Patria e antifascismo – Intervento di Daniele Cardetta

Intervento di Daniela Cardetta (Fgci Torino) al dibattito “La nostra patria non deve morir” organizzato dai Giovani Comunisti Torino 2.0 e dalla Rivista Indipendenza.

Nei prossimi giorni tutto il dibattito sarà pubblicato sulla nostra Tele 2.0 e sul nostro blog pubblicheremo il resoconto dei Giovani Comunisti Torino 2.0

Un tema spinoso e per certi versi totalizzante quale quello del concetto di “patria” all’interno del fenomeno resistenziale italiano non può non partire dalla considerazione di quella che si venne a configurare quale la realtà dei fatti nell’Italia nel periodo che va dal 25 luglio 1943, data in cui il Re Vittorio Emanuele III esautorò Mussolini, fino approssimativamente al 25 aprile 1945; approssimativamente perché in realtà il concetto di “patria” e le sue elaborazioni hanno in realtà lasciato strascichi molto importanti fino ai giorni nostri.
L’Italia venne inghiottita a partire dall’8 settembre 1943 in quella che è stata giustamente soprannominata come “guerra civile europea”, ovvero in quel dilaniante conflitto civile che ha contraddistinto gran parte dei paesi vittime dell’occupazione da parte delle truppe nazifasciste. Ovunque in Europa ma soprattutto in Francia e in Italia infatti la popolazione civile si trovò letteralmente da un giorno all’altra inghiottita dal conflitto e messa di fronte alla esiziale scelta tra invasori e resistenti, tra collaborazionisti dell’invasore e partigiani. Per quanto una semplificazione di questo tipo possa sembrare banalizzante, in quanto non tiene conto della scelta della stragrande maggioranza della popolazione che preferì mantenersi nella cosiddetta “zona grigia”, ben guardandosi dal prendere posizione in attesa dell’evolversi degli eventi, penso che sia utile a rendere l’idea della divisione netta e senza ritorno che si venne a creare in ciascuno dei paesi coinvolti. Dopo l’8 settembre 1943 fu il concetto stesso di “patria”, su cui la pletorica propaganda fascista aveva battuto la grancassa per un ventennio a venire sgretolato dall’oggi al domani, per almeno una gran parte degli italiani. Ci fu chi, è vero, decise di combattere fino all’ultimo per glorificare i resti fumanti della patria fascista, ma ci fu anche chi prese la decisione opposta, ribellandosi al concetto stesso di Patria imposto da coloro che hanno portato l’Italia allo sfascio.
Nella lotta resistenziale all’invasore tedesco e ai repubblichini si è forgiato e temprato un nuovo concetto di patria, un concetto molto diverso da quella che era stata la patria fin a quel momento per milioni di italiani. Fu in quel momento, come ricorda Battaglia nella sua opera sul Significato nazionale della Resistenza, che gli italiani iniziarono a concepire la patria come un “bene comune da conquistarsi quotidianamente, noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro”) . Il concetto di patria è sempre rimasto un qualcosa di estraneo alle fasce popolari italiane, e questa fu una sorta di piaga che il nostro paese si è portato avanti sin dal Risorgimento, esplodendo in tutta la sua dirompenza con il collasso delle strutture statuali avvenuto nel corso del conflitto bellico. Le masse che erano state escluse dal primo risorgimento si sono trovate coinvolte nell’elaborazione di un nuovo concetto di patria, forgiato con il fuoco dei fucili e dal sangue dei caduti. Ho parlato di primo risorgimento perché per certi versi ritengo che sia opportuno e corretto parlare della guerra civile italiana avvenuta tra il settembre ’43 e l’aprile 1944, come di un vero e proprio secondo risorgimento che avrebbe interessato con il fenomeno della Resistenza le fasce popolari, permettendo che lasciassero un segno indelebile nella storia.
La patria dunque non più come un insieme di costumi e di tradizioni da imparare sui libri e glorificare con pletoriche manifestazioni celebrative, ma come quella pratica quotidiana che portava individui diversi, ma accomunati dallo stesso fine, a costruirla con atti concreti e tangibili. Dopo l’8 settembre furono moltissimi i soldati sradicati che si trovarono sbandati in territori lontanissimi dalla loro casa; siciliani, pugliesi, campani spesso decisero di mettersi al servizio di un nuovo concetto di patria decidendo di salire in montagna a combattere contro il nazifascismo accanto a piemontesi, lombardi, romagnoli che condividevano con loro la stessa medesima aspirazione. Costoro avrebbero potuto imboscarsi, come alcuni comprensibilmente fecero, avrebbero anche potuto decidere di servire il nemico, cosa anche questa verificatesi, ma in molti altri casi li portò a combattere non per se stessi ma per la Patria, e decisero di fare questo rinnegando la sedicente repubblica di Salò e decidendo di mettersi in gioco per la costruzione di qualcosa di diverso, qualcosa di completamente diverso dai dogmi fascisti. Il fascismo per troppo tempo ha pensato di aver plasmato a piacimento le menti degli italiani, e quando lo stato è collassato ed è venuto meno nelle sue strutture vitali anche la costruzione ideologica del fascismo si è quindi mostrata in tutta la sua pochezza, permettendo quindi alle forze realmente patriottiche e popolari, per troppo tempo represse, di guadagnare la ribalta.
Coloro che sono andati alla macchia per vendicare la vergogna della guerra al fianco dell’Asse non erano certo tutti letterati o fini teorici, erano spesso e volentieri soldati o lavoratori che hanno sentito dentro di sé il richiamo per la Patria, “sentimmo l’amor per patria nostra” recitava una canzone partigiana, a indicare che se la Patria tratteggiata dal fascismo repubblichino era un ideale di cupa e atavica devozione verso un ideale nazionalistico ormai desueto e distaccato dal popolo, la nuova Patria dei resistenti era invece un qualcosa che si sentiva nel profondo del cuore, un qualcosa ancora da costruirsi nella pratica comune, nel lavoro, e nella lotta all’invasore che proprio quella Patria stava annichilendo.
Oggi l’Italia si appresta a celebrare, un po’ in sordina visto l’esplodere della crisi economica, il centocinquantesimo anniversario dell’unificazione. Mai come oggi il sentimento patrio è ai minimi termini, e quindi torna di attualità tutto quanto abbiamo sinora detto
.Certo dal 1943 è cambiato tutto, lo Stato esiste anche se malato e non c’è fortunatamente alcuna guerra combattuta che rischi di far collassare le strutture statuali come nella Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia il concetto di patria torna prepotentemente alla ribalta nel momento in cui assistiamo ai tentativi di una destra aggressiva e razzista di disconoscere il concetto stesso della Patria che ci è stata consegnata dai nostri nonni al termine della guerra combattuta contro il nazifascismo. La Resistenza come abbiamo detto ha consentito alle classi popolari, escluse dal Risorgimento, di lasciare una propria traccia; non è casuale, a parer mio, che una certa parte politica miri al collasso del paese che si è incardinato anche sulla Resistenza per demolirne i residui concetti di una patria comune intorno ai quali milioni di italiani in qualche modo, quasi inconsciamente ancora si riconoscono. Per fugare ogni dubbio sto parlando della Lega Nord, quello stesso partito che offendendo le radici stesse della fondazione dell’Italia, e offendendo anche la tradizione di Garibaldi cui non casualmente guardarono i resistenti, cerca di delegittimarne gli ideali al fine di innestane al loro posto dei nuovi miti, questa volta inventati e ancora una volta artefatti, che possano servire al conseguimento dei loro obiettivi, antitetici rispetto al concetto di Patria di cui, fin qui, abbiamo parlato.

Daniele Cardetta

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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