Analisi di un lombardiano-Marx, ed il socialismo democratico

Marx, ed il socialismo democratico

 

 

 

 

Ho sempre preferito parlare di socialismo democratico piuttosto che di socialismo liberale. Troppo sputtanato questo termine dal postcraxismo. Ma anche perché il socialismo liberale autentico (non di Pellicani ma di Rosselli e Bobbio) è solo una parte e minoritaria della tradizione del socialismo democratico, il quale in Italia come in Francia ha avuto forti radici marxiste.

Si tratta ovviamente di un marxismo evolutivo e critico, assolutamente non dogmatico, profondamente diverso da quello della III internazionale. Vale a dire quello dei Mondolfo e degli austro-marxisti (Bauer, Adler, Hilferding) che superavano sia il dogmatismo leninista, sia il marxismo positivista di Kautsky (di inizi 900).

Da Nenni a Saragat, da Morandi a Lombardi, da Basso a Panzieri, le varie anime storiche socialiste hanno comunque subito l’influenza di un marxismo democratico ed umanistico (come piaceva definirlo a Saragat) che per molto tempo è stato l’elemento culturale unificante della nostra tradizione.

Il pensiero di Marx è uscito gravemente mutilato dalla volgarizzazione che bolscevismo e stalinismo ne hanno fatto. E che ha prodotto un marxismo ingessato, divenuto addirittura ideologia ufficiale delle “democrazie popolari”. Schematico ed autoritario.

Che Marx fosse un pensatore molto complesso è cosa risaputa; che la sua stessa complessità abbia prodotto le più diverse scuole, talvolta in antagonismo tra loro lo è altrettanto. Ma tutti i grandi pensatori hanno avuto questo destino: da Aristotele a Kant ed Hegel.

In Marx questa diversificazione interpretativa, a differenza degli altri grandi filosofi, ha avuto conseguenze pratiche rilevantissime, a causa della impossibilità nel marxismo di separare teoria e prassi, per cui ogni diversa interpretazione teorica implicava una diversa pratica politica.

Ora mi voglio soffermare (perché ci interessa direttamente) sulla principale differenziazione avvenuta nel pensiero marxista tra quello “comunista” della III Internazionale e quello socialista “austro-marxista” erede della II.

Naturalmente poi anche nel campo comunista si sono avute differenze interpretative sullo stesso pensiero di Lenin rispetto alla ortodossia staliniana (Trotzky, Luckacs, Gramsci). Ma noi ci concentreremo sul marxismo democratico-umanista di Mondolfo e dell’austro-marxismo  per cercare di comprendere le radici della principale corrente di pensiero del socialismo italiano.

L’austro-marxismo è stata quella peculiare interpretazione del pensiero di Marx che si è sviluppata nell’impero Austro-Ungarico e poi nella repubblica austriaca del dopo I Guerra Mon., dal 1905 al 1934 circa. All’interno del Partito Socialista Austriaco che era dopo la socialdemocrazia tedesca quello più forte ed organizzato. Ed aveva una serie di intellettuali-dirigenti (tutti di origine ebraica: Otto Bauer, Rudolf Hilferding, Max Adler, Friedrich Adler) che hanno fatto scuola.

Vienna è stata nei primi trent’anni del 900 la capitale della cultura europea. In essa si è sviluppata la psicanalisi (Freud, Alfred Adler), il neo-positivismo, è emerso Josef Schumpeter insieme a Keynes il più grande economista del 900.

Ed è stata anche la terra dove il pensiero di Marx si è maggiormente evoluto contaminandosi con altre culture e con la ricerca scientifica.

E’ nell’austromarxismo che si sviluppa la prima analisi marxista sull’imperialismo (il “Capitale Finanziario” di Rudolf Hilferding) la prima critica marxista all’economia marginalista neoliberale (sempre ad opera di Hilferding), il rapporto tra socialismo e questione nazionale (Otto Bauer), tra Marx e Kant (Max Adler).

In particolare dopo la disgregazione dell’impero austro-ungarico e la proclamazione della Repubblica, in Austria nei primi anni 20 il partito socialista diventa il primo partito e promuove profonde riforme sociali che faranno dell’Austria e di Vienna in particolare la sede del sistema di Welfare più avanzato dell’Europa occidentale. Del resto ancora oggi l’Austria resta uno dei paesi più avanzato socialmente.

L’austro-marxismo si propone di essere una terza via tra il bolscevismo e la socialdemocrazia di destra dominante in Germania nel 1920. Che rifiuta sia la dittatura del proletariato leninista sia il puro e semplice restauro della democrazia liberale sostenuta dai revisionisti come Bernstein. Lo studio degli austro-marxisti (Bauer e Adler) è tutto proiettato alla definizione di una “democrazia sociale comunitaria” che superi la contrapposizione tra dittatura del proletariato e democrazia liberale. I cardini di essa sono la integrazione tra democrazia rappresentativa e democrazia consiliare, la costituzionalizzazione dei diritti sociali e dei diritti economici dei lavoratori e lo sviluppo di forme auto-gestionali nel settore socializzato dell’economia. In questo modo viene superata la dicotomia tra la democrazia formale del liberalismo e la democrazia “totalitaria” del bolscevismo. Si disegna inoltre uno stato che da forte spinta alle autonomie locali (l’Austria è ancora oggi repubblica federale).

Queste idee furono largamente recepite dalla costituzione repubblicana austriaca del 1920, disegnata dal grande giurista  Kelsen ed in cui Bauer immise parecchie idee. Quella costituzione inoltre ha largamente ispirato la nostra del 1948.

Quindi il nucleo dell’austromarxismo è il concepire il socialismo come grande rivoluzione democratica ininterrotta, che trasforma radicalmente in senso socialista  la società sia pure per passi successivi.

Un altro punto innovativo dell’austro-marxismo è il rapporto tra socialismo e religione. Il partito rinuncia a definirsi ateo ed invita i cattolici ed i credenti ad esserne parte integrante sullo stesso piano delle altre visioni del mondo. Bauer ed Adler infatti concepiscono il marxismo come un metodo necessario all’azione politica trasformatrice per analizzare la dinamica del capitalismo e della lotta di classe, ma rifiuta di concepirlo come visione totalizzante ed esaustiva della realtà. Il materialismo storico per Adler è sociologia dei modi produzione, non filosofia della storia. Rifiutando una visione deterministica che pretende la passività dell’uomo nel processo storico.

Tale rifiuto lo ritroviamo in Rodolfo Mondolfo e nella sua originale interpretazione di Marx la cui filosofia è concepita come Umanesimo Realistico.

In altre parole, per Marx è l’uomo che fa la storia (anzi essa è una auto creazione di se stesso) ma in condizioni specifiche che non sono determinate dalla sua volontà. Per il cui il volontà umana è condizionata (ma non determinata) da circostanze pratiche, oggettive.

La dialettica per MOndolfo è quindi un fatto eminentemente storico ed umano, non una astrazione alla Hegel (tesi-antitesi-sintesi): è essenzialmente un rapporto tra soggetto ed oggetto come Marx mette in rilievo nella sua critica a Feuerbach. Il marxismo è quindi filosofia della prassi in cui l’elemento centrale è il “rovesciamento della prassi” (l’uomo trasforma la realtà che a sua volta trasformata retroagisce sull’uomo stesso e via continuando).

Nella storia non c’è il solo vettore della dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione ma anche quello del rapporto dialettico interagente tra struttura e sovrastruttura, tra politica ed economia. Sviluppando questo punto di vista Mondolfo condanna sia il volontarismo esasperato di Lenin che l’evoluzionismo di Bernstein.

Questo è un quadro sommario delle dottrine che hanno maggiormente influenzato il socialismo italiano. Per la verità, per alcuni aspetti anche il Gramsci dei “Quaderni dal Carcere” risulta influenzato sia da Mondolfo (sull’idea di “filosofia della prassi”) che dagli austro marxisti (la differenza tra rivoluzione ad est ed ovest). Ma Gramsci non ha mai ammesso queste influenze. Ammetterle voleva dire uscire fuori dall’ambito della III internazionale e del comunismo.

Ora ridurre tutta la tradizione socialista italiana al “socialismo liberale” di Rosselli (che comunque aveva ben altro senso rispetto alle distorsioni attuali) o di Bobbio è limitativo. Del resto il pensiero di Rosselli non è sistematico.

Il grosso della nostra tradizione è uno sviluppo del marxismo democratico austro-marxista e di Mondolfo. E’ bene che chi si dichiara socialista approfondisca le conoscenze su questo punto. E capirà bene la differenza tra socialismo e post-craxismo.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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