Analisi di un lombardiano-Il fallimento dei DS

Il fallimento dei DS

 

 

 

Massimo D’Alema, all’obiezione che rivolgevano i critici del PD relativamente alla mancata adesione al PSE, così rispose: “non siamo diventati socialisti noi, non possiamo imporlo a chi viene dalla Margherita”.

Con tutto il suo cinismo sprezzante questa frase del lider maximo contiene un forte elemento di verità: i DS non sono mai divenuti un partito socialista. E’ rimasto un partito dalla identità incerta e sospesa nel vuoto, pur avendo aderito al PSE e avendo messo nello statuto un chiaro riferimento al socialismo democratico quale bussola ideologica.

Il non essere divenuto socialista ha segnato il suo fallimento e la dissoluzione della parte di gran lunga maggioritaria della sinistra italiana nella palude PD.

Eppure nel 1998 sembrava inizialmente che la “Cosa 2” dovesse essere qualcosa di ben più promettente. Almeno così la immaginavamo noi socialisti che, seguendo Spini, Ruffolo, Aniasi ed altri, aderimmo a quel progetto. Ma è stata una illusione. Certo non c’era molto da scegliere. Dall’altro lato c’era lo SDI post-craxiano e prodiano di Boselli e Villetti.

Ma i DS potevano rappresentare, se non la riproduzione delle esperienze socialdemocratiche europee, qualcosa che comunque assomigliasse loro.

Per fare un partito socialista servono socialisti convinti. “Le idee camminano sulle gambe degli uomini” diceva Pietro Nenni. E’ così. Chi è rimasto post-comunista (cioè in sospensione) e non è mai convintamente divenuto socialista, difficilmente poteva pilotare un progetto simile.

Il PCI al netto dei miglioristi veri (Napoltano, Macaluso, Chiaromonte, Lama) non ha mai sinceramente subito una evoluzione chiara e lineare verso il socialismo democratico. Del resto, nelle sezioni dei DS, campeggiavano i ritratti di Gramsci, Berlinguer, qualche volta Togliatti, ma mai quelli di Matteotti, Rosselli, Nenni o Lombardi (o di Willi Brandt ed Olof Palme). Certo i cimeli non sono tutto, ma in politica la forma è sostanza.

Dicevo a parte i miglioristi – che già negli anni 80 avevano ben delineato la propria fisionomia socialista – solo Bruno Trentin (che però proveniva dal partito D’Azione) e Gavino Angius (un berlingueriano atipico), tra i dirigenti, avevano fatto una convinta scelta socialista. Naturalmente Veltroni questa scelta aveva sempre rifiutato di farla e lo ha sempre detto in modo esplicito; D’Alema ha fatto finta di farla. Ma il suo opportunismo è proverbiale.

La stessa sinistra DS che avrebbe potuto combattere una battaglia ben più robusta e convincente se i suoi dirigenti avessero difeso con convinzione la identità socialista, era ideologicamente confusa. Vagava tra l’idea di una sinistra senza aggettivi ed un socialismo europeo corretto da iniezioni di un improbabile berlinguerismo (come dire, mettere insieme capre e cavoli). E comunque Mussi e Folena erano stati veltroniani, Salvi in realtà cercava una impossibile fusione tra socialdemocrazia e comunismo…

Ora nella base ex comunista c’era una parte che sinceramente aderiva al progetto socialista, ed un’altra che lo ha sempre surrettiziamente contestato (con tutta una serie si “se, ma, però”. Restava la vecchia e mai sopita diffidenza verso il socialismo democratico – una diffidenza frutto anche di ignoranza (di gente che ha letto solo Gramsci e Togliatti- ed un Marx canonizzato) e del negativo lascito berlingueriano che aveva contribuito notevolmente a mantenere ed ad alimentare quella diffidenza. Insomma il PDS non è mai riuscito a de-berlinguerizzarsi seriamente. Un berlinguerismo di seconda o terza mano che ha avuto il suo sbocco di destra nel veltronismo e quello di sinistra nella disaggettivazione del termine e nel giustizialismo.

Il PD è stata la classica operazione trasformistica all’italiana favorita anche e soprattutto dalla confusione delle culture politiche o dalla loro regressione.

Ricostruire una sinistra socialista la si può fare solo con socialisti convinti,qualunque sia loro provenienza (PSI, PCI ecc) , tenendo conto che la identità socialista non la si può ridurre ad un fatto biografico. Ci sono tanti che hanno militato nel Psi e non sono affatto socialisti. E’ quindi essenziale una battaglia di ricostruzione culturale. E lavorare negli attuali partiti (SeL, PD) perché prevalga la scelta socialista.

 

 

Peppe Giudice

 

 

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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