La parabola della cultura politica socialista in Italia. L’esigenza di recuperare i suoi valori più autentici ed attuali

La parabola della cultura politica socialista
in Italia. L’esigenza di recuperare i suoi valori
più autentici ed attuali

La cultura politica del PSI del periodo repubblicano andò delineandosi in modo chiaro dopo il 1956 con la fine della politica frontista.
Se il Fronte Popolare aveva pure avuto i suoi risvolti positivi nelle grandi battaglie per la difesa dei diritti dei lavoratori e della povera gente (ricordiamo il periodo dell’occupazione delle terre come momento centrale nell’emancipazione delle masse meridionali) gettò la sinistra nel più atroce conformismo intellettuale ed ideologico, sia per la politica di fedeltà a Stalin ed all’Unione Sovietica fatta propria dal PSI di Nenni e Morandi, sia per l’incapacità della cultura socialista di liberarsi dall’egemonia ideologica comunista che si fondava sulla “doppiezza togliattiana”.
Ma il 1956, con i fatti di Ungheria a fare da detonatore, cambia tutto: il PSI si sveglia dal torpore ed inizia una elaborazione politica ed ideologica pienamente autonoma, sia per cercare di definire un suo ruolo autonomo ed originale nella sinistra, sia per contribuire al profondo rinnovamento della sinistra italiana dopo il crollo del mito di Stalin.
Non voglio fare la storia politica del PSI del dopoguerra, voglio piuttosto cercare di individuare i tratti salienti di quel virtuoso periodo di “autonomia socialista.”
Lombardi, Giolitti, Basso, Foa furono i protagonisti più interessanti del dibattito interno al PSI. Ma Lombardi e Giolitti (il primo in particolare) furono quelli che focalizzarono i connotati centrali della strategia socialista che prevalse agli inizi degli anni 60 e portarono al primo governo di centro-sinistra (col trattino ben netto).
In quel processo di revisionismo socialista (revisionista rispetto al frontismo ed al leninismo primitivo) si incrociano, si sedimentano e sintetizzano diverse radici culturali convergenti: il marxismo democratico (austromarxismo, Mondolfo ecc), il socialismo riformatore e libertario di Rosselli e di GL, le suggestioni del radicalismo libertario di Rosa Luxemburg, la cultura postkeynesiana della scuola economica di Cambridge (Joan Robinson, Nicholas Kaldor). Fino a definire una chiara identità ideologica di un partito che individua la sua missione storica nell’avviare una transizione democratica e graduale al socialismo mediante le riforme di struttura e la programmazione democratica dell’economia, la modifica dei rapporti di potere fra le classi. L’intervento pubblico nell’economia (con la programmazione e la gestione pubblica dei settori strategici dell’economia) e la democrazia economica con lo sviluppo dei contropoteri ne rappresentano cardini essenziali.
Quindi il progetto politico del PSI si colloca più a sinistra rispetto al programma di Bad Godesberg della SPD tedesca il quale delinea un compromesso di fatto permanente con il capitalismo. La SPD si pone come obbiettivo la riforma anche profonda del capitalismo, introducendovi elementi di socialismo, ma lo accetta come orizzonte invalicabile (o almeno questa è l’interpretazione prevalente di quel programma).
La posizione del PSI (almeno fino al 1980) è invece rivolta ad immaginare un processo di trasformazione socialista (che esclude rotture rivoluzionarie) dall’interno del sistema ma finalizzate ad un superamento del suo orizzonte storico. In tale quadro il compromesso con il capitalismo non è rifiutato, ma non viene considerato come un dato permanente ed immutabile, ma dinamico e conflittuale che mette in discussione permanentemente equilibri di potere per crearne di più avanzati. Tale impostazione influenzerà anche i socialisti francesi e settori importanti dell’intellettualità di sinistra di quel paese. Gilles Martinet ed Andrè Gorz furono molto influenzati da Riccardo Lombardi (come in Italia ne fu influenzato un grandissimo sindacalista ed intellettuale comunista come Bruno Trentin).
Più volte ho rilevato come parti importanti della socialdemocrazia europea abbiano, negli anni 70, cercato di andare oltre il programma di bad Godesberg (che resta rispettabilissimo); in particolare la socialdemocrazia svedese (la più avanzata nelle sue realizzazioni) si pose il tema di concepire un socialismo democratico gradualmente oltre il capitalismo con il piano Meidner.
Ma queste posizioni furono sconfitte, negli anni 80, dall’inizio dell’ondata di destra della restaurazione capitalistica e liberista che esercitò una forte egemonia culturale. I partiti socialisti e socialdemocratici (e gli stessi partiti comunisti occidentali) rinunciarono a progetti ambiziosi per ripiegarsi piuttosto a difendere le conquiste sociali ottenute in Europa.
Si apre quindi negli anni 80 una fase storica e politica difensiva della sinistra e del socialismo.
Il craxismo va letto in tale prospettiva.
Nei primi anni 80 il PSI cerca di attenuare il radicalismo degli anni 60 e 70 mediante una operazione culturale che fa rientrare il PSI nell’ambito della socialdemocrazia classica: quella di Bad Godesberg. Nella Conferenza di Rimini dell’82 si supera il Progetto Socialista del 1978 (che continua ad individuare nel trascendimento del capitalismo la meta storica del socialismo) e si accetta l’idea di un compromesso permanente con il capitalismo, che comunque pone il PSI in conflitto con il liberismo reganiano e Thatcheriano. Craxi personalmente rimase sempre su questa posizione.
E’ nella seconda metà degli anni 80 che si sviluppa nel PSI una subcultura che tende a mettere in discussione anche la socialdemocrazia classica e far marciare la cultura del PSI verso un modello liberaldemocratico che tende a modificare radicalmente il DNA stesso del partito ed a riscrivere la storia stessa del PSI per fondare sull’anticomunismo la sua identità.
E’ una gigantesca opera di mistificazione storica, politica e culturale, compiuto da personaggi che andrebbero cancellati dalla memoria socialista: Amato il gesuita, De Michelis il modernizzatore dannunziano, Martelli il Dandy liberal.
In realtà solo Ruffolo e Formica si opposero con decisione a tale “stupro” della memoria socialista. Uno stupro che ha purtroppo riguardato una riscrittura della storia di tipo staliniano. Così si è cercato di individuare in Rosselli l’iniziatore di un liberalsocialismo anticomunista, dimenticando il carattere radicale del riformismo socialista del grande martire fiorentino. Si è cercato di recidere ogni legame tra marxismo e storia socialista, dimenticando (o facendo finta) che Turati e Saragat erano marxisti convinti e che il PSI ha sempre mantenuto un rapporto forte , di tipo critico e niente affatto dogmatico con il pensiero di Marx. Se è sbagliato fare di Marx un feticcio ideologico (così come ha fatto il comunismo), se è vero che non esiste più da tantissimi anni il marxismo come dottrina unitaria (ma, come rilevava Lombardi, più marxismi), pensare di troncare in modo netto ogni rapporto tra PSI e marxismo fa parte di una gigantesca mistificazione.
In realtà tale operazione ideologica fa parte del tentativo di elaborare una giustificazione culturale al governismo del PSI di fine anni 80. Un po’ quello che si è fatto su scala più vasta, negli anni 90, con la III via di Blair e Giddens.
La fine del PSI nel 92, non solo non ha liberato la sinistra dalle scorie ideologiche prodotte da Amato e Martelli (che sono state interiorizzate, pur senza ammetterlo, da D’Alema e Veltroni nei DS) ma ha spazzato via la parte migliore della elaborazione socialista.
Da un lato la demonizzazione della parola socialista (gestita da un pezzo del gruppo dirigente postcomunista per inglobare il peggio e non il meglio del PSI) e dall’altro i personaggi come Boselli (ed oggi Nencini) che hanno rivendicato la continuità con quella gigantesca opera di mistificazione politico-ideologica portata avanti da Amato e c.
Oggi si pone dunque il problema di recuperare ciò che è stato malamente buttato a mare. Ed è tanto più importante per noi socialisti impegnati sinceramente nel processo politico di SeL (che ha bisogno di dotarsi di un profilo culturale più netto se vuole diventare partito – come noi riteniamo debba fare)
Oggi che la crisi del capitalismo liberista chiude definitivamente il ciclo aperto negli anni 80, portandosi con se le scorie radioattive dei blairismo e di Schroeder, la sinistra ed il socialismo devono ripensare radicalmente a se stessi se non vogliono divenire realtà marginali.
E sono proprio le elaborazioni socialiste degli anni 60 e 70 che ritornano di attualità. Dalla crisi non esce né con la riproposizione del liberismo né con il ritorno al vecchio e virtuoso compromesso socialdemocratico del 900. Oggi ci troviamo a fare i conti con disuguaglianze e squilibri economici e sociali spaventosi che ci costringono a fare politiche fortemente redistributive (sul modello socialdemocratico) ma anche con la crisi di un modello di produrre e consumare e di un modello di accumulazione che è una chiara minaccia per la sopravvivenza del pianeta.
I socialisti degli anni 70 iniziarono a porsi questo problema. Riccardo Lombardi in particolare il quale sosteneva che la programmazione non doveva solo riguardare la ripartizione del reddito tra consumi pubblici e privati (riconversione della domanda – così come proponeva il PCI nel “piano a medio termine”) ma anche della qualità della produzione e dello sviluppo (riconversione dell’offerta). Un modello alternativo di sviluppo, per Lombardi, doveva basarsi su un nuovo modello di organizzazione sociale e di rapporto tra uomo e lavoro, che contemplasse l’individuazione di un limite alla crescita quantitativa dell’economia. In Lombardi si riaffaccia l’idea di Keynes di uno stato stazionario dell’economia (in equilibrio tra risorse e consumi ma caratterizzato da un continuo mutamento qualitativo del prodotto).
“i socialisti vogliono una società ricca, perché diversamente ricca” così diceva Riccardo nel lontano 1967. Mai affermazione fu più attuale.
Faccio una proposta operativa. Utilizziamo le comunità socialiste su F.B. (“socilaismoesinistra”ad es.) e trasformiamole in movimenti che operano nel processo costituente di SeL. Sia per evidenziare che la cultura socialista non è quella di Nencini, sia per dare un forte contributo di idee a SeL.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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