendenza per un contributo alla ricerca che la rivista sta conducendo sulla questione nazionale.
La questione appare ineludibile, oggi, e si impone -vorrei dire finalmente- a tutta la sinistra italiana, ma solo per gli aspetti di macroscopica predominanza ch’essa ha assunto dopo il crollo rovinoso verificatosi nel vastissimo “campo del socialismo reale” che -escludendo la Cina, il Vietnam e la Corea del Nord- ha interessato la sua parte occidentale, cioè quella politicamente più significativa, l’Unione sovietica e tutti i paesi del Patto di Varsavia cui si sono sommati il crollo jugoslavo e quello albanese. La difficoltà “psicologica” che, muovendosi su posizioni di sinistra, si incontra nel trattare e approfondire il tema e le relative problematiche, è dimostrata -credo paradossalmente- dal fatto stesso che Indipendenza abbia considerato opportuno sostituire con il neologismo “nazionalitario” concetti e valori richiamati tradizionalmente dall’aggettivo “nazionale”.

2- Proprio poche settimane or sono, nel corso di una riunione tra militanti impegnati nella campagna per il rimpatrio di Silvia Baraldini dalle carceri speciali USA, un compagno avvertiva l’esigenza di proporre che la denominazione “Comitato per il rimpatrio di Silvia Baraldini” venisse mutata in quella di “Comitato per il ritorno in Italia di Silvia Baraldini” perchè la parola rimpatrio richiamava quella di patria, parola che egli considerava odiosa perchè “di destra”. L’episodio me ne ha ricordato uno analogo, di qualche anno fa: un altro compagno confessò, sempre nel corso di una riunione, come, ogni volta che sentiva pronunciare la parola “patria”, avvertisse un malessere fisico.
Del resto, già a metà degli anni Sessanta -avendo preso l’iniziativa, con altri compagni, di proporre alla Direzione del PCI la promozione di un “Fronte Nazionale per la Difesa dell’Indipendenza e della Costituzione” sulla base di una piattaforma ampiamente antimperialista, antifascista e di massa- avevo dovuto sperimentare, oltre alla sorda avversione dell’apparato del partito, la critica e la successiva defezione del gruppo di compagni del PSIUP che, dopo aver aderito con entusiasmo in un primo momento, ripensandoci, avevano trovato equivoca e inaccettabile l’aggettivazione di “nazionale” data al Fronte. Ciò, nonostante che un insospettabile dirigente comunista e uno dei più autorevoli padri della Costituzione, Umberto Terracini, mi avesse scritto di condividere in pieno quella iniziativa, tanto da dichiararsi interessato a sostenerla nella Direzione nazionale del PCI. Tuttavia le resistenze, le diffidenze, i sabotaggi, le barriere frapposti furono tali e tanti da condannare il progetto al fallimento.
Solo recentemente (a distanza di venticinque anni, una generazione dopo!) altri, con maggior fortuna, hanno ripreso l’idea di un “Comitato per la Difesa della Costituzione”, ma l’iniziativa -ignoro se per prudenza o altro- è stata da essi sganciata da ogni riferimento alla nazione e alla connessa questione della sua indipendenza.

3- Nell’ambito, per fortuna ancora ampio, del movimento democratico, progressista e antifascista -e, quindi (come sarebbe possibile altrimenti?) tendenzialmente antimperialista- esce da quarantacinque anni, in polemica e involontaria sfida alle posizioni sopra episodicamente accennate, la testata di “Patria Indipendente”, organo ufficiale dell’Associazione nazionale dei partigiani italiani, la massima e più autorevole dei combattenti della Guerra di liberazione nazionale.
Deve dedursi, pertanto, che concetti politici-chiave, come quelli richiamati da parole-simbolo, quali “nazione” e “patria”, appartengono alla categoria delle non poche contraddizioni culturali di fondo irrisolte che hanno reso divisa, incerta, inconcludente e -alla prova dei fatti- perdente, l’intera sinistra italiana, sebbene essa -all’indomani dell’insurrezione del 25 aprile- avesse dimostrato di essere sostenuta dalle speranze di una larghissima base popolare, soprattutto operaia. Una base di massa che, se diretta diversamente, avrebbe potuto dimostrarsi decisiva sia per avviare una effettiva realizzazione del programma di profondo rinnovamento postulato dalla Costituzione nata dalla Resistenza antinazifascista, sia per consentire la riappropriazione di quell’indipendenza nazionale e della conseguente sovranità popolare, l’una e l’altra pesantemente offese e rese praticamente inesercitabili, nella loro indispensabile pienezza, dall’ormai semisecolare “presidio-occupazione” del nostro territorio nazionale operato dall’imperialismo yankee.

4- Certo, è ben noto, che la questione nazionale e quella dell’unità nazionale furono ideologicamente sollevate e poi sviluppate, in modo politicamente e operativamente organico, dalle borghesie dello scorso secolo. E’ altrettanto noto ch’esse seppero gestirle con successo, coinvolgendo e ottenendo la risolutiva partecipazione delle classi sociali subalterne.
Questa collaudata verità storica, tuttavia, non aveva e -a nostro avviso- non ha mai creato, obiettivamente, incompatibilità, ipotetiche idiosincrasie con le nuove aspirazioni, i nuovi ideali, la nuova cultura socialista successivamemte espressi proprio da queste classi sociali maggioritarie. Che sentimento nazionale e amore per l’indipendenza del proprio paese (patria) fossero tutt’altro che incompatibili con il programma di riscatto sociale e classista scritto sulle bandiere rosse portate avanti, ovunque nel mondo, dalle avanguardie rivoluzionarie del socialismo, è stato ampiamente e inconfutabilmente dimostrato proprio dalla storia intensa di questo secolo che ora volge al suo epilogo.
La prima “patria del socialismo” fu salvata dall’irrompere delle armate hitleriane, soprattutto dall’esplicito appello alla sua difesa lanciato da Stalin ai pur molteplici e diversissimi popoli dell’Unione sovietica. Poco importa, ai fini del raggiungimento dell’obiettivo, che quell’appello appassionato fosse stato sincero o strumentale. Funzionò. È importato, invece -disastrosamente- che, all’indomani della vittoria sull’invasore nazista, l’URSS o, meglio, la sua classe dirigente -ormai paga e salda al potere, voltasi ad allargare e a consolidare i suoi privilegi di “nuova borghesia burocratica”- sia degenerata al punto di comprimere, calpestare, violentare il sentimento nazionale, vale a dire l’identità nazional-culturale di alcune di quelle popolazioni. È stata questa classe dirigente, questa nuova borghesia “rossa” che -legittimando perfino la pratica dello sradicamento territoriale- operò sistematiche deportazioni di masse nazionalmente omogenee e giunse, poi, in nome dei “supremi interessi internazionalisti del proletariato” ad arrogarsi il diritto di invadere, a sua volta, i paesi (le patrie) del proprio “campo” formulando la teoria, tipicamente imperialista, della “sovranità limitata” degli altri. Una teorizzazione che sarebbe stato più consono e meno traumatico fosse stata proclamata da uno dei più autentici esponenti dell’imperialismo: i Truman, gli Johnson, i Nixon, i Reagan, i Bush.
E -a parte il “Patria o muerte!” dei rivoluzionari cubani, nicaraguensi, salvadoregni, ecc.- che dire del patriottismo di un gigante della rivoluzione mondiale quale è stato Mao Tse Tung? Nell’ottobre del 1938 -un anno già carico dell’immane tempesta che si sarebbe scatenata su tutti i continenti- riflettendo su “Il ruolo del Partito comunista cinese nella guerra nazionale”, Mao Tse Tung scriveva, nella sua prosa semplice e convincente: “Può un comunista, che in quanto tale è internazionalista, essere al tempo stesso un patriota? Noi sosteniamo che non solo può, ma deve esserlo. Il contenuto specifico del patriottismo è determinato dalle condizioni storiche”.
E chi ha mai osato confutare lo spirito adamantinamente patriottico di Ho Chi Min quando esortava alla lotta il suo popolo martoriato ricordando che “Nulla è più prezioso della indipendenza e della libertà”?

5- Riaffiorano qui, alla memoria di un ormai vecchio militante, quale sono, la qualifica di “patriota” rivoltami, in modo irridente, da non pochi giovani compagni nel corso del grande movimento della contestazione extraparlamentare che caratterizzò gli anni ’60-’70. Erano i medesimi che -per incolpevole, scarsa conoscenza della storia e delle masse- con ingenuo e quasi orgoglioso tono di sfida, amavano ritmare, nei cortei, lo slogan “Il proletariato non ha nazione-lotta armata-rivoluzione!”.
Oggi, nell’immensa area dove la rivoluzione avrebbe dovuto partare al potere il proletariato, nel vuoto lasciato dal crollo verticale di un potere fittiziamente proletario, la prima elementare risposta istintiva -ma autentica e inequivocabile- dei popoli ingannati è stata quella della rivendicazione e della riappropriazione della propria identità nazionale e culturale e della propria indipendenza. Al di là degli inevitabili eccessi, in parte provocati proprio dalla lunga compressione autoritaria, questa riappropriazione va vista come il naturale, insopprimibile punto di partenza per il rilancio di ogni progettualità vincente di rifondazione rivoluzionaria e internazionalista.

Questo movimento -latente o manifesto- esiste, del resto e da tempo, anche nell’Occidente capitalista “vincente”. È manifesto in Corsica, nei Paesi Baschi, in Catalogna, in Irlanda. È latente ancora, qui, in Italia, la nostra patria, che è quella della Resistenza e della Costituzione tradite. Non certo quella del potere politico-mafioso, stragista e collaborazionista, che si è retto e si regge, da mezzo secolo, grazie alla presenza, sull’intero territorio nazionale, di oltre 140 basi e installazioni militari straniere.
La prima, tra le tante tragedie del nostro popolo, è che i maggiori partiti tradizionali della sinistra hanno finito per collaborare, di fatto, con l’imperialismo occupante oltre che con quello indigeno, mentre quelli minori e “più a sinistra” hanno continuato ad autogratificarsi con le proprie velleità antimperialiste, ridotte alla pura e semplice denuncia dei fatti compiuti e all’inserimento nei propri programmi dell’ormai rituale, patetica, stanca invocazione per l'”uscita dell’Italia dalla Nato e della Nato dall’Italia”.

6- Concludendo, sarebbe interessante -anzi, sarà necessario- impegnarsi, allora, ad individuare, possibilmente una volta per tutte, le cause profonde (storiche, sociali, culturali, politiche) di questa cronica debolezza della sinistra italiana sulla questione nazionale (insufficiente sensibilità, disattenzione, incapacità di coerente e protratta mobilitazione). Questo richiederà l’apertura di un più ampio dibattito.
Sarebbe già molto se la sinistra italiana, nel suo complesso, trovasse il coraggio di aprirlo in modo critico e autocritico, franco e sereno, evitando di invischiarsi, opportunisticamente, nelle consuete rigide contrapposizioni, nelle consuete aprioristiche etichettature dogmatico-settarie, nelle facili, presuntuose arroganze che tutto nullificano e nulla risolvono. Meglio tardi che mai.

Angiolo Gracci

Fonte: http://www.rivistaindipendenza.org/Teoria%20nazionalitaria/gracci.htm

Pubblicato da Giovani Comunisti Torino a 12:34

 

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Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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