Analisi di un lombardiano-Anticapitalismo e socialismo.

Anticapitalismo e socialismo.

 

 

 

“Il socialismo è per definizione anticapitalista”. Questa frase non l’ha pronunciata Pietro Nenni o Lelio Basso ma Bettino Craxi in una intervista televisiva per commentare il risultato del Congresso Socialista del 1978 a Torino.

Qualcuno potrà meravigliarsi anche perché magari conosce solo la storia del PSI degli anni 80. Ma negli anni 70 era perfettamente naturale per un iscritto al PSI ed al PCI definirsi anticapitalista senza che questa affermazione venisse demonizzata.

Scrivo queste note stimolato dal compagno Geppino Vetrano il quale giustamente mi disse: “se noi parliamo di superamento del capitalismo, dobbiamo però indicare in positivo il percorso che noi indichiamo per conseguire questo superamento”. Perfettamente logico e serio.

Infatti l’anticapitalismo, senza una teoria positiva del socialismo che indichi attraverso quali percorsi, quali mediazioni politiche ed istituzionali si costruisce un progetto alternativo di società, è una pura declamazione astratta ed identitaria politicamente inoffensiva. Ricordate quando quelli di Rifondazione ripetevano meccanicamente e come slogan la famosa frase di Marx tratta dall’Ideologia Tedesca (e separata dal contesto sia testuale che storico)  “il comunismo non è un ideale, un astratto dover essere ma il movimento reale che abolisce l’esistente”. Detta così non significa un cazzo. E Marx che notoriamente era molto irascibile avrebbe preso a calci in culo quei militanti di Rifondazione.

Lo stesso vale per la sinistra no-tav, no-pit stop, no-cock. Per essere più specifici io posso fare una seria battaglia per impedire che si perfori una montagna ricca di amianto (sappiamo i danni che questo arreca), ma altra cosa è fare una battaglia di principio contro l’Alta Velocità. No questa è una cazzata bella e buona che non definisce una sinistra ma solo una inconsapevole posizione reazionaria.

E torniamo al tema base,

Il grande filosofo tedesco Jurgen Habermas, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, disse che il socialismo non sarebbe sparito se non fosse contemporaneamente scomparso l’oggetto della sua critica: il capitalismo.

Quindi per definire il nostro anticapitalismo dobbiamo innanzi tutto definire cos’è il capitalismo (opera non facile) e prendere atto delle dure ed inconfutabili lezioni della storia.

Il capitalismo lo possiamo definire come la più avanzata formazione sociale che si fonda sulla divisione ed il dominio di classe.

Marx definisce i vari periodi storici dell’umanità sulla base delle formazioni sociali fondate sui vari modi di produzione. Dopo la dissoluzione delle comunità primitive si sono succeduti il modo di produzione schiavistico, quello asiatico, il feudale ed il capitalistico.

La caratteristica innovativa del capitalismo rispetto ai modi di produzione precedenti è la generalizzazione della forma mercantile di produzione e di scambio (la terra, i mezzi di produzione ed il lavoro diventano tutte merci scambiabili sul mercato) e la separazione tra produttore e mezzi produzione. Quindi generalizzazione della forma mercato ma non invenzione del mercato che preesiste e di molto all’avvento del capitalismo. Del resto lo stesso Marx nel Capitale compie una netta distinzione tra produzione mercantile semplice (quella artigianale pre-industriale) e quella capitalistica.

Quindi capitalismo ed economia di mercato non sono sinonimi come si è voluto far credere dopo l’89. Diciamo che il capitalismo è una forma specifica di economia di mercato.

L’altra caratteristica peculiare del capitalismo che è stata individuata soprattutto dai neo-marxisti libertari del gruppo francese “Socialisme ou Barbarie” (che hanno molto ampliato ed allargato il campo di indagine di Marx) è che il capitalismo è la prima formazione sociale che pone il mercato e l’istanza economicista al centro della società. Castoriadis (che fu il capo di questo gruppo di matrice luxemburghiana) partendo dalla analisi del Marx dei Grundrisse sulla non neutralità della tecnologia nella organizzazione del lavoro (questo né Lenin né Kautsky lo compresero) la estende a tutta la società. Il capitalismo ha delle caratteristiche funzionaliste: deve rendere tutta la società coerente con il suo progetto di razionalità economica. Da questo punto di vista ha bisogno di un tipo antropologico confacente. Secondo Castoriadis Marx trascura un elemento centrale essenziale nella costruzione di una formazione sociale ed economica; quello dell’immaginario sociale che Marx riduce a fatto sovrastrutturale mentre esso è connaturato strettamente al modo di produzione. Il capitalismo non potrebbe sopravvivere senza la “giustificazione” della sua esistenza e del fatto che esso esprima una razionalità superiore fondata sul postulato della produzione per la produzione e lo sviluppo illimitato delle forze produttive. Castoriadis dice che la razionalità economica capitalistica è in realtà irrazionale proprio perché parziale ed unilaterale. In quanto espelle dal proprio orizzonte e tende anzi a colonizzare la razionalità autonoma del vivere sociale.

Il socialismo di fatto nasce proprio per combattere la razionalità unilaterale del capitalismo e rivendicare l’autodeterminazione democratica  della società liberata da forme organiche di dominio di classe. Da questo punto di vista la lotta di classe non è un riflesso della dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione ma ha un suo carattere politico di auto emancipazione della classe lavoratrice dall’essere un puro e semplice strumento della produzione.

Per tale ragione il socialismo è anticapitalista per definizione. Perché esso è un processo che auspica un ordine sociale liberato dalla centralità dell’economia e del profitto .

Ed è chiaramente una lotta di lungo-lunghissimo periodo che segue tutto il percorso della evoluzione stessa del capitalismo.

Del resto se non avessero operato forze anticapitalistiche nella società il capitalismo stesso si sarebbe autodistrutto, perché il mercato capitalistico lasciato alla propria logica pura sviluppa tendenze autodistruttive (proprio per la sua razionalità unilaterale).

Quindi quando si parla di superamento del capitalismo si intende un processo di portata storica che non può essere risolto certo con decreto.

La crisi attuale del capitalismo degli ultimi 25 anni non è probabilmente la crisi finale del sistema. Ma è una crisi estremamente seria. Con il capitalismo si possono fare compromessi (in Europa nel dopoguerra si è prodotto il modello sociale più avanzato) ma esso li rovescia non appena si modificano i rapporti di forza. I compromessi sono sempre dinamici e conflittuali: questo bisogna saperlo.

E soprattutto la deve ricordare una sinistra come quella italiana che è stata forse la più colpita dal profondo cambio di immaginario imposto dall’egemonia del capitalismo liberista. Per cui il capitalismo diveniva la fine della storia, un orizzonte invalicabile, lo stadio supremo della civiltà umana. La sinistra priva di una capacità di trascendere anche idealmente tale orizzonte ha accolto o con rassegnazione o con entusiasmo addirittura la modernizzazione capitalistico-liberista senza accorgersi delle gravissime contraddizioni (risultate poi fatali per lo stesso sistema) che esso produceva.

E soprattutto ha abbandonato la cosa più importante che Marx ci ha lasciato: il suo metodo (la sua filosofia della storia si è molto ingiallita). La capacita di confrontare idee e progetti con la dinamica reale dei processi sociali ed economici.

Per cui sono venute fuori le assurde marmellate liberal-socialiste alla Martelli (o alla Covatta di oggi) che vogliono realizzare con il bilancino l’optimum tra liberalismo e socialismo, categorie astoriche e confinate nell’iperuranio: tutte grosse cazzate.

Poi è venuto anche di peggio con Veltroni.

Ma noi dobbiamo indicare a grandi linee comunque le strade che caratterizzano la nostra critica al capitalismo ed il nostro progetto in positivo di alternativa sociale.

Dicevo che la crisi attuale è forse la più grave (non l’ultima). Il capitalismo (il socialismo reale è stato una sua cattiva imitazione) si fonda sullo sviluppo illimitato delle forze produttive e sulla produzione per la produzione e quindi svincolata dai bisogni reali della società. Il che presuppone che le risorse fisiche siano inesauribili. Ma così non è per l’evidenza che il mondo fisico è limitato.

In secondo luogo: la crescita economica fino agli anni 70 si traduceva in una crescita corrispondente di benessere sociale. Negli ultimi venticinque anni invece le diseguaglianze sono salite in modo esponenziale, il divario tra un consumo privato insensato ed ipertrofico e la povertà dei beni pubblici e collettivi è divenuto drammatico. Ci sono limiti sociali ed ecologici allo sviluppo capitalistico evidenti.

Quando Rosa Luxemburg parlava di “socialismo o barbarie” si riferiva al dato che dalla crisi del capitalismo si poteva uscire o con un ordine sociale più giusto, razionale ed avanzato, il socialismo, o con un regressione ed imbarbarimento dei rapporti sociali.

Questo rischio oggi è reale.

Quindi il socialismo del XXI secolo non potrà non trascendere l’orizzonte del capitalismo sia pur nel lungo periodo.

Ma questo che significa. Aboliamo il mercato o la proprietà privata in tutte le sue forme? Non è certo questo l’obbiettivo.

Il diritto di proprietà già oggi è sottoposto a trasformazioni e la rivoluzione informatica ne produrrà altre (pensiamo ad esempio allo scambio gratuito dei file tramite il “peer to peer”). Il mercato non va affatto abolito: non va più considerato il centro della società ma uno strumento al servizio di essa.

IL socialismo che noi vogliamo è tendenzialmente autogestionario. Pur riconoscendo la importanza dell’intervento pubblico diretto (soprattutto dopo la sbornia delle privatizzazioni “prodiane”) nel settore dei beni collettivi e dei settori strategici (proprietà collettiva con forme autonome di gestione aperte al controllo dei lavoratori e degli utenti) e l’esistenza di un settore privato (ma con forme di codeterminazione innovative), è nel campo della economia autogestita e cooperativa che dovrà svilupparsi il nuovo socialismo. La rivoluzione informatica permette oggi di ampliare molto lo spazio sociale-autogestito non riconducibile né allo stato né al mercato capitalistico. Fino a configurare lo sviluppo di un “terzo sistema” parallelo a stato e mercato (Giorgio Ruffolo).

Per evitare i rischi della degenerazione burocratica del socialismo è questa la strada maestra.

Le nostre società hanno bisogno di ricostruire una solidarietà concreta e vissuta. Questa economia sociale può essere il tessuto connettivo, come dice il compagno Geppino Vetrano, in cui può inverarsi questa solidarietà.

 

PEPPE GIUDICE

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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