Analisi di un lombardiano-L’insopportabile vuoto dei post-900

L’insopportabile vuoto dei post-900

 

 

Non ci dobbiamo meravigliare se la sinistra italiana è ridotta proprio male ed è incapace di dare risposte organiche ad una domanda diffusa (anche se spesso confusa) di cambiamento nel senso della giustizia e dell’equità sociale. Una domanda che probabilmente alberga in una parte consistente dello stesso elettorato di destra.

Del resto l’opinione pubblica se non è orientata da idee e pensieri forti si adatta alla liquefazione della politica. Proprio Bauman che è teorico della società liquida è un socialista convinto; per lui un pensiero forte e strutturato organizzativamente come quello socialista è l’antidoto alla perversità della liquidità sociale.

Ma in Italia è diverso. Evidentemente in tutta Europa c’è stato, nell’ultimo ventennio una caduta ed un impigrimento del pensiero socialista.

Ma in Italia è stato cancellato dalla cultura politica.

Per cui il vuoto mascherato dalle pseudo-ideologie nuoviste è divenuto imperante. Soprattutto quel vuoto malamente ricoperto dalle ideologie della fine del 900. Una affermazione che non ha nessun rigore scientifico-storico e che serve a coprire un dissolvimento di fatto di una politica affidata all’opportunismo sistematico ed al leaderismo acritico. Se manca il pensiero condiviso e discusso democraticamente, se non si ha nulla di solido (e infatti la società è liquida – il prossimo stato fisico è però quello dell’evaporazione) la politica diventa un terreno in cui si esercita l’opportunismo di un ceto politico squalificato e trasformista ed il leaderismo quale risposte emotiva ed irrazionale a problemi veri. Si parla spesso a vanvera di democrazia partecipativa. Qualcuno dovrebbe leggere bene Habermas che è un feroce critico del post-moderno e del pensiero debole. Questa democrazia si fonda sulla deliberazione partecipata in quanto fa discutere e decidere i cittadini sulla base di una corretta circolazione delle informazioni, tramite una corretta comunicazione politica. Una democrazia che si fonda sulla ragione e non sull’eccitazione; come è nel caso del populismo irrazionale (vedi Grillo): in cui c’è una massa di rincoglioniti che grida ed esulta ad ogni “vaffanculo” urlato dal guitto ex democristiano. Questo è un concerto di Vasco Rossi, non è democrazia partecipativa.

I primi “liquidi” della sinistra sono stati notoriamente Occhetto e Veltroni. Il superamento del 900 (oggi ripreso purtroppo anche da Vendola e Giordano) è idea loro.

Certo in questa idea si mescola all’inconsistenza progettuale anche la frustrazione di ex comunisti dopo il crollo del Muro. La mancanza di una uscita in positivo (verso il socialismo democratico) – e questo è un lascito negativo di Berlinguer – dalla crisi del comunismo (che proviene molto prima dell’89) lascia molti postcomunisti in sospensione politico-ideologica. Di qui l’attrazione verso nichilismo e pensiero debole.

Del resto l’idea di andare oltre il 900 (lo abbiamo detto più volte) si rifà alle idee dello storico comunista inglese (un intellettuale di alta qualità) Hobsobown sul 900 come secolo breve. Ma anche Hobsobown, ad avviso di molti, è tradito da delusione e frustrazione nel descrivere un 900 tutto legato allo scontro capitalismo-comunismo. Per cui la sconfitta del comunismo è la sconfitta del movimento operaio e di ogni socialismo possibile.

Massimo Salvadori ed altri hanno apetamente contestato lo schema interpretativo di Hobsobown. Hanno notato che il 900 è piuttosto un secolo lungo attraversato da diverse linee di frattura. E soprattutto Hobsobown sottovaluta fortemente il ruolo del socialismo democratico del 900 concepito come variante debole del comunismo e destinato con esso a sparire dalla storia.

Nulla di più errato.

In realtà il socialismo democratico (fra l’altro realizzato solo parzialmente dalle socialdemocrazie) ha rappresentato una concreta e praticabile alternativa al fallimenti del comunismo.

Lo schema di Hobsobown è molto ricalcato su quello della guerra fredda (che in realtà non è mai esistita). Una costruzione tutta ideologica , nel senso marxiano più autentico di “falsa coscienza”, per giustificare (come ha notato lo storico dell’economia americano Wallerstein) la spartizione del mondo in aree di influenza tra le due potenze vincitrici (Usa e Urss) della II guerra mondiale. Con questo le lotte di emancipazione sociale del movimento operaio non hanno nulla a che vedere. E’ solo lo schema ideologico di un presunto trasferimento della lotta di classe su un piano geopolitico che lo fa credere. Ma questa falsa coscienza ha profondamente influenzato la sinistra italiana (ed a lungo andare ne ha segnato la fine politica e culturale).

Turati ed altri socialisti compresero bene che il bolscevismo sarebbe stato ben presto strumentalizzato dal nazionalismo e militarismo russo. Questo è lo stalinismo (sul quale si sono poi basati tutti i comunismi al potere). Il comunismo diventa la maschera ideologica di un espansionismo (ereditato dallo zarismo) e di una vocazione imperiale di un grandissimo paese in ritardo di sviluppo.

Che le conquiste del modello socialdemocratico in Europa occidentale fossero determinate dalla pressione politico-ideologica dell’URSS è un falso conseguente dall’applicazione di schemi sbagliati. Del resto i paesi in cui si sviluppa massimamente il modello di welfare socialdemocratico (scandinavia, Gran Bretagna, Austria, Germania, Belgio) sono realtà dove non esistono partiti comunisti e dove la loro influenza è trascurabile. Su questo il compagno Paolo Borioni che è un serio studioso del welfare e della socialdemocrazia nordica potrà essere più preciso. In Svezia il modello sociale si sviluppa negli anni trenta (prima della guerra fredda) e viene dopo un ventennio di lotte sociali durissime (con sangue e repressioni) guidate dal partito socialdemocratico e dai sindacati ad esso legato.

Inoltre la presenza dell’Urss può piuttosto essere letta come un freno alla espansione del socialismo. Proprio in quanto l’Urss è di fatto la garante della egemonia americana sull’occidente. Usa e Urss si supportano a vicenda (dice Wallerstein). In Italia la guerra fredda produce il sistema bloccato fondato sulla centralità democristiana (la mancata presa di distanza del PCI dall’Urss nel 1956 va tutto a vantaggio della DC). Ma è in America Latina che Yalta produce gli effetti più gravi. Tutti i tentativi di riforma sociale (e di indipendenza economica) fatti o da socialisti come Allende o da populisti come Peron o Vargas, vengono stroncati da golpe militari preparati dalla Cia dietro il paravento del “pericolo comunista” in realtà per difendere gli interessi dei pescecani delle multinazionali a stelle e strisce. E naturalmente gli Stati Uniti stanno a guardare quando l’Urss invade Ungheria e Cecoslovacchia. Che Guevara viene denunziato ai militari boliviani da esponenti filosovietici del locale partito comunista. Insomma il comunismo è stata forse la più grande presa per il culo del 900. Anche se molti compagni vi hanno creduto in perfetta buona fede e mossi da istanze di liberazione. Ma alla fine il socialismo si costruisce sulla ragione e non sui miti.

Il comunismo italiano era certo nei fatti molto più simile alla socialdemocrazia, ma la doppiezza che è stata presente con lo stesso Berlinguer, ha impedito sia questa presa di coscienza che una conoscenza vera della socialdemocrazia, al di fuori degli schemi ideologici della guerra fredda.

La crisi della socialdemocrazia non deriva dalla caduta del Muro. Ma dal fatto che il modello socialdemocratico si era conformato sul compromesso keynesiano-fordista. Quando esso è stato messo in discussione (tramite la liberalizzazione dei movimenti di capitale e l’uso capitalistico delle nuove tecnologie) il modello socialdemocratico ha iniziato ad entrare in crisi. Non c’è stata (tranne che in settori minoritari) una adeguata capacità di lettura dei nuovi processi capitalistici. Ma Lombardi, Martinet ed Olof Palme lo avevano capito bene. Palme sviluppo il Piano Meidner (che è l’unico tentativo vero di superare gradualmente il capitalismo verso il socialismo democratico) come superamento in positivo del vecchio modello.

La caduta del Muro ha solo offerto alla globalizzazione neoliberale un campo di intervento molto più vasto in quanto Russia e Cina sono state incluse nel mercato globale.

Modello socialdemocratico e progetto del socialismo democratico sono due cose non coincidenti. Il primo è un modello storicamente determinato, l’altro è un progetto emancipatorio. Il primo ha realizzato solo in parte il secondo.

Sul superamento delle derive liberali della sinistra socialdemocratica ho parlato a lungo. Di fatto però la socialdemocrazia ha costruito una civiltà sociale che neanche i governi di destra sono riusciti a smantellare. Qui è stata la sua grande funzione storica.

Il socialismo democratico si fonda solo in parte sul welfare e la redistribuzione del reddito. Esso è invece una civiltà umanistica che si oppone diametralmente al mercatismo neoliberale. Il socialismo democratico non è statalismo; esso utilizza la proprietà collettiva  organizzata in modo autonomo e democratico come strumento e non come fine. Ma esso si fonda sulla espansione delle forme comunitarie, cooperative, mutualistiche, augestionali delle attività economiche e sociali. Garantendo  uno spazio anche al privato, ma nella forma della impresa socialmente responsabile.

Mi fermo qui, perché il ragionamento ci porta lontano. Il socialismo, diceva Polanyi, è un movimento che punta a riequibrare il rapporto tra economia e società (a favore della seconda). Lo diceva anche uno dei precursori inglesi del socialismo, il grande Robert Owen. In una fase finanzcapitalistica in cui quel rapporto è radicalmente e totalitariamente  squilibrato a favore del mercato e dell’economia capitalistica, il termine socialismo ha molta più pregnanza e significato di quello indistinto di ..sinistra. Con buona pace dei vacui oltrepassatori del 900.

 

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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