Manifesto di Volpedo: PER UN SOCIALISMO DEMOCRATICO E RIFORMATORE DEL XXI SECOLO

“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
PER IL SOCIALISMO
DEMOCRATICO E
RIFORMATORE
DEL XXI SECOLO
______________________________
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”

1. SOCIALISMO O BARBARIE.
Noi, uomini e donne di sinistra, italiani, europei e cittadini del mondo, crediamo che un mondo
diverso e migliore sia possibile.
Pensiamo cioè che non sia illusorio immaginare di poter vivere in una società più libera e più
giusta dove tutti siano egualmente rispettati ed onorati nella loro dignità di persone, senza privilegi
economici e sociali derivanti dalla famiglia, dal genere, dalla lingua, dalla razza o dall’etnia, come
pure dal ceto, dalla classe o dal gruppo sociale, politico, culturale o religioso di origine o di
eventuale appartenenza, o anche dalla stessa condizione di cittadini, quando siano in gioco i diritti
umani fondamentali.
Per questo siamo contro la tracotanza dei sistemi di pensiero che aggrediscono i fondamenti della
nostra civiltà, figlia dell’Umanesimo e dell’Illuminismo, di cui noi vogliamo invece riaffermare con
forza gli aspetti connotativi più preziosi ed irrinunciabili: e cioè i diritti universali, la legalità, la
laicità, la libera determinazione dell’opinione, la dignità umana.
Siamo contro l’imperversare dell’ideologia liberista e il “pensiero unico” della globalizzazione
finanziaria che, ponendo il solo interesse privato al centro delle iniziative politiche, hanno eliminato
le preziose legature di solidarietà e fiducia reciproca tra i cittadini, hanno tagliato le reti di
protezione sociale che liberavano le persone dalla tirannia dell’incertezza e che rendevano
sostanziali i diritti di cittadinanza, ed hanno devastato il sistema ecologico da cui dipende
integralmente il futuro dell’Umanità.
Siamo contro coloro che all’insegna dell’insensato puro liberismo hanno insidiato il “modello di
economia sociale di mercato”, portando intere società al declino e al disastro economico e sociale.
E siamo contro, infine, l’opacizzazione dei processi decisionali pubblici, conseguenti all’usura dello
Stato-nazione quale grande soggetto della regolazione inclusiva, cui si aggiunge il declino di una
forma-partito che ormai sembra avere smarrito la sua natura di agenzia per la partecipazione, per
trasformarsi in un soggetto autoreferenziale al servizio dei disegni particolaristici di ristrette
nomenklature (non di rado colluse con i “signori del denaro”);
Intendiamo ribadire, piuttosto, la storica alternativa “Socialismo o barbarie!”, perché siamo convinti
che sia ancora e quanto mai necessario impegnarsi e lottare per promuovere il riscatto e
l’emancipazione di tutti gli esseri umani, per difendere ed estendere la libertà e la democrazia, per
migliorare le condizioni di vita di tutti coloro che sono stati vinti dal mercato e per garantire la
sopravvivenza dell’intera umanità, minacciata dall’irrazionalità di una crescita economica priva di
cervello e da “spiriti animali” senza alcuna sensibilità etica, sociale ed ecologica.
In questo senso, ci dichiariamo socialisti, perché pensiamo che proprio i principi dell’umanesimo
socialista, in cui si riassumono i fondamenti della civiltà democratica e liberale, i principi della
tradizione civile del repubblicanesimo, e i valori di solidarietà e di altruismo propri del patrimonio
ideale del Socialismo, siano in grado di esprimere nel modo più compiuto la sintesi tra le istanze di
libertà, di democrazia e di giustizia sociale in cui ci riconosciamo e che intendiamo promuovere.
Nella tradizione dell’umanesimo socialista sono del resto costitutivamente ed intrinsecamente
presenti non soltanto una forte spinta ideale verso la libertà ed una spiccata tensione etica
all’eguaglianza, alla giustizia e alla fraternità, ma anche un’accentuata propensione alla riflessione
critica, all’esercizio del dubbio ed all’analisi oggettiva della realtà, come pure una grande cultura
democratica, una fervida sensibilità laica e una profonda cultura della legalità, da cui discende tra
l’altro anche un’attenzione assai viva alla distinzione di identità e di ruoli.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
Gli anticorpi più validi per un grande riscatto intellettuale e morale rispetto all’imperversare
dell’ideologia mercatista, all’appannamento della democrazia, e al diffondersi di forme di
oscurantismo fanatico si ritrovano dunque proprio nel solco della migliore tradizione del Socialismo
democratico e liberale.
E’ cioè in quella tradizione che si possono rinvenire i principi ispiratori e di metodo per elaborare e
mettere in atto risposte ad un tempo efficaci ed equanimi rispetto alla gravità dei problemi da
risolvere, alla complessità delle sfide planetarie da affrontare, e all’urgenza delle decisioni che
occorre prendere per fronteggiare le crisi contingenti.
E’ in quella tradizione che risiedono i presupposti più seri per un rilancio della partecipazione
democratica quale antidoto al dilagare del populismo mediatico ed al trionfo del non-pensiero, e
per un ritorno forte della politica, intesa in primo luogo come spirito di servizio ed impegno civile.
E’ sempre in quella tradizione che si trovano le premesse per ogni seria battaglia di riscatto dei più
deboli e di lotta allo sfruttamento.
Ed è in quella tradizione, ancora, che si possono rinvenire gli ancoraggi più solidi per impedire
derive incontrollate verso forme di intolleranza, verso la negazione della libertà di coscienza e di
pensiero, o verso l’affermazione di identità prevaricatrici ed irrispettose di ogni alterità, differenza,
dissenso o diversità.
E infine, è proprio in quella tradizione, e nella sua peculiare capacità di rinnovarsi e di aprirsi
continuamente verso nuovi apporti e nuove sensibilità, che anche correnti di pensiero sviluppatesi
autonomamente, come ad esempio l’ecologismo ambientalista, o come il femminismo e la cultura
delle differenze di genere, possono oggi trovare un orizzonte più aperto verso cui convergere, ed
in cui innestarsi con feconde contaminazioni.
Insomma, noi ci richiamiamo ai valori, ai principi e alla storia del Socialismo (laico, democratico e
libertario) proprio perché riteniamo che in quella storia ed in quei valori vi siano le premesse per un
profondo rinnovamento e per una nuova stagione di giustizia, di libertà e di democrazia,
2. LA DIFESA E L’ALLARGAMENTO DELLA DEMOCRAZIA.
Negli uomini e nelle donne di ogni parte del mondo cresce il senso di insicurezza non solo nel
vivere quotidiano, ma soprattutto per il futuro proprio e dei propri figli e nipoti. Vi sono certamente
ragioni obiettive che giustificano questo disagio e queste inquietudini : le prospettive dell’economia
in seguito alla grave crisi finanziaria appena agli inizi, i focolai di guerra, le tensioni nelle relazioni
internazionali, gli estremismi religiosi fanatici ed intolleranti, il crescente degrado ambientale e
l’esaurimento delle risorse non rinnovabili. Ma l’insicurezza, fino alla sensazione di paura, fa anche
parte di stati d’animo indotti come tecnica di governo della società per ridurre o comprimere le
libertà in nome della lotta ai vari pericoli, dal terrorismo alla perdita di identità nazionale, o per
risolvere le varie emergenze che via via si creano.
La stessa democrazia, con le sue procedure, viene messa sotto accusa per le lentezze che le si
rimproverano, e per la sua insistenza sull’importanza di regole formali di cui esigere l’osservanza e
il rispetto. Il problema principale – per alcuni di questi critici – sembra essere quello delle decisioni
rapide piuttosto che delle decisioni giuste, e men che meno delle decisioni condivise e compiute in
conformità delle regole e dei principi che ci siamo conquistati.
Di contro alla democrazia rappresentativa, si invocano spesso, soprattutto da Destra (o quanto
meno da settori significativi di quella parte politica), forme di governo più sbrigative e più spicce; si
reclama l’autosufficienza del mercato (ma in realtà quella degli attori, e dei poteri, che in esso
agiscono ed operano con maggior peso); o ancora si esaltano forme di decisionismo di leaders
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
che si pretendono carismatici (e che in realtà non sono in genere che dei demagoghi, che, in
qualche caso, pretendono di puntellare la loro demagogia attraverso forme di vera e propria
manipolazione del consenso, attraverso un controllo monopolistico o para-monopolistico dei canali
di informazione).
Altre volte si lavora per assetti in cui le democrazie siano di fatto svilite e depotenziate dal potere
incontrollato di grandi centrali economiche multinazionali o dei potentati ad esse collegate; mentre
in altri casi si propugna il peculiare magistero di autorità religiose, cui si pretenderebbero di
assegnare anche funzioni di tipo eminentemente politico, in luogo dei poteri pubblici democratici….
In ogni caso, da più settori che potremmo genericamente qualificare come “di Destra”, si tende a
considerare la democrazia (con le sue forme di partecipazione, le sue istituzioni di rappresentanza
ed i suoi meccanismi di ratifica e di controllo) come qualcosa da comprimere e limitare.
Quello che si vorrebbe è cioè la trasformazione dei cittadini da soggetti attivi e consapevoli in attori
completamente passivi ed inerti, ora considerati come dei meri consumatori di beni e servizi
(possibilmente pilotati nelle loro stesse scelte di consumo da forme di controllo mediatico e
televisivo), ora come dei sudditi senza voce e senza peso; o ancora come le pecorelle di un
gregge affidato al governo di qualche “buon pastore” o di altre guide che si pretendono “illuminate”.
Minacce alla democrazia non mancano peraltro anche da Sinistra. Anche qui, infatti, sussistono
talora propensioni di stampo essenzialmente elitario, come ad esempio quelle di chi, in nome
magari di una fraintesa esaltazione del professionismo politico, ritiene che i partiti ed i loro gruppi
dirigenti (le loro élites appunto) debbano essere investiti del compito di costituire chissà quale
“avanguardia”. In modo talora anche preterintenzionale si fanno così strada degenerazioni di tipo
castale e derive oligarchiche, che snaturano profondamente il valore della democrazia, e ne
minacciano la vitalità. Altre volte, infine, la critica (anche con fondamento) di questi limiti finisce per
tradursi, soprattutto nella Sinistra più estrema, nel rifiuto dell’idea stessa di democrazia
rappresentativa, in nome magari del richiamo a forme di azione politica di tipo più diretto,
spontaneo, e meno formalizzato.
Da più parti non mancano insomma denunce ai limiti della democrazia, così come questa si è
venuta configurando nei sistemi politici più avanzati tra XIX e XX secolo.
Noi però riteniamo che in linea di principio i soli e veri limiti della democrazia siano in realtà
costituiti dai limiti “alla” democrazia, e cioè dagli argini che si intendono tale alzare nei suoi
confronti!
A nostro modo di vedere, al contrario, la democrazia deve in realtà essere estesa, e non
compressa! Le forme della democrazia partecipativa (o deliberative democracy), basate sulla
partecipazione volontaristica dei cittadini, su una soggettività attiva e consapevole, e sullo
sprigionarsi dal basso di comunità di progetto, ci paiono un dato di grande interesse. Ma la
democrazia partecipativa deve integrare (e non sostituire!) le forme tradizionali della democrazia di
mandato, che va dunque preservata, anche se deve essere liberata dal prevalere di incrostazioni
verticistiche, o da meccanismi oligarchici volti alla perpetuazione del ceto politico. Il ricambio
frequente dei rappresentanti (anche attraverso strumenti come la delimitazione del numero dei
mandati, o come il ricorso a consultazioni primarie per l’individuazione dei candidati alle cariche
elettive) sono strumenti che possono restituire sovranità ai cittadini, e ridare forza alla democrazia.
In ogni caso, per essere realmente tale, la democrazia deve essere inclusiva: vanno cioè estesi gli
strumenti di tutela giuridica diretta di interessi societari generali o di categorie svantaggiate.
La democrazia inoltre non può ammettere degli squilibri: deve poter garantire a tutti pari
opportunità di accesso all’informazione ed alla formazione così come alla comunicazione e
propaganda delle proprie idee; deve permettere a tutti i cittadini e a tutti i gruppi politici e sociali la
diffusione dei propri programmi; e deve evidentemente consentire a ciascuno pari condizioni nella
partecipazione democratica ed elettorale.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
Grandi concentrazioni di potere mediatico, sistemi elettorali che assegnano un enorme potere
decisionale a ristrette oligarchie partitiche (cui è di fatto demandato il controllo dell’accesso a tutte
le cariche rappresentative), e più in generale lo svuotamento progressivo del ruolo istituzionale
delle sedi di rappresentanza democratica, costituiscono delle oggettive e gravi minacce alla
democrazia. E l’Italia contemporanea da questo punto di vista appare particolarmente esposta a
questo genere di pericoli.
Un’altra seria minaccia alla democrazia deriva poi dalla necessità, in molti casi, di adottare misure
impopolari senza perdere il consenso. Si tratta in questo caso di evitare il rischio di tentazioni
irrazional-populiste, che sono non di rado anche inclini a degenerare in senso autoritario.
Solo una democrazia, nella quale si sviluppi una forza socialista e di sinistra, cioè basata sui valori
di solidarietà, fratellanza, cooperazione, può vincere la sfida.
Come infatti la libertà salvaguarda il socialismo dalle tentazioni totalitarie e burocratiche, così il
socialismo democratico e libertario può salvare la democrazia dalle minacce/degenerazioni
populiste ed autoritarie.
Lo sviluppo democratico richiede comunque la partecipazione al processo elettorale e decisionale
di tutti coloro che sono soggetti alle sue leggi.
3. LA TUTELA DELLA LIBERTA’ DI STAMPA E DI INFORMAZIONE.
Legata al problema della difesa e dell’allargamento della democrazia è evidentemente anche la
cruciale questione della libertà di stampa e di informazione. La partecipazione responsabile dei
cittadini alla vita democratica e il loro coinvolgimento nella dimensione pubblica e nei processi
decisionali richiedono infatti anche la possibilità per tutti di accedere agevolmente ad
un’informazione libera e plurale, che permetta il formarsi di un’opinione pubblica consapevole,
critica ed attiva.
Internet e la rete – soprattutto nelle sue ulteriori e più recenti evoluzioni (il cosiddetto “Web 2.0”),
che hanno per l’appunto accentuato il carattere partecipativo e comunitario dello strumento –,
stanno indiscutibilmente aprendo, da qualche anno a questa parte, spiragli molto significativi ed
hanno moltiplicato le opportunità di accesso ad un’offerta più vasta di informazione e anche ad
ambiti molto estesi di contatto, di discussione, di scambio di notizie, di idee e di punti di vista. Sono
sviluppi che sembrano andare nel senso di un allargamento degli spazi di democrazia e di
partecipazione, e non a caso si è parlato di una tendenza verso la “ciberdemocrazia”, che grazie
allo sviluppo di media interattivi liberamente accessibili da ogni luogo del pianeta potrebbe favorire
nuove forme di libera espressione particolarmente ampie ed estese ed aperte a masse di utenti
sempre più consistenti. Si profila, insomma, quella che è stata immaginata come una sorta di
possibile “agorà on line”: e noi crediamo che questa sia una prospettiva verso cui guardare con
estremo interesse, proprio perchè designa un orizzonte di grande interesse verso nuove di
socialità politica.
Nel contempo però, accanto a questi segnali incoraggianti, non mancano in realtà anche sintomi di
carattere del tutto opposto, e per vero dire anche molto inquietanti.
Accanto alle minacce assai gravi di censura e di controllo autoritario che possono incombere
anche su uno strumento potenzialmente aperto e libero come la Rete, e accanto ai rischi di
disorientamento che possono derivare da quella che è stata individuata come una sorta di
“overdose” informativa, che produrrebbe una sorta di effetto di frastuono, non si può infatti
sottacere che, soprattutto sui media tradizionali, e in particolare giornali e televisione, sembrano
gravare pericoli sempre più seri di soffocamento e di omologazione.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
Sono pericoli che appaiono legati tanto al dato di fatto dell’emergere di forme sempre più evidenti
di concentrazione monopolistica (od oligopolistica) sugli organi di informazione, quanto al rischio,
strettamente connesso a queste tendenze, dell’imporsi di vere e proprie forme di manipolazione, di
condizionamento e di indottrinamento dell’opinione pubblica ad opera di un potere mediatico usato
in modo distorto.
La libertà di stampa e di informazione è insomma minacciata; i media rischiano di essere
imbavagliati od asserviti (e in buona misura lo sono già), il che costituisce evidentemente anche
una oggettiva e seria minaccia per la democrazia e la libertà. Se è ben evidente che questo
problema investe in realtà tutte quante le democrazie del pianeta, è altrettanto evidente che esso,
proprio in Italia, sembra manifestarsi in effetti con tratti particolarmente gravi ed inquietanti.
Molti giornali, in Italia, sono riconducibili in effetti a grossi potentati economici, portatori di specifici
interessi che non sono coincidenti con la prospettiva di creare dei buoni ed autorevoli prodotti
editoriali. Sono gli interessi di gruppi di potere e di lobbies che usano i media come strumenti per
finalità proprie. Gruppi e potentati che usano i giornali e gli organi di informazione per
condizionare in modo non trasparente il gioco politico.
Ma ancora più grave è poi naturalmente l’incredibile, e diciamo pure mostruosa, anomalia creatasi
a partire dagli anni Novanta con l’assunzione (non contrastata) di un esplicito ruolo politico da
parte di un oligopolista della televisione (con un enorme potere anche nell’editoria e nella stampa).
Nell’Italia berlusconiana si di fatto è imposto un micidiale potere mediatico, intenzionato non
soltanto a trasformare la propria posizione privilegiata in un pervasivo monopolio di fatto (si pensi
in particolare alla ricorrente pulsione per l’addomesticamento della TV pubblica), ma anche a
sfruttare con spregiudicatezza il proprio potere politico ed economico proprio per intimidire e
ricattare la libera stampa, al fine di renderla docile, indolente e servile, così da manipolare
l’informazione e mettere sotto silenzio tutte le possibili voci di critica, di denuncia e di dissenso. Lo
scopo ultimo è evidentemente quello di controllare la quasi totalità dell’informazione, così da
pilotare l’opinione pubblica, addormentare le coscienze, e rendere conformisti e passivi i cittadini,
condizionandone o addirittura predeterminandone i convincimenti politici ed influenzandone i
comportamenti elettorali.
Il caso italiano, insomma, con le evidenti degenerazioni del sistema di potere berlusconiano,
sembra anticipare e una pericolosa deriva ed uno svuotamento della democrazia. Si prefigura in
altre parole un tipo di evoluzione che potrebbe presto riguardare l’intero “mondo libero”, e di cui nel
nostro Paese si stanno in un certo senso sperimentando inquietanti sviluppi precorritori.
Come socialisti liberali e libertari, non possiamo evidentemente restare indifferenti rispetto a
questo stato di cose. E poichè siamo convinti che non vi possa essere un’autentica partecipazione
democratica senza un’informazione davvero libera ed indipendente, pensiamo che su questi temi
occorra assolutamente rimanere vigili, attivare una mobilitazione intransigente e rigorosa, e
moltiplicare gli sforzi per mettere degli efficaci freni legislativi contro il dilagare del monopolio, e per
dare vita nel contempo ad occasioni e a momenti di contro-informazione e di discussione critica.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
4. OLTRE LA DIMENSIONE NAZIONALE.
EUROPEISMO ED INTERNAZIONALISMO
ANTICHI E NUOVI ORIZZONTI DEL SOCIALISMO.
Certo, la partecipazione democratica effettiva e cosciente è resa difficile non soltanto dalle difficoltà
di una libera informazione, ma anche dalla dimensione e dalla oggettiva complessità dei problemi:
la recente crisi finanziaria internazionale, le grandi questioni climatiche ed ecologiche,
l’esaurimento dell’acqua potabile, delle risorse energetiche o di alcune materie prime… sono tutti
temi che investono l’umanità intera, e che superano ampiamente i confini degli Stati nazionali, per
riguardare il complesso degli Stati del mondo e delle organizzazioni internazionali.
A fronte di problemi di tale rilevanza, le cui implicazioni tendono talora a sfuggire, le normali forme
della politica democratica possono talora apparire inadeguate. Ma noi vogliamo viceversa
riaffermarne il valore.
E’ chiaro che ciò che occorre è una grande capacità di intervento sovranazionale, e che si
debbono poter oltrepassare gli orizzonti abituali dello Stato-nazione. Ma ciò va fatto estendendo
anche ai livelli sovranazionali gli istituti e le procedure democratiche, e non semplicemente
comprimendo le competenze degli stati nazionali a favore di tecnocrazie e burocrazie prive di ogni
legittimazione democratica.
La sfida da raccogliere è insomma necessariamente quella di adeguare gli strumenti e le forme
della democrazia (sviluppatasi storicamente entro la cornice degli stati nazionali) alla mutata
dimensione di scala dei problemi globali.
Il Socialismo, con la sua tradizionale vocazione internazionalista, appare in grado di dare delle
risposte in questa direzione. Ed appare altresì nella condizione di trasmettere ai cittadini la
consapevolezza di come la dimensione locale entro cui si svolge principalmente il loro agire
politico dei cittadini, non sia in realtà svincolata dalle grandi questioni globali, ma, al contrario, sia
ad essa interamente correlata. Lo slogan ambientalista del “pensare globalmente ed agire
localmente” è insomma una formula che i Socialisti ritengono di poter far propria e di poter
interpretare con efficacia.
Il problema peraltro non è soltanto quello di conciliare le misure e i provvedimenti richiesti da
questo genere di problemi con il consenso democratico dei cittadini; ma è anche quello di creare, a
tutti i livelli, le cornici istituzionali adeguate per poterlo fare.
Questo rimanda, tra l’altro, anche al tema dell’Europa, e del rilancio del suo ruolo politico.
Nell’arco dell’ultimo ventennio, che è iniziato nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino, evento
che può essere assurto a simbolo del collasso del modello comunista sovietico, e che si sta ora
concludendo con la più grave crisi finanziaria dalla nascita del moderno capitalismo industriale, la
forza politica che ci si sarebbe aspettati, logicamente e storicamente, di veder assurgere ad un
ruolo centrale avrebbe dovuto essere, verosimilmente, il Socialismo democratico.
La Socialdemocrazia europea si è infatti sempre contrapposta tanto al comunismo sovietico
quanto al capitalismo liberista. Eppure questa grande stagione socialista non sembra essersi
verificata. Anzi, a tutt’oggi molti partiti socialisti, laburisti e socialdemocratici d’Europa sembrano
effettivamente in difficoltà. Essi mantengono la loro forza ed un alto potenziale di riscossa. Ma le
loro difficoltà sono non di meno oggettive e reali.
Una grande responsabilità in rapporto a questo stato di cose pesa indubbiamente sui gruppi
dirigenti dei diversi partiti socialisti che sono parsi eccessivamente condizionati da una logica
puramente statual-nazionale.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
Quando i socialisti dominavano 13 paesi su 15 nell’Unione Europea (o addirittura 14 se includiamo
nel conto anche l’Italia dell’Ulivo), nessuno si è in realtà veramente accorto che vi fosse una
politica comune più orientata in senso sociale, né che si tentassero di introdurre elementi di
coesione sociale nelle politiche strutturali comunitarie. Logiche ed egoismi nazionali hanno sempre
prevalso anche quando la stragrande maggioranza dei paesi era a guida socialista, mentre i tempi
erano già allora indubbiamente maturi per una visione cosmopolita ed internazionalista dei
problemi. Peggio ancora in questo ultimo ventennio i socialisti europei si sono non di rado adagiati
su una sorta di adesione al pensiero unico neoliberista, proponendo loro stessi politiche mercatiste
a danno di cittadini e lavoratori invece di contrastarle attivamente.
Questa occasione mancata potrebbe essere letta, come vorrebbero i detrattori del Socialismo,
tanto di Destra quanto di Sinistra, come il sintomo di una crisi pressoché irreversibile del
Socialismo stesso, o come il segno di una sua sostanziale inadeguatezza di fondo a fronte alle
sfide politiche del nuovo secolo (il che, a sua volta, dovrebbe poi magari condurre – come è stato
sostenuto soprattutto in Italia da coloro che sono accreditati come gli intellettuali che avrebbero
immaginato il progetto del Partito Democratico – ad un progressivo annacquamento delle idealità e
dei valori del Socialismo, fino ad un loro sostanziale dissolvimento in una sorta di generico ed
indistinto limbo liberale, tutt’al più segnato da qualche vaga venatura compassionevole).
Noi pensiamo, viceversa, che ad essere inadeguate siano in realtà proprio le interpretazioni di
questo tipo (il vuoto culturale del PD italiano ci pare da questo punto di vista assolutamente
indicativo), e crediamo invece che quella del Socialismo europeo sia in realtà una crisi
assolutamente superabile.
Ci spinge a questa considerazione non soltanto il fatto di riconoscere nella storia e nella tradizione
ideale e morale del Socialismo dei valori perenni (eguaglianza, giustizia, fraternità, libertà) che ci
paiono sempre vivi e vitali, ma anche la precisa consapevolezza, politica e storica, del fatto che al
Socialismo stesso è in realtà sempre stata connaturata, potremmo dire costitutivamente, anche la
capacità di ripensarsi e di rimettersi continuamente in discussione, il che ne costituisce un indubbio
segnale di freschezza e di vitalità.
Di conseguenza continuiamo a ravvisare nel richiamo al patrimonio culturale e ideale dei
Socialismo non soltanto una tradizione ben viva (proprio in quanto in grado di rinnovarsi,
mantenendosi nel contempo fedele a se stessa), ma anche una prospettiva politica in grado di
proporre soluzioni credibili per il futuro.
Questo non toglie, peraltro, che di una situazione di difficoltà occorra comunque prendere atto, e
che alcuni aspetti delle politiche socialiste degli ultimi vent’anni debbano essere riveduti (con uno
di quei ripensamenti che i Socialisti sono peraltro ben abituati a fare). Ci sono orientamenti di
politica e sociale che ci pare debbano essere rimessi senz’altro discussione.
Ma, ancor prima di questo, ci sembra occorra innanzitutto ridare vigorosamente slancio (ed
infondere ad un tempo entusiasmo ideale e concretezza politica) al progetto di Unità Europea,
nella prospettiva federalista dei liberalsocialisti Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.
I Socialisti devono spingere per giungere al più presto possibile (attraverso le tappe della
Costituzione Europea, della Politica Estera Europea e dell’Esercito Europeo) alla realizzazione
degli Stati Uniti d’Europa” e di un vero Governo Federale Europeo. Il tema del federalismo
europeo deve tornare con forza al centro dell’agenda politica dei Socialisti di tutt’Europa.
Occorre inoltre ridare coesione alla politica socialista. La creazione di un Partito Socialista Europeo
effettivamente sovranazionale e con iscrizione diretta (e non solo attraverso partiti nazionali) è uno
degli strumenti indispensabili per una ripresa del Socialismo democratico nel nostro continente.
L’Appello che abbiamo lanciato a Volpedo lo scorso 29 novembre, e che è posto alla base
dell’iniziativa che ci ha spinti ad agire propone precisamente, come proprio fondamentale punto
qualificante, la questione della trasformazione del PSE in un grande partito TRANSNAZIONALE.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
Il socialismo europeo deve inoltre necessariamente confrontarsi con i movimenti di cambiamento
politico e sociale degli altri continenti, con particolare attenzione all’America centrale e meridionale,
ove sulla tradizione politica del Socialismo (un Socialismo per il XXI secolo) sono in corso
riflessioni importanti che meritano di essere ascoltate ed approfondite. La presenza solidale del
socialismo democratico europeo con le esperienze dell’Argentina, della Bolivia, del Brasile, del
Cile, dell’Ecuador, del Paraguay, del Perù, dell’Uruguay e del Venezuela deve essere di sostegno
ed aiuto per le forze progressiste di quei paesi, anche per evitare le ricorrenti tentazioni del
caudillismo e del populismo, dalle quali la sinistra indio-latino americana non è sempre immune.
Occorre infine che i Socialisti, a cominciare da quelli europei, siano in grado di rilanciare con forza
il ruolo e l’iniziativa dell’Internazionale Socialista quale grande soggetto politico in grado di
proporre e promuovere in tutto il mondo politiche di pace, contribuendo ad affrontare e a risolvere i
grandi nodi dello scacchiere internazionale. La prospettiva di una Terra sempre più dilacerata da
grandi “conflitti di civiltà”, e sempre più prigioniera dello scontro tra identità contrapposte, e tra
fanatismi aggressivi, non è in alcun modo compatibile con l’aspirazione dei Socialisti a
promuovere, viceversa, una prospettiva di pacifica coesistenza (e anzi di dialogo, di comprensione
reciproca e di fraternità) tra i popoli e le culture. Il mondo ha insomma un disperato bisogno di un
nuovo internazionalismo, e i Socialisti hanno il dovere di rendersi attivi nel farsene i propugnatori.
E’ compito inoltre dei Socialisti e dell’Internazionale – che deve evidentemente uscire dalla sua
ottica solo eurocentrica per diventare il vero riferimento politico della Sinistra mondiale – prendere
ovunque iniziative efficaci e concrete a favore dei diritti umani, della libertà e della democrazia. La
pena di morte, la tortura, la discriminazione etnica, religiosa o sessuale, la repressione o la
negazione della libertà sono orrori che i Socialisti devono ovunque contrastare e combattere, e
devono sostenere le battaglie di chi, nei rispettivi paesi, se ne rende interprete e fautore.
5. ECOLOGIA, ECONOMIA, LAVORO: IL MANIFESTO DI MADRID.
Non meno rilevanti sono le responsabilità che dovranno incombere sui Socialisti in ordine alle
grandi questioni ecologiche. Il futuro del pianeta dovrà essere più equilibrato e rispettoso della
natura e dell’ambiente. L’alternativa sono infatti nuove calamità naturali e nuove tensioni
economiche e sociali, con crescente minaccia alla pacifica convivenza tra i popoli e ad una
soluzione negoziata dei problemi tra nazioni.
L’ingresso di molti paesi del cosiddetto terzo mondo tra i territori che utilizzano le risorse naturali
per migliorare la propria qualità della vita rende imprescindibile la ricerca di un adeguato equilibrio
tra i sovra-consumi dei paesi sviluppati, i bisogni del mondo emergente e la tutela dell’ambiente.
Non è più sufficiente ragionare soltanto sull’idea di uno “sviluppo sostenibile”: occorre pensare ad
un nuovo modello per il progresso dell’umanità che non sia pura rapina delle risorse.
Pensare a delle società “diversamente ricche” diviene compito essenziale dei Socialisti.
In questa prospettiva si colloca naturalmente anche il discorso sulle politiche economiche e sociali
e sulle ricette per uscire dalla grande crisi finanziaria che si è venuta ad aprire nel corso del 2008.
L’origine prima della crisi può essere ravvisata nella deregulation più completa dei mercati
finanziari, compiuta in nome del libero sprigionarsi degli “spiriti animali” del capitalismo. Si risponde
dunque alla crisi con un ritorno alle regole, e con la capacità di proporle e di elaborarle, di
riconsiderare urgentemente la possibilità di riquilibrare il rapporto capitale-lavoro.
Il Socialismo ha sempre perseguito l’idea che la società (ed il mercato), lungi dal dover essere
lasciati a se stessi, possano essere utilmente governati ed orientati. Esso ha dunque tutte le
credenziali per proporsi come la forza più credibile per poter porre fine al dilagare della
deregulation selvaggia.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
Ripensare al ruolo dello Stato e della mano pubblica in economia non pare un tema estraneo ad
un programma politico socialista.
Qui non si tratta, evidentemente, di rassegnarsi ai vecchi modelli di nazionalizzazione
dell’economia, in base al principio, per nulla socialista, della privatizzazione dei profitti e della
collettivizzazione delle perdite. Non è Socialismo salvare una banca dal fallimento e rifornirla del
denaro dissipato in speculazioni sconsiderate. Si tratta semmai di affrontare il nodo delle
transazioni finanziarie virtuali, che cioè non corrispondono né ad uno scambio di merci, né ad un
investimento diretto.
Le emissioni di prodotti finanziari privi di garanzie minime di riserva, la tassazione delle transazioni
finanziarie ed un atteggiamento coerente nei confronti dei cosiddetti paradisi fiscali possono
essere tra gli obiettivi politici da perseguire.
E’ chiaro in ogni caso che occorre immaginare regole che agiscano e facciano sentire la loro
vigenza a livello internazionale, perché se le banche e le altre istituzioni creditizie agiscono a livello
mondiale, anche le regole non possono evidentemente essere nazionali ma devono essere a loro
volta globali.
Le ricette per fronteggiare la crisi, insomma, rimandano anch’esse alla capacità del movimento
socialista di farsi sentire a livello sovranazionale, ed anche di incidere su quelle istituzioni
economiche internazionali (il Fondo Mondiale Investimenti, la Banca Mondiale, il WTO) che furono
a suo tempo pesante a garanzia della stabilità e dell’equilibrio del commercio mondiale, ma che
sono in seguito divenuti i grandi propugnatori del neoliberismo.
Il lavoro è l’altro grande orizzonte, da sempre al centro dell’attenzione dei Socialisti. Esso non può
essere concepito come un costo; né la flessibilità può essere accettata al di fuori di un contesto di
sicurezza sociale.
Noi ci poniamo l’obiettivo di rendere il lavoro più sicuro, più coinvolgente e più dignitoso. E
vogliamo incoraggiare ed accrescere la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese,
così come vogliamo sostenere, anche forme di parziale controllo democratico delle grandi forze
dell’economia.
Vogliamo inoltre ridurre la crescente dilatazione dello squilibrio salariale. Il mercato lasciato a se
stesso genera disuguaglianze. Ma il Socialismo ha sempre perseguito e persegue finalità
redistributive. Ed ha sempre immaginato più eguaglianza e pari opportunità per tutti: che si tratti di
accesso all’istruzione o alle cure sanitarie, come anche di possibilità di carriera, di agevolazioni sul
mercato del lavoro, di disponibilità di mezzi economici, o di trattamento salariale. Il divario pauroso
tra gli stipendi stratosferici di managers e dirigenti coperti d’oro (e di astronomiche stock options) e
le paghe modeste o modestissime di milioni di lavoratori, da cui si pretende oltre tutto una
flessibilità che tende assai spesso a configurarsi come precarietà, non pare più accettabile.
La precarizzazione del lavoro non è una prospettiva in cui i Socialisti si possano riconoscere e la
flessibilità può essere concepita solo come un’opportunità per perfezionarsi e di valorizzare il
proprio talento. Non vogliamo abbattere l’economia di mercato. Ma crediamo in un’economia
sociale di mercato, che si preoccupi di tutelare i più deboli, e favorisca la solidarietà fra le
generazioni.
Insomma, la prospettiva di un mondo più solidale, più pulito e con una sensibile riduzione
dell’enorme squilibrio tra ricchi e poveri deve tornare ad essere vista come un obiettivo
perseguibile. Il manifesto del Partito Socialista Europeo approvato a Madrid il 1° dicembre 2008 va
in questa direzione.
Esso si propone di rimettere in moto l’economia, di rilanciare l’obiettivo della piena occupazione, di
combattere la povertà e ridurre la disuguaglianza, di assicurare ad ognuno una vita decente e
dignitosa, di porre l’Europa al centro dell’iniziativa sui grandi cambiamenti climatici, di promuovere
l’eguaglianza di genere, di governare con giustizia ed equità i processi migratori, di promuovere nel
mondo pace, sicurezza, e sviluppo.
Noi ci riconosciamo in quel manifesto. E ce ne dichiariamo degli aperti sostenitori.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
6. LA RICOSTRUZIONE DI UNA SINISTRA IN ITALIA.
Pensiamo che l’Europa debba diventare il punto di riferimento primario dell’azione politica dei
Socialisti, e per questo vogliamo un grande Partito Socialista Europeo, in cui tutti cittadini europei
si possano riconoscere.
Ma questo obiettivo non ci fa perdere di vista i numerosi problemi italiani.
La Sinistra in Italia, in tutte le sue espressioni, è oggi fuori dal Parlamento. E’ un caso unico nel
panorama politico europeo.
La ricostruzione di una Sinistra con vocazione maggioritaria, cioè in grado di proporsi alla guida del
Paese con un proprio programma plausibile e convincente, sarà lunga, complessa e difficile. Non
ci sono scorciatoie tecnico-elettorali.
La ricostruzione può essere il risultato soltanto di un paziente lavoro politico-culturale e della
riscoperta di una dimensione etica della politica: questa è la via obbligata per sconfiggere i modelli
di vita e gli pseudo-valori imposti dalla comunicazione di massa, fortemente dominata da monopoli
ed oligopoli dell’informazione.
La Sinistra deve elaborare proposte credibili, perché realizzabili: deve dunque essere portatrice di
“concrete utopie”.
Le politiche fiscali sono uno dei settori più significativi a tale proposito. Il clima di ribellismo antifiscale
che ha a lungo serpeggiato nel Paese deve essere contrastato in nome di una più forte
consapevolezza della contrasto (anche culturale) nei confronti delle istanze egoistiche ed
individualistiche che vi sono sottese.
A questo individualismo egoistico e disgregatore occorre contrapporre un più forte spirito
comunitario e solidaristico. Pagare le tasse è bello: diceva un ministro delle finanze di Centro-
Sinistra. La frase è stata spesso considerata paradossale ed assurda. Ma a nostro avviso essa
esprime invece tutto l’orgoglio che i cittadini di una qualunque comunità civile dovrebbero provare
nei riguardi della loro condizione di appartenenza alla comunità stessa. In quelle parole si riscopre
il sapore di un autentico spirito civico, di una seria cultura della legalità, ed anche vero del senso
dello Stato e delle istituzioni.
E’ bene inoltre che si comprenda che senza imposizione fiscale non vi sarebbero mezzi per
assicurare servizi universali accessibili a tutti, con controlli degli utenti e dei cittadini e delle loro
associazioni. Compito della Sinistra è dunque battere su questo terreno, e riproporre con forza, tra
l’altro, il tema della lotta all’evasione come un prioritario obiettivo non soltanto politico, ma anche
culturale, morale e civile.
Sempre in tema di fiscalità, peraltro, appare difficilmente contestabile il fatto che salari, stipendi,
pensioni, redditi professionali e di lavoro autonomo, abbiano sinora costituito, insieme con la
proprietà immobiliare, la base fiscale imponibile prevalente. Le rendite finanziarie hanno invece
goduto di un trattamento privilegiato. Nelle imposizioni fiscali occorre dunque ristabilire un giusto
equilibrio, innalzando la tassazione delle rendite e diminuendo le imposte, a partire da quelle
indirette. Occorre infatti ristabilire equità e proporzione nella fiscalità. Non c’è giustizia, infatti, se
non si contribuisce allo Stato ed altre articolazioni politiche amministrative territoriali
proporzionalmente ai propri redditi ed alla propria ricchezza.
L’ampliamento dell’intervento pubblico nell’economia, che oggi viene invocato persino da coloro
che fino a ieri decantavano la piena libertà del mercato, è una prospettiva che si può e si deve
prendere in considerazione. Ma esso deve privilegiare la trasparenza ed i controlli (soprattutto in
un paese come l’Italia, su cui incombe la zavorra delle organizzazioni criminali). La mera proprietà
statale non è infatti garanzia di interesse pubblico e generale, come insegna l’esperienza sovietica
e di tante imprese pubbliche in Italia. L’impresa pubblica può ad esempio essere strumento di
gruppi di interessi privati: dal management alle corporazioni ed alla casta politica.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
Si tratta allora di favorire in primo luogo la partecipazione ai processi gestionali da parte dei
dipendenti, così come i poteri di controllo da parte degli utenti e dei consumatori, soprattutto nel
caso di imprese che gestiscono pubblici servizi.
La moda delle privatizzazioni, considerate in tempi recenti come la panacea di ogni male, si è
rivelata d’altro canto come il canale per consegnare servizi pubblici agli speculatori (locali o
internazionali). In Italia, in particolare, le privatizzazioni, compiute solitamente con esborsi minimi
da parte dei privati, hanno comportato la svendita del patrimonio delle aziende pubbliche,
l’aumento delle tariffe per gli utenti, e la precarizzazione dei dipendenti. In nome di una vera e
propria idolatria del “privato” si è cioè di molto ridotta la “felicità collettiva”.
Noi Socialisti riteniamo che non si debba più parlare di privatizzazioni in Italia prima che una
commissione parlamentare di inchiesta non abbia fatto luce sugli abusi che hanno accompagnato
questa vera e propria smania dismissoria, a cominciare da quello che è forse il caso più
scandaloso: la privatizzazione delle autostrade.
Esistono del resto alcuni beni e servizi pubblici, a cominciare ad esempio dall’acqua, dalle ferrovie,
dalla scuola, o dalla sanità rispetto ai quali la sola idea di privatizzazione dovrebbe essere in
realtà rigettata a priori. Piuttosto c’è semmai l’esigenza di incrementare l’investimento pubblico in
alcuni settori.
L’istruzione a tutti i livelli e la ricerca scientifica rientrano certamente tra questi; e molti dei risparmi
che si dovrebbero ottenere con una razionalizzazione delle spese dovrebbero essere reinvestiti in
questo comparto, riallocando rilevanti risorse umane in alcuni settori deficitari, come quello della
lotta al crescente analfabetismo di ritorno degli adulti.
C’è altresì l’esigenza oramai inderogabile di fare funzionare in maniera qualitativamente efficace la
Pubblica Amministrazione tanto statale quanto delle regioni e di altri enti locali.
Un altro asse portante di un serio programma riformatore socialista e di Sinistra non può che
essere costituito, evidentemente, anche da serie politiche del lavoro.
Il lavoro, come già si diceva, è il naturale riferimento che ogni forza che si richiama agli ideali del
Socialismo deve avere.
Ma oggi, dopo trent’anni di liberismo, ci troviamo di fronte ad un mondo dei lavori estremamente
frammentato, in cui a fronte dello stesso prodotto o dello stesso servizio il salario è diverso e le
garanzie sono diseguali. E’ tempo dunque di riconquistare in Italia, così come in Europa e nel
Mondo, la rappresentanza dei lavoratori. Il quarto stato deve tornare ad essere rappresentato dai
socialisti e dalle loro politiche riformatrici.
Nella ripartizione della ricchezza prodotta deve essere privilegiata la componente del lavoro, di chi
fa del lavoro la propria ragione di vita, riducendo drasticamente i privilegi sinora garantiti alla
rendita finanziaria.
Nel contempo, non confondendo finanza e profitto, non dobbiamo avere timore di dichiarare che
debba essere sostenuta l’impresa produttiva che genera occupazione stabile e di lunga durata.
Pensiamo inoltre che debbano essere incoraggiate le forme associative e cooperative di impresa
(e non solo nel settore terziario). E pensiamo altresì, da socialisti, che vadano favoriti i processi
che portino verso forme concrete di coinvolgimento e di partecipazione dei lavoratori alla gestione
delle imprese stesse.
Infine dobbiamo operare per promuovere un nuovo processo per l’Unità sindacale, non sono più
sostenibili strutture sindacali che corrispondono alle vecchie divisioni ideologiche del tempo della
guerra fredda, i lavoratori chiedono che, anche in Italia, vi sia un solo sindacato che risponde ai
loro bisogni e non alla salvaguardia di nomenclature sempre più avulse dalla realtà.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
Un grande ed altissimo compito attende insomma la Sinistra italiana. Ma proprio per l’ampiezza di
questi obiettivi, noi siamo convinti che la realizzazione di un simile, profondo rinnovamento, non
possa in alcun modo essere delegata ad un solo partito o ad un suo gruppo dirigente; e neppure
ad un’avanguardia illuminata.
Il rilancio della Sinistra in Italia, e la costituzione di una grande forza di progresso, larga, plurale ed
autonoma (e nel contempo legata al Socialismo Europeo), dovrà essere invece il compito collettivo
di una Sinistra larga, plurale ed autonoma e nel contempo il frutto dell’impegno individuale di tutti
coloro che la compongono.
7. IL GRANDE NODO DELLA LAICITA’ E DEI DIRITTI CIVILI.
Nel mondo in generale, ma nello specifico contesto italiano in modo per certi versi ancora più
spiccato, assumono un rilievo e un’urgenza del tutto particolari anche le questioni di difesa della
laicità. Noi siamo laicisti, nel senso che intendiamo la laicità non solo come una condizione
esistenziale statica, o come un dato di fatto di cui prendere atto, ma come un valore da
incoraggiare e promuovere.
Difendere e promuovere la laicità non significa peraltro contrapporsi ai credenti. La laicità infatti
non si contrappone in linea di principio alla fede, ma solo all’intolleranza, alla volontà di
prevaricazione e alla pretesa di imporre agli altri il proprio punto di vista, i propri valori o la propria
visione del mondo. Il Socialismo, in questo senso, è sempre stato profondamente laico, ma ha
anche sempre avuto molti punti di contatto con le religioni (quando queste non siano state
concepite in termini oscurantisti o fanatici).
E’ ben noto del resto che le più lontane radici del pensiero socialista affondano in sentimenti di
anelito per l’eguaglianza e per la giustizia di cui non è difficile scorgere anche precise matrici di
carattere religioso. Sta di fatto, perciò, che tutti i credenti, a qualsiasi religione appartengano,
quando privilegiano l’amore per il prossimo, la carità, la pietà, e la valorizzazione della dignità
umana si ritrovano in realtà a condividere gli stessi valori dei Socialisti, e ad essere dei loro alleati
naturali nell’impegno di far sorgere una società più giusta su questa terra.
Ciò non toglie che la questione della laicità sia per i Socialisti, una questione assolutamente
centrale. Noi condividiamo del resto quanto lapidariamente sentenziato nel 1989 dalla corte
costituzionale, laddove l’ha definitiva “principio supremo della Costituzione”
Della laicità sono possibili almeno tre diverse chiavi interpretative: tutte tre rilevanti ed essenziali.
La prima di esse consiste nella laicità intesa come metodo laico.
Questa è la cosiddetta accezione “debole” della laicità, concepita come un metodo tollerante di
coesistenza delle diverse etiche possibili o come una procedura consensuale di decisione nello
spazio pubblico, che escluda riferimenti ad autorità esterne superiori (lo Stato, la Chiesa, il Partito,
la Scienza, la classe medica, la Famiglia, la Comunità ecc.) e facendo viceversa appello
all’autonomia argomentativi di ciascuno. E’ questa una concezione prepolitica o metapolitica della
laicità, alla stregua della democrazia e del liberalismo; tale concezione critica si ispira ai valori del
pluralismo, della libertà, del rispetto; ed anche al principio dell’autonomia reciproca fra fede
religiosa e politica.
La laicità come metodo è inoltre basata sul libero e pubblico dibattito, in cui a ciascuno sia
garantita la possibilità di avanzare punti di vista ed argomenti e di vederli difesi; ciò appare tanto
più essenziale nella società contemporanea, sempre più multietnica, multiculturale e multireligiosa.
Il metodo laico implica che gli attori pubblici rinuncino concordemente ad applicare alla sfera
collettiva, pubblica e politica i propri principi, verità e valori religiosi ed etici “ultimi”, assoluti e non
negoziabili (inevitabilmente configgenti con verità religiose e valori etici ultimi altrui) ed a volerli
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
imporre a tutti i cittadini in forza di legge.
Naturalmente, pur ribadendo l’attualità e la validità della tradizionale distinzione liberale fra
dimensione pubblica e dimensione privata, il metodo laico non ha obiezioni di principio da opporre
al fatto che le agenzie e le istituzioni ecclesiastiche delle diverse fedi religiose rivendichino un
ruolo attivo nel dibattito pubblico; ma ciò presuppone che i soggetti religiosi, nell’argomentare
pubblicamente le proprie ragioni, rinuncino ad utilizzare, nella fase deliberativa che porta alla
produzione delle leggi (la cosiddetta “sfera pubblica”), argomenti teologici o di fede e si limitino
invece a servirsi di argomenti razionali e ragionevoli, confutabili e falsificabili.
La seconda definizione, consiste nella laicità intesa come etica laica.
Questa è la cosiddetta accezione “forte” della laicità, che, al di là delle eventuali appartenenze
religiose individuali, prescinde da qualsiasi riferimento al divino ed al metafisico ed individua un
filone comune di idee di fondo e di principi che si traducono poi in alcune posizioni sostanziali.
Si tratta di una laicità “attiva”, rispettosa della libertà e dell’identità di ciascuno,che parla alle
coscienze dei singoli cittadini, per ampliare la fruizione di diritti civili a chi non ne gode, per
estendere “diritti di cittadinanza” a chi ne è escluso, per aprire per tutti e per ciascuno nuovi spazi
di libertà, in una società aperta, accogliente ed inclusiva.
La terza definizione rimanda al tema della laicità delle istituzioni.
La laicità, intesa come neutralità delle Istituzioni, è infatti fondata sulla separazione giuridica fra
Stato e chiese e si oppone allo Stato confessionale e allo Stato etico, cioè allo Stato che assume
come propria una determinata etica (religiosa, filosofica o ideologica) e ne privilegia i fedeli rispetto
ai seguaci di altre etiche.
Lo Stato laico di diritto, nel produrre le leggi, deve preoccuparsi non di prescrivere comportamenti
informati ad etiche di parte (come pretenderebbe la Chiesa cattolica), bensì di aprire nuovi spazi di
libertà ed opportunità di scelta ai cittadini, portatori di etiche individuali differenti: né occorre
realizzare un ethos pubblico condiviso (magari deciso dallo Stato!), quanto piuttosto la capacità di
far coesistere pacificamente differenti ethos divisi e financo divisivi.
Diritti delle donne e delle persone omossessuali, lesbiche e transessuali, PACS, testamento
biologico ed eutanasia, riforma della legge sulla fecondazione assistita, riforma della legge sulle
adozioni, divorzio breve, aborto farmacologico, legalizzazione della sterilizzazione volontaria,
pillola del giorno dopo, legalizzazione della prostituzione volontaria, antiproibizionismo nella lotta
alle tossicodipendenze (e dunque liberalizzazione di droghe leggere e medicalizzazione di droghe
pesanti), valorizzazione della scuola pubblica e laica, abolizione consensuale del Concordato e
stipula di un’intesa con la Chiesa cattolica, riforma dell’otto per mille e del sistema di
finanziamento pubblico alle confessioni religiose, superamento dell’insegnamento confessionale
della religione cattolica nella scuola pubblica, legge sulla libertà religiosa: sono tutti temi su cui
declinare concretamente i concetti di laicità delle istituzioni e di un’etica laica e libertaria volta
all’estensione dei diritti civili e di cittadinanza.
Noi, uomini e donne di Sinistra, Socialisti e libertari del Nord Ovest d’Italia ci sentiamo impegnati
su tutti e tre i versanti, e crediamo che il tema della laicità, in questa triplice accezione, lungi dal
poter essere relegato come questione marginale debba invece divenire punto qualificante del
nostro impegno politico e culturale.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
8. REGIONALISMO E FEDERALISMO.
Un ultima questione che ci pare importante è quella del Federalismo.
Come infatti in Europa i Socialisti devono rilanciare con forza il progetto del Federalismo europeo,
così in Italia le forze della Sinistra dovranno avere la capacità di rivisitare e rivalutare,
nell’ordinamento interno della Repubblica Italiana. gli ideali del federalismo democratico e solidale
ispirato da Carlo Cattaneo.
Da Cattaneo a Salvemini, da Rosselli, a Calogero e Capitini, da Calamandrei, ad Ernesto Rossi ed
Adriano Olivetti, da Umberto Campagnolo a Silvio Trentin, da Altiero Spinelli a Norberto Bobbio, il
liberalsocialismo è stato la vera linfa vitale del pensiero federalista (italiano quanto europeo).
Appare delittuoso lasciarlo ora alle posizioni rozze ed incolte della destra leghista e separatista,
che di quei principi fecondi fornisce una versione populista e caricaturale.
Il Federalismo non può e non deve essere inteso come un processo volto semplicemente a
separare. Federare significa unire attraverso dei patti, non dividere.
Noi concepiamo dunque il Federalismo come un fattore unificatore, che riduca la distanza tra il
cittadino e le istituzioni, mentre per contro rigettiamo ogni declinazione del concetto di Federalismo
in termini di innalzamento di steccati localistici ed anti-unitari.
Dal punto di vista istituzionale noi siamo ad esempio per rafforzare le istanze municipalistiche. E
crediamo nel contempo che l’autonomia di corpi come le Regioni si possa combinare con forme di
integrazione dell’azione amministrativa interregionale. La stessa Costituzione, in particolare all’art.
117 (modificato nel 2001), già consente di superare barriere burocratiche, prevedendo, ad
esempio, la possibilità di intese tra più regioni, come pure tra regioni italiane e Stati esteri (o
regioni di Stati esteri).
Lungo gli assi fluviali del Ticino, del Po e dell’Adige, ma anche sulle Alpi Occidentali, si riscontrano,
ad esempio, necessità di coordinamento di interventi pubblici ed esigenze di protezione
ambientale che sembrano decisamente richiedere forme di iniziativa che travalichino i meri confini
regionali e nazionali. Viceversa sembra in realtà superabile l’istituto delle province, soprattutto per
quanto concerne le aree di grandi città come Milano, Torino e Genova che paiono avere
caratteristiche oggettive per poter diventare le prime città metropolitane d’Italia.
Lo stesso dicasi per molti piccoli o piccolissimi Comuni (magari soltanto di poche decine o centinai
di abitanti), per i quali appare in realtà del tutto ragionevole immaginare forme più coerenti di
aggregazione amministrativa.
In generale ci pare che l’attuale struttura della Pubblica Amministrazione (e la prassi dei suoi
interventi, spesso orientati dall’elettoralismo e dal clientelismo, quando non da vere e proprie
pratiche corruttive) sia in realtà tendenzialmente inadeguata. Si tratta naturalmente di promuovere
una maggiore cultura del buon governo e della legalità. Ma anche di favorire lo sviluppo di una
Pubblica Amministrazione ispirata a criteri di efficienza e di efficacia, come pure di imparzialità.
Meno burocrazia e dirigenti e funzionari meglio pagati e qualificati (e dunque anche più
responsabili) ci paiono obiettivi intelligenti per una migliore interazione pubblico-privato e per dei
servizi pubblici di qualità.
“IL MANIFESTO SOCIALISTA DI VOLPEDO”
9. I NOSTRI INTERLOCUTORI.
Questo manifesto si prefigge lo scopo di rilanciare un pensiero ed un’azione politica di chiara
ispirazione socialista, e di prefigurare la possibilità di trasformare l’attuale Partito Socialista
Europeo in un grande partito socialista transnazionale, che si ponga tra l’altro l’obiettivo di
promuovere un’effettiva integrazione europea.
A farsene promotori sono dei circoli di cultura socialista e libertaria, concentrati nell’area del Nord-
Ovest italiano. Sono i circoli che hanno promosso, nel novembre del 2008, l’Appello di Volpedo.
Destinatari primi di questo documento sono invece, evidentemente, tutti i cittadini e le cittadine,
cioè gli uomini e le donne, i compagni e le compagne che abbiano a cuore le medesime finalità
che nel manifesto sono indicate; che si riconoscano nell’ideale di una società più libera e più
giusta; e che, a prescindere dalle loro scelte contingenti in questa o quella organizzazione (o
anche in nessuna), si sentano impegnati personalmente nel mantenere viva e rilanciare la
prospettiva socialista in Italia, in Europa e nel mondo.
Guardiamo naturalmente anche ai giornali, alle riviste ed ai media, che alla tradizione socialista
fanno riferimento, in Italia ed all’estero, così come ai circoli, alle associazioni, e alle fondazioni, ed
anche, naturalmente, ai partiti ed ai sindacati.
Consideriamo però prioritaria, ai fini di un effettivo rilancio del Socialismo, la necessità di pensare
ad un movimento che scaturisca e si sprigioni dal basso, attraverso un processo di presa di
coscienza e di mobilitazione civile, che assuma, tra l’altro, quali principi ispiratori, quei valori e
quegli ideali di legalità, di laicità e di moralità (nel senso anche di rigore e di intransigenza) che un
tempo erano il tratto più peculiare degli antichi socialisti, e che in epoche più recenti sono stati
invece troppo spesso obliterati e dimenticati.
Con i partiti, in particolare, siamo dunque pronti ad aprire un dialogo anche serrato, e ad instaurare
rapporti anche stretti di collaborazione, a condizione però che essi accettino di rimettersi in
discussione e di confrontarsi su un piano di parità con la società civile della Sinistra e con le sue
espressioni associative-culturali, di ricerca e di azione concreta nella società.

Annunci

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Politica, Socialismo. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...