Analisi di un lombardiano-Covatta e la storia immaginaria Del PSI

Covatta e la storia immaginaria

Del PSI

 

 

 

Il compagno Manfredi Mangano (e lo ringrazio per questo) mi ha inviato su FB un Link relativo ad un articolo di Luigi Covatta su Mondoperaio (o meglio delle sue rovine).

Non ho  trovato nell’articolo nulla di nuovo, in quanto Covatta, ripete pedissequamente le cose dette al convegno della Fondazione Socialismo del novembre 2010, nonché ciò che disse cinque anni a Potenza nella presentazione del suo libro “Menscevichi”.

Il nucleo centrale del suo pensiero (come in Cafagna e Pellicani) è la contrapposizione tra socialismo marxista (anche quello non leninista) e il presunto socialismo liberale che è sbocciato per incanto nel 1980.

Sulla base di tale discrimine Covatta legge la storia del PSI repubblicano, come una grande e lunga preparazione all’apoteosi del liberalsocialismo postcraxiano , avvenuto dopo la Conferenza Programmatica di Rimini ed anticipatore del social-liberismo di Tony Blair.

Covatta è un intellettuale preparato e di spessore. Trent’anni fa era un sostenitore del socialismo autogestionario di Lombardi e Gilles Martinet. Oggi è postmartelliano. E credo che lo sia non tanto perché creda alle cose che diceva Martelli (è troppo intelligente per farlo) ma per la frustrazione (anche comprensibile) che ha preso molti intellettuali socialisti dopo il 92. Di fronte al sostanziale fallimento di una parte delle classi dirigenti postcomuniste, si tende a rivendicare che il Psi ha avuto sempre ragione, anche negli anni 80. Ma in questo modo non si costruisce nulla di positivo perché non si è capaci di affrontare le sfide del presente e del futuro se si considerano gli anni 80 una sorta di paradiso perduto.

Ma veniamo alla storia raccontata da Covatta. Innanzi tutto per lui la separazione tra socialismo democratico e comunismo avviene sui mezzi e non sui fini, perché entrambi vogliono il superamento del capitalismo. Ora, come ha ben spiegato Massimo Salvadori, in politica è difficile separare mezzi e fini, perché i primi condizionano i secondi.

Covatta parte dal presupposto che tutto il socialismo marxista sostenga l’idea, quale modalità di superamento del capitalismo, di una economia e società centralizzate.

Bobbio ma anche altri, hanno rilevato come in Marx sia assente una teoria politica definita, una teoria dello stato, Proprio tale assenza ha determinato una fortissima divisione interna ai vari filoni del pensiero marxista nella loro evoluzione.

Tale vuoto i bolscevichi hanno cercato di riempirlo tramite una idea di transizione al socialismo fondata sulla “democrazia totalitaria”. La democrazia per loro non è il governo del popolo ma quello che fa gli interessi del popolo ed innanzi tutto della classe lavoratrice di cui il partito è l’avanguardia cosciente. Di qui la dittatura del proletariato concepita come dittatura di partito.

Molto diversa è la posizione dell’austro-marxismo. Esso che si trova ad operare in società molto più avanzate di quella russa, ritiene che la transizione al socialismo debba avvenire in modo pienamente democratico, con libertà individuali e collettive illimitate. La democrazia sociale e comunitaria degli austro marxisti si fonda sul rifiuto esplicito della dittatura del proletariato ed allo stesso tempo sul superamento della democrazia liberale che confina i diritti al solo campo politico, estentendoli a quello sociale ed economico. Come è oggi nella nostra costituzione.

E’ facile ritrovare sulle posizioni austro-marxiste le idee di Morandi, Saragat, Basso e Lombardi.

Sulla “chicca” covattiana che Lombardi non sarebbe stato marxista: questo è vero se si confonde il marxismo con il bolscevismo. In realtà Lombardi che era un eterodosso per natura ha sempre rifiutato un approccio “ideologico” al marxismo, ma ha sempre e costantemente riconosciuto nel pensiero di Marx una fonte primaria del suo essere. Basta leggere i suoi scritti. Egli rifiutava il marxismo volgarizzato della III Internazionale, così come il revisionismo evoluzionista di Bernstein. Rifiutava sia il determinismo storico di Hegel che l’evoluzionismo positivista. Il Marx che apprezzava era quello economista e sociologo del Capitale e dei Grundrisse.

Ma torniamo alla storia. Covatta correttamente mette in evidenza il significato di rottura che il primo centrosinistra ebbe, grazie alla convergenza tra socialisti e sinistra DC (Covatta proviene di lì , dalla corrente di Donat Cattin). Ma subito dopo cita il solito Cafagna (uno che sostiene che il vero socialismo è il non-socialismo) per sottolineare le “velleità illuministe” di Lombardi.

Andando avanti egli giustamente ricorda come il PCI del 1969 guardava con diffidenza ad una scissione a sinistra della DC (ed ad una fusione tra socialisti e sinistra cattolica in un partito laburista). Non mi convince affatto la tesi che la DC volesse davvero il compromesso storico (tutt’altro).

Sugli anni 80 il dissenso con Covatta è totale. Egli giustifica (a differenza di quanto fece nel 1981) una linea politica che ha poi portato il Psi alla distruzione.

Covatta stesso mette in evidenza la profonda differenza che vi era tra la visione di Nenni e Lombardi da un lato e quella di Craxi dall’altro sul ruolo del PSI.

Nenni e Lombardi cercavano di inquadrare il ruolo e l’azione del PSI nell’ambito della evoluzione del sistema politico e della ristrutturazione della sinistra italiana. Craxi pensava ad una politica corsara che dovesse innanzi tutto prevedere il rafforzamento del PSI in quanto elemento di rottura del bipartitismo imperfetto DC-PCI; ma in prospettiva Craxi stesso pensava che tale politica doveva poi confluire in un rapporto unitario con il PCI, con rapporti di forza modificati.

Il problema è che la politica corsara può dare dei frutti nell’immediato ma produce disastri nel medio periodo.

Agli inizi degli anni 80 le differenze ideologiche tra PSI e PCI si erano notevolmente assottigliate rispetto a dieci anni prima. Non erano del tutto scomparse ma c’era molta più vicinanza.

I Cafagna, i Pellicani e c. cercavano di inventarne delle nuove (non presenti nella storia del PSI). Quindi se il PCI diventava socialista, il PSI sarebbe dovuto diventare liberal-socialista, se il PCI diventava liberal-socialista i socialisti sarebbero diventati liberali. Così perpetuando all’infinito tale assurdo schema Nencini si trova di fatto nel III Polo.

Ora Craxi, poiché era convinto che il PCI puntasse a ricostruire un rapporto con la DC (la quale però non era affatto disponibile), temeva l’avvicinamento ideologico tra PCI e PSI e finì per trovarsi in compagnia con i postcraxiani (Martelli. De Michelis, Cafagna) dai quali era molto distante ideologicamente. Non c’è dubbio che Craxi fosse, sul piano della cultura politica, molto più vicino a Nenni e Lombardi che a Martelli.

Ma poiché temeva che un PSI che non rimarcasse con nettezza la sua differenza con il PCI fosse destinato a scomparire, di fatto accettò che un pezzo del partito subisse una mutazione genetica.

Un errore colossale che alla fine ha distrutto il PSI.

Un partito non può vivere se non ha un ruolo ed una funzione che è determinato da un progetto e da una missione storica. Non vive per far sopravvivere una sigla a tutti i costi, anche al prezzo di smarrire se stesso. Come dice l’espressione evangelica “cosa serve all’uomo aver conquistato il modo intero se poi ha perso la sua anima?”

E del resto una alternativa c’era a questa insensata scelta craxiana.

Lombardi nel suo straordinario intervento al Congresso di Palermo, a differenza delle chiacchiere e degli slogan pubblicitari di Martelli, fece una straordinaria analisi delle trasformazioni in corso del capitalismo in rapporto ai mutamenti tecnologici ed all’inizio dei processi di finanziarizzione (che con lungimiranza Lombardi intravedeva). E poi passò alla attualità politica. Dicendo questo: se il PCI diventa socialista non è cosa che debba spaventarci. Anzi il nostro obbiettivo di fondo è unificare tutta la sinistra su posizioni socialiste e libertarie. Naturalmente Lombardi era ben consapevole delle profonde contraddizioni che la linea di Berlinguer portava nel suo seno. Ed era convinto che la DC non avrebbe mai fatto un patto di governo con il PCI (dopo la fine dell’Unità nazionale). Quindi bisognava sfidare il PCI sul terreno della alternativa alla DC e far scoprire tutte le sue carte. Lombardi riteneva completamente irrealistica la politica del compromesso storico in quanto DC e PCI avevano elettorati confliggenti fra loro.

Per tali ragioni la scelta del Psi del pentapartito fu un colossale errore politico. Se per un certo periodo si poterono sfruttare con la politica corsara le divisioni interne alla DC, alla distanza produsse effetti devastanti sul Psi stesso, in cui si consolidò la casta dei governativi e degli assessori, e dove i postcraxiani fecero danni enormi alla cultura politica socialista.

La famosa conferenza del 1982 di Rimini (la I conferenza programmatica del PSI) in realtà fu una cosa molto più complessa ed articolata di come la racconta Covatta e per la verità molti giornalisti.

Insomma non fu affatto la “conferenza di Claudio Martelli”. Anche se lo slogan “meriti e bisogni” fu quello che risaltò di più. In realtà tra quella Conferenza ed il liberalsocialismo di destra degli anni 90 c’è un abisso enorme. Semmai con la Conferenza il Psi arrivò fuori tempo massimo al programma di Bad Godesberg (nulla di nuovo): quello di una socialdemocrazia mitteleuropea (il Psi è sempre stato più a sinistra della socialdemocrazia classica). Va segnalato che uno dei relatori a quella conferenza fu Luciano Gallino (uno dei critici più severi di Tony Blair).

Ma anche la marmellata su meriti e bisogni fu inutilmente sopravvaluata. Intanto perché non si può astrattamente discutere di meriti e bisogni senza far riferimento alla dinamica economica e sociale concreta, ai rapporti di forza. Il capitalismo distribuisce il reddito sulla base dei rapporti di forza economici: è il conflitto sociale e politico che lo costringe a fare i conti con giustizia distributiva. Quindi parlare di meriti e bisogni in modo astorico è un esercizio inutile.

Craxi era preoccupato dall’emergere di nuove figure sociali e della possibilità che costoro potessero andare a rafforzare il blocco conservatore. Una preoccupazione giusta, perché c’era il rischio di un isolamento del mondo del lavoro.

L’errore però fu quello di individuare queste nuove figure sociali nel mondo emergente e rampante del Made in Italy. Che erano portatori di una etica individualista profondamente e che non erano affatto interessati ad una alleanza con le classi lavoratrici.

Alla fine un pezzo del PSI divenne ideologo del Made in Italy e degli stili rampanti di vita ad esso legati.

Ora è ovvio che la moda ed il deseign costituiscono un pezzo importante della capacità di esportazione italiana. Qualunque governo dovrebbe sostenere il settore. Ma da qui a farlo diventare il motore ed il centro propulsore dell’economia italiana….. Queste ideologizzazioni insieme a quella stupida del “piccolo è bello” (come se la piccola impresa potesse essere sostitutiva-anzi alternativa alla grande e non complementare ed integrata con essa) hanno fatto grossi danni alla nostra economia perché hanno impedito una seria politica industriale in grado di competere nei settori di punta.

IL Psi degli anni 60 sosteneva l’impresa socialmente responsabile degli Olivetti e dei Mattei. Quello craxiano gli imprenditori rampanti alla Trussardi. Ovviamente non c’è solo questo. Craxi (a differenza di Martelli ed Amato) sostenne con forza l’impresa pubblica dove il Psi mise gente di qualità a dirigerla (Reviglio all’Eni – la Belisario alla Stet).

Comunque dopo la carica di adrenalina data da Craxi con la sua Presidenza del Consiglio, Il Psi rimase senza nessuna strategia dopo il 1986. Il suo tracollo era inevitabile. Anche senza Mani Pulite.

Gli anni 80 sono controversi. Non sono il male assoluto (i 90 sono di gran lunga peggiori) ma neanche il paradiso perduto.

E comunque qualunque sia il giudizio da dare su essi, non si può rimanere nella contemplazione.

La sinistra ha un profondo bisogno della cultura socialista. Ma essa va prima liberata dalle mutilazioni e trasfigurazioni subite dal postcraxismo.

 

 

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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