Analisi di un lombardiano-LA SINISTRA TRA SOCIALISMO E NICHILISMO

LA SINISTRA TRA SOCIALISMO E NICHILISMO Il nichilismo in filosofia è in, parole semplici, la contestazione di ogni sistema forte di valori e di principi che regolino la condotta umana. Fino agli anni 70 le filosofie nichiliste erano considerate reazionarie così come i loro principali esponenti: Nietzche ed Heidegger. Ma nella cultura post-sessantotto si ha un mutamento di atteggiamento culturale. Scrive Erich Fromm riferendosi ai giovani del periodo post-sessantotto: “molti di questi giovani non hanno compiuto il passo dalla libertà “da” alla libertà “per” ; semplicemente, si sono ribellati senza tentare di individuare una meta alla quale puntare, eccezion fatta per quella consistente nella libertà di restrizioni e dalla dipendenza. Come per i loro genitori borghesi, il loro slogan suonava – il nuovo è bello – ed hanno coltivato un disinteresse che è quasi una fobia per ogni sorta di tradizione ….il loro ideale era di ridiventare bambini, e autori come Marcuse hanno fornito l’ideologia adatta, quella secondo la quale il ritorno all’infanzia anziché lo sviluppo verso la maturità costituisce l’obbiettivo ultimo del socialismo e della rivoluzione …molti di costoro finiscono sovente per essere individui delusi, apatici, oppure infelici fanatici della distruzione” (Erich Fromm – “Avere o Essere”).La descrizione di Fromm ben si adatta ad una specifica tipologia di falso radicalismo.Ma questo falso radicalismo (falso perché è pura ribellione senza tensione costruttiva) ha finito per essere santificato da quel pensiero post-strutturalista francese (Focault, Deleuze) che ha tentato di mettere accanto a nichilisti come Nietzche ed Heidegger due grandi pensatori appartenenti certamente alla tradizione illuminista e razionalista come Marx e Freud. Il quadro è stato poi completato dal decostruzionismo che ha prodotto il pensiero debole che ahimè grande e nefasta influenza sulla sub-cultura politica dell’Italia della II Repubblica.A mio avviso è proprio tale pensiero debole alla base del rifiuto culturale, prima che politico, dell’idea socialista soprattutto tra alcuni intellettuali radical-chic e che però ha contagiato settori di quello che genericamente viene definito “popolo di sinistra” (che ha recepito tali idee in forma derivata di terza o quarta mano).Ma per poter confrontare l’idea socialista con questo nuovismo postmoderno dobbiamo comprendere ciò che è stato il socialismo nell’ultimo sessantennio.Il “socialismo scientifico” nella sua interpretazione canonica definiva il socialismo stesso come una necessità storica, risultato inevitabile dell’evolversi drammatico delle contraddizioni del capitalismo. Tale interpretazione deterministica del pensiero di Marx che mescolava la critica dell’economia politica alla filosofia della storia di Hegel (concepita peraltro in modo meccanico e scolastico) è viva , nella sua forma dialettica, nel marxismo comunista della III Internazionale. Ma c’è anche una variante socialdemocratica di tale determinismo che è quella del primo Kautsky – un determinismo tutto in chiave positivista – il socialismo è destinato a vincere sul capitalismo per una sorta di “selezione darwiniana” .E con l’elaborazione dell’ Austro-Marxismo, negli anni 20, che il socialismo democratico fa un salto di qualità. I teorici del socialismo austriaco (Otto Bauer, Max Adler, Rudolf Hilferding, Friedrich Adler) espellono dal marxismo la filosofia della storia hegeliana, e concepiscono la teoria marxista come un metodo di analisi, come sociologia, liberata da ogni ipoteca deterministica, stabilendo un nesso tra Marx e Kant. Il socialismo cessa quindi di essere una necessità storica ineluttabile e diviene progetto legato ad una precisa visione normativa. Il marxismo è quindi, in tale visione, strumento di analisi delle contraddizioni del capitalismo, ma di per se non fornisce un progetto di costruzione di un nuovo ordine sociale. Esso è invece affidato ad un socialismo concepito come quadro normativo etico-politico che orienta l’azione trasformatrice della società. In Italia (come ho già scritto altrove) è Rodolfo Mondolfo che si oppone alla deformazione determinista del marxismo e concepisce esso come umanesimo critico-pratico in nome di una visione etico-politica del socialismo. Per ultimo Rosselli compie la critica più radicale al determinismo economico con la sua rivalutazione del volontarismo che informa l’azione politica.Dalla sintesi di questi approcci viene fuori in Europa, nel dopoguerra, una nuova visione del socialismo non più ridotto economicisticamente ad un modo di produzione, ma inteso come civiltà umanistica in cui l’elemento economico è al servizio della società e non viceversa.Questo è prevalente in Europa. In Italia la cultura del Fronte Popolare che sancisce la egemonia culturale comunista propina un marxismo ed un leninismo piuttosto volgarizzati e primitivi. E’ solo con il dispiegamento dell’autonomia socialista dopo il 1956 e grazie alle riflessioni di uomini come Riccardo Lombardi ed Antonio Giolitti che la cultura della sinistra inizia a modernizzarsi ed a riallacciarsi ai filoni europei. Ed è la ripresa di tale elaborazione politico-culturale, alla fine degli anni 70, sulla rivista Mondoperaio, che dà alla sinistra (compreso lo stesso PCI) un forte scossone nel senso della evoluzione del suo pensiero. Peccato che la sciagurata gestione craxiana del PSI degli anni 80 abbia buttato a mare quel grande patrimonio di cultura politica (a cui lo stesso Craxi, aveva, in un primo momento, contribuito).Ma torniamo al nostro tema conduttore. In Italia, agli inizi degli anni 90, si incrociano paradossalmente i residui di cultura frontista con il pensiero debole postmoderno. La egemonia comunista sulla sinistra (sia pur contestata e contraddetta) aveva comunque creato un senso comune che era figlio della “guerra fredda”.Ho già detto, in altri scritti, che le due potenze imperiali vincitrici della II Guerra mondiale, USA ed URSS, hanno costantemente cercato di occultare uno scontro geopolitico e la divisione del mondo in due aree di influenza, dietro una robusta armatura ideologica. Per cui gli USA diventavano i paladini del “mondo libero” dal totalitarismo comunista e l’URSS l’alfiere del proletariato mondiale difeso dal “campo socialista” rappresentato dall’area di influenza sovietica contro il capitalismo e l’imperialismo americano. Questa armatura ideologica consentiva rispettivamente agli Stati Uniti di difendere le peggiori dittature fasciste e militari nel suo campo d’influenza (In Sudamerica soprattutto, ma non solo), e all’URSS di reprimere nel sangue le rivolte operaie contro un capitalismo burocratico di stato e di costruire in nome del socialismo un regime oppressivo ed imperiale terribile che era la più flagrante negazione del socialismo stesso.Per la scarsa influenza comunista la sinistra europea non ha molto risentito di tale paradigma ideologico.In Italia è stato diverso: il Fronte Popolare portò lo stesso PSI, per alcuni anni, ad abbracciare questa visione. Il PCI per quanto abbia compiuto un grossa (ma lenta) evoluzione non è mai riuscito a troncare del tutto (se non dopo il 1981) il suo cordone ombelicale con il socialismo reale. Non dimentichiamo che in parte il radicamento del PCI era dovuto al mito dell’URSS come potenza vincitrice.Negli anni 80, il PSI craxiano butta al vento una stagione di feconda elaborazione politico-culturale, il PCI dopo lo strappo con l’URSS non riesce a tenere la sua Bad Godesberg e resta un partito con una identità incerta. Il 1989, pertanto, invece di segnare la rinascita della sinistra creando una sintesi tra Bad Godesberg ed Epinay (che segnò la rinascita del socialismo francese nel 1971), precipitò essa in una crisi identitaria profonda.Il 1989 fu visto come la fine di ogni socialismo possibile (proprio per il legame ideologico fuorviante tra socialismo ed URSS) e la pretesa di far rinascere la sinistra sul nulla politico e culturale. Tale deleteria cultura postmoderna ha da un lato prodotto il nuovismo veltroniano e l’opportunismo sistemico dalemiano che hanno definitivamente liquidato la sinistra di governo nel PD; dall’altro hanno innescato un neo-comunismo astorico ed anch’esso incapace di esprimere identità e progetto. O meglio tale neo-comunismo esprime una identità negativa: essere antagonista, contro il capitalismo senza indicare una alternativa positiva. In realtà questo è un neo-comunismo nichilista che legge male Marx – l’uso di frasi estrapolate dal contesto testuale e storico che diventano slogan “ il comunismo non è un ideale ma il movimento concreto che abolisce lo stato presente” e che significa in termini di proposizione politica concreta? – per cui alla fine l’essere comunista (in perfetta linea con il pensiero postmoderno) diventa uno “stato d’animo” e non una scelta politica. Poi a questo neo-comunismo nichilista si affianca un veterocomunismo “liturgico” e feticista (l’adorazione delle mummie).Ma anche l’idea di una “sinistra senza aggettivi” sia pur nascente dalla preoccupazione di tener insieme anime diverse della sinistra è tutta interna al pensiero debole (allo stesso modo del riformismo senza aggettivi di Veltroni). Il termine sinistra di per se indica solo un luogo geometrico, non un progetto politico organico. Ed infatti questa “sinistra senza aggettivi” alla fine si riduce a fare la “lista della spesa” dei problemi da risolvere, ma mancando ad essa un chiaro quadro normativo di riferimento, è incapace di immaginare una alternativa organica. Ed il quadro normativo è costituito dal socialismo quale progetto di emancipazione e giustizia sociale. Naturalmente questo socialismo così concepito non può essere un recinto identitario gestito opportunisticamente da qualche piccolo furbacchione. E’ un po’ quello che si è verificato con Boselli e Nencini. Anche qui siamo ad un surrogato minore dell’opportunismo dalemiano (che diviene accattonaggio politico). Così come (molto più in grande rispetto a Nencini ed allo stesso D’Alema) alla categoria dell’opportunismo possono essere ricondotte le derive liberiste di una certa socialdemocrazia (Blair – Schroeder).Oggi abbiamo la necessità di rifondare il socialismo democratico in Europa e ricostruire sinistra e socialismo in Italia.Di fronte ai guasti prodotti dal capitalismo liberista (di cui il pensiero debole, è in parte, un riflesso ideologico) ed alla sua grave crisi sistemica, è oggi imperativo rilanciare un progetto socialista vissuto non come appartenenza di sigla ma come forza propulsiva di una nuova sinistra. E’ un dibattito quello sul rapporto inscindibile tra sinistra e socialismo che dobbiamo far vivere tra i militanti ed il “popolo di sinistra” reale e potenziale.Il congresso di SeL (a meno di elezioni anticipate) è il primo banco su cui misurare la nostra capacità di proposta.Ammiro molto Vendola, ritengo essenziale il suo disegno di sparigliare le carte della sinistra asfittica attuale, apprezzo molto la sua capacità di suscitare passioni (che in politica sono importanti). Ma tutto ciò ha bisogno di un quadro strategico in cui convogliare le energie. E questo quadro strategico lo si potrà ritrovare se la parola socialismo tornerà a dar senso alla parola sinistra.PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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