Analisi di un lombardiano-Berlinguer ed il socialismo italiano.

Come ho già detto, Berlinguer è stata una figura importante e centrale della sinistra italiana. Una figura degna di rispetto e di considerazione.

Ma è una figura che a me non piace, come non piace alla maggior parte dei socialisti – e parlo dei “socialisti veri” non certo dei post-martelliani.

Che non mi piaccia non fa venir meno la stima umana e politica di un uomo che con convinzione ha dedicato al partito ed alle sue idee la propria vita. Ma al tempo stesso ritengo che i suoi errori abbiano fortemente e negativamente condizionato la sinistra fino ad oggi. Ed e’ per questo che voglio discutere della sua figura.

Non abbiamo mai cessato, come “socialisti per la sinistra” di mettere sotto i riflettori gli errori e le colpe di “noi socialisti”. Lo abbiamo fatto perché è doveroso sapersi mettere in discussione, analizzare criticamente il passato, non spaventarci di evidenziare ciò che in esso non solo è stato sbagliato ma anche fonte di gravi degenerazioni. Il socialismo italiano non è crollato solo perché c’è stata una azione persecutoria verso di esso (che comunque c’è stata). E’ che questa azione persecutoria è stata abbondantemente favorita dai processi degenerativi prodotti. Tutto vecchio.

Veniamo al tema di oggi.

Berlinguer non amava i socialisti, né la loro cultura politica. Non è un reato: è una posizione legittima, ma gravida di conseguenze negative.

Non li amava perché riteneva che la democrazia italiana si dovesse reggere sui due principali partiti di massa: la Dc ed il PCI. In lui c’era una visione organicista della democrazia. Concepita come processo che viene creato dall’alto in modo organico dai partiti radicati e strutturati. In questo c’è un residuo giacobino e leninista: l’idea di una politica e di una democrazia guidata da avanguardie che però (e qui c’è un Lenin corretto da Gramsci) si strutturano in forme articolate e molecolari nel suo radicamento nel territorio. La Chiesa Cattolica è il modello.

I socialisti per politica e cultura non potevano stare in tale schema. Perché non potevano accettare l’irrigidimento della democrazia in uno schema stabile nel tempo. Per cui i socialisti erano visti come una variabile impazzita che volevano mettere in discussione l’anomalia italiana rispetto all’Europa. Voglio sottolineare che questa idea negativa della funzione dei socialisti la ritrova simmetricamente in De Mita, Andreatta e …..Prodi. Non è un caso che i socialisti avessero negli anni 60 e primi anni 70 un rapporto privilegiato con la sinistra sociale cattolica di Donat-Cattin, Carniti e Labor che non con i morotei ed i demitiani. La sinistra sociale era anche essa fortemente contraria alla ingessatura della democrazia sistematizzata poi nella proposta del compromesso storico.

Nel PCI la linea politico-culturale di Berlinguer era alternativa a quella di Amendola, Napolitano e Lama per i quali il compromesso non doveva essere storico, ma limitarsi a gestire in modo circoscritto una situazione d’emergenza come quella della II metà degli anni 70. Tale linea era simile a quella sostenuta da Lombardi e Giolitti nel PSI.

La sinistra secondo sia Lombardi e Giolitti da un lato che Lama e Napolitano dall’altro doveva puntare ad essere sinistra di governo in una democrazia dell’alternativa. Il compromesso storico negava esplicitamente tale possibilità.

Così come con quello italiano il rapporto di Berlinguer fu controverso anche con quello europeo.

Berlinguer contestava alla socialdemocrazia di agire all’interno del capitalismo per migliorarlo e non per “fuoriuscire da esso”. A parte il fatto che il programma del PCI nella II metà degli anni 70 non prevedeva alcuna “fuoriuscita” dal capitalismo, il giudizio sommario e negativo sulla socialdemocrazia è tutto ideologico ed identitario ed anche frutto di una cattiva conoscenza di essa.

La socialdemocrazia ha praticato una politica, come è noto, di compromesso forte con il capitalismo, in una fase di crescita economica sostenuta nell’ambito di un capitalismo regolato dalle politiche keynesiane.

Negli anni 70, la svalutazione del dollaro e l’aumento del pezzo del petrolio e delle materie prime mette fine ad una fase più che ventennale di crescita forte, continua e stabile.

Nella socialdemocrazia e nel socialismo europei ci si inizia seriamente ad interrogare su come uscire da sinistra dalla crisi. Molti sostengono che occorre andare oltre il compromesso sociale degli anni 50 e 60 e puntare ad un compromesso più avanzato che si ponga comunque l’orizzonte di andare oltre il capitalismo sia pure in forme graduali e tenendo conto delle lezioni della storia.

La riflessione di Lombardi in Italia, dei socialisti francesi, dei socialdemocratici svedesi e dei socialisti belgi ed austriaci, andava nella medesima direzione: come superare il capitalismo nella democrazia e nella libertà, vale a dire in una direzione opposta a quella del socialismo reale che non aveva costruito il socialismo ma un capitalismo burocratico di stato fondato sulla concentrazione nella burocrazia statale di tutto il potere economico e politico ( perpetuando alienazione ed oppressione di classe con l’aggiunta di uno stato dispotico e poliziesco che reprimeva ogni forma di libertà ed autonomia della società civile).

Per cui la riflessione dei socialisti in Europa va verso il recupero di tematiche care al socialismo libertario, come l’autogestione.

Tutt’altra cosa in Berlinguer. La III via tra socialdemocrazia e comunismo resta un puro tratto identitario ed ideologico che non si sostanzia in progetto in positivo. Del resto il socialismo libertario era estraneo alla tradizione del PCI.

Insomma Berlinguer non si rese conto che il processo revisionistico del comunismo non poteva non sfociare nel socialismo democratico. Del resto un comunista senza la dittatura del proletariato non è che un socialista come gli altri.

Di fatto, negli anni 80, si uscì a destra dalla crisi. Con l’impetuosa avanzata del capitalismo liberista (che negli anni 90 si trasforma in “turbo-capitalismo) che solo oggi è stramazzato al suolo in una crisi economica uguale a quella del 29.

Come ho già detto, oggi si ripropone in parte una situazione simile a quella della fine degli anni 70. E’ evidente che il capitalismo non è l’orizzonte ultimo della storia; è evidente che il socialismo democratico e libertario immaginato in quegli anni torna di attualità.

Ma occorre un socialismo democratico rifondato a sinistra: la direzione che stanno percorrendo i socialisti francesi con il sostegno dei socialdemocratici tedeschi e dei laburisti inglesi è quella giusta, anche se andrebbe resa più incisiva. In tale sforzo occorre associare anche forze, oggi estranee al PSE, ma che sono in possibile  sintonia con tale progetto (penso a SeL ma anche alla Linke tedesca se si libera di qualche fossile).

Noi come “socialisti per la sinistra” lavoriamo perché tali idee si affermino anche nella disastrata sinistra italiana. Il convegno di Livorno è la prima tappa per lanciare tali idee. E’ nel nome di Lombardi e Rosselli, di Di Vittorio e Trentin che lavoriamo per unire la sinistra possibile nel socialismo del XXI secolo. Covatta francamente non ci interessa.

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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