Analisi di un lombardiano-intervista a De Martino (2001)

vi sottopongo questa intervervista del comagno De Martino rilasciata nel 2001, un anno prima ella sua scomparsa. Vi sorprenderà la grande lucidità di un 94 anne. Pensare che menti del genere siano stati sostituite nel Psi da una classe dirigente di cinici, arrpoganti ed amorali e che adirittura oggi si è superato largamente il ridicolo con un assessore toscano in quota PD che pretende di dirigere un partito che porta il nome di quelo che diressero De Martino e Nenni, mi fa venire una rabbia tremenda

 

Peppe

 

 

 

NAPOLI – Ha 94 anni, Francesco De Martino: un Patriarca, sì, ma di una famiglia, quella del socialismo italiano, che una spaventosa bufera ha disperso per mille rivoli. E poi lui, De Martino, della dissoluzione del Psi non ha proprio voglia di parlare: «Vedere ridotti in questo stato gli eredi di un partito che nella storia italiana ha rappresentato quel che ha rappresentato, più che meravigliarmi, mi mette malinconia, e alla mia età non bisogna immalinconirsi. A me, pensi, il futuro interessa molto più del passato. Stiamo vivendo, in Italia e nel mondo, un passaggio d’epoca. E quello che più mi addolora della vecchiaia è che non potrò mai sapere come andrà a finire…».

Tra qualche giorno si vota, professore. Pensa anche lei, come Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, che la posta in gioco sia la democrazia?

«Ho grandissimo rispetto per Bobbio e Galante Garrone, ma allargherei un po’ il discorso. Un sistema democratico cede all’autoritarismo, ma oggi è più giusto dire al plebiscitarismo, se i suoi pilastri non reggono più. E io non riesco a immaginare pilastri diversi dai partiti e dai sindacati».

Be’, a dire che è stato Silvio Berlusconi a mettere in crisi i partiti e i sindacati si rischia di scambiare la causa con l’effetto…

«Già, bisognerebbe sforzarsi di capire com’è che si è prodotto, il fenomeno politico Berlusconi. Ha le televisioni, certo, e questo è stato ed è decisivo per fare arrivare a segno il suo messaggio. Ma non dimentichiamo che, sin dall’inizio, i destinatari di questo messaggio sono stati elettori privi dei partiti per cui tradizionalmente votavano».

E non c’entra anche il «passaggio d’epoca» di cui lei parlava prima?

«Penso proprio di sì. I valori predominanti, ormai, sono la concorrenza, la competitività, l’egoismo individualistico: e questo non può non indebolire i partiti, in primo luogo, ovviamente, quelli di sinistra, e i sindacati. Non è un fenomeno solo italiano, si capisce, ma da noi la tendenza ad esautorare questi organismi è più forte che altrove. E non incontra troppe resistenze in una sinistra che, anzi, accetta acriticamente un simile quadro di riferimento. Non credo che si possano trovare risposte soddisfacenti nei nostri classici, è chiaro. Ma trovo ugualmente stupefacente che una sinistra moderna non si chieda nemmeno se sia possibile, e come, favorire il progresso tecnico e scientifico indirizzandolo verso l’interesse collettivo e non solo verso l’interesse dei gruppi economici e finanziari più potenti».

Neanche questo, a voler essere sinceri, sembra un problema solo italiano…

«Ma in Italia è più evidente che altrove. E di anomalie noi ne presentiamo anche un’altra, di natura che potremmo definire “etnica”: la frammentazione. Ognuno, non soltanto a sinistra, ma soprattutto a sinistra, vorrebbe un partito esattamente eguale a quello che ha in testa».

E’ una storia antica…

«Antichissima: basta pensare al Psi. Mentre il fascismo stava già vincendo, i socialisti si dividevano su come fare la rivoluzione. Dopo la Liberazione, nel mondo diviso in due dagli accordi di Yalta, rivoluzionari e riformisti avrebbero potuto benissimo convivere nello stesso partito, perché possibilità di andare oltre certi limiti, in Italia, non ce n’erano. Invece prevalsero le passioni…».

E si perse sul nascere la possibilità di dar vita anche da noi, come in tanta parte d’Europa, a un grande partito socialista. Tanti anni dopo, non le sembrerebbe giusto riconoscere che, nel 1947, aveva ragione Giuseppe Saragat?

«Sul piano storico sì, sicuramente, tanto è vero che le sue idee hanno vinto. Ma politicamente fu sconfitto, e non per caso: la spinta all’unità era fortissima tra i lavoratori che sognavano di “fare come in Russia” ma anche tra quelli che, più semplicemente, volevano un lavoro e un salario dignitoso. Li ricordo bene, quegli anni. Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, ero confluito, con tanti compagni, nel Partito socialista. Da professore, non da funzionario di partito, trovai finalmente la tranquillità della coscienza proprio partecipando a quei congressi, a quelle assemblee, dove cadevano le differenze di classe, e prevaleva la comunanza di sentimenti e di ideali».

Comunque, se fosse nato un grande partito socialista, la storia italiana sarebbe stata assai diversa. E diversa sarebbe stata anche la sorte del nostro sistema politico: prima o poi, avremmo conosciuto anche noi l’alternanza.

«Probabilmente sì. Ma la storia è quella che è, non possiamo cambiarla. E nemmeno i suoi protagonisti. Pensi a Pietro Nenni. Nel ’47 forse non credeva che Saragat avrebbe fatto davvero la scissione…».

E nel ’63, quando a lasciare il partito, per dare vita al Psiup, fu la sinistra filocomunista?

«Nenni pensò che quello fosse il prezzo da pagare per fare il centrosinistra. Anche Riccardo Lombardi era molto critico sull’accordo che stavamo facendo con la Dc. Quando gli dissi che rischiavamo di perdere anche lui, Nenni allargò le braccia e mi disse: “Che ci vuoi fare?”. Io feci di tutto per trattenerlo, e ci riuscii. Chi dirige un partito lungo un passaggio storico ha il dovere di cercare di preservarne l’unità. A quale costo? In me prevalse l’idea che il governo di centrosinistra dovessimo comunque farlo. Non sono convintissimo di aver visto giusto, il dubbio me lo porto ancora appresso».

L’eredità della stagione craxiana, secondo lei, è da liquidare in blocco?

«No, l’intuizione di Craxi era giusta, l’Italia andava ammodernata, a cominciare dal sistema politico: ma, nel concreto, Craxi fece tutto l’opposto. Il vero motivo di divisione tra noi e i comunisti consisteva nel loro rapporto con l’Urss. E proprio negli anni in cui il Pci si rendeva sempre più autonomo da Mosca, la polemica di Craxi si faceva più aspra, come se il Psi avesse deciso di andare in senso contrario al processo storico, mettendosi sulla china che, passo passo, lo avrebbe portato fino alla scelta del cosiddetto Caf».

Qualche responsabilità, magari, la avranno avuta anche i comunisti .

«Sì. Però io non dimentico che alla metà degli anni Settanta, dopo che a Mosca aveva solennemente dichiarato di considerare la democrazia un “valore universale”, io dissi a Berlinguer: “Adesso non ti resta che cambiare il nome al tuo partito”…».

E lui?

«Mi rispose: “Non posso, perché quelli là (e intendeva i russi) farebbero nascere subito un altro partito comunista, e i miei non sono preparati a un simile trauma”. Evidentemente, Berlinguer teneva all’unità del suo partito più ancora di quanto io tenessi all’unità del mio».

Massimo D’Alema e Giuliano Amato, ma non solo loro, sostengono che, comunque vadano le elezioni, bisognerà porre mano alla costruzione di un partito socialista di stampo europeo. Lei considera ancora attuale questa prospettiva?

«Attuale? Sì, ma in forme nuove rispetto al passato. E utile. E necessaria. La politica ha bisogno di riferimenti che durino nel tempo, di partiti in cui si sta assieme anzitutto perché se ne condividono gli ideali».

Ma lei pensa che questa parola così carica di storia, di grandezze ma anche di miserie, socialismo, possa significare ancora, per i giovani, qualcosa per cui vale la pena di impegnarsi?

«I giovani… Ogni tanto mi viene da pensare che servirebbe non dico un nuovo Marx, ma qualcuno che si impegni ad affrontare un po’ meno superficialmente categorie che oggi vanno per la maggiore, come la globalizzazione: possibile che a così pochi venga in mente che, per adesso, rischia di coincidere con il potere indiscusso di una sola grande potenza sul piano mondiale?».

Le chiedevo del socialismo.

«Socialismo è una parola che in molti suscita preoccupazione, in molti, al contrario, speranze. Ma la parte che ha sperato, e vorrebbe continuare a sperare, è delusa, e alle elezioni si astiene».

E lei, spera?

«Io sono molto anziano, anzi, sono molto vecchio. Quando ero giovane, la piccola borghesia mangiava la carne una volta la settimana, la povera gente due o tre volte l’anno, nelle grandi festività. Da allora l’Italia è straordinariamente cambiata, e in meglio. Ma, fino a quando ci sarà disuguaglianza, ci sarà sempre richiesta di condizioni migliori di vita. Sul piano materiale, certo, ma anche sul piano morale e civile».

 

Corriere della Sera

7 maggio 2001

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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