Analisi di un lombardiano-Nella rifondazione del socialismo europeo, a sinistra della linea mediana del PD

Nella rifondazione del socialismo europeo, a sinistra

della linea mediana  del PD

 

 

 

Il titolo indica una collocazione strategica ed una collocazione nel quadro politico attuale che definiscono la nostra area di socialisti per la sinistra. Ma indica anche il percorso che proponiamo a gran parte della sinistra italiana.

La rifondazione del socialismo europeo che è un processo di cui si intravedono i primi segnali (ma sarà un processo lungo) è necessaria affinchè i partiti socialisti e socialdemocratici recuperino valori e progetto socialisti, espellendo le scorie neoliberali con una vigorosa e costruttiva critica alla globalizzazione ed al capitalismo attuali.

La collocazione alla sinistra della mediana del PD dà per scontato che quel partito nasce da una fuoriuscita  a destra dalla socialdemocrazia, ma conserva comunque un elettorato di cui la sua maggioranza è comunque tendenzialmente socialdemocratica.

La sinistra italiana è implosa ed evaporata perché sono falliti clamorosamente i due progetti politici che si erano affacciati negli anni 90. Il riformismo debole e subalterno al pensiero neoliberale di D’Alema (il blairismo mischiato al togliattismo) e l’antagonismo di Bertinotti – rivisitazione in chiave postmoderna del socialismo massimalista degli anni 20.

Dalla fine dei partiti storici della sinistra (PCI e PSI) non è quindi emerso un progetto forte in grado di portare a sintesi superiore (e collocata nell’orizzonte strategico di un nuovo socialismo democratico) l’esperienza storica di entrambe le tradizioni. Di quella socialista si è praticata da un lato una damnatio memoriae (conseguente al tentativo di addossare al Psi tutti i mali della I Repubblica) dall’altro una deformazione grave della sua vera essenza da parte dei postcraxiani. Basta leggere le cose aberranti che scrive (senza vergogna) ancor oggi uno come Del Bue. Insomma si identifica tout-court il socialismo italiano con i processi degenerativi degli anni 80 (non è un caso che sia i “funeral-comunisti” del Manifesto che i postcraxiani imperterriti, come Del Bue, concordino, da valutazioni opposte, in questa ricostruzione) . Ma la cancellazione della storia socialista ha con se portato anche la liquidazione (di fatto) della parte migliore della storia del PCI.

Da quel doppio fallimento è nato il nulla. Il nulla ha prodotto Veltroni ed il suo disegno liquidatorio della democrazia rappresentativa tramite l’imposizione di un maggioritarismo bipartitico estraneo alla politica ed alla società italiana. Un bipartitismo fondato sulla definitiva ed irreversibile liquefazione della politica e la sua esasperazione plebiscitaria e leaderistica. Questo è un dato su cui dovrebbero riflettere molti “sinistri” che denigrano la democrazia rappresentativa. L’alternativa ad essa è la democrazia autoritaria e plebiscitaria fondata sul culto del capo – il rapporto diretto tra leader e popolo nella continua manipolazione mediatica dell’informazione. E’ invece possibile, anzi necessaria, una integrazione della democrazia rappresentativa con forme di democrazia diretta; ma solo in quanto queste ultime abbiano carattere appunto integrativo e non sostitutivo. Non dimentichiamoci che quelle che vengono confuse spesso con la democrazia diretta (come i consigli di fabbrica – o come gli stessi soviet, prima che Lenin li svuotasse di ogni autonomia rispetto al partito) erano forme di democrazia delegata ad un livello di maggior vicinanza e possibilità di  controllo rispetto alla  base elettiva.

Oggi in pratica la sinistra in Italia è priva di chiara e definita soggettività politica. E soprattutto è priva di quella sinistra di governo di ispirazione socialista che storicamente ha costruito il modello sociale europeo.

In Italia c’è una profonda ignoranza e confusione d’idee sulla socialdemocrazia europea. Sulla sua storia, la sua cultura politica e le sue realizzazioni. A partire dagli anni 20 in poi. A questo ha contribuito molto il nuovismo con le sue scalcinate tesi sulla fine del 900.

I funeral-comunisti poi hanno teso ad identificare tutta la storia socialdemocratica con le derive social-liberiste alla Blair degli anni 90 (così come confondono il Psi con il postcraxismo). In questo modo pensano di poter aprire la strada alla ricostruzione di un pensiero comunista. Poveri illusi!

Il comunismo non è crollato l’89. Di fatto già nel 1921, a Kronstad, aveva ampiamente dimostrato che non poteva rappresentare una valida alternativa al fallimento della II Interanazionale. In Russia ed in Cina non si costruito né socialismo, né comunismo, ma un capitalismo di stato che in Russia è crollato sotto il peso delle sue gravissime contraddizioni interne ed in Cina ha prodotto lo sfruttamento capitalistico più feroce (dopo quello ottocentesco) della storia.

Il limite di fondo del comunismo è stato concepire il  socialismo come palingenesi dell’umanità, inquadrare  la critica al capitalismo all’interno di una visione mistico-metafisica della trasformazione sociale. Per cui si è generata quella “utopia che non ha incontrato l’evoluzione storica” come disse Massimo Salvadori.

Ma il carattere astratto ed utopistico del comunismo (ed il crollo delle esperienze politiche che ad esso si sono ispirate) non significa la fine di ogni progetto socialista e men che mai che il capitalismo sia la fine della storia. “Il capitalismo non è la fine della storia, nella storia c’è la fine del capitalismo” dice un socialista riformista come Giorgio Ruffolo.

In verità, anche se da gran parte della storiografia della sinistra italiana (eccezioni i socialisti Gaetano Arfè e Massimo Salvadori) questo periodo è completamente ignorato, il socialismo democratico (anche in virtù dei primi giudizi critici sull’esperienza sovietica) in Europa iniziò negli anni 20 e 30 del secolo scorso un profondo ripensamento sul socialismo e le mutazioni del capitalismo che dopo la crisi del 29 divennero evidenti. Soprattutto si cercò di laicizzare ed umanizzare l’idea di socialismo (liberandolo dei residui utopistici e metafisici delle filosofie dell’800). Un lavoro teorico e culturale che vide impegnati politici ed intellettuali come Bauer, Cole, De Man, Polanyi. Nel socialismo democratico di Rosselli più che originalità c’è comunque una sintesi di quel lavoro di ricerca e proposta avviato  in Europa (Belgio, Francia, Inghilterra, Austria).

La cultura della socialdemocrazia del dopoguerra è figlia di quella riflessione.

Ed anche sulla base di quelle idee ha potuto costruire il modello sociale che è l’elemento che ha distinto l’Europa nel mondo.

Polanyi, un socialista democratico ed umanista che è stato il fondatore di una nuova disciplina (l’antropologia economica) , negli anni 30 focalizzò la sua analisi sulla crisi del capitalismo liberale che nel 29 ebbe la sua deflagrazione. Polanyi oltre agli elementi di contraddizione interna al meccanismo economico (analizzato dagli economisti keynesiani e marxiani), rilevava la forte contestazione sociale (non solo da parte della classe operaia) che quel tipo di capitalismo produceva, in quanto il mercato non controllato e non regolato socialmente ha una forza distruttiva dei rapporti umani, e di profonda disgregazione della società (e di ogni forma di relazione comunitaria). Per cui nella società si produceva un contro-movimento che però poteva sfociare (Polanyi si riferisce all’Europa occidentale e non riteneva l’esperienza sovietica  esportabile) in due soluzioni politiche: una totalitaria e l’altra democratica. Da un lato il fascismo ed il nazismo, dall’altro il socialismo democratico.

In Italia, in Germania ed in altri paesi prevale la prima soluzione. In Belgio e nei paesi scandinavi la seconda. In realtà il fascismo è sì una risposta violenta ed antidemocartica del capitalismo al movimento operaio, ma è anche una risposta autoritaria alle insicurezze, alle paure alla disgregazione dei rapporti sociali che il capitalismo liberale produce.

Il capitalismo di oggi nasce proprio da una reazione del capitale al modello socialdemocratico e keynesiano. Il liberalismo divorzia dalla democrazia. Sulle devastazioni sociali ed ambientali, sulla profonda instabilità del suo modello economico ci siamo soffermati fin troppo.

Oggi questo modello è andato in tilt, ma non è visibile alcun contro movimento. Anzi è visibile il contro movimento di destra. Negli anni 30 era quella fascista e nazista. Oggi è quella xenofoba, neocorporativa, localista.

Il contro movimento socialista non è visibile per due ragioni. Una certo è l’assenza di una grande elaborazione come quella degli anni 20 e 30 (non c’è alcun Polany, De Man, Cole all’orizzonte). L’altra è la illusione “globalista e liberale che ha incantato parte della sinistra riformista che è finita per apparire succube e subalterna al finanzcapitalismo (come lo chiama Luciano Gallino).

Un socialismo subalterno al mercatismo liberale non ha più senso, non è più socialismo.

Ma non ha senso neanche una sinistra movimentista e minoritaria (nonché confusa ideologicamente) che ha come unico obbiettivo la denunzia del tradimento dei riformisti ma non ha nessun progetto.

Un progetto in grado di innescare da sinistra il contro movimento lo può fare solo un socialismo democratico che ritrovi se stesso. Dopo la crisi del 2008 è cresciuta la consapevolezza nei punti forti del socialismo europeo (Francia, Germania, Inghilterra) che occorre superare del tutto le derive neoliberali che hanno portato la socialdemocrazia alla sconfitta. Ma ora questa consapevolezza deve trasformarsi in qualcosa di più forte ed organico.

Occorre sottoporre a critica radicale la globalizzazione. Così come va recuperato il concetto di economia mista e di democrazia economica – un mercato socialmente controllato e regolato.

Ma il socialismo è anche un progetto umanistico. Il nostro “professore” De Martino amava ripetere che se il socialismo perde la sua ispirazione umanistica non ha ragione di esistere.

I grandi precursori del socialismo come Fourier ed Owen intendevano il socialismo come costruzione di nuovi rapporti sociali ed umani in opposizione alla forza disgregante del capitalismo. Il movimento socialista si fondò a lungo su forme di auto-organizzazione sociale come cooperative, società di mutuo soccorso, sindacati, università popolari ecc. Rosselli sottolineò il carattere determinanti di tali istituti nel radicarsi del socialismo.

Oggi, proprio in virtù delle devastazioni sociali ed etiche del turbo-capitalismo, si ripropone un socialismo che parta dal basso, non con un confuso movimentismo, ma nella costruzione in positivo di luoghi e modi che favoriscano la ricostruzione del tessuto dei rapporti sociali e dello spirito comunitario.

Però l’Italia soffre, rispetto agli altri paesi europei, di una carenza. Non esiste una forza socialista riconoscibile. Negli altri paesi i socialisti hanno certo fatto sciocchezze, ma esistono. Esiste una comune memoria storica che è di grande aiuto quando hai subito sbandamenti.

In Italia abbiamo due partiti (chiamiamoli così) che potenzialmente potrebbero essere coinvolti nella costruzione di un soggetto di ispirazione socialista.

Uno, il PD si colloca sulla linea di confine tra centro e sinistra moderata (ma con un elettorato maggioritariamente socialdemocratico); l’altro SeL è invece sulla linea di confine tra una sinistra di governo (fondata su un riformismo forte) ed una sinistra se non antagonista comunque movimentista.

Vendola ultimamente ha lasciato intendere che la connotazione di SeL si fonda sul riformismo radicale (o forte) e la ricerca di un socialismo del XXI secolo. Se si riconosce nel riformismo radicale dovrebbe rendere omaggio alla fonte di tale impostazione politica che è nel socialismo di Rosselli, Lombardi, De Martino, Brodolini.

Ma in SeL resiste una ala legata al movimentismo, che non si trova a suo agio nei panni di sinistra di governo. Una posizione recentemente ribadita da gente come Musacchio.

Io credo che in SeL , alla fine, prevarrà la componente riformatrice (e favorevole al socialismo europeo), altrimenti SeL sarà un fallimento. Ma certo SeL da sola non basta certo a dar vita ad un progetto di sinistra ampia. Il problema resta il PD ed il grosso chiarimento indispensabile al suo interno. Indispensabile all’intero centrosinistra.

 

 

PEPPE GIUDICE

 

 

 

 

 

 

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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