Una critica radicale e sistematica allo stalinismo è indispensabile per ricostruire una cultura politica della sinistra.

Una critica radicale e sistematica allo stalinismo
è indispensabile per ricostruire una cultura politica
della sinistra.

Ho ringraziato Carlo Felici per aver aperto una seria e franca discussione di carattere politico e storiografico sui crimini dello stalinismo. Questa riflessione la dobbiamo allargare allo stalinismo come fenomeno politico negativo che ha comunque pesantemente segnato la sinistra italiana, molto più delle sinistre europee. E questo sia perché l’Italia è stato l’unico paese in Europa dove la sinistra è stata egemonizzata dai comunisti, sia perché anche noi socialisti (e questa è una grave tara politica) siamo stati, sia pur per un periodo limitato (dal 1948 al 1956) subalterni allo stalinismo ed alla politica sovietica. Certo Nenni e Morandi giustificarono tale subalternità in nome della cosiddetta “unità di classe” (che però divenne un feticcio ideologico); ma è una di quelle giustificazioni che non si reggono in piedi nella misura in cui si rinunzia totalmente alla autonomia ideologica e politica dei socialisti (che come vedremo ha sempre rappresentato un valore positivo per l’evoluzione della sinistra).
Se è vero che l’equazione semplicistica comunismo-stalinismo non regge ad una attenta analisi storiografica è anche vero che dopo il 1927 essa di fatto si impone nell’immaginario collettivo. Del resto i partiti comunisti ufficiali dopo quella data si allinearono tutti allo stalinismo. Fece naturalmente eccezione Trotzky e la IV Internazionale che sono stati l’unico movimento comunista dissidente organizzato su scala internazionale.
Sappiamo tutti che prima della Rivoluzione d’Ottobre non c’era distinzione tra socialisti e comunisti. Lo stesso partito bolscevico russo si chiamava POSDR (Partito Operaio Social-democratico russo – frazione bolscevica)
In tutta Europa c’era una forte dialettica interna tra correnti socialiste riformiste (Bernstein) e rivoluzionarie (Rosa Luxemburg). Esisteva però una vasta area mediana tra questi estremi (che poi costituiva l’ossatura culturale dei partiti socialisti e socialdemocratici) rappresentata da uomini come Kautsky, Bauer, Turati, Leon Blum.
Questa è schematicamente il quadro esistente nel movimento operaio e socialista dell’Europa Occidentale.
In Russia vi erano condizioni diverse.
Innanzi tutto il ritardo economico profondo rispetto a paesi come la Germania o l’Inghilterra. Esisteva certo in Russia, prima della guerra e della rivoluzione, una industria capitalistica avanzata; ma essa era limitata alle grandi città come Mosca o Pietroburgo. La grande maggioranza della popolazione era fatta da contadini e comunque l’agricoltura (per una parte importante di tipo semi-feudale) rappresentava di gran lunga il settore economico principale. In secondo luogo la Russia non aveva alle spalle nessuna tradizione democratica. Lo zarismo è stato una forma di assolutismo imperiale di tipo semi-asiatico.
Per tali ragioni i movimenti progressisti e rivoluzionari russi hanno fin dall’inizio assunto un carattere violento che non disdegnava l’uso di atti terroristici veri e propri. Il movimento dei populisti e dei nichilisti (ben descritti da Dostojewsky nei “demoni”) aveva tali caratteristiche.
Pertanto il nascente movimento socialista russo non poteva restare estraneo a ciò.
Il partito socialista-rivoluzionario fu una filiazione diretta del movimento populista ma abbandonò il terrorismo e si orientò verso un tipo di socialismo influenzato dalle correnti anarchiche ispirate a Proudhon e Koprotkin. Il partito socialdemocratico si ispirava alla socialdemocrazia tedesca delle origini ed aveva quindi connotazione marxista (quello di Kautsky e della II Internazionale).
Ma al suo interno avvenne presto una spaccatura tra una corrente giacobina e “blanquista” capeggiata da Lenin ed una democratico-marxista capeggiata da Martov. Di qui la scissione tra bolscevichi e menscevichi che comunque non verteva sulla dialettica riformismo-rivoluzione ma sul modello di partito da costruire.
I menscevichi di Martov pensavano ad un partito democratico e di massa sul modello del socialismo tedesco ed austriaco, Lenin ad un partito centralizzato e di fatto elitario composto da “rivoluzionari di professione” e che avrebbe dovuto portare dall’esterno la coscienza di classe al proletariato. Di qui l’accusa di “blanquismo” rivolto sia da Kautsky che da Rosa Luxemburg ai bolscevichi.
Blanqui era un socialista giacobino francese il quale riteneva che la rivoluzione non può che farla una elite rivoluzionaria che agisce nell’interesse del proletariato.
A mio modo di vedere in Lenin c’è una contrapposizione astratta ed artificiosa tra “spontaneità” e “coscienza politica” che è tutta ideologica (volta cioè a giustificare l’esistenza di un partito settario e centralizzato) fondamentalmente estranea al pensiero di Marx. Non a caso lo stesso Trotsky (in un primo tempo menscevico) contestò all’inizio tale visione.
Ma oltre a Blanqui non c’è dubbio che nella concezione bolscevica vi è un residuo del settarismo dei primi populisti russi.
Ma veniamo alla rivoluzione ed alla teoria e prassi leninista.
La conseguenza più diretta della concezione leninista del partito è l’idea della dittatura del proletariato concepita come dittatura del partito (l’avanguardia cosciente ed organizzata del proletariato). Per cui la transizione al socialismo non può avvenire con un processo democratico , come pensavano Kautsky, Turati e gli austro marxisti, ma tramite la soppressione della democrazia parlamentare che viene ad essere identificata “tout court” con la democrazia borghese.
Insomma per Lenin la vera democrazia è quella realizzata dalla dittatura del partito, in quanto egli concepisce essa (la democrazia) come democrazia della destinazione (il governo a favore del popolo) e non come espressione verificabile della sovranità popolare.
Il dissenso tra Lenin e la Luxemburg su questo punto è radicale ed inconciliabile.
Se si concepisce la democrazia in termini “roussoiani” (ma Rousseau è vissuto in ben altro contesto storico), come democrazia della destinazione e non come confronto e scontro dialettico di posizioni pluraliste (Rousseau parlava della figura del “demiurgo” quale interprete della “volontà generale”) si aprono le strade alle peggiori degenerazioni, molto al di là delle reali intenzioni di chi la propone.
Massimo Salvadori ha giustamente affermato che nel sistema leninista mancano gli anticorpi contro le degenerazioni.
Anche se non è corretto mettere sullo stesso piano leninismo e stalinismo, non c’è dubbio che le scelte di Lenin e Trotsky abbiano aperto la strada alla costruzione del sistema mostruoso prodotto da Stalin.
La dittatura del partito unico, la messa fuori legge degli altri partiti socialisti (Menscevichi, Social-rivoluzionari ed anarchici), lo svuotamento dei soviet (che da organi di autogoverno popolare divennero organi di controllo dall’alto del partito), l’eliminazione di ogni forma di libera espressione e del diritto di sciopero, l’eliminazione di ogni forma di autonomia sindacale sono atti che sono inevitabilmente destinati a produrre un sistema totalitario fondato sul dominio incontrollato della burocrazia di partito.
Ora Lenin e Trotsky erano convinti, in buona fede, che per realizzare il socialismo, era necessaria una fase transitoria in cui esercitare dittatura e violenza e che dopo aver vinto la resistenza delle vecchie classi spodestate si sarebbe potuto procedere verso un processo di democratizzazione.
Ma come hanno dimostrato Kautsky, Rosa Luxemburg e Carlo Rosselli il socialismo non tollera contraddizioni tra mezzi e fini.
Una dittatura resta una dittatura e quindi un governo oligarchico che tende a costruire un modello di società gerarchizzato e dominato dalla burocrazia onnipotente.
In effetti Stalin divenne subito il tutore ed il difensore di questa burocrazia. Lenin si rese conto del fallimento della rivoluzione e dei rischi della burocrazia ma nel 1922 fu colpito da paralisi che lo costrinse ad abbandonare l’attività politica. Stalin divenne da allora il padrone assoluto della situazione e fece sparire la lettera con cui Lenin stesso esprimeva le sue perplessità forti sul dittatore georgiano.
Trotsky avrebbe potuto organizzare l’opposizione nella società a Stalin, ma restò nel partito che però era ormai in mano a Stalin e restò vittima del sistema che anche egli aveva contribuito a costruire.
Insomma Stalin costruì un mostro burocratico: un sistema strutturato e funzionale che si basava sulla dittatura onnipotente della burocrazia di partito sulle classi lavoratrici e l’intera società russa, dando vita a forme di servitù politica e sociale che non si erano visti neanche all’epoca dello Zar.
Quindi l’URSS divenne un regime di capitalismo di stato fondato sul più spietato sfruttamento di gran parte della società.
L’obbiettivo primario di Stalin (come lo fu di Hitler) fu lo sviluppo rapido dell’industria pesante a competo sostegno delle attività militari. Militarismo e nazionalismo russo divennero le ideologie portanti a sostegno di quel progetto.
Per realizzare ciò, Stalin realizzò quella che Massari chiama l’economia della deportazione. Mentre sotto Lenin i campi di prigionia erano usati per i dissidenti politici, sotto Stalin divennero lo strumento per utilizzare il lavoro degli schiavi per lo sviluppo economico russo. Si era tornati ai tempi dei faraoni dell’antico Egitto! Si calcola che tra il 1929 ed il 1953 oltre 18 milioni di persone furono deportate ed usate come schiavi. Venivano deportati anche i familiari e molti bambini nascevano in schiavitù. Una infamia terribile che grida vendetta al cielo!
Stalin ha causato la morte (tra fucilazioni e gente che è morta di stenti nei lager) di 15 milioni di persone ed è stato quindi uno dei più grandi genocidi della storia.
La destalinizzazione fu un fenomeno di facciata. Furono eliminati gli aspetti più crudeli e beceri ma la struttura economico-politico-sociale dello stalinismo rimase.
Tutti i regimi del socialismo reale, dall’URSS alla Cina di Mao (altro grande criminale politico) a Cuba (anche se Fidel non può essere paragonato a Stalin) si sono fondati sullo stalinismo nelle loro basi portanti.
Personalmente credo che quello che hanno realizzato Stalin, Mao o Castro non sia né socialismo né comunismo (quest’ultimo credo che nella storia lo abbiano realizzato solo i gesuiti nel Nord-Est dell’Argentina nel 1700).
Ma le parole sono segnate dalla storia. Di fatto dopo l’espulsione di Trotkky dall’URSS il comunismo del 900 si è di fatto confuso con lo stalinismo.
C’è stato certo un comunismo libertario. Trotsky non era certo un libertario ma nel trotzkismo confluirono molti comunisti sinceramente libertari. E’ completamente sbagliato invece includere Rosa Luxemburg tra i comunisti, sia pur eretici. Ella è estranea alla III Internazionale ed è certo una socialista rivoluzionaria e libertaria e non una comunista. Altrimenti dovremmo considerare comunisti anche i socialisti massimalisti italiani, come Nenni o Lazzari , degli anni 20 (dato che avevano posizioni vicine a quelle della grande socialista polacca). Rosa Luxemburg per la sua ferma e convinta fede nella inscindibilità tra socialismo, democrazia e libertà resta fermamente nel campo del socialismo di sinistra più radicale e non in quello del comunismo.
Il 900 non è stato un secolo breve ma molto lungo. Ed alla sinistra qualche lezione la dovrebbe avere impartita. Se in larga misura il comunismo del 900 si è identificato con lo stalinismo (con le eccezioni che abbiamo visto) un bilancio storico dobbiamo trarlo.
La socialdemocrazia ha avuto i suoi limiti e le sue contraddizioni. Noi socialisti non dobbiamo mai abbandonare un atteggiamento critico, anche con noi stessi.
Ma la stessa socialdemocrazia ha costruito il modello sociale più avanzato del mondo. IL comunismo del 900 i Gulag.
Certo la socialdemocrazia non ha superato l’orizzonte del capitalismo (anche se negli anni 70 Olof Palme in Svezia ha tentato concretamente di farlo), ma il comunismo del 900 ha creato la perfetta antitesi ai principi liberatori del socialismo, regredendo fino allo stato delle civiltà schiaviste (di cui l’imbalsamazione era rituale tipico).
Un nuovo socialismo non può che recuperare in positivo le conquiste più importanti della socialdemocrazia proiettandole in un nuovo orizzonte che trascenda il capitalismo. Ma al tempo stesso deve mettere una pietra tombale verso lo stalinismo ed i suoi derivati.
Per tale ragioni a sinistra non si possono più tollerare le ipocrisie da chi afflitto da senso di colpa, ha sempre un grande imbarazzo a criticare senza remore lo stalinismo.
Rossana Rossanda si definisce ad esempio antistalinista però poi è una ammiratrice di Mao Tse Tung che è stato uno stalinista convinto fino alla fine. Infatti non solo si è opposto alla “destalinizzazione” (che fu un fenomeno solo di facciata), ma di fatto nella sua prassi ha seguito le gesta criminali di Stalin. E’ ovvio che tale schizofrenia si ritrova anche in grossa parte della vecchia sinistra extraparlamentare. Solo i trotzkisti (che comunque hanno sempre annoverato tra le loro fila i più intelligenti fra i comunisti) non hanno mai ceduto a questa insana passione per Mao, classificandolo come uno stalinista doc.
E’ difficile poter ricostruire un “racconto” (per usare la poesia vendoliana) della sinistra, una cultura politica dalle macerie, senza una critica radicale allo stalinismo ed alle sue conseguenze.
Di qui l’importanza del contributo della migliore cultura socialista (quella di Lombardi che si oppose sia allo stalinismo che al “partito degli assessori”) alla costruzione della nuova sinistra.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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