Analisi di un lombardiano-contributo al convegno di Livorno

La corruzione del riformismo e la rinascita del socialismo

A Livorno Turati fece il suo intervento più bello e più denso di politica e dottrina.

Gaetano Arfè diceva che Turati (e con lui Matteotti e Treves) rifiutava il termine riformismo in quanto non rappresentativo della sua posizione – termine che la pubblicistica del tempo gli attribuì (i riformisti erano i seguaci di Bernstein che Turati non accettò mai)

Turati credeva ad socialismo come rivoluzione permanente, ma non senso trotzkista del termine. Una rivoluzione che inizia nel momento in cui il proletariato crea i suoi suoi strumenti di organizzazione ed auto emancipazione politica e sociale e si realizza in pieno nella costruzione di un ordine sociale superiore che trascende l’orizzonte del capitalismo.

Gran parte della tradizione del socialismo italiano è stata fedele, sia pure con diverse accentuazioni, alla linea tracciata da Turati e Matteotti. Da Nenni a Basso, a Lombardi a Saragat stesso, i contenuti di fondo del progetto socialista erano quelli.

Fino ai primi anni 80, il PSI era un partito che si poneva il problema storico-politico di superare il capitalismo.

Oggi Covatta inorridisce quando legge queste parole tratte dal preambolo dello statuto del PSI (storico) :

“Il Partito ha il fine di creare una società liberata dalle contraddizioni e dalle coercizioni derivanti dalla divisione in classi prodotta dal sistema capitalistico e nella quale il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti…. Il socialismo è Inseparabile dalla democrazia e dalla libertà, da tutte le libertà, politiche, civili e religiose e non può essere realizzato che nella libertà e con la democrazia, così come la democrazia non può essere attuata integralmente se non col socialismo.

… Il Partito conduce la lotta contro il sistema capitalista e le ideologie che esso esprime, per superarle e costruire una società nuova, autenticamente democratica e socialista.”

IO certo non inorridisco perché quello che c’è scritto nello statuto sono le ragioni che mi hanno portato ad essere socialista.

E credo che tali ragioni dobbiamo ritrovare in pieno.

Ma andiamo con ordine. Dicevo fino ai primissimi anni 80. Craxi disse nel 1978 in una intervista televisiva che il “socialismo è per definizione anticapitalista”.

Nell’82 nel PSI Craxi rivaluta il termine riformismo per indicare inizialmente con esso un disegno di compromesso tra democrazia sociale e capitalismo che ricalca per alcuni aspetti il programma socialdemocratico di Bad Godesberg . Ma in seguito i commissari liquidatori del socialismo italiano Martelli, De Michelis e Amato vanno molto al di là di Craxi e producono una pseudo-ideologia basata sulla acritica accettazione della modernizzazione capitalista-liberista. Questo post-craxismo ha di fatto liquidato il patrimonio più autentico del socialismo italiano e poi ha ispirato in una versione di terza mano il nullismo terza forzista di Boselli e dell’assessore toscano in quota PD. Ma anche (e qui i danni sono stati più forti) le posizioni di D’Alema e Veltroni nei DS.

Tra fine anni 80 e II Repubblica c’è continuità da questo punto di vista. E’ infatti questo il periodo in cui è più forte la egemonia del pensiero neoliberale copertura ideologica del turbo-capitalismo.

Il centro-sinistra della II Repubblica (e lo dico anche auto criticamente) è stato commissariato nella figura di Prodi dal FMI e dal capitalismo finanziario internazionale). Le privatizzazioni a basso costo, l’assenza di una politica industriale, l’ideologia della flessibilità costituiscono purtroppo il cedimento del centrosinistra al paradigma economico dominante.

Questo non significa che centrosinistra e centrodestra siano uguali. E soprattutto non si giustifica affatto lo squallido trasformismo di quelli che pretendono di stare a destra come socialisti. Sono solo sporcaccioni della politica. Sia perché i socialisti non stanno mai a destra; possono stare in una cattiva sinistra o stare a casa, ma mai a destra. Sia perché la destra italiana è senza dubbio la peggiore e la più perniciosa d’Europa, diretta da un plutocrate, megalomane,imbroglione e che disonora il paese.

Ma è certo che la stagione dell’Ulivo è chiusa ed è bene che non torni.

Le vicende che ho narrato in rapida sequenza danno ragione della profonda corruzione del termine riformismo e dalla sua separazione di fatto dal socialismo.

Se si vuole essere fedeli nello spirito al Turati del 21, al Turati di Livorno (che rifiutava di dichiararsi riformista) occorre avere la consapevolezza che occorre espellere buona parte degli anni 80 dalla nostra storia.

E recuperare la filosofia di quel socialismo forte degli anni 60 che ha visto protagoniste le figure di Lombardi, Santi e Brodolini e che ha contribuito a realizzare il più importante processo riformatore della storia repubblicana (nazionalizzazione energia, statuto dei lavoratori, eliminazione gabbie salariali, scuola media unica ecc).

Quel socialismo come quello degli anni 70, si dichiarava orgogliosamente democratico ed anticapitalista.

E’ frutto della distorsione ideologica della egemonia liberale che il termine anticapitalista fa spavento e viene accostato indebitamente agli orrori del sistema sovietico.

Essere anticapitalisti, ossia essere critici e combattere con gli strumenti della democrazia il capitalismo, è l’essenza del socialismo. Lombardi è più moderno ed attuale di Martelli.

Certo il superamento del capitalismo è un processo storico non breve. Del resto è proprio Marx (che non era, a studiarlo bene, un massimalista) ad insegnarcelo.

Il massimalismo è antipolitico nel senso che pretende mutamenti sociali istantanei –tutto e subito – e non riuscendo ad ottenere niente si rinchiude nella sterile protesta.

Ma il socialismo è trasformazione sociale, mutamento strutturale dei rapporti di potere fra le classi (come Riccardo Lombardi ci ha insegnato). E la trasformazione è radicale e graduale al tempo stesso. Radicale negli obbiettivi e graduale negli strumenti della politica la quale prevede anche la mediazione ed il compromesso. Ma sempre al rialzo, mai al ribasso!

Un compromesso forte implica una idea forte di trasformazione e di creazione di un ordine sociale che trascenda il capitalismo. Certo con la piena consapevolezza delle lezioni dure della storia. Che il socialismo è inseparabile dalla libertà e dalla democrazia. In questa separazione c’è il tragico fallimento del movimento comunista internazionale. Che è un punto di non ritorno.

Ma il fallimento del comunismo non significa che il capitalismo è la fine della storia. Non significa affatto che non vi sia un nuovo progetto socialista possibile. La crisi sistemica del capitalismo implica un cambio profondo di paradigma economico e sociale . In questo cambio si innesta la prospettiva del socialismo del XXI Secolo.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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