Analisi di un lombardiano-Berlinguer e la socialdemocrazia

Berlinguer e la socialdemocrazia

Ritorna stucchevole e con una forte dose di strumentalità la rievocazione della figura di Enrico Berlinguer. Di fronte alla “crisi morale” che coinvolge il PD. Come se fosse una novità. Già i DS erano stati fatto oggetto di critica (per alcuni versi giusta per altri esagerata e non condivisibile) da parte dei soliti professionisti dell’indignazione, che, ad ogni coinvolgimento di qualche esponente DS, rievocavano la grande lezione morale di Berlinguer. Fra questi c’è anche il noto ipocrita Flores D’Arcais che quando era super-craxiano diceva peste e corna di Berlinguer (lo ricordo bene) ed ora lo venera come una icona della bella politica.

Poi c’è un articolo molto equilibrato di Livia Turco (una delle compagne più serie e perbene del PD) di cui non condivido diverse cose ma che va apprezzato per lo sforzo di ricostruire la figura di Berlinguer al di fuori di certi Clichè.

Oggi comunque vedo che Berlinguer viene rivalutato da tutti coloro che non vogliono una sinistra socialdemocratica in Italia. Da quelli che si collocano a destra della socialdemocrazia come gli Scalfari a quelli che sono alla sua sinistra come i comunisti cimiteriali del Manifesto.

E si capisce il perché. Berlinguer non fu solo il teorico della questione morale ma anche colui che immaginò la diversità comunista come irriducibilità al socialismo democratico. Anche dopo lo “strappo” del 1981 nei confronti dell’URSS.

IN questa ostilità c’era molto di ideologico e di pregiudiziale, ma tali pregiudizi, proprio perché facevano parte del corredo ideologico del berlinguerismo, sono rimasti profondamene radicati in una parte rilevante del popolo ex comunista.

In altri scritti ho rilevato come la idea della III via tra socialdemocrazia e comunismo (come dire tra Palme e Breznev) era inconsistente. Alla fine degli anni 70 molte socialdemocrazie avevano un programma di trasformazione sociale più avanzato di quello del PCI. E poi l’idea del superamento del capitalismo (ma verso quale direzione?) era avvolta, ingraianamente, in una aura mistico-metafisica, invece di essere posta su un concreto terreno programmatico come aveva fatto la socialdemocrazia svedese con il Piano Meidner. E non voglio qui stare a fare sottili disquisizioni tra superamento del capitalismo ed un riforma strutturale profonda del capitalismo: non ne usciremmo fuori. L’importante è porre in positivo gli obbiettivi di trasformazione sociale che abbiamo in mente. Che è poi quello ce storicamente ha fatto la socialdemocrazia (che non ha mai considerato il capitalismo come l’orizzonte ultimo della storia) sulla base dei rapporti di forza e del consenso democratico ricevuto. Del resto erano proprio Olof Palme e Willi Brandt a dire (già negli anni 60 – ma lo diceva anche De Man negli anni 30) che il socialismo democratico costituiva la ricerca di una III Via tra capitalismo e comunismo (non tra socialdemocrazia e comunismo – una sorta di III via della III via).

Fatto è che molti comunisti non hanno mai accettato il dato che, già tra gli anni 20 e 30, la socialdemocrazia europea definisse il socialismo in termini diversi ed alternativi rispetto all’ortodossia leninista. Rosselli non fa altro che riportare in Italia il dibattito europeo di fine ani 20 sul socialismo. In lui c’è poco di originale.

Ma di questo si è discusso a lungo.

Come sosteniamo da tempo il problema vero della sinistra italiana è il mancato aggancio al socialismo europeo, non solo come atto formale, ma come condivisione di un percorso e di una cultura politica.

Naturalmente nessuno è così ingenuo da pensare di poter meccanicamente applicare in Italia il modello della socialdemocrazia nordica . Si tratta piuttosto di condividere un quadro valoriale e progettuale. IL PD è in crisi (anche morale) per la assoluta assenza di quel quadro.

Dovremo costruire una socialdemocrazia latina, riscaldata dal sole mediterraneo. E che quindi tenga conto della peculiare storia della sinistra di questo paese.

Quindi una socialdemocrazia che oltre a rivalutare la storia del socialismo riformatore italiano, sappia anche ereditare ciò di realmente socialdemocratico c’è stato nella storia del PCI e della stessa sinistra cattolica (mi riferisco a Donat-Cattin e Carniti non certo al moralismo da strapazzo di Rosi Bindi).

Ma per fare questo, la rivalutazione strumentale di Berlinguer non è certo la cosa più adatta.

PEPPE GIUDICE

Da non pubblicare sul Melograno

Wiily Brandt

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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