Analisi di un lombardiano-la casta ed i guasti di questo capitalismo

che in Italia il ceto politico sia diventato una casta è un dato incontestabile. Che questa casta ha dei privilegi ingiustificabili è altrettanto vero. Ma di casta, in Italia, non c’è solo quella della politica: pensiamo alla magistratura, al giornalismo, alle libere professioni, nonchè allo scandalo più grosso che rigurda le retribuzioni dei topo manager privati e pubblici. Ma di questo i giornali non ne parlano (guarda un pò). Essi infatti sono finanziati da quel capitalismo che è il vero responsabile della devastante crisi economica e sociale che, a macchia d’olio, si sta espandendo in tutto il mondo “sviluppato”.

Addossare tutto alla casta politica è, da un lato la classica arma di distrazione di massa, dall’altro un mezzo per impedire che politica riacquisti la capacità di assumere il controllo dell’economia.

Ma è proprio l’idea del “ritiro” della politica dall’economia, della “politica minima” fatta proprio non solo al centro-destra ma anche dal centrosinistra ulivista, veltronian-prodiano, che ha ha provocato il fenomeno della casta. Infatti una politica senza progetti, idee forti, sradicata dalla società tene a diventare una casta di vassalli e vavassori di un capitalismo finanziario feroce ed  onnipotente ormai quasi indistinguibile da certa criminalità organizzata. Le chiacchiere di un moralismo impotente e stupido fanno solo il gioco di coloro che hanno il potere reale. Una sinistra priva di orientamento ed ideali, una volta che ha cancellato la memoria socialista produce il resto. Se la questione morale prende il posto della questione sociale, la sinistra non ha più nulla da dire. Anzi arriva al punto (come il PD) di criticare Berlsconi perchè è ormai inaffidabile per i mercati (alias i pescecani dela finanza internazionale) i quali chiedono una ulteriore macelleria sociale. Qualcuno potrà incazzarsi, ma a me fa solo ridere questo continuo richiamo al Berlinguer della questione morale. Diciamo la verità: quel Berlinguer con la questione morale aveva l’esigenza di ricompattare un partito in forte crisi di identità. Ma rilasciò quella intervista a Repubblica (che rappresentava un pezzo del capitalismo italiano) per dire: noi comunisti siamo in grado di libearvi dal peso della partiticrazia. Che i partiti non dovessero nominare i primari degli ospedali è cosa giusta. Ma un ritiro dei partiti e della politica dalla capacità di intervento ei processi economici apre la strada al liberismo più sfrenato. Nel 1981 Andreatta (padre politico di Prodi e Rosi Bindi), d’accordo con Andreatta, praticò il divorzio tra governo e Banca d’Italia e quindi sottrasse qualisiasi controllo della politica monetaria al governo (anche questo provocò la forte crescita del debito pubblico negli anni 80, perchè ad un forte calo dell’inflazione dopo l’85 non corrispose un proporzionale calo dei tassi d’interesse e la spesa per gli interesi salì ale stelle). Un primo significativo ritiro della politica dalla gestione dell’economia. Poi il berlinguerismo di ritorno ha, magari involontariamente, prodotto la demonizzazione (a sinistra) della spesa pubblica non distingiuendo quella produttiva e sociale dagli sprechi). In tal modo la sinistra è rimasta ideologicamente disarmata nei confronti del neoliberalismo che ha aperto le porte al capitalismo odierno. Fino al punto che Velroni chiede di costituzionalizare il areggio in bilancio. Quanto è costato a certa sinistra la pervicace volontà di non abbracciare il socialismo democratico anche dopo aver abbandonato il comunismo. E per questo è sempre più importante la battaglia per far capire che solo il socialismo dà senso alla sinistra (senza di esso è parola vuota e senza senso). Una battaglia che tutti dovremmo dedicare alla memoria dei giovani compagni norvegesi.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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