Analisi di un lombardiano-guasti del “neo-azionismo” e la sua avversione Per il socialismo

I guasti del “neo-azionismo” e la sua avversione

Per il socialismo

 

 

 

Riccardo Lombardi, Francesco De Martino, Vittorio Foa, Giacomo Brodolini: questi sono solo alcuni dei dirigenti del Psi del dopoguerra che provengono dalle fila del Partito D’Azione. Tutti dirigenti di grandissimo valore e di primissimo piano che hanno svolto un ruolo determinante nel pensiero e nella direzione politica del socialismo italiano.

Ma nessuno di costoro si è mai considerato un ex azionista, tutti si sono considerati pienamente socialisti. E da socialisti aderirono al P’Daz. Come ha spiegato Francesco De Martino molti socialisti scelsero inizialmente il partito d’azione perché la sua corrente socialista esprimeva una istanza di rinnovamento rispetto al socialismo prefascista e per il forte attivismo antifascista. Ma De Martino conclude che il partito d’azione era destinato a spaccarsi per la profonda incompatibilità tra la impostazione socialista di Lussu e Lombardi e quella liberaldemocratica di La Malfa e Parri. Esso era un partito sorto in virtù della lotta antifascista e nulla più. Non c’era una sintesi politica ed ideologica possibile tra le due anime: quella socialista democratica e libertaria e quella liberal- borghese.

I socialisti con i socialisti, i liberali con i liberali, dunque.

Del resto nel PSI c’era il rapporto con le masse lavoratrici. L’azionismo liberale è invece sempre rimasto elitario con un profondo ed aristocratico disprezzo per il popolo. Quando io parlo della necessità della piena autonomia del socialismo rispetto al pensiero liberaldemocratico mi rifaccio alla concreta esperienza storica, oltre che alla rivendicazione di una originalità sia rispetto al comunismo che alla liberaldemocrazia.

Chi ce l’ha sempre avuto a morte con i socialisti che portarono i ¾  del p’daz nel PSI sono i cosiddetti “neo-azionisti” come la onnipresente (e per me non più sopportabile) barba di Eugenio Scalfari ,e dei suoi derivati, peggiori di lui, come Flores D’Arcais, i radical-chic (sempre di matrice scalfariana) di quella specie di Rotary Club chiamato “Libertà e Giustizia”, quel qualunquista di Giorgio Bocca e via discorrendo.

Gli orfani del partito d’azione, di cui Scalfari si fa mentore (anche se lui viene dai monarchici), sono terribilmente elitari. Ritengono di avere la verità in tasca e sono stufi di un popolo che non capisce niente, mentre loro hanno sempre ragione. Il loro antiberlusconismo è astratto. Si fonda sull’imperativo categorico (povero Kant!); è incapace di analizzare perché questa grave infezione della politica e della cultura che è il berlusconismo si sia potuta affermare. Ma una attenta analisi avrebbe condotto probabilmente a scoprire una amara verità: che il Berlusconismo è figlio di quella antipolitica che ha demonizzato la I Repubblica (buttando via acqua sporca e bambino) e si fondata sulla strumentalizzazione di Mani Pulite (i magistrati si sono volentieri lasciati strumentalizzare) da parte dei poteri forti e dei mass media da essi controllati. L’obbiettivo era quello di sovvertire in modo strisciante la repubblica democratica fondata sulla Costituzione del 1948. La difesa della Costituzione fatta dal Rotary “Libertà e Giustizia” è pura ipocrisia. Per due ragioni: 1) quelli di Repubblica nel 1993 si trovarono nella scomoda compagnia di Silvio Berlusconi nell’inveire contro la I Repubblica e nell’opera di distruzione dei partiti storici. Del resto Berlusconi, dopo la sua discesa in campo usò proprio l’argomento della discontinuità con la I Repubblica e con il sistema dei partiti fatti di “professionisti della politica” corrotti ed incompetenti. Le stesse cose diceva il Ferdinando Adornato di allora (messo da Scalfari a costruire il gruppo folk “alleanza democratica”): occorreva aprire alla società civile (avvocati, medici, imprenditori) per costruire un nuovo ceto politico (da cui erano esclusi i lavoratori); 2) il maggioritario è in aperta contraddizione con la Costituzione del 1948. I problemi più seri di carattere istituzionale degli ultimi 18 anni stanno in questa contraddizione.

Ma facciamo qualche passo indietro nella storia.

Questo “neo-azionismo”, come ho già scritto in altri articoli, ha preteso di colonizzare la sinistra. Per loro doveva essere la sinistra a fare la politica della destra (l’Ulivo degli anni 90 c’è riuscito, ma perché di fatto non esistevano più partiti). Secondo loro la rivoluzione borghese, in Italia, non la poteva fare una destra clericale e priva di cultura industriale. A costoro che hanno chiaramente una visione mitologica del capitalismo e della borghesia, sfugge il fatto che il capitalismo non si è mai sviluppato secondo un modello omogeneo nei diversi paesi. Nel senso che in Germania, in Francia o in Giappone si è sviluppato secondo linee differenziate, ad esempio, rispetto al modello anglosassone a cui i neoazionisti evidentemente tendono (la loro preferenza per il maggioritario lo testimonia). Riccardo Lombardi e Vittorio Foa misero chiaramente in evidenza come la rivoluzione borghese in Italia l’avesse fatta la DC nel dopoguerra favorendo la modernizzazione capitalistica che ci ha fatto entrare pienamente nella III rivoluzione industriale (quella del fordismo e dei consumi di massa) e che quindi la battaglia socialista si sarebbe dovuta svolgere ad un livello più alto di contraddizioni capitalistiche.

I neo-azionisti non avevano un grande partito di riferimento. C’era il piccolo PRI, ma credo che La Malfa non si fidasse molto di loro. Ma avevano dalla loro parte una parte grande della finanza e della borghesia capitalistica che, probabilmente a causa di consorterie massoniche era fortemente legata al capitalismo anglosassone. E del resto i neo-azionisti si sono mossi come una organizzazione para-massonica cercando di influenzare con logiche lobbiste i partiti di massa.

Il Psi fu il loro primo obbiettivo, ma non ci riuscirono. Sia prima che durante la gestione Craxi. Il loro obbiettivo era quello di trasformare il PSI in un partito liberaldemocratico. Né De Martino, né Lombardi , né Craxi (per quanto diversi fra loro) accettavano questa impostazione. Ci riuscirono in parte invece i post-craxiani, Martelli soprattutto e l’emissario di Confindustria nel PSI, il dannunziano De Michelis. Ma siamo già alla fine degli anni 80, con un PSI mal ridotto (e che sarebbe finito anche senza Mani Pulite).

Dove tentarono l’offensiva forte fu verso il PCI, già agli inizi degli anni 80.

In realtà il fallimento sostanziale della politica e strategia berlingueriana del compromesso storico e dell’Eurocomunismo gettò comprensibilmente il PCI (che non riusciva a fare la sua Bad Godesberg) in uno stato di profonda crisi identitaria. L’idea della “diversita” connessa alla questione morale doveva per Berlinguer dare collante e motivazione alla base (anche se, come molti commentatori sostengono, di fatto Berlinguer puntava a ricostruire una impossibile unità nazionale –che la DC non voleva). E proprio su questa curvatura “moralista” della politica del PCI che si innesta il rapporto con i neo-azionisti (che sono stati, si badi beni, fortemente ostili ai “socialdemocratici” come Napolitano).

Insomma questo progetto liberaldemocratico loro lo hanno tentato con un partito che obbiettivamente viveva una fase di profondo e sincero travaglio. Con Occhetto poi, che ha inteso recidere il rapporto con il movimento operaio ed il socialismo (ma come ha tentato di fare Martelli nel PSI) si è aperta una autostrada ed il PDS (guardando le cose successe in questi 15 anni) è di fatto divenuto un  partito succube di Scalfari e “Repubblica” (basta vedere quelli che sono stati i direttori dell’Unità negli ultimi dieci anni).

Insomma il PSI è finito per i processi degenerativi prodotti da un certo tipo di gestione (e perché corroso da corpi estranei come Martelli); il PCI per dissoluzione identitaria non essendo stato in grado di dare una connotazione di socialismo democratico alla evoluzione del comunismo italiano.

A prima vista questo mio ragionamento può sembrare rivolto al passato. Ma non lo è. Perché i guasti del neo-azionismo rappresentano la zavorra da cui la sinistra deve liberarsi (incluso l’avversione per il socialismo. Il frutto finale dello scalfarismo-occhettismo-veltronismo è il PD – che è oggettivamente con la sua insipienza il miglior alleato sia di Berlusconi sia di coloro che vogliono un dopo-berlusconi guidato dai poteri forti.

La liberazione culturale e politica della sinistra da tali lobby liberaldemocratiche è essenziale per ricostruire la sua autonomia che si fonda sul socialismo democratico del XXI secolo. Luciano Gallino, dopo aver auspicato la liberazione del socialismo europeo da tutti i residui neoliberali, ha rimarcato il dato che da questa crisi sistemica del modello capitalistico neoliberale, si può uscire solo in due modi: con un nuovo socialismo democratico o con una regressione ed imbarbarimento guidato da forze xenofobe reazionarie fautrici di identitarismi etnici o integralismi religiosi.

PEPPE GIUDICE

Annunci

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Politica, PRI - repubblicanesimo, PSI - PSDI, Radicalismo storico, Socialismo. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...