Analisi di un lombardiano-Quel grave divorzio tra sinistra ed umanesimo (considerazioni sparse su Lenin, il comunismo e il socialismo)

Quel grave divorzio tra sinistra ed umanesimo (considerazioni sparse su Lenin, il comunismo e il socialismo)

Su Internet ho recentemente letto la recensione e la sintesi dell’ultimo libro di Luciano Pellicani (uno dei padri degeneri del post-craxismo e della mistificazione della cultura socialista) che sostanzialmente fa un assurdo parallelismo tra Lenin ed Hitler (entrambi “nemici della modernità”).

Pellicani è un ex comunista e come tutti i preti spretati diventa il più grande nemico della chiesa. Ma questo accostare Hiltler e Lenin sinceramente è sconcertante. E’ un classico cavallo di battaglia della destra repubblicana americana. Ed è comunque inaccettabile anche per un critico del leninismo quale io sono.

Di fatto l’equiparazione tra nazismo e comunismo, cavalcata demagogicamente da Berlusconi, fa da copertura ideologica a quei “socialisti” passati a destra.

Ma questa considerazione assurda sul piano storico e del confronto delle dottrine è stata smentita in passato da una voce autorevolissima non certo sospettabile di simpatie comuniste. Il compianto Pontefice Giovanni Paolo II si è riferito al nazismo come “male assoluto”. Vale a dire la piena compiutezza e sintesi della malvagità umana. Il comunismo è stato definito come “male necessario” ma in più di una occasione il papa lo ha descritto come un errore e non come un male. Cosa voleva dire il Papa? Che nel nazismo c’è una malignità insita nella sua ontologia, nelle sue premesse etiche ed ideologiche. IL comunismo invece è frutto di una logica erronea che converte un ideale giusto di liberazione umana in oppressione (nel suo contrario).

Credo che il Pontefice abbia visto molto meglio di Pellicani.

Noi socialisti non possiamo non essere critici del leninismo, ma sappiamo anche che Lenin è comunque figlio del movimento socialista e di quella II Internazionale da cui è scaturito tutto il movimento operaio organizzato in partiti.

Ascoltavo una interessante lezione di un professore di storia del marxismo. Il quale diceva che la II Internazionale (1889-1914) è stata un po’ la culla del più grande dibattito interno al marxismo. A partire dalla contrapposizione tra il revisionismo di Bernstein, l’ortodossia marxista di Kautsky ed il socialismo rivoluzionario della Luxemburg. Parlo di ortodossia marxista secondo l’ottica allora dominante. L’ortodossia di allora non era quella marxista-leninista di Stalin ma quella del Programma di Erfurt della SPD, scritto da Kaustky che era considerato universalmente (anche da Lenin) come l’interprete più accreditato del pensiero di Marx ed Engels (di cui Kautsky era stato amico e collaboratore). Quello di Kautsky era un marxismo che conservava (a differenza di Bersntein) , il fine di una società socialista senza classi e frutto di un processo di trasformazione rivoluzionaria. Ma tale trasformazione era simile al processo di selezione della specie di Darwin. Il socialismo prevale sul capitalismo per evoluzione rivoluzionaria. Il partito è la memoria politica della classe operaia a cui deve costantemente ricordare i fini che non sono quelli di una pura riforma interna ma del superamento del capitalismo. Chiaramente questo schema è influenzato dalla cultura positivista dominante alla fine dell’800 in Germania (così come ai tempi di Marx era dominante l’idealismo hegeliano).

Ma agli inizi del 900 sia Lenin che Turati si trovavano sostanzialmente d’accordo con Kautsky a cui entrambi riconoscevano grande autorità ideologica. Infatti quando dopo il 1910 Kautsky criticò il socialismo rivoluzionario di Rosa Luxemburg e dell’astronomo olandese Anton Pannekoek , accusandoli di aver sposato posizioni anarco-sindacaliste e di essere più seguaci di Proudhon che di Marx, Lenin e Turati si trovano insieme d’accordo con Kautsky.

Lenin definì dopo il 1918 Kautsky come un rinnegato perché aveva criticato la Rivoluzione D’Ottobre (si aspettava che il più autorevole interprete di Marx lo sostenesse) forse non si accorse che a cambiare posizione era stato, lui Lenin e non Kautsky.

Qual è a mio avviso la ragione che poi portò Lenin a scontrasi con tutto il marxismo dell’Europa Occidentale (Kautsky, Luxemburg, Turati, Bauerm Paneenoek) sia pur nelle sue svariate posizioni.

I marxisti e socialisti occidentali sia pur nella varietà delle influenze filosofiche del loro approccio a Marx (positivista per Kautsky e Turati, neo-kantiane per l’austro-marxismo, storiciste-umaniste :Mondolfo e Rosa Luxemburg) ritenevano che il marxismo ed il socialismo erano figli dell’illuminismo e dell’umanesimo democratico.

Lenin è figlio della Russia zarista che non aveva conosciuto né il rinascimento e né l’illuminismo, che non aveva nessuna tradizione democratica alle spalle. Non dimentichiamo che l’impero zarista è figlio storico dell’impero bizantino.

In questa realtà spicca una certa figura di intellettuale rivoluzionario che ha ben descritto Dostojewsky nei demoni. Un intellettuale alla ricerca di verità assolute e che cerca di imporle come salvifiche agli altri. E finisce per cadere nel più cinico machiavellismo per farle passare (se per realizzare la felicità di tutti occorre ammazzare un numero tot di persone questo è un costo accettabile). Qui si evidenzia la profonda differenza con gli intellettuali dell’Europa Occidentale, comunque figli dell’umanesimo e del pensiero critico.

Lenin era certo marxista ed aveva rotto con i populisti (che erano quelli descritti da Dostojewsky). Ma inevitabilmente nella sua formazione si era verificata una profonda scissione tra marxismo e valori umanistici e libertari della cultura occidentale. Questa scissione viene corroborata da una lettura canonica e non critica di Hegel (di cui viene esaltato il lato giustificazionista della storia).

Non è un caso che i menscevichi fossero quasi tutti ebrei ucraini, molto più vicini alla cultura occidentale dei russi bolscevichi.

Dal 1914 in poi questa scissione viene prepotentemente a galla e Lenin si troverà in polemica con il suo vecchio maestro Kautsky.

Lenin era intimamente convinto, dopo il 1917, che il socialismo si potesse realizzare solo con una massiccia centralizzazione del potere e la dittatura dell’avanguardia proletaria sulla società. Per Erich Fromm questo è un evidente sintomo di un pessimismo antropologico di Lenin (che poi si è trasmesso a tutti i comunisti): gli uomini da soli, senza la guida di avanguardia cosciente non sanno dove andare. Fromm evidenzia l’atteggiamento opposto di Rosa Luxemburg e nella sua fiducia nella democrazia, come frutto di una antropologia positiva.

Ma è la mancanza di comprensione dei processi democratici che caccia Lenin in un vicolo cieco. La centralizzazione del potere genera oligarchie e la mancanza di democrazia e discussione aperta non genera quegli anticorpi necessari a frenare e combattere la degenerazione del potere. Per cui le oligarchie burocratiche nella misura in cui tutto il potere politico ed economico è concentrato in uno stato ed in un partito-stato diventano le nuove classi dominanti (Kautsky lo scrive chiaramente nel 1919) che generano un potere assoluto sulla società. Lenin era convinto che dopo una fase di dittatura rivoluzionaria e di pedagogia autoritaria si potessero creare le condizioni di una vita democratica e partecipata. Ma la storia insegna che quando si scindono mezzi e fini i risultati sono disastrosi.

Per la verità, a merito di Lenin, va riconosciuto che egli dopo il 1921 (la rivolta di Kronstad) fece una politica che tendeva ad allentare la dittatura, a dare la terra ai contadini, a favorire l’artigianato ed il piccolo commercio privato e un processo di democratizzazione graduale. Così come pure intuì benissimo il pericolo rappresentato da Stalin. Insomma Lenin capì che occorreva cambiare strada. Ma era troppo tardi, perché morì nel 1924.

In un primo momento una parte cospicua dei socialisti occidentali non si pose affatto in antitesi alla Rivoluzione d’Ottobre ed a Lenin. Certo furono fortemente criticati i metodi autoritari dei bolscevichi, ma dopo che la Russia fu attaccata dalle potenze occidentali e iniziò la guerra civile, la gran parte mise da parte i dissensi.

Sia Otto Bauer (il leader dell’austro-marxismo e del socialismo austriaco) che Turati difendono la Rivoluzione. Quello che loro criticano aspramente è la pretesa dei bolscevichi di esportare in Europa il loro modello e di provocare scissioni nel movimento operaio. Molti socialisti ritengono che quello che accade in Russia è un evento eccezionale non esportabile, ma che comunque la Russia Sovietica vada difesa perché qualora essa fosse stata travolta da forze reazionarie si sarebbe scatenata una repressione violenta contro tutti i socialisti in Occidente.

E’ soprattutto l’austro-marxismo con Bauer ed Adler che sostiene la tesi contestuale di criticare il bolscevismo ma di difendere la rivoluzione in vista di una riunificazione del movimento socialista. Nei primi anni 20 c’è ancora chi spera che la scissione tra socialisti e comunisti non diventi definitiva. E tra questi ci sono molti socialisti italiani (da Nenni a Treves a Saragat).

Ci penserà Stalin a renderla tale prima con l’espulsione di Trotzky e poi con la teoria del “social fascismo”. Trotzky (che era stato uno dei critici più feroci della socialdemocrazia) invece propugna il “fronte unito” tra comunisti e socialisti. Ma da allora il comunismo ufficiale  si identificherà strettamente con lo stalinismo (avendo il trotzkismo assorbito tutto il comunismo dissidente).

Il socialismo italiano (insieme a quello francese) risulterà molto influenzato dall’austromarxismo sia sul piano dottrinario che su quello politico (Nenni, Saragat, Morandi e Lombardi ne risentiranno in misura e maniera diversa l’influenza) e questo lo porterà ad una vocazione unitaria, autonomista ma non anticomunista.

Ora di fatto il comunismo realizzato, dopo il 1929, si identifica appieno nello stalinismo come già detto. Anche dopo la “destalinizzazione” è lo stato ed il partito costruito da Stalin che prevale (magari attenuandone l’elemento repressivo). Mao tse tung era uno stalinista convinto, nonostante molti coglioni del post-sessantotto lo abbiano ritenuto una “critica da sinistra allo stalinismo”. Cuba è un caso a sé e va studiato separatamente.

Quindi il crollo del socialismo reale è di fatto il crollo dello stalinismo nelle sue varie forme. Coinvolge anche Lenin certo, ma fino ad un certo punto. E comunque quello che è successo nel 900 ci insegna che quando la sinistra si scinde dall’umanesimo sono guai.

Lo dico rivolto a due categorie di personaggi. La prima sono i veterocomunisti nostalgici che ad esempio hanno invaso il sito di SeL contro le dichiarazioni di Vendola sulla necessità di democratizzare il regime cubano.

La seconda verso i seguaci dei Pellicani vari ossessionati dal comunismo al pari di Berlusconi (ma a lui di fatto non glie ne frega niente – basta che fa il “bunga-bunga”), dimenticando che il comunismo italiano ha percorso in parte con trent’anni di ritardo (e con forti ipocrisie) il sentiero degli austro-marxisti socialisti.

E che se certo il socialismo democratico ha avuto ragione, non sono certo le posizioni di Pellicani e Cafagna rappresentative di esso. Ma di quel socialismo legato al marxismo democratico ed umanistico di Bauer, Adler e Mondolfo, (e poi Nenni, Lombardi, Basso) che ha sostenuto in nesso scindibile tra socialismo e democrazia ma anche la critica costante e forte al capitalismo.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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