Analisi di un lombardiano-Il compagno Craxi

Il compagno Craxi

E’ stato il mio segretario nazionale per 16 anni. Non l’ho mai amato politicamente, ho portato rispetto, questo sì, alla sua forte personalità; ho avuto dall’inizio l’impressione che volesse portare il socialismo italiano fuori dal suo alveo storico ma forse su questo esageravo probabilmente perché confondevo le posizioni di alcuni suoi “delfini” come Martelli con le sue. Mi ha sempre irritato la sua arroganza, la sua tendenza a vedere il partito come un prolungamento della sua personalità. Ma probabilmente tale tratto della personalità era più il frutto di un carattere timido, ansioso ed insicuro che porta ad assumere toni aggressivi per difendersi dall’esterno, che di un atteggiamento intrinsecamente autoritario.
Allo scoppio di tangentopoli l’ho però veramente odiato; odiato profondamente lui ed i reggicoda. Tant’è che con altri compagni ho sperato che Martelli prendesse in mano il partito (pensate un po’!). Ma anche Formica e Ruffolo sostennero nel 92 Martelli pur essendo lontani da lui. Per tutti noi era fondamentale che abbandonasse subito la segreteria; in tal modo forse il PSI si poteva salvare.
Mi vergogno un po’ a dirlo ma, all’inizio, fui un sostenitore di Mani Pulite. Ero convinto che il pool di Milano stesse conducendo una opera di moralizzazione indispensabile per riformare la politica italiana. Cambiai idea nella seconda metà del 1993 quando quell’inchiesta apparve sempre più come un golpe strisciante diretto dai poteri forti e che faceva presa su una opinione dominata dal canagliume qualunquista; una operazione diretta a liquidare la democrazia fondata sui partiti e non a fare opera di giustizia.
Ma torniamo a Craxi. Finiì di odiarlo ed assumere sentimenti di solidarietà non certo politica ma umana dopo il vergognoso lancio di monetine del maggio 93. Un lancio che non fu certo opera spontanea di “cittadini incazzati” ma di militanti della Sinistra Giovanile diretta mi pare, allora, dal dalemiano Cuperlo (ma insieme a loro c’erano anche un po’ di fascisti dell’allora MSI di Fini) che saltavano come tanti coglioni gridando: “chi non salta socialista è!”
In tal modo non si colpiva solo Craxi ma simbolicamente tutto il socialismo italiano scavando un fossato profondo nella sinistra (non dobbiamo dimenticare che l’anno prima Craxi permise l’ingresso del PDS nell’Internazionale Socialista).
Certo oggi ragionando a mente fredda quel comportamento del PDS si inquadrava nel tentativo di sottrarre esso stesso alla ondata giustizialista e qualunquista. Non dobbiamo dimenticare che nel 1992 , a Milano, all’inizio delle inchieste sulle tangenti, furono coinvolti insieme esponenti del PSI e del PDS. Pertanto quest’ultimo per salvarsi e poter diventare socio fondatore della II Repubblica fu “costretto” a cavalcare l’ondata antipolitica: un errore tragico per le conseguenze che ha avuto sulla sinistra, ma che allora permise di salvare il PDS dalle inchieste giudiziarie (anche per il sostegno acritico dato da esso a tutte le iniziative della magistratura) ed impedire che una parte del suo elettorato potesse essere attratto dalla “Rete” di Leoluca Orlando (che svolgeva il ruolo che oggi più o meno svolge l’IDV).
E comunque non dobbiamo dimenticare che il grosso del giustizialismo stava a destra (che è la sua collocazione logica) : la Lega, il MSI, giornali come l’Indipendente diretto da Vittorio Feltri (uno dei giustizialisti più feroci e volgari), le stesse televisioni di Berlusconi che nel 93 facevano il tifo per Mani Pulite. E naturalmente il potere economico: la Fiat, la Olivetti, la Pirelli tutti a sostenere ed anzi alimentare con i loro organi di stampa l’ondata qualunquista ed antipolitica al fine di indebolire la politica e renderla subalterna all’economia.
Vi siete mai chiesti perché Mani Pulite mise al tappeto l’industria pubblica (l’IRI e l’ENI furono decapitate) e sfiorò marginalmente la grande industria privata? Non per caso.
Rino Formica così scrive: “ la II Repubblica nacque sul Panfilo Britannia, nel giugno 1992, ove fu deciso lo smantellamento del sistema delle partecipazioni statali”. Nel mese di Settembre, vi fu la forte speculazione sulla lira (con successiva svalutazione). Agli inizi del 1993 furono arrestati i presidenti di IRI ed ENI, Nobili e Cagliari (quest’ultimo poi morì suicida in carcere). Dopo l’arresto di Nobili, Romano Prodi (secondo diversi testimoni anche lui presente sul Panfilo, insieme a Draghi, attuale Governatore della B.I., ed organizzatore delle privatizzazioni selvagge sotto i governi D’Alema e Prodi) inizia lo smantellamento dell’IRI.
E’ evidente che c’è una forte connessione tra l’inchiesta Mani Pulite e gli interessi dei poteri forti interni ed internazionali. La II Repubblica segnerà di fatto la perdita dell’indipendenza economica nazionale.
Ma torniamo al filo conduttore.
Non c’è dubbio che lo smantellamento della democrazia fondata sui partiti trovò inizialmente nell’opinione pubblica un certo favore sia per lo scoperchiamento del Vaso di pandora del canagliume qualunquista sia per la legittima indignazione verso un sistema diffuso e pervasivo di illegalità e malaffare che ha segnato gli ultimi tempi della I Repubblica.
Ma Craxi come si inserisce in questo contesto?
Per spiegarlo inizierò con un confronto tra Craxi e Lombardi che hanno rappresentato due modalità diverse di concepire la funzione del PSI nella sinistra e nella politica italiana.
Craxi e Lombardi sono stati due socialisti autonomisti convinti, nel senso che entrambi ritenevano che il PSI rappresentava nella sinistra uno spazio politico ed ideologico autonomo dal PCI.
Ma era diverso il modo di intendere questa autonomia.
Per Craxi l’autonomia è un concetto “negativo” (in senso logico): essa tende a marcare la distanza dal PCI. Per Craxi è vitale che il PSI venisse percepito dall’elettorato come qualcosa di diverso dal PCI, pena la sua scomparsa.
Per Lombardi, al contrario, il concetto di autonomia era intesa in senso positivo, espressione di una autonomia di progetto, elaborazione e strategia rispetto al PCI. Tale autonomia poteva anche scontare delle fasi di polemica e conflitto politico-ideologico con il PCI ma sempre in un quadro in cui l’unità e la convergenza a sinistra rappresentassero un valore fondante.
Lombardi non credeva alla svolta di Berlinguer del 1980 quando dopo il fallimento dell’Unità nazionale propose l’Alternativa Democratica. Egli riteneva che Berlinguer non si fosse pienamente emancipato dal togliattismo (il compromesso storico era per lui una forma ammodernata della “democrazia progressiva” di Togliatti), e quindi non pensava che il PCI credesse ad un governo alternativo alla DC (semmai riteneva di riprendere il discorso dell’Unità Nazionale con De Mita). Ma al tempo stesso Lombardi diceva: “andiamo a vedere le carte di Berlinguer, vediamo in cosa consiste l’alternativa che lui propone, confrontiamoci sui progetti e sui programmi”. A questo punto secondo Lombardi sarebbero potute scoppiare in positivo le contraddizioni della politica berlingueriana.
Craxi invece che fa. Reagisce facendo tornare il PSI al governo con la DC (pur mantenendo in piedi molte giunte di sinistra, compreso Milano) in quello che poi gradualmente sarebbe divenuto il Pentapartito (e la tomba della politica socialista).
A questo punto lo scontro con il PCI diventa forte (anche se si avranno dei momenti significativi di distensione nel 1983). Craxi diventa presidente del Consiglio mantenendo la carica di segretario del partito. Qui è l’inizio della degenerazione del PSI. La logica bonapartista di Craxi è costretta a stringere un patto scellerato con l’anima governista del partito (quella che Nenni chiamava “il partito degli assessori). Al partito viene imposta una gestione peronista fondata sul culto del leader e che impoverisce il dibattito interno. L’accresciuto potere di coalizione del PSI (parallelo all’inizio della crisi del PCI) provoca, dopo il 1984 l’ingresso nel partito di faccendieri, millantatori e personaggi in cerca d’autore che formano una seconda pelle che si sovrappone a quella dei militanti che comunque resta nel “background” del partito.
In realtà quello che ha spinto Craxi a cacciarsi in un intreccio da cui lui stesso non riesce più a liberarsi è proprio quel concetto deformato di autonomia per cui mantenere le distanze dal PCI è questione di vita o di morte ed è grave che questo avviene quando le ragioni storiche di divisione (soprattutto dopo la morte di Berlinguer) tra i due partiti si vanno sempre più assottigliando ed il PCI fa proprie diverse istanze peculiari dei socialisti.
Inoltre Craxi cerca di costruire alleanze nel mondo economico (non dimentichiamo che la DC aveva un rapporto privilegiato con la Fiat e poi con De Mita con Tanzi e la Parmalat; il PCI ed il PRI guardavano a De Benedetti). Ma lo fa con un personaggio sul cui arricchimento rapido vi sono molti dubbi: Silvio Berlusconi,legando se stesso ad un personaggio quanto meno equivoco e che poi peserà negativamente.
Ma Craxi non è solo questo. E’ l’uomo che sia da Presidente del Consiglio che da Segretario del partito lavora per una politica estera più autonoma dagli Stati Uniti, che arriva fino all’incidente diplomatico (Sigonella, bombardamento americano sulla Libia), aiuta i socialisti cileni nella lotta contro la dittatura, sostiene attivamente i democratici ed i rivoluzionari del Salvador, fa entrare il Fronte Sandinista del Nicaragua nell’Internazionale Socialista.
C’è una pagina che per me resta una ferita grave a sinistra: quello dello scontro sulla Scala Mobile nel 1984. Ma da lombardiano convinto dico che lo scontro lo volle Berlinguer e non Craxi. E lo volle probabilmente per far cadere il governo prestando ascolto incautamente alle sirene della sinistra DC (che volevano far fuori Craxi e sostituirlo con De Mita).
Citerò a tal proposito dei passi di una intervista di Pierre Carniti del 2004: “«Non ci fu un taglio, ma una predeterminazione. L’ accordo prevedeva una modulazione degli scatti in funzione di un obiettivo. Le cose andarono meglio del previsto. Non tanto per un miracolistico effetto macroeconomico ma perché si dimostrò che l’ inflazione ha anche una forte componente psicologica. Alla fine dell’ 83 avevamo ereditato un’ inflazione del 13 per cento. L’ obiettivo era di portarla al 10. Arrivò all’ 8, per cui alla fine i punti di scala mobile che non scattarono furono tre». Lo rifarebbe? «Sì. L’ alternativa reale era una politica monetaria restrittiva. Ma quello sarebbe stato l’ accordo del boia». Perché il boia? «Perché avrebbe significato, con un forte aumento dei tassi di interesse, strangolare gli investimenti, ridimensionare la crescita e quindi ridurre l’ occupazione».
….. “il 7 gennaio la direzione del Pci aveva definito inaccettabile lo scambio politico tra il sindacato e il governo. Era così affermata una doppia teoria: il primato del partito sul sindacato, non perché considerato cinghia di trasmissione ma perché gli si riconosceva un’ autonomia limitata, e il primato del Parlamento sull’ esecutivo. E’ questa la sfida lanciata da Enrico Berlinguer. Dimostrare che senza il Partito comunista non si poteva fare nulla. Non credo che del merito della questione gli interessasse più di tanto»…… “La Cgil aveva delle riserve ma non sembrava una pregiudiziale insuperabile. Il confronto lo guidò il ministro del Lavoro Gianni De Michelis. Arrivammo al 12 febbraio, tutto sembrava definito e si decise di firmare due giorni dopo. Il 14 andammo a Palazzo Chigi e qui Craxi entrò in scena per la prima volta. Lama, con evidente difficoltà, annunciò che la parte maggioritaria della Cgil, cioè i comunisti, non era d’ accordo. Craxi tentò un rilancio per portare a casa un risultato unitario. Lo bloccai subito dicendo che l’ intesa doveva essere quella concordata. A toglierci tutti dall’ imbarazzo fu lo stesso Lama, il quale specificò che loro non avrebbero firmato alcunché. Il Pci aveva messo il veto». Che fece Craxi? «Non poteva certo accettare di governare con un mandato limitato dai comunisti. E fu costretto, suo malgrado, a firmare l’ intesa. L’ alternativa sarebbe stata quella di dimettersi».
L’intervista di un grande dirigente del movimento sindacale come Carniti (un socialista cattolico ed eterodosso, molto amico di Riccardo Lombardi) rappresenta il modo migliore di chiarire quei fatti.
Craxi è stato certo un bonapartista, ha avuto venature peroniste e populiste ma l’accusa di liberismo non regge proprio: è una cazzata.
Craxi è sempre stato contrario alle privatizzazioni (a differenza di Amato) , non ha abolito ma riformato la Scala Mobile (essa fu abolita da Ciampi nel 93 con il consenso del PDS), ha sempre creduto nel ruolo dell’impresa pubblica (il suo punto di riferimento ideale era il programma di Bad Godesberg della SPD, come lo è di Lafontaine). Del resto questa è una delle ragioni per cui è stato fatto fuori.
Ma veniamo agli ultimi anni. Nel 1989 il sistema politico italiano entra in crisi profonda. Il nuovo assetto geopolitico ed ideologico succeduto alla caduta del Muro mette in discussione un sistema politico in larga parte disegnato sulla Cortina di Ferro.
Il PSI ha un profondo vuoto di strategia e nel partito non si riescono più a governare (parlo del Sud soprattutto) lo scontro di bande (un po’ come succede oggi nel PD) guidate da i faccendieri che in molte realtà locali hanno il controllo delle tessere. Il PCI non convince nella sua trasformazione in PDS; è un partito senza identità e senza progetto. In più una parte del suo ceto politico avverte il logoramento nel rapporto tra Craxi e la DC e si propone di sostituire il PSI (cosa che avverrà nella II Repubblica con l’Ulivo). La DC con il crollo del Muro perde il suo ruolo di baluardo verso il comunismo.
Quando scoppia tangentopoli il sistema è quindi già in profonda crisi.
I partiti sono percepiti dalla gente come macchine di potere onnivore, senza più ideali e strategie. Sono dei corpi pesanti e costosi la cui fame di finanziamento è inversamente proporzionale alla progettualità politica. E sul finanziamento si sovrappongono gli arricchimenti indebiti.
Tangentopoli fa esplodere contraddizioni preesistenti. A tali contraddizioni si poteva reagire con una ristrutturazione del sistema politico fondato sui partiti più confacente ad una democrazia dell’alternativa di tipo europeo (con PSI e PDS uniti in un soggetto socialista unitario e con una DC più simile alla CDU tedesca). Ma prevalse quella scelta fatta forse sul Panfilo Britannia: far soccombere i partiti e far governare il paese da una tecnocrazia in linea con il capitalismo finanziario globalizzato. La magistratura fu il braccio armato di tale operazione.
Il PSI fu l’obbiettivo privilegiato perché era l’anello più debole e si era per lungo tempo identificato con Craxi che agli occhi dell’opinione pubblica veniva fatto apparire come il principale attore di un sistema perverso di fare politica.
Ho già detto e ripetuto che Craxi ha gravi responsabilità ma tali responsabilità erano fortemente condivise da parte un arco vasto e pervasivo di forze. Il finanziamento illegale alla politica (dietro cui si nascondono sempre fenomeni corruttivi) non è stato inventato dal Pentapartito negli anni 80, ma molto, molto prima. Negli anni 80 è cresciuto molto perché i partiti hanno gradualmente perso la funzione di formazione degli orientamenti politici nazionali e sono sempre più diventate macchine di potere. Tutti i grandi partiti senza eccezione.
Ora fare di Craxi il capro espiatorio non è stata operazione di verità; è stata opera di mistificazione e espressione di una fortissima crisi della democrazia.
Ma, al di là di Craxi, si è demonizzata la cultura e la tradizione socialista coinvolgendo anche la più lontana a Craxi stesso. Qualche anno fa fu girato un film su Placido Rizzotto che è stato uno dei martiri socialisti della lotta alla mafia. Ebbene in tutto il film si è omesso di dire che Rizzotto era socialista, pur essendo stato il segretario del PSI di Corleone. Un po’ come nello stalinismo dove si cancellavano le foto di Trotzky al fianco di quelle di Lenin.
Ma su questa “damnatio memoriae” si è fondata la costituzione materiale della II Repubblica. L’altro suo fondamento è il liberismo.
In Italia il liberismo thatcheriano è stato applicato in condominio dall’Ulivo e da Berlusconi. Con il primo ha assunto caratteri populisti con il secondo liberal-tecnocratici. Quella che è scomparsa nella II Repubblica è stata la sinistra nei suoi tratti distintivi culturali. La demonizzazione del socialismo e la riduzione del comunismo a riserva indiana (inevitabile dopo l’89) è stato il preludio della liquidazione anche elettorale di essa.
Come Sansonetti ha giustamente scritto in Italia comandano i poteri economici internazionalizzati e la magistratura; la politica è radicalmente subalterna. Il PDL è la espressione diretta di una Lobby economica, il PD è etero diretto dalla lobby De Benedetti-Scalfari, Di Pietro è il partito della lobby giudiziaria, la Lega è una forza disgregante della democrazia nei suoi fondamenti culturali. In Puglia si vuole eliminare un governatore che reclama il sacrosanto diritto a mantenere l’acqua bene pubblico contro la volontà privatizzatrice di D’Alema e Casini.
La II Repubblica è il primo sistema politico direttamente disegnato dalla globalizzazione liberista e plasmato dai suoi paradigmi culturali. Ora che tale sistema è andato in pezzi è probabile (e ce lo auguriamo) che la II Repubblica giunga finalmente al capolinea.
E ci sarà bisogno di sinistra e socialismo. Ma perché questo bisogno venga soddisfatto occorre che la sinistra abbia la forza di riscrivere radicalmente la storia degli anni 90, anche se fa male. E forse il compagno Craxi, riavrà il suo posto nella storia della sinistra con le sue ombre e le sue luci.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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