DE ROMANITATE

DE ROMANITATE

Dopo la fondazione, così come le precedenti città-stato del Lazio antico, anche Roma garantiva la cittadinanza che, da un punto di vista giuridico, concedeva al residente dell’Urbe dei privilegi, distinguendolo dagli schiavi e dagli stranieri (peregrini). Esempio di questi privilegi era il diritto di voto (Ius suffragii), protezione giuridica (Ius provocationis), eleggibilità alle cariche pubbliche (Ius honorum), il diritto a contrarre un matrimonio valido (Ius connubii), il diritto ad acquistare e vendere o commerciare (Ius commercii). Essere un cives romanus era anche sinonimo di libertà, poiché un requisito fondamentale consisteva proprio nel non essere schiavi o prigionieri. Chiunque avesse perso la libertà personale e sociale sarebbe stato indegno di detenere la cittadinanza romana. Con l’espansione territoriale cominciarono ad apparire i primi sintomi di un sistema tanto selettivo: che rapporto giuridico avrebbero avuto gli abitanti delle città assimilate nei confronti di Roma? A questo si risolse con l’introduzione della cittadinanza latina (dai popoli del Lazio antico, che furono i primi ad essere inglobati), ovvero una via di mezzo tra la cittadinanza romana e lo stato di peregrinus. Questo nuovo status avrebbe permesso di commerciare liberamente all’interno dell’Urbe e persino di sposarsi (conubium) con donne romane, oltre ad alcune facilitazioni per poter divenire cittadino Romano ed abitare a Roma. In seguito alla Guerra Sociale, con la Lex Plautia Papiria (89 a.C.), si volle estendere la cittadinanza Romana a tutti gli abitanti delle città, presenti a sud del fiume Po, che entro due mesi avessero fatto richiesta al pretore. I residenti di tali città, dette municipia, infatti, prima di allora non godevano degli stessi diritti dei romani e si erano ben presto ribellati. Il passo finale e più importante, tuttavia, venne compiuto da Caracalla: egli con la costitutio antoniniana (212), estese la cittadinanza ad ogni individuo libero che risiedesse entro i confini dell’Impero ed anche per tale ragione i popoli si sottomettevano senza troppe rivolte al potere di Roma. Erano possibili solo tre modi per divenire cittadini romani: essere figli di un cittadino romano, essere liberti di un cittadino romano, avere compiuto meriti speciali quali aver svolto il servizio di pompiere per un anno o aver costruito una casa a Roma impiegando almeno metà del patrimonio personale.

Ma per i residenti o meno all’interno delle mura dell’Urbe cosa rappresentava l’essere romani? La cittadinanza veniva tanto agognata soltanto perché considerata uno strumento per ottenere dei privilegi giuridici? Certamente vi era chi la pensava così, ma per la maggioranza della popolazione essa rappresentava ben altro. Durante i primi secoli dopo la fondazione, nell’immaginario collettivo era concepita come una discendenza da un unico capostipite (ovvero Romolo) ed il senso di libertà. In seguito, con l’espansione del territorio romano e le sempre più frequenti vittorie nei confronti dei nemici, si aggiunse anche l’orgoglio di far parte di una comunità così forte e potente. A supporto di tutto questo, i romani vennero autorizzati a portare dei simboli che li distinguessero dagli altri cittadini: il calceus (una scarpa) e la toga. Quindi i cives romani si consideravano fratelli, liberi esponenti di un governo che non aveva paura di niente e nessuno.

Da un punto di vista antropologico, questo atteggiamento è facilmente comprensibile, in quanto si assiste ad una formazione di un’identità. L’identità però si basa a sua volta sull’alterità ovvero sul rapporto che l’individuo ha con gli altri suoi simili. Ciò dimostra che i cittadini romani si sentivano fratelli non solo perché discendenti da una stessa stirpe (condizione questa che spingerà Virgilio, in età imperiale, a rinnovare il mito con l’Eneide) ma anche perché si sentivano una comunità che si distingueva dalle altre: l’identità del singolo si era unita a quella del gruppo che vedeva la sua massima espressione nell’autorità dello stato. Durante il periodo repubblicano, Roma ebbe anche un’identità culturale tutta sua che la distingueva dalle altre civiltà. Basti pensare all’architettura, alle regole etiche (mos maiorum), al sistema infrastrutturale ed all’organizzazione per cui Roma venne invidiata del mondo intero. Man mano che venivano assimilati territori, i contatti con le altre popolazioni si facevano più frequenti ed anche alcuni stranieri divennero cittadini, Roma si aprì ed inglobò usanze, architetture, costumi, lingue e religioni che caratterizzavano gli altri popoli. Ciò, tuttavia, non portò alla decadenza dell’identità romana. Anzi, i popoli conquistati si sentivano orgogliosi di essere romani: basti pensare che nel 1400, i Bizantini (che io considero comunque romani d’Oriente) pur avendo mutuato lingua, usanza e cultura dai greci, si consideravano “romei”, romani, unici e veri eredi di Roma. Romano non era solo chi era nato a Roma, non era chi rivendicava la grandezza dell’antico impero, non era chi tentava goffamente d’imitarlo, non era chi si faceva chiamare cesare o duce. Romano era chi si rispecchiava negli antichi valori, chi si considerava l’erede culturale e spirituale, chi credeva nella fratellanza di un popolo sotto un grande nome e un grande ideale. Questa identità, questo sentirsi fratelli, discendenti da Roma, questo sentire e fare propria la cultura di Roma antica, tutto questo io lo chiamo Romanitas , Romanità.

Tratto dal blog                                                                                                                           Nuovo Impero Romano – L’Italia ha bisogno di risorgere ancora una volta

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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