Analisi di un lombardiano-Il socialismo democratico di Olof Palme E l’attualità del suo riformismo radicale

Il socialismo democratico di Olof Palme

E l’attualità del suo riformismo radicale

“Il socialismo democratico è un processo di liberazione dell’uomo” una bellissima frase di Olof Palme che amo ricordare in un tempo in cui il socialismo europeo ha sembrato smarrire se stesso con le sue derive social-liberiste (da cui sta faticosamente uscendo).

In Italia, a causa della egemonia culturale del PCI o meglio della sua anima più conservatrice (per cui tutto il pensiero della sinistra si esauriva nella coppia Gramsci-Togliatti) e per la disattenzione del PSI fino agli anni 70, la socialdemocrazia è stato un oggetto poco conosciuto e spesso indebitamente deformato. Se c’è un merito della prima fase della segreteria Craxi è quello di aver acceso l’attenzione intorno al dibattito interno al socialismo europeo nelle sue varie componenti (mediterranee, nordiche e mitteleuropee).

Ma poi il postcraxismo ha fatto precipitare tutto in uno schematismo simmetrico a quello comunista per cui  la riscoperta della socialdemocrazia (vedi i Pellikanos) è stata utilizzata strumentalmente per polemica anticomunista e non come critica democratica al capitalismo. Fino al tentativo organico di distruzione del socialismo operato dal neoliberale risciacquato Claudio Martelli. Per cui il programma di Bad Godesberg è stato semplicisticamente rievocato come rinnegamento del marxismo (ma non era affatto questa la intenzione della SPD, che invece puntava ad un superamento ed una storicizzazione del marxismo stesso) e da cui venivano espunti tutti quegli elementi di riformismo strutturale che pure esistevano.

Voglio citare alcuni passi di una sintesi operata dalla autrice stessa del libro di Monica Quirico (una studiosa molto seria del socialismo scandinavo) su Olof Palme:

La competitività del sistema svedese è stata in grado di garantire ed estendere un sistema di welfare universalistico, in cui vengono forniti servizi indiscriminatamente a tutti i cittadini, dunque non solamente assistenza ai bisognosi o servizi selettivi. Il tema del welfare è stato inserito in una visione complessiva della politica, della società e dell’economia. Il primo insegnamento che possiamo trarne è che i problemi sociali ed economici non possono e non devono essere affrontati separatamente e in modo parziale.

 

Un modello che oggi merita di essere approfondito in una prospettiva di uscita dalla crisi è quello del compromesso socialdemocratico, il cui obiettivo è favorire lo sviluppo del sistema, la sicurezza sociale e una equa redistribuzione del reddito, elementi che, a dispetto del pensiero economico mainstream, vanno di pari passo, come mirabilmente illustra Palme in numerosi discorsi riportati nel volume.

 

Il compromesso sociale è stato il frutto della necessità di uscire dalla profonda recessione degli anni trenta. La crisi del ‘29 era, come quella attuale, una crisi del modello liberista, una crisi da disuguaglianze e da deregolamentazione dei movimenti finanziari. La risposta sono state le politiche keynesiane che hanno favorito la crescita e la tendenza a una maggiore equità distributiva. Nei paesi del nord Europa tale modello ha raggiunto gli standard più alti: la spesa pubblica, la creazione di nuova occupazione, l’aumento del potere d’acquisto dei lavoratori non si collocano solo in uno schema keynesiano di stimolo alla domanda effettiva, ma sono il risultato di una politica in grado di coniugare sviluppo e integrazione sociale.

 

Ma, negli anni settanta si è inceppato il meccanismo virtuoso di crescita stabile e sostenuta. In parallelo il compromesso socialdemocratico è entrato in crisi; è rimasto così incompiuto il processo di costruzione di una società socialista auspicato da Palme.

 

Olof Palme si rende conto dei cambiamenti in atto, coglie il pericolo di una crisi di lunga durata del capitalismo, di forti correnti reazionarie scatenate dalla recessione degli anni settanta, di un’offensiva neoliberista sul piano ideologico e pratico. La soluzione – dice Palme – non è: più capitalismo, ma una trasformazione della società che aumenta il potere dei lavoratori e un intervento sistematico sui principali nodi dell’economia. Per superare la crisi non si deve lasciare più spazio al mercato, ma è necessario avanzare verso il socialismo. “Il rischio, tuttavia – dice profeticamente Palme nel 1977 – è che il capitalismo, trovandosi sulla difensiva, diventi duro, brutale e repressivo, finendo così per diventare pericoloso”. Di fronte ai rischi di un capitalismo sempre più aggressivo vede la necessità di una gestione programmata dell’economia, di un progresso verso uno stadio più avanzato della democrazia, la democrazia economica che nella sua concezione rappresenta il seguito e il complemento della democrazia sociale, che costituisce a sua volta il prolungamento della democrazia politica.

 

Oggi – molti sottolineano – incombe il problema dell’inquinamento e del degrado dell’ambiente, non si può più pensare a una crescita continuativa in grado di sostenere un sistema di welfare universalistico. Palme è cosciente di problemi che col tempo si riveleranno ben più pressanti e propone soluzioni adeguate ad affrontare le nuove sfide poste dalle tematiche ambientalistiche: la crescita si deve concentrare nel sociale, nell’ambiente, nella formazione, nella tecnologia.

 

Muovendosi nella direzione indicata da Palme uno stato sociale degno di questo nome potrebbe essere costruito, anche in Italia, e costituirebbe la premessa e il complemento di un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Naturalmente un sistema di tassazione elevata e fortemente progressiva è condizione necessaria e deve accompagnarsi a una svolta profonda nelle politiche economiche. In questa fase di insicurezza generalizzata deve essere ripensata la spesa sociale, si devono ridurre drasticamente le disuguaglianze, il dualismo del mercato del lavoro, si deve tornare a puntare sulla piena occupazione, magari rispolverando l’idea oggi fuori moda della diminuzione dell’orario di lavoro.

 

Dalla democrazia dei diritti civili e politici si deve avanzare verso la democrazia sociale e la democrazia economica, è necessario un intervento diretto delle forze sociali e dei lavoratori nel processo di accumulazione. Può sembrare un’utopia, proprio quell’utopia abbandonata dai partiti socialdemocratici che sempre più hanno conosciuto derive moderate e liberiste. Eppure, – come ci insegna Palme – “il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile” .

 

Questo è tanto più vero oggi con questa crisi che, a dispetto degli ottimisti, è ben lungi dall’essere superata non solo e non tanto per i problemi finanziari, che comunque sono tutt’altro che risolti, ma per gli effetti devastanti sull’occupazione e sul tessuto produttivo. L’incapacità di una riflessione complessiva da parte di partiti e governi e consiglieri del principe rende problematica l’uscita dalle recessione. In questo contesto i partiti cosiddetti socialdemocratici di oggi non sono in grado di dare risposte e si sono adagiati supinamente sul pensiero dominante.

 

La crisi offre la possibilità di un ripensamento sui rapporti sociali, sulla democrazia e sul modo di produzione. Non a caso le grandi crisi, con la loro forza destabilizzante, costituiscono un momento decisivo e un punto di svolta nella gestione dell’economia e nello sviluppo delle politiche sociali, pongono problemi difficili, ma offrono anche nuove opportunità.

 

Come da più parti oggi si evidenzia, la crisi è intrinseca al capitalismo. Ma tanto più incisive sono le azioni redistributive e i controlli sulla sostenibilità sociale e ambientale dei processi economici da parte dello Stato, tanto minori sono gli elementi di instabilità. è dunque urgente una riforma profonda dei processi produttivi e distributivi, una svolta nella direzione dell’equità e della democrazia sociale ed economica.”

 

Questo passo è una sintesi straordinaria sia di quello che storicamente ha rappresentato la socialdemocrazia, sia di quelli che sono i compiti di un socialismo democratico del XXI secolo dopo la crisi sistemica del liberismo e delle sue devastazioni sociali, etiche ed ambientali.

Lo scritto della Quirico mette bene in evidenza la consapevolezza di Palme riguardo all’esaurirsi del compromesso socialdemocratico degli anni 50 (quello delineato bene nel programma di Bad Godesberg) e che comunque aveva realizzato un modello sociale molto avanzato. Una consapevolezza che era forte anche in socialisti latini come Riccardo Lombardi e Gilles Martinet (i loro ripetuti riferimenti al mutamento del modo di produrre e consumare). Insomma il socialismo democratico non può più limitarsi al governo della distribuzione del reddito (“il capitalismo è un agnello che va tosato e non ucciso”) ma deve affrontare il tema della sua produzione ed accumulazione mediante una scala di valori sociali alternativi a quelli strettamente capitalistici

Non che, ad esempio nel programma di Bad Godesberg, si riducesse tutto il compito dei socialisti ad una funzione redistributiva. In quel programma (l’ho detto tante volte) si parla di intervento pubblico diretto (certo in forme diverse da quelle sovietiche) nell’economia, di programmazione, di controllo degli investimenti e della potenza economica. Ma tutto ciò avviene in un sistema misto a due settori, stato-mercato – pubblico-privato, con una proprietà collettiva organizzata in modo democratico ed una impresa privata vincolata dalla cogestione. Certo in Bad Godesberg si parla anche della “libera economia comunitaria” (un modo tedesco per indicare il settore cooperativo) ma essa pare rivestire una importanza minore rispetto agli altri due settori. In più Bad Godesberg si inserisce in una idea di crescita forte dell’economia (siamo nel 1959); la stessa SPD ha poi rivisto nel 1989 quel programma inserendovi il tema della qualità ecologica dello sviluppo.

In Palme, in Lombardi, in Martinet (ma poi anche in Gorz, Ruffolo, Lafontaine) viene con nettezza fuori l’idea di una economia “ternaria” in cui coesistono con la stessa dignità uno spazio pubblico democratico, uno spazio sociale autogestito-cooperativo-mutualistico, ed uno spazio affidato ad imprese private però aperte al concetto di responsabilità sociale dell’impresa stessa (codeterminazione ecc). Il tutto all’interno di una idea di uno sviluppo governato da criteri umanistici e qualitativi.

Il tema del “trascendimento del capitalismo” non prefigura quindi una “uccisione” o una abolizione per decreto del capitalismo, quanto un suo graduale superamento. In che senso? Abbiamo già visto che Karl Polanyi distingue capitalismo e mercato in senso stretto. Il capitalismo è la “società di mercato” la sua centralità nella vita sociale. Il superamento del capitalismo in tale ottica non è la abolizione del mercato ma il suo sottomettersi al controllo sociale espressione della libera autodeterminazione della società tramite la democrazia che è quindi un valore sostanziale del socialismo.

In questo concetto c’è la radicale differenza incommensurabile tra socialismo democratico e comunismo. Quest’ultimo da Stalin in poi (Mao, Breznev ecc) – ma le premesse vi sono in Lenin –si caratterizza come dominio totalizzante dello stato burocratico (controllato da una nomenclatura) sulla società che abolisce ogni democrazia e quindi ogni forma di autodeterminazione sociale, nel quadro di una idea ipersviluppista ed antiumanistica dell’economia (gli stessi valori socio-economici del capitalismo) :un incubo.

Nel socialismo democratico (c’è nelle premesse del programma di bad godesberg – ma esso riprende concetti già espressi nel 1951 dalla Spd) c’è una fondazione etico-umanistica del socialismo svincolato da una idea deterministica dello sviluppo storico. Ma a differenza del socialismo “debole” di Eduard Bernstein tale istanza non si riduce ad una astratta esortazione alla giustizia ed alla coesione sociale (come fanno molti liberal-progrssisti) ma essa (la istanza socialista) è frutto comunque di un processo di autoemancipazione delle classi lavoratrici (la giustizia si conquista non viene concessa da una minoranza illuminata) e da una analisi delle contraddizioni e dei rapporti di forza presenti nel capitalismo (e quindi della resistenza stessa del capitalismo al cambiamento). In Bad Gosberg tale base teorico-analitica è data dal keynesismo progressista. In Lombardi e Martinet viene integrato il pensiero post-keynesiano con un Marx liberato dal determinismo.

Insomma il socialismo democratico in Europa deve ritrovare se stesso e liberarsi delle scorie neoliberali (frutto comunque di una pesante ipoteca ideologica su vasti settori politici e sociali). Nelle posizioni di Palme e nel suo sviluppo (concordo pienamente con ciò che scrive l’autrice) vi sono le premesse per uscire dalla crisi da sinistra.

Non vi sono in un neocomunismo di ritorno. Che ripete sempre la solita solfa pappagallesca contro la socialdemocrazia. Ma non ha ricette. Fra l’altro pretendere di ricostruire una neo-ortodossia marxista (e quindi di Marx letto con canoni rigidi) fondata sulla autosufficienza del marxismo stesso non porta da nessuna parte. Il capitalismo dagli anni 30 in poi non è comprensibile se Marx non viene integrato da Keynes e Polanyi. Soprattutto la fase della finanziarizzazione strutturale è difficile da analizzare senza il contributo postkeynesiano-istituzionalista.

Un riformismo radicale (non c’è contraddizione nei termini) è quindi possibile recuperando lo spirito più autentico della democrazia socialista. Basta non identificare la radicalità nelle scempiaggini di Pecoraro Scanio (o peggio di Grillo) ed il riformismo nel nullismo di Veltroni.

 

PEPPE GIUDICE

 

 

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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