Analisi di un lombardiano-Di Pietro e la sinistra

Di Pietro e la sinistra

Se qualcuno si meraviglia delle ultime posizioni di Di Pietro “centrista” vuol dire che è un po’ fesso (politicamente s’intende).

Di Pietro avrà pure un terribile conflitto con la sintassi, ma è un furbacchione, un trasformista nato, un perfetto esemplare della pattumiera politica della II Repubblica, che sa cavalcare le posizioni politiche più svariate (e con grande fiuto) soprattutto quando trova una grande platea di sprovveduti che gli vanno dietro.

In secondo luogo tutti dovrebbero sapere (se hanno seguito gli avvenimenti dal 1992 ad oggi) che il trebbiatore di Montenero ha radici democristiane. Del resto (almeno nel sud) l’IDV è fatta in gran parte di ex DC (e dei peggiori anche).

Ma fu proprio Di Pietro a scrivere per “Repubblica”, poco dopo il suo plateale abbandono della magistratura, che egli aveva votato nel 1994 per il centro-destra (probabilmente per il CCD) – qualcuno si ricorderà pure che Berlusconi lo voleva ministro degli interni – ma che egli (poveretto!) non poteva accettare la destra egemonizzata da uno come il Cavaliere. Insomma egli rappresentava la “destra per bene” (come Travaglio del resto).

Ed allora perché qualcuno a sinistra ha avuto un raptus erotico per lui?

Nell’immaginario politico Di Pietro è odiato a morte dai socialisti (non solo dai craxiani ma anche dai socialisti di sinistra come me) perché è da un lato colui che ha distrutto il PSI e dall’altro il rappresentante di una ideologia reazionaria come il giustizialismo. Per la stessa ragione ma con motivazioni opposte è stato amato da un pezzo di postcomunisti: perché ha distrutto l’odiato Psi di Craxi. Al di là di tutte le ipocrisie, è questa la ragione per cui un pezzo di sinistra lo ha sostenuto ed ancora lo sostiene; è questa una delle ragioni della profonda anomalia della sinistra italiana rispetto a quella europea negli anni 90.

Ora credo che in entrambi questi atteggiamenti (socialista e comunista) vi sia un forte elemento di visceralità ed irrazionalità. Io credo che il Psi si è distrutto da solo, Di Pietro magari ha dato il colpo di grazia (il colpo alla nuca). Certo l’aver imbarcato molto letame nella seconda metà degli anni 80 ha certo favorito quella campagna mediatico-giudiziaria verso il Psi (e per questo sarebbe ora che i postcraxiani la finiscano di versare lacrime di coccodrillo) di cui Di Pietro è stato uno dei fedeli esecutori.

Ma poi il dipietrismo è stato organicamente e strumentalmente usato per impedire una rifondazione del socialismo in Italia. La demonizzazione non solo di Craxi, si badi bene, ma di tutto il socialismo italiano, è servita come base di costruzione dell’ulivismo prodiano-veltroniano (che attraverso varie e tormentate fasi ha condotto al PD).

Del resto se fai di Craxi (che certo è uno che andava criticato ma sul piano politico) una sorta di male assoluto, il capo di una banda criminale, è difficile non tirarti indietro tutto il Psi, anche quello che veniva prima di lui. E’ difficile non demonizzare tutti coloro che hanno militato nel Psi anche se in posizione critica. Insomma se il Psi era una banda di gangster coloro che sono rimasti o erano complici o erano degli sprovveduti.

Ben altra conseguenza politica si trae invece se su Craxi dai magari un giudizio severo, ma un giudizio politico.

La demonizzazione dei socialisti l’hanno voluta soprattutto gli ex democristiani margheritini. Non i dirigenti del Pds (contrariamente a quanto i craxiani credono). Nel Pds è stato Veltroni (e parzialmente Occhetto) a farla. Ma soprattutto (come ha acutamente sottolineato Giorgio Ruffolo) è stato un pezzo della base postcomunista berlinguerana e segnatamente gli ex Fgci (che hanno cacciato perle come Folena).

I democristiani avevano tutto l’interesse a scaricare sul Psi di Craxi tutta la responsabilità del malaffare degli anni 80. Era l’unico modo per rifarsi una verginità e fondare contemporaneamente la II Repubblica sulla discontinuità; se fai di Craxi ed il Psi il capro espiatorio di tutto, fai una perfetta operazione trasformista, anche se le bugie poi hanno le gambe corte (come la storia più recente ha dimostrato).

Di Pietro era un ingrediente di tale menù. Chi più di Di Pietro nel Cs avrebbe potuto dimostrare che si avevano le carte a posto in quanto a moralità? E su questo Di Pietro furbescamente ha fondato il suo potere di ricatto. Nei vertici del Pds Di Pietro nessuno lo tollerava ma non lo potevano scaricare, anzi D’Alema fu costretto (lì c’è probabilmente una storia di ricatto vero e proprio) a candidarlo al Mugello.

Sulla presunta moralità di Di Pietro ho i miei profondi dubbi. Basta del resto sentire quello che dicono i suoi ex amici come Elio Veltri e Giulietto Chiesa.

Ma ormai nell’immaginario collettivo era diventato un eroe nazional-popolare. Anzi se la sua moralità veniva messa in discussione si era costretti a difenderlo. Se crollava Di Pietro crollava tutta la costruzione II Repubblica.

Ma questa è storia passata. Quello che mi preoccupa è piuttosto il lascito di questa eredità che pesa ancora oggi.

Il primo lascito negativo è l’antisocialismo, non inteso riduttivamente come anticraxismo, ma come ostilità a costruire in Italia una sinistra esplicitamente socialista e laburista. Non è un caso che coloro che nel PDS e nei DS hanno combattuto una battaglia coerente per una sinistra socialista di governo, hanno sempre con forza contrastato l’appiattimento della sinistra sul dipietrismo.

L’antisocialismo in Italia ha fatto danni enormi da cui forse non riusciremo mai ad uscire completamente.

Perché essa è coinciso con la cancellazione di un pezzo fondamentale della storia democratica. Insomma l’antisocialismo non ha cancellato solo i Martelli, i De Michelis (se fosse per questi …), non ha cancellato solo il lato peggiore di Craxi, ma ha, ad esempio, cancellato quelle straordinarie riflessioni di Riccardo Lombardi (che ho pubblicato di recente) di cui  anche compagni provenienti dal PCI hanno ammesso il carattere politicamente profetico. Ha cancellato di fatto Nenni, De Martino, Santi, Foa, Brodolini e tanti altri.

Ed ha cancellato alla fine anche la parte migliore e più viva della stessa storia del PCI. Di Vittorio, Amendola, Terracini, sono finiti nel dimenticatoio. Alla fine una sinistra senza storia e memoria.

Il secondo lascito negativo è l’affermarsi del giustizialismo come valore di sinistra. Mentre esso è radicalmente incompatibile con la sinistra democratica.

Oggi Di Pietro, avendo capito che il berlusconismo è al tramonto cerca di riciclarsi ulteriormente, un po’ tornando alle sue origini (ed anche a quello che poi vogliono i suoi gruppi dirigenti regionali).

C’è un rimescolarsi delle carte che sta iniziando a diventare visibile. Nella mia regione pezzi del PD già stanno costruendo relazioni con il centro terzo polista (se non con pezzi del Pdl).

Prima di immaginare alleanze dovremmo capire quello che si sta realmente agitando, se come sinistra vogliamo dare risposta a quelle istanze di giustizia e solidarietà senza le quali non esistiamo. In Italia non serve solo una scomposizione-ricomposizione dei soggetti politici (quello sarà l’effetto del rimescolamento di carte) ma anche un rimescolarsi dei blocchi sociali per superare il dato assurdo che la maggioranza dei lavoratori e dei ceti popolari voti per la destra.

Insomma a sinistra occorre espellere giustizialismo e santorismo e riconquistare il socialismo.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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