Partito Radicale Italiano

Breve storia del Partito Radicale “storico”

Il Partito Radicale Italiano è stato un partito politico italiano fondato da Agostino Bertani e Felice Cavallotti alla fine degli anni ’70 dell’Ottocento, ma costituitosi ufficialmente solo nel 1904. In alcuni contesti viene indicato come Partito Radicale storico – analogamente ai termini destra storica e sinistra storica – in modo da scongiurare possibili confusioni con omonimi partiti d’ispirazione affine, ma appartenenti alla storia della seconda metà del XX secolo.

Era rappresentato nel parlamento post-unitario dal gruppo detto “dell’estrema sinistra” e affondava le sue radici ideali nel filone più laico, democratico e repubblicano del Risorgimento italiano, quello mazziniano e garibaldino, ma con riferimenti propri al pensiero e all’azione di Carlo Cattaneo e di Carlo Pisacane.

Il Partito dell’estrema Sinistra

Dopo essersi opposto ai governi della Destra storica, Agostino Bertani (1812-1886) prese le distanze anche dalla Sinistra di Agostino Depretis, e, il 26 maggio 1877, costituì un separato gruppo parlamentare del “partito dell’estrema sinistra”[1]. Bertani e, in seguito, il suo successore Felice Cavallotti, condannavano sul piano politico e morale la pratica del trasformismo ed avversarono in seguito il governo autoritario di Francesco Crispi.

I punti fondanti del programma di Cavallotti e dell’Estrema Sinistra, espressi nel Patto di Roma del 13 maggio 1890, erano:

  • completa separazione dello Stato e della Chiesa;
  • superamento del centralismo a favore di un decentramento amministrativo di matrice comunale;
  • promozione dell’ideale federale degli “Stati Uniti d’Europa” mutuato da Carlo Cattaneo;
  • opposizione al nazionalismo, all’imperialismo e al colonialismo.
  • indipendenza della magistratura dal potere politico;
  • abolizione della pena di morte;
  • tassazione progressiva;
  • istruzione gratuita ed obbligatoria;
  • emancipazione sociale e nel lavoro della donna;
  • suffragio universale per uomini e donne;
  • un piano di lavori pubblici per la riduzione della disoccupazione;
  • sussidi, indennità, pensioni e garanzie sociali per i lavoratori;
  • riduzione dell’orario di lavoro;
  • riduzione del servizio di leva.

La prematura scomparsa di Felice Cavallotti, perito in duello il 6 marzo 1898, gettò il movimento radicale in una crisi mai più – forse – completamente sanata.

Il Partito all’inizio del XX secolo

Alla fine del XIX secolo, i radicali furono scavalcati alla loro sinistra dal Partito Socialista (1892) e da quello Repubblicano (1895); si costituirono ufficialmente anch’essi in partito politico nel corso del loro I Congresso Nazionale, a Roma, il 2730 maggio 1904. All’epoca il loro leader fu Ettore Sacchi, che, progressivamente, condusse il partito alla partecipazione ad alcuni governi liberal democratici dell’età giolittiana (1903-1914). Contemporaneamente, un altro esponente radicale, Giuseppe Marcora, fu per molti anni alla Presidenza della Camera dei Deputati (1904-1919).

Nei confronti dei governi presieduti o sostenuti da Giolitti i radicali assunsero un atteggiamento inizialmente ambiguo. Il rifiuto dei socialisti di Turati all’invito di Giolitti di aderire al suo secondo governo (1903-05) aveva per conseguenza anche il ritiro dei radicali, fino alla nomina di Marcora; tra il 1904 e il 1905 parte dei deputati radicali dava il suo appoggio al governo, ma contribuì poi alla sua caduta, perché non videro soddisfatte le aspettative di riforme democratiche. Si scissero poi sul sostegno dei due governi di Alessandro Fortis (1905-06); mentre due deputati radicali vi entrarono, la maggioranza del gruppo parlamentare sotto la guida di Sacchi si schierò con l’opposizione, accusando il governo di mancata chiarezza programmatica e trasformismo. Sacchi invece cercò un accordo con Sidney Sonnino per la formazione di una maggioranza – seppure eterogenea – antigiolittiana; così, dopo la caduta di Fortis, si creò un governo Sonnino con il sostegno sia dei radicali, che del PSI e del Partito repubblicano. Nel successivo governo nuovamente presieduto da Giolitti stesso i radicali, conseguentemente, si schierarono di nuovo all’opposizione.

Nell’imminenza delle elezioni politiche del 1913, il Partito Radicale riuscì a far approvare dal Parlamento una delle sue istanze prioritarie, e cioè il suffragio universale, sia pur soltanto maschile. Le elezioni successive, tuttavia, ove il partito conseguì il massimo numero di deputati della sua storia (62), furono segnate dalla svolta della politica giolittiana impressa dal Patto Gentiloni, e cioè l’accordo elettorale del partito di governo con le gerarchie cattoliche, in funzione anti radicale e anti socialista. Di conseguenza, nel successivo congresso, che si tenne a Roma in un ambiente infuocato, nel febbraio 1914, il Partito Radicale votò a grande maggioranza l’uscita dal Governo Giolitti IV.

Alla vigilia della Prima guerra mondiale, il Partito radicale, sulla scia della tradizione mazziniana e risorgimentale, si collocò, per la maggior parte, sulle posizioni dell’interventismo democratico. Tale linea, tuttavia, non fu unanime (lo stesso Ettore Sacchi evitò di pronunciarsi nettamente) e, soprattutto, segnò un solco non più facilmente colmabile con i socialisti, isolando il radicalismo dal panorama politico parlamentare. I radicali rientrarono nella compagine governativa solo nei due governi di unione nazionale (1916-1919) di Paolo Boselli e di Vittorio Emanuele Orlando.

Il radicalismo laico e democratico italiano conobbe all’inizio del secolo, figure significative quali Ernesto Nathan e Francesco Saverio Nitti. Ernesto Nathan, dal 1907 al 1913 sindaco di Roma con il sostegno di repubblicani e socialisti, si rese fautore di accese battaglie a beneficio dei ceti più poveri della Capitale e contro le ingerenze della Chiesa cattolica “.

Francesco Saverio Nitti, economista, era stato Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio nel Governo Giolitti IV ed esponente della minoritaria corrente “neutralista” del partito alla vigilia della Grande Guerra. Fu il primo radicale a diventare Presidente del Consiglio dal 1919 al 1920, si trovò alle prese con il problema della smobilitazione dell’esercito dopo la Prima guerra mondiale; varò un’amnistia per i disertori, avviò un’ampia indagine sull’arretratezza e i bisogni del Mezzogiorno e fissò un prezzo politico per il pane. Fu tuttavia travolto dalla crisi connessa all’Impresa di Fiume di Gabriele D’Annunzio.

Il radicalismo durante il regime fascista

Il 12 giugno 1921, la delegazione alla Camera del Partito Radicale, costituì un gruppo parlamentare unico (denominato “Democrazia Sociale“) insieme al Partito Democratico Sociale e agli eletti di “Rinnovamento Nazionale”, una lista di deputati eletti in rappresentanza degli ex-combattenti nei Blocchi Nazionali, per un totale di 65 deputati. Un analogo raggruppamento fu costituito in Senato. Il 25 novembre 1921 avvenne la fusione tra i gruppi demosociale e demoliberale in un unico gruppo democratico, che divenne il più numeroso, sia alla Camera (150 deputati) che al Senato(155 senatori).

Nel gennaio del 1922 fu costituito il “Consiglio nazionale della Democrazia Sociale e Radicale”, cui aderì anche la direzione del Partito Radicale storico, sancendo “di fatto” la propria dissoluzione. Quest’ultimo organismo, al primo congresso svoltosi a Roma nell’aprile 1922, dette forma al nuovo partito denominato “Democrazia Sociale”[7], cui, peraltro, non aderirono importanti esponenti radicali quali il ministro Giulio Alessio e lo stesso Nitti.

“Democrazia sociale” dette la fiducia al governo Mussolini e si presentò alle Elezioni politiche italiane del 1924, in alleanza con il Partito Nazionale Fascista di Mussolini, ottenendo l’1,4% dei suffragi. Fece parte della squadra governativa fino al 1º luglio 1924. Successivamente numerosi esponenti radicali indipendenti e del Partito Democratico Sociale (Giulio Alessio, Meuccio Ruini, Piero Calamandrei, Nello Rosselli ecc.) aderirono al movimento antifascista dell’Unione nazionale delle forze democratiche e liberali di Giovanni Amendola, sorto nel novembre 1924.

Nonostante l’iniziale fiducia, infatti, anche durante il ventennio fascista, il radicalismo italiano ha continuato ad esprimersi nel rigoroso antifascismo di uomini come Piero Gobetti (la cui “rivoluzione liberale” ha rappresentato il tentativo di rifondare il liberalismo in senso progressista e popolare, con un occhio all’esperienza leninista); in Carlo Rosselli (che nel libro Socialismo liberale ha cercato di integrare il meglio del pensiero liberale e di quello socialista), Ernesto Rossi, Ferruccio Parri, e nel teorico del liberalsocialismo, Guido Calogero, così come nel movimento Giustizia e Libertà e nel Partito d’Azione.

Il Partito d’Azione, guidato appunto da Parri, Valiani e Rossi sarà protagonista della Resistenza partigiana contro il nazifascismo(con la formazione Giustizia e Libertà), del CLN, della Liberazione, dei primi governi di unità nazionale (uno dei quali, dal giugno al novembre 1945, presieduto dallo stesso Parri), fino al varo insieme alle altre forze antifasciste della Costituzione repubblicana nel 1948.

 

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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