Analisi di un lombardiano-La corruzione del riformismo

La Corruzione del Riformismo e la Rinascita del Socialismo

Quello che è successo nella vicenda Fiat e le prese di posizioni di ex dirigenti della sinistra (da Veltroni a Fassino a Chiamparino – Nencini non fa testo) tutte schierate con determinazione a favore di Marchionne deve farci riflettere sulla sostanziale scomparsa di una cultura di sinistra in Italia.

Accettare in nome di un astratto ed non-identicato “riformismo” l’idea di un capitalismo autoritario e corporativo che nega elementari diritti costituzionali in nome della “modernità” e delle leggi della globalizzazione è francamente sconvolgente per chi, come me, è sempre stato socialista ed intende rimanervi.

In questi anni una pesante egemonia ideologica e culturale di capitalismo neo-liberale ha modificato il senso delle parole. Una di queste è senza dubbio: riformismo.

Facciamo un piccolo tuffo in un passato lontano.

A Livorno faremo una manifestazione nel 90° della scissione del Pci dal Psi. Con il titolo : “dalla scissione comunista all’unità della sinistra nel socialismo del III Millennio”. Un titolo impegnativo.

Molti sanno che Filippo Turati in quella sede tenne forse il bel discorso della sua vita: corposo e denso sia di analisi politica che di dottrina socialista. Credo che oggi in quel discorso possa riconoscersi tranquillamente tutta la sinistra esistente, tranne forse Ferrando. Certo non può riconoscersi né Nencini, né D’Alema né Veltroni.

Bene: come sosteneva il grande storico socialista Gaetano Arfè, Turati non accettò mai il termine riformista e non si considerò mai tale. E’ un termine che gli attribuì la pubblicistica (che come al solito tende a schematizzare le cose) del tempo ma che né lui né quelli che la pensavano come lui (Matteotti, Treves) mai accettarono perché non lo consideravano confacente alla propria posizione politico-ideologica.

Turati pensava al socialismo come forza rivoluzionaria e non riformista. Rifiutava la concezione leninista e bolscevica della rivoluzione come presa del potere da parte di una avanguardia che si autoproclama tale gestendo il potere in modo autoritario e violento. Ma riteneva la sua posizione come gradualista e rivoluzionaria al tempo stesso, perché la rivoluzione sociale (a differenza di quella politica) ha tempi molto più lunghi ed è un processo molto più complesso.

Ma non c’è dubbio che per lui e Matteotti il socialismo è un processo rivoluzionario in quanto trasformatore in profondità della società capitalistica. Il suo orizzonte trascende il capitalismo in un modello superiore di organizzazione sociale da realizzare nella democrazia quale mezzo e fine.

In questa visione di fondo, se riflettiamo un po’, si ritrova, nelle linee essenziali, tutta la tradizione socialista italiana successiva da Nenni a Rosselli a Saragat a Lombardi. Ma anche in quella di comunisti come Di Vittorio ed Amendola.

Il termine riformista fu reintrodotto con forza nel 1980 da Craxi per dare un nuovo nome alla sua corrente (prima chiamata autonomista). Con riformismo Craxi comunque indicava l’idea di una sinistra di governo di tipo laburista, aperta ai ceti intermedi ed ai ceti emergenti, ma che conservava un rapporto privilegiato con il mondo del lavoro.

E’ nella II metà degli anni 80 che il termine riformismo cambia significato in alcuni settori del PSI (Amato. Martelli, De Michelis). Ricordo una forte reprimenda di Norberto Bobbio a Giuliano Amato e Claudio Martelli per la loro insensata idea di fare del riformismo un termine sostitutivo del socialismo stesso.

Ma così andò. In realtà Craxi non era affatto d’accordo con Martelli ed Amato, ma li lasciò fare perché erano compagni di cordata.

In realtà fu proprio in quegli anni che il termine riformismo si emancipa dal socialismo e dalla sinistra e si coniuga al termine “modernità” il quale nascondeva di fatto la subalternità di un pezzo di ex socialisti  (Martelli non lo è mai stato) al nascente pensiero neoliberale. Quindi il neo-riformismo si pone di fatto in aperta contrapposizione alla tradizione socialista. In Martelli e De Michelis  (che colora il suo “riformismo” con tinte dannunziane) c’è l’intenzione di liquidare di fatto il PSI come soggetto storico.

Va bene; poi venne Tangentopoli e tutto quello che ne è seguito.

Ma tale neo-riformismo rifiorì nel PDS e nei DS, favorito dal fatto che Occhetto aveva reciso ogni legame tra il nuovo partito che nasceva dalle ceneri del PCI ed il socialismo. Le nuove sub-ideologie “oltriste” e “nuoviste” recuperarono facilmente il termine riformismo disgiunto da sinistra.

Abbiamo così il disastro delle “due sinistre”; una subalterna al pensiero neoliberale ed un’altra subalterna ad un antagonismo senza sbocco politico.

Alla fine di tutto ciò abbiamo Chiamparino e Fassino innamorati di Marchionne.

Senza un pensiero critico rispetto al capitalismo, pensiero che solo una cultura socialista è in grado di offrire, c’è l’accettazione delle idee dell’avversario. La stessa idea socialdemocratica di un compromesso forte con il capitalismo la si può costruire solo se si concepisce una dinamica conflittuale con il capitalismo stesso (e quindi l’idea di socialismo come processo). Il compromesso esiste se c’è conflitto.

Chiamparino e Fassino hanno spesso utilizzato l’argomento che di fronte alla globalizzazione non possiamo più “permetterci” di avere certi stantard di tutele.

A parte il fatto che non hanno capito che questo  modello di globalizzazione fondato sulla ipertrofia strutturale del capitalismo finanziario (e sull’irresponsabilità sociale della impresa) è entrato in una crisi esiziale, una analisi del comparto automobilistico dimostra come un modello di competizione fondato sulla compressione salariale, dei diritti e delle tutele non serve ed è controproducente. Che in certi settori è oggi indispensabile le responsabilizzazione sociale dell’impresa (che può avvenire solo se c’è un sindacato ed una sinistra socialista forti).

Marchionne pensa ad una Fiat da terzo mondo sia come produzione che come relazioni sindacali.

Di una Fiat del genere l’Italia non ha che farsene. Ecco perché è importante che in Italia non passi il modello neocorprativo ed autoritario Marchionne-Sacconi (un vecchio amico di DE Michelis guarda caso).

Il voto di Mirafiori ci dà speranza. Va elogiato il coraggio di quei lavoratori che pur sotto forte ricatto hanno votato no. Anche perché a differenza di Chiamparino e Fassino hanno capito che il piano di Marchionne è inconsistente proprio dal punto di vista industriale.

Ed il coraggio di questi lavoratori ci dà anche più forza a noi che vogliamo ricostruire la sinistra in nome del socialismo. Contro ogni falso riformismo.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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