Per un socialismo del XXI Secolo -una nuova e più avanzata Bad Godesberg

Per un socialismo del XXI Secolo
-una nuova e più avanzata Bad Godesberg

Bozza non corretta

Ho detto altrove che la proposta di manifesto fondativo di SeL non mi convince: troppe infarciture oltriste e post-moderne ed alcune omissioni.
Però non voglio certo proporre un contro-manifesto; fra l’altro su molte cose concordo. Voglio però sviluppare un ragionamento sul socialismo che può contribuire a superare quelli che considero limiti frutti di una faticosa mediazione.
Una sola cosa voglio dire direttamente sul Manifesto: il programma di Bad Godesberg della SPD (che ha influenzato per quarant’anni la socialdemocrazia europea) era lungo 10 pagine e molto più scorrevole; questo è lungo 25 ed è certamente più contorto. Infatti quello di Bad Godesberg era destinato alla società tedesca; questo più modestamente tende a tenere dentro i militanti.
Come sapete c’è da tempo una stucchevole diatriba sul 900 e sulla sua eredità. Io ho una mia posizione che riassumo in uno slogan: andare oltre il 900 ma non contro il 900.
Il 900 è stato un secolo terribile e straordinario. Il secolo di due guerre terribili e devastanti, di feroci totalitarismi (nazismo, fascismo, stalinismo e loro varianti). Ma è anche il secolo di straordinarie scoperte scientifiche. Dalla Relatività alla fisica dei quanti, dalla psicanalisi alle scoperte della biologia e della medicina, dallo sviluppo dei mezzi di comunicazioni di massa all’informatica, alle conquiste spaziali. Mai l’umanità è riuscita ad accumulare tanto sapere scientifico e tecnologico in un lasso di tempo così breve. Ed il 900 è stato definito da un filosofo liberale come Dahrendorf come il “secolo socialdemocratico” . Una definizione esagerata, perché il socialismo ha messo radici forti ed ha ottenuto risultati di grande importanza solo in Europa Occidentale. E però nel nostro continente il progresso economico e tecnologico si è accompagnato con un forte progresso sociale e democratico e di crescita della coscienza civile – molto più di qualsiasi altra area del pianeta. E si capisce il perché: perché l’Europa è il continente dove il capitalismo ha dovuto subire il più forte condizionamento sociale e politico, grazie al movimento operaio e socialista ed ad i suoi istituti.
Sappiamo tutti che il capitalismo, fin dalle sue origini, è un modo di produzione che si regge su rapporti sociali antagonistici. Prima di Marx che ha focalizzato come nessun altro questo aspetto, David Ricardo metteva in evidenza il carattere antagonista del capitalismo. Sia per quanto concerne l’antagonismo originario tra capitalisti industriali e proprietari terrieri che quello nascente (ai tempi di Ricardo nel 1817) tra capitale e lavoro. Il “Capitale” di Marx viene dopo 53 anni dopo i “I Principi di Economia Politica” di Ricardo, ed ormai il conflitto capitale-lavoro è quello centrale. E come ho detto, nessuno come Marx (quello del “Capitale” e dei “Grundrisse” ) riesce a penetrare i segreti di questo scontro.
Ma Marx è poi stato molto deformato e soprattutto è stata data alla sua analisi scientifica il valore di profezia religiosa mescolandola con il determinismo storico frutto di una lettura scolastica di Hegel.
Un grande esegeta del pensiero di Marx, un italiano che si chiamava Rodolfo Mondolfo (ingiustamente dimenticato) già all’inizio del 900 metteva in discussione la interpretazione rigidamente determinista del filosofo ebreo-tedesco. In Marx egli rilevava una forte matrice umanistica: della storia intesa come processo di auto creazione dell’uomo. Per cui non vi è un percorso deterministico ed obbligato della storia. Come mette in evidenza il Marx giovane della critica a Feuerbach l’uomo non è semplice prodotto dell’ambiente perché l’ambiente stesso è modificato dall’uomo in una serie di interazioni dialettiche di cui non è possibile conoscere de terministicamente l’esito finale. Di qui l’insistere di Mondolfo sulla duplice dialettica presente in Marx tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione che si intreccia con la dialettica tra struttura economica e sovrastruttura politica . In tale visione della dialettica storica la lotta di classe cessa di essere un semplice riflesso della dialettica forze produttive e rapporti di produzione ma acquista contenuto politico.
Per cui tutte quelle leggi delineate da Marx non sono profezie ma leggi di tendenza che possono essere contrastate da controtendenze dovute alla azione umana.
E questo vale per la caduta del saggio del profitto, per le crisi di sottoconsumo.
L’irruzione sulla scena politica e sociale dei grandi partiti socialisti e del movimento sindacale organizzato, alla fine dell’800 ed agli inizi del 900, hanno contribuito a contrastare la tendenza al sottoconsumo delle masse che per Rosa Luxembourg avrebbe dovuto rappresentare l’anticamera del crollo del capitalismo. Il capitalismo superò la prima di crisi di fine 800 grazie all’antagonismo sociale e politico organizzato.
Ma l’evoluzione del capitalismo va anche in altre direzioni. Lo sviluppo del capitale finanziario favorisce la prima grande ondata di globalizzazione della economia che segna la fine dell’egemonia del capitalismo inglese. Due grandi potenze capitalistiche emergono: la Germania e gli Stati Uniti. Dallo scontro-alleanza tra queste superpotenze capitalistiche nasce la I guerra mondiale che prepara il terreno alla II e segna il fallimento della civiltà politica liberale segnata dall’irrompere dei totalitarismi di massa.
Ma segna una crisi anche della socialdemocrazia che si dimostra impotente verso la guerra. Da qui la scissione del socialismo tra socialisti e comunisti. L’atteggiamento della destra socialdemocratica verso la guerra provoca la rivolta dei socialisti di sinistra e di quelli che poi si chiameranno comunisti. I primi rientreranno nei partiti socialdemocratici i secondi si costituiranno i partiti comunisti a sostegno della rivoluzione sovietica. Ora però il rimedio proposto dai comunisti rispetto alla destra socialdemocratica, è il classico rimedio peggiore del male. L’illusione di poter costruire il socialismo laddove mancavano le condizioni oggettive e soggettive partorisce un mostro: il capitalismo burocratico di stato. In realtà è stato notato che la ideologia leninista del partito non è altro che la prefigurazione della costruzione della nuova classe dominante nel capitalismo di stato: quella dei burocrati.
La seconda guerra mondiale prefigura un nuovo scenario politico bipolare tra le due nazioni vincitrici (USA e URSS). Però sia la propaganda americana che quella comunista sovietica tendono a dare a questa spartizione geopolitica una connotazione ideologica. Per gli americani da un lato c’è il mondo libero sotto la protezione degli Usa e dall’altro il comunismo totalitario; per i sovietici da un lato c’è il “campo socialista” sotto l’egida dell’URSS e dall’altro il “campo capitalista” sotto gli Stati Uniti. Entrambe le superpotenze danno una giustificazione ideologica al proprio imperialismo.
Questa definizione sciagurata di socialismo (che lo ha fatto coincidere con l’impero sovietico) ha avuto i suoi effetti più deleteri in Italia dove il PCI era il partito più forte della sinistra e dove fino al 1956 il PSI gli è stato subalterno. Solo dopo il 1956 nella sinistra italiana si apre un fecondo dibattito sulla indissolubilità del rapporto tra socialismo e libertà che Carlo Rosselli aveva rimarcato nei suoi scritti e si inizia a mettere seriamente in discussione il carattere socialista dell’URSS e di tutti i paesi del socialismo reale. Ma in Italia la identificazione del conflitto tra capitalismo e socialismo con lo scontro tra USA ed URSS permarrà nell’immaginario collettivo in una forma molto più forte rispetto agli altri paesi europei e ciò peserà molto nel dopo 1989.
Ma l’Italia non è l’ombelico del mondo.
Il socialismo democratico pur non essendo stato esente da colpe e da errori (abbiamo visto il comportamento avuto dalla destra socialdemocratica durante la I guerra mondiale) nel II dopoguerra è stato in grado di costruire in Europa il modello sociale più avanzato del mondo, rimasto finora ineguagliato. Dopo la gravissima crisi del capitalismo della prima ondata della globalizzazione nel 1929 e dopo la II guerra mondiale, il principio liberista del mercato autoregolato (sempre smentito dai fatti storici) viene sostituito dal principio del mercato regolato di Keynes: regolato dalla politica.
Naturalmente il keynesismo nei paesi dove non c’era una forte tradizione di movimento operaio e socialista (USA e Giappone) viene applicato come pura e semplice razionalizzazione del meccanismo capitalistico. In Europa dove è forte il socialismo (e nel socialismo c’entra pure il PCI che di fatto – anche se non nella cultura politica-aveva una prassi tipicamente socialdemocratica) ed il sindacato la politica keynesiana di regolazione dell’economia viene utilizzata per costruire un forte e virtuoso compromesso tra capitale e lavoro. Un compromesso che schematicamente affida al capitale il meccanismo dell’accumulazione ed alla politica socialdemocratica quella della redistribuzione del reddito tramite l’aggancio dei salari alla produttività ed un sistema di welfare che nei paesi dove l’influenza socialista è più forte (Scandinavia, Austria) raggiunge livelli altissimi di protezione ed emancipazione sociale. Questa socialdemocrazia non scardina il capitalismo ma pone dei condizionamenti politici forti che impedisce alla razionalità capitalistica di sottomettere la società alla sua logica impedendo l’accesso del mercato nei settori dei beni collettivi e dei beni sociali.
Il programma di Bad Godesberg della SPD del 1959 è considerato il manifesto generale di questo tipo di socialdemocrazia. Ma tale giudizio è limitativo. In quel manifesto-programma (molto più sintetico di quello di SeL) si delinea anche un nuovo ordine economico-sociale che va oltre il semplice affidamento alla politica di una funzione redistributiva. Anche se esso riconosce il diritto alla proprietà privata ed alla libertà di mercato ne individua limiti e vincoli tali da favorire una equa distribuzione della ricchezza e del potere. Ed inoltre Bad Godesberg riconosce pienamente il diritto dell’intervento pubblico nel processo di accumulazione ed il controllo dei lavoratori sul processo produttivo. Citerò qualche passo: “Nello Stato democratico, qualsiasi autorità deve sottoporsi al pubblico controllo e l’interesse della collettività deve prevalere sull’interesse del singolo. Invece, in un’economia e in una società governate da ideali di lucro e di potenza, la democrazia, la sicurezza sociale e la libertà della persona umana sono pregiudicate. Il socialismo democratico auspica pertanto un nuovo ordinamento economico e sociale” …. “La concorrenza condotta mediante imprese pubbliche è un mezzo decisivo per prevenire un predominio privato sul mercato. Attraverso tali imprese debbono prevalere gli interessi della collettività. Esse si rendono necessarie là dove, per motivi naturali o tecnici, talune prestazioni indispensabili alla collettività possono essere fornite economicamente e razionalmente solo se la concorrenza viene eliminata. Le imprese della libera economia comunitaria, che si ispirano ai bisogni e non al lucro privato, esercitano una funzione calmieratrice dei prezzi ed aiutano i consumatori. Esse assolvono una funzione preziosa nella società democratica e meritano di essere incoraggiate. Mediante un’ampia pubblicità l’opinione pubblica deve poter conoscere la struttura della potenza economica e la gestione delle grandi imprese, affinchè possa essere mobilitata contro gli abusi. Efficaci controlli pubblici devono impedire gli abusi del potere economico. I mezzi più efficaci sono il controllo degli investimenti e il controllo delle forze che dominano il mercato. La proprietà collettiva è una forma legittima di pubblico controllo a cui nessuno Stato moderno rinuncia.” “Qualsiasi concentrazione di potenza economica, anche quella nelle mani dello Stato, cela in sé pericoli. La proprietà collettiva deve essere perciò organizzata secondo principi della autonomia amministrativa e del decentramento. Gli interessi degli operai e degli impiegati, nonché il pubblico interesse e quello dei consumatori, devono .essere rappresentati presso i suoi organi amministrativi. Non attraverso una burocrazia centrale, ma con una cooperazione consapevole delle responsabilità di tutti gli interessati si gioverà nel migliore dei modi la comunità”…ed infine “Misure appropriate devono far sì che una quota adeguata del costante incremento patrimoniale delle grandi imprese venga distribuita ampiamente oppure posta al servizio della utilità comune. E un segno dei nostri tempi che il benessere privato di classi sociali privilegiate aumenti senza limiti, mentre importanti compiti comuni, soprattutto scienza, ricerca ed educazione vengono trascurati in modo indegno di una nazione civile.”

Questo programma è del 1959 e quindi non si pone i temi dei limiti e della compatibilità ecologica della crescita che per il socialismo del XXI Secolo sono centrali accanto al tema del lavoro e della giustizia sociale. Ma alcuni spunti di essi possono essere attualizzati.
Ma veniamo all’esaurirsi del compromesso socialdemocratico che ha provocato la più grave regressione sociale, politica e civile degli ultimi cento anni.
AD un certo punto il capitalismo vede ripresentarsi la tendenza alla caduta del saggio di profitto, fino ad allora contrastata dalla crescente produttività del lavoro. Ma quando il tasso di crescita della produttività supera quello della domanda (che incontra inevitabili momenti di saturazione) il saggio del profitto ricomincia a scendere. Per cui il capitalismo si lancia da un lato ad occupare spazi finora sottratti al mercato (cultura, tempo libero), punta a privatizzare beni sociali (istruzione, salute) e collettivi (acqua, energia) nonché a ricavare profitti dalla crescente finanziarizzazione dell’economia. La quale è favorita dalla incontrollata liberalizzazione dei movimenti di capitale, imposti dai liberisti Reagan e Thatcher. Parallelamente inizia una dura battaglia ideologica da parte della scuola di Chicago che in nome del liberismo e del darwinismo sociale attaccano frontalmente la socialdemocrazia e Keynes (la cosa strana è che in Italia molti marxisti rivoluzionari si convertiranno al nuovo credo). Ed è un credo distruttivo per la coesione sociale, per una concezione umanistica del progresso. Ad essi subentra un egoismo arrogante e narcisistico , una esaltazione della avidità, di stili di vita iperconsumistici ed alienanti ad un disprezzo dell’etica e dell’estetica nella vita. Sul piano dei rapporti tra capitale e lavoro l’uso capitalistico delle nuove tecnologie frantuma il processo lavorativo e riduce la forza contrattuale dei sindacati. Il post-fordismo è il regno del dominio assoluto del capitale sul lavoro. A ciò si aggiunge le gravi ferite inferte all’ambiente da una crescita irrazionale dal punto di vista sociale. Naturalmente il crollo del capitalismo di stato sovietico ha contribuito alla propaganda liberista.
Quindi alle soglie del XXI Secolo abbiamo uno scenario di profonda regressione. Qualcuno dice una vittoria totale del capitale sul lavoro. Ma attenti lo scontro capitale-lavoro è qualcosa di più complesso di uno scontro militare. Liberiamoci completamente da Lenin!! La vittoria del capitalismo è pagata ad un prezzo carissimo: al prezzo della più grave crisi dal 29 ad oggi. In realtà il capitalismo in assenza di antagonismo tende a sviluppare tendenze autodistruttive (come ha ben notato Gallino). La riduzione del welfare, dei salari ha provocato un abbassamento della domanda (soprattutto nei paesi anglosassoni) a cui si è cercato di compensare tramite le bolle speculative e l’indebitamento privato che hanno fatto da detonatore ad una crisi che ha cause più profonde. Lo spettro di una depressione cronica è reale e può portare il capitalismo verso una regressione grave verso modelli ancora più arretrati di esso.
In verità senza una profonda redistribuzione del reddito non si esce dalla crisi. Una redistribuzione del reddito connessa ad un profondo mutamento del modo di produrre e di consumare. L’idea di Riccardo Lombardi di una società più ricca perché diversamente ricca.
Oggi il socialismo europeo si sta riprendendo dalla sbandata liberista di Blair e Schroeder che di fatto si erano messi contro il programma di Bad Godesberg accettando i principi liberisti e monetaristi. Ma il limite della socialdemocrazia classica è stato quello di aver applicato solo a metà quel programma: la parte relativa alla redistribuzione. Oggi abbiamo bisogno di un compromesso sociale molto più avanzato e che deve prevedere (così come nella parte meno conosciuta di Bad Godesberg) il controllo sociale sull’economia. Esso può svolgersi sia tramite forme innovative di intervento pubblico (libero da burocrazia e clientele) che non può limitarsi solo alla gestione dei beni comuni ed a forme di democrazia economica avanzate che modifichi lo stesso diritto di proprietà nelle grandi imprese. Non possiamo assolutamente lasciare i settori strategici della economia nelle mani del capitale finanziario!
Una nuova Bad Godesberg per il socialismo del XXI secolo: questa la prospettiva strategica per la sinistra europea ed italiana.

Questo scritto è una bozza di discussione che prende spunto dal Manifesto di SeL

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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