Analisi di un lombardiano-Socialismo democratico e crisi di civiltà

Socialismo democratico e crisi di civiltà

 

 

Quella che viviamo non è una semplice crisi del capitalismo. Ma una più profonda crisi di civiltà. Generata certo dal meccanismo socialmente ed eticamente disgregante del capitalismo neoliberale. Si conferma tutta la validità della tesi di Polanyi (e di cui abbiamo già parlato) del carattere socialmente distruttivo del mercato capitalistico che sfugge a qualsiasi regolazione.

Ma questa non è leggibile come una crisi dell’Occidente in quanto tale, come sostiene il relativismo postmoderno ed il pensiero debole (che anzi tendono a costruire un tipo antropologico funzionale al neoliberalismo). E’ la crisi di quel pezzo di Occidente che si è progressivamente allontanato dall’idea emancipatrice dell’umanesimo rinascimentale  e dall’universalismo kantiano; di quel mondo anglosassone che ha posto i fondamenti utilitaristici del pensiero e della prassi neoliberali.

Jurgen Habermas è quello che meglio ha visto la duplicità della tecnica: fattore di emancipazione e di dominio al tempo stesso. Il capitalismo ha esasperato questo secondo aspetto. Ma ciò, secondo Habermas non può comportare la rinuncia alla tecnica ed alla modernità come sosteneva il suo ex maestro Adorno, ma solo alla visione unilaterale di essa gestita dalla razionalità strumentale-calcolatrice. E di sottoporre la tecnica e la stessa economia al dominio della ragione discorsiva e comunicativa, in definitiva della razionalità sociale. E’ nel conflitto tra dominio della razionalità sociale e dominio della razionalità economica che Habermas vede il conflitto tra socialismo e capitalismo. Ai comunisti Habermas rimprovera di avere una concezione sostanzialista del socialismo inteso come “totalmente altro” rispetto all’esistente (un po’ come nel monoteismo Dio è trascendenza assoluta rispetto al mondo). In questo modo il socialismo finisce per essere un processo storico e politico reale e si confina nel campo della metafisica sociale. Il socialismo democratico è , al contrario, un processo aperto finalizzato al riequilibrio tra l’economico ed il sociale (che implica il riequilibrio tra capitale e lavoro). Era questa del resto l’idea di Polanyi e dello stesso Robert Owen (il più importante tra i socialisti utopisti).

Habermas critica un aspetto del pensiero di Marx (anche se nei suoi confronti si considera debitore) e cioè la sottovalutazione del ruolo della tecnica nei processi di dominio sociale. Anche se Marx, nei Grundrisse, mette il rilievo il carattere capitalistico dell’organizzazione del lavoro (sviluppando qui alcune idee di Proudhon) e dell’uso delle macchine finalizzate al dominio sui lavoratori, non estende tale principio allo sviluppo complessivo delle forze produttive come dominio della razionalità economica sulla società. Del resto i Grundrisse sono frammenti di manoscritti che Marx non aveva destinato alla pubblicazione. E comunque Marx come altri economisti e pensatori dell’800 vede nello sviluppo illimitato delle forze produttive (e quindi della tecnica) la fonte della liberazione dell’umanità dalla necessità. Ed aggiungo che in quel contesto storico non la si poteva pensare diversamente.

Ma questa impostazione economicistica e produttivistica del socialismo (“socialismo scientifico”) plasma il pensiero della I fase della II Internazionale (Kautsky e Plechanov) e quello della III (ma Lenin e Trotzky sono per certi versi figli di Kautsky); quello che li distingue è la scelta politica tra gradualismo democratico e rivoluzione violenta-dittatura rivoluzionaria. Ma fino agli anni 20 il socialismo tende ad oscurare il suo contenuto di emancipazione umana per dare centralità all’elemento econonico (il socialismo si distingue dal capitalismo per essere un modo gestione alternativa e più razionale dell’economia.

Negli anni 20 le cose iniziano a cambiare  proprio all’interno di forze eredi della II Internazionale. Ne abbiamo già discusso ma è utile riprendere il filo. In Austria i socialisti “austro marxisti” Bauer, Adler, Renner, cercano di sviluppare in modo creativo ed originale il marxismo sottoponendolo al vaglio del criticismo kantiano. Senza mettere in discussione il socialismo scientifico (rielaborato però come sociologia e non filosofia della storia) essi rivalutano la centralità dell’elemento etico-umanistico del socialismo, ma a differenza del revisionismo di Bernstein, lo fanno interagire con quello scientifico. L’etica indica i fini del socialismo. La scienza analizza le condizioni oggettive del conflitto e dell’antagonismo sociale che debbono supportate tali istanze. Evitando sia il determinismo (di matrice positivista o hegeliana) sia l’astrattezza etica ed astorica di Bernstein.

Gli austro marxisti ebbero un forte ed intenso rapporto con George H Cole esponente di punta della sinistra socialista e laburista inglese ed ideatore del “socialismo ghildista” che si contrapponeva sia al centralismo autoritario e dispotico sovietico che all’economicismo della destra socialdemocratica. Puntando su un socialismo che pone l’uomo concreto al suo centro e si fonda sul riequilibrio economia-società tramite la netta contrapposizione tra statalizzazione autoritaria  e socializzazione dell’economia fondata su istanze auto gestionali, cooperativitico-comunitarie ed il pieno sviluppo della democrazia economica. Otto Bauer definì il progetto socialista di Cole come il più confacente ad essere applicato nei paesi capitalistici avanzati. Abbiamo anche visto l’influenza sia di Bauer che di Cole su Polanyi (e non mi soffermo). In Belgio c’era un forte partito socialista (con profondo radicamento nel movimento cooperativo e mutualistico) che si trovò in ampia sintonia con tali idee auto gestionali e comunitarie. Pare che gli stessi socialdemocratici svedesi si siano ispirati ai belgi nel progettare il sistema di Welfare scandinavo. Il termine socialismo democratico nasce in quegli anni come chiara indicazione di una “terza via” tra capitalismo e comunismo. In realtà se scaviamo in profondità vediamo che c’è un filo rosso che lega a questa definizione uomini come Olof Palme, Willi Brandt, Gilles Martinet, Riccardo Lombardi. Anche se forse III via ad alcuni non piacerà.

Il socialismo democratico come progetto non si identifica immediatamente con le esperienze storiche della socialdemocrazia perché esse hanno applicato solo in parte tale progetto.

La socialdemocrazia è figlia dell’incontro di tali idee con la teoria e la prassi keynesiana o meglio postkeynesiana (che è il nome preso dai keynesiani puri di Cambridge rispetto ai keynesiani moderati e liberaldemocratici americani) che postula un compromesso tra socialismo democratico e capitalismo. Un compromesso che non è un sincretismo ideologico liberal-socialista ma rappresenta una forma di regolazione democratica del conflitto sociale e non la sua abolizione.

Io credo che Marx abbia diversi elementi di attualità, ma non credo affatto che si possa riproporre una neo-ortodossia marxiana nel senso dell’autosufficienza della sua teoria che va necessariamente integrata dall’economia postkeynesiana, da Polanyi. Del resto questa pretesa di autosufficienza non ha consentito a questa neo-ortodossia di dare una valutazione serena del compromesso socialdemocratico e del Welfare, considerati in modo brutalmente schematico forme di integrazione subalterna della classe operaia nel capitalismo non rendendosi conto dell’enorme valore emancipatorio e di civiltà che tali esperienze hanno avuto.

Proprio contro di esse si è mossa la controffensiva capitalistica e neoliberale a partire dagli anni 80 e che ha provocato l’attuale profonda crisi di civiltà, aggravata dal fallimento rovinoso del socialismo reale, che tante armi ha fornito alla propaganda della nuova destra.

Ma c’è un altro aspetto che dobbiamo considerare e che non viene evidenziato (solo Wallerstein l’ha fatto). La fine dell’URSS ha di fatto prodotto una crisi dell’egemonia americana. Anche se negli anni 90 l’economia americana (centro della globalizzazione capitalista) ha raggiunto grandi performances fondate sulle bolle speculative e sull’indebitamento, lo sgonfiamento di queste e poi il fallimento delle avventure militari volte ad imporre un ordine unipolare hanno seriamente messo in crisi questa potenza imperiale. La cui forza, in ultima analisi traeva energia proprio dal bipolarismo (e dal gioco delle parti)con l’URSS.

La globalizzazione ha prodotto guasti profondi in Europa ed in America Latina; ha avvantaggiato Cina ed India i quali però sono paesi che vivono una drammatica contraddizione tra l’arricchimento di uno strato minoritario di popolazione (sia pur relativamente vasto in termini assoluti dato l’enorme popolamento) e la miseria della maggioranza (Ruffolo dice giustamente che la maggioranza di quei due miliardi che vivono con meno di due dollari al giorno sono in Cina ed India e non in africa) e il disastroso impatto ambientale degli elevati tassi di sviluppo.

L’Europa pare oggi inebetita rispetto a tale mutamento di paradigma. Ed è un guaio. Infatti è in Europa che la democrazia politica è  divenuta democrazia sociale, ergendosi a modello della civiltà “socialdemocratica”.

E la sinistra europea è pienamente partecipe di questo limite (ancor di più quella italiana). Insomma l’Europa è stata masochisticamente una apologeta della globalizzazione, favorendo precipitosamente l’ingresso di Cina ed India nel WTO senza pretendere il rispetto di precise clausole sociali. In Europa la sinistra ha sostenuto gli assurdi parametri monetaristi di Maastricht che ne hanno strangolato la crescita (la Germania è cresciuta perché non li ha rispettati); ancora una volta l’Ulivo italiano con quelle anime morte di Prodi e Visco hanno tessuto l’elogio dell’ortodossia monetarista. Solo i socialisti francesi e Lafontaine si opposero a tale follia.

La crisi della socialdemocrazia europea è il frutto dell’abbandono della propria anima socialista (che in qualche modo oggi si sta cercando di recuperare) non perché fosse troppo socialista (come dice qualche nuovista imbelle). La sinistra antagonista non ha nulla da dire. Le sue componenti più retrive non hanno capito la lezione della storia; la sua anima movimentista è prigioniera del pensiero debole postmoderno e quindi inefficace politicamente.

Solo una rifondazione del socialismo democratico in Europa può costruire una alternativa organica, conflittuale e costruttiva ad un tempo. Conflittuale e decisamente antagonista rispetto alle politiche monetariste imposte dalla Merkel che stanno distruggendo economia e società in Grecia e Spagna, che hanno provocato una forte caduta dei salari reali, dovuta sia ad una crescita salariale molto al di sotto di quella della produttività, sia allo sviluppo esteso del precariato e dell’insicurezza. Conseguenza di ciò è il calo della domanda aggregata che causa stagnazione. Ora poiché anche negli Stati Uniti e in Giappone la situazione è simile, la Cina ed i paesi emergenti avranno grossi problemi a mantenere certi tassi di sviluppo.

Ma è proprio questo modello di sviluppo, questo modo di produrre e consumare alla base della crisi. Una crescita che si fonda su una irrazionale ed insensata ipertrofia dei consumi privati è insostenibile socialmente, eticamente, ecologicamente. Un profondo riequibrio tra razionalità sociale e razionalità economica è indispensabile quindi per evitare che la crisi di civiltà si trasformi in catastrofe.

Oggi il socialismo democratico può trovare le condizioni particolarmente favorevoli di sviluppo in Europa e in America Latina, perché sono le realtà dove maggiormente si è sviluppata quella cultura umanistica che, più di altre parti, è favorevole a questo riequilibrio tra società ed economia, fermo restando che il socialismo è un processo emancipatorio che in forme articolate e diversificate è valido per tutta la umanità.

Condizione essenziale per ripartire è la fine di ogni atteggiamento apologetico nei confronti della globalizzazione, che, come ha spiegato bene Luciano Gallino, è tutt’altro che un evento “naturale” ma una costruzione politica frutto dei rapporti di forza capitalistici per distruggere la democrazia sociale, rendere onnipotente il capitale. Ma tale onnipotenza dei poteri economici e finanziari è ormai una minaccia per la democrazia “tout-court”.

Questi venti anni di globalizzazione selvaggia hanno moltiplicato i conflitti armati, provocato una spaventosa regressione morale, spingendo gli uomini ad una competizione egoistica distruttiva. Hanno favorito la stupidità di massa tramite l’uso di media produttrici della peggiore spazzatura.

Il populismo (in Italia almeno) manovrato dai poteri forti (“Repubblica”) cerca di indirizzare verso la “casta” dei politici il malcontento dovuto ai guasti della globalizzazione. Non nego che questa casta di “politicanti” sia da buttare. Ma essa stressa è il frutto di quella crisi della politica necessaria alla globalizzazione capitalistica. Grillo e c non ci salveranno perché combattono (volutamente) contro gli effetti e non contro le cause. Che sono in questo modello capitalistico.

Per contrastarlo e cambiare paradigma non servono le grida. Serve costruire una politica intorno ad un progetto forte di società. Ecco perché il termine socialismo democratico è più importante di quello, indistinto, di sinistra.

 

 

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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