Analisi di un lombardiano-SOCIALISTI, NON LIBERALI

“Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo, ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, ora accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi. Il nostro antifascismo implica, perciò, una fede positiva, la contrapposizione di un mondo nuovo al mondo che ha generato il fascismo. Questa nostra fede, questo nostro mondo, si chiamano libertà, socialismo, repubblica; dignità e autonomia della persona e di tutti i gruppi umani spontaneamente formati; emancipazione del lavoro e del pensiero dalla servitù capitalistica; nuovo Umanesimo.

Forma moderna della reazione capitalistica, anzi ormai forma tipica di governo verso cui tende in tutti i paesi la classe dominante non appena senta minacciati i suoi privilegi, il fascismo esprime ad un tempo la feroce volontà di difesa della grande borghesia e la irrimediabile decadenza della civiltà che porta il suo nome.

Antifascismo è perciò sinonimo di anticapitalismo, di un anticapitalismo concreto e storico che si giustifica non tanto col richiamo ad un astratto schema teorico quanto con le sofferenze materiali e morali delle grandi masse lavoratrici, il cui destino è il nostro destino, e con la constatata incapacità di una classe dirigente che non riesce neppure a sfamare i suoi servi.”

Ringrazio il compagno Franco da Rif per aver riportato integralmente questo passo di Carlo Rosselli del 1934.

Il povero Rosseli non avrebbe mai immaginato l’uso strumentale del suo pensiero da parte dei grandi annacquatori del socialismo, per ultimo Luigi Covatta.

Ogni autore va letto nel suo contesto storico e sono soprattutto le parole che hanno un particolare significato in ognio contesto, significato diverso da latri contesti.

Nel 1990 in Italia tutti erano diventati liberali, da D’Alema a Fini a Berlusconi.

L’uso disinvolto di tale parola però dipende anche dalla grande indeterminatezza che il termine liberale ha sempre avuto, fin dalle origini. Infatti esso stava a significare il rifiuto dell’assolutismo monarchico senza indicare però un progetto in positivo. Per cui liberali  erano Cromwell e Locke, Roberspierre, Danton e i girondini, Il repubblicanesimo democratico di Mazzini e la monarchia costituzionale conservatrice di Cavour. E indubbiamente, sia pur nella sua indeterminatezza il pensiero liberale contrneva un elemento positivo di emamncipazione. Ma parziale. Il socialismo ha superato e reso obsoleto il liberalismo perchè con il concetto di “democrazia sociale” (vedi Austro-Marxismo) ha di molto esteso e rivoluzionato i diritti di cittadinanza che i liberali confinano nella sfera dei diritti politici. Il socialismo democratico (quello dell’Austro-Marxismo) accetta la difesa e l’ampliamento dei diritti politici, ma estende il concetto di  cittadinanza al campo sociale ed campo economico. Otto Bauer e Rosa Luxemburg dicevano che il socialismo è la piena realizzazione dell’idea democratica che viene estesa dal campo politico-normativo a quello sociale ed economico. Ma è il concetto di democrazia sociale che sottrae al mercato la gestione del lavoro, dei beni sociali e dei beni collettivi, che incontra la sempre più forte ostilità del pensiero liberale dagli anni 70 in poi. Il neo-liberalismo (nelle sue varie forme) si muove proprio contro la idea della democrazia sociale. E cioè che i diritti del lavoro, i diritti sociali siano diritti indisponibili che non possono assolutamente essere variabili dipendenti del mercato capitalistico. Lo scontro con Marchionne di fatto su questo verteva.

E torniamo al povero Rosselli. Egli parlava di “socialismo liberale rivoluzionario” -liberale nel metodo e rivoluzionario nei fini. Ma quel liberalsimo deglia nni 30 (influenza di Benedetto Croce) era sinonimo di “umanesimo democratico” – rispetto per la persona, per le minoranze, democrazia illimitata come mezzo del socialismo concepito esso stesso come filosofia di libertà (in polemica esplicita contro il totalitarsimo staniniano). Roselli ripete ciò che diceva 70 anni prima il socialista anarchico Bakunin “il socialismo senza libertà è oppressione, la libertà senza il socialismo è barbarie e sfruttamento”.

Negli anni 80 e 90 il termine socialsimo liberale è stato esplicitamente usato (da Martelli, Amato e D’Alema) come profondo annacquamento della carica trasformatrice del socialismo. Una operazione cosmetica e deleteria.

Che ha prodotto il pensiero più debole ed annacquato mai visto. Quello del PD. Il quale consiste in un “liberalismo sociale” che accetta i dogmi della economia ortodossa con correzioni sociali. La posizione politica più stupida nel momento in cui il capitalismo è in forte crisi strutturale ( mettendo in discussione apertamente l’idea del “capitalismo fine della storia” che il PD di fatto accetta).

Per cui oggi socialismo e liberalismo stanno su sponde opposte e non conciliabili. Perchè rappresentano due risposte alternative alla evoluzione della società umana.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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