Analisi di un lombardiano-Alcuni passi di Craxi del 1990

Alcuni passi di Craxi del 1990

“Attraversiamo ora tempi che per tanti aspetti ci paiono e sono tempi straordinari. Muta di continuo, e con grande velocità, lo scenario del reale, attraversato da rivoluzioni scientifiche, tecnologiche, e da grandi sconvolgimenti politici. Si accumulano con rapidità sinora sconosciuta grandi poteri economici ed insieme emergono nuove esigenze sociali, nuove contraddizioni ed emarginazioni, nuovi conflitti e nuovi bisogni. Crescono e si moltiplicano le fenomenologie di sviluppo, le conoscenze, l’istruzione, le professioni, le specializzazioni, l’impresa, le nuove associazioni, i consumi. Insieme, e forse ancora più celermente crescono le fenomenologie del disagio. La povertà che nelle nostre società copre almeno un terzo dei territori, occupati per due terzi dalla ricchezza, dalla opulenza o dal benessere medio e comunque dalla sicurezza. L’invecchiamento della popolazione, la solitudine delle fasce emarginate, l’espansione di gravi patologie come la droga, l’Aids, la delinquenza organizzata su grande scala. E tutto questo mentre la crisi verticale del comunismo mondiale e il crollo a catena dei suoi regimi dell’Est europeo accresce enormemente la responsabilità delle democrazie dell’Occidente di fronte alle necessità ed alle incognite del futuro. Per questo futuro non può bastare il modello di un capitalismo che, pur con le sue contraddizioni appare vincente sul terreno dello sviluppo, ma che non sarebbe in grado di dare soluzioni adeguate alle problematiche sociali. Un futuro rispetto al quale gli stessi istituti di democrazia non sempre paiono sufficientemente attrezzati per assicurare la crescita equilibrata delle Nazioni e la giustizia sociale. Il mondo intero, del resto, è attraversato in modo sempre più marcato dalla grande diseguaglianza che divide i Paesi ricchi dai Paesi in via di sviluppo e ancor più dai Paesi poveri e poverissimi. E’ questa forse la principale “questione sociale” del nostro tempo. E’ una diseguaglianza che sta inesorabilmente aumentando un giorno dopo l’altro. Il mondo delle società industriali opulente ed avanzate è pieno di retorica e prodigo di buone parole, ma avaro di fatti e di opere concrete. Tutto ciò che si fa oggi per ridurre i grandi squilibri che esistono nel mondo è largamente al di sotto di ciò che si dovrebbe e si potrebbe fare. I dati nudi, crudi, ed incontrovertibili nelle loro proiezioni dicono che, di questo passo, i Paesi poveri sono destinati a diventare solo più poveri ed i Paesi ricchi sempre più ricchi. Se questa tendenza non verrà rovesciata, se non si moltiplicheranno gli sforzi diretti a riequilibrare la situazione, a ridurre il peso soffocante del debito del Terzo Mondo, a favorire un nuovo sviluppo, si prepareranno anni difficili carichi di aspre contraddizioni, di tensioni e di conflitti di ogni genere.”….

“Il problema che abbiamo di fronte è quello di evitare lo spreco delle grandi potenzialità oggi esistenti, di spezzare i circuiti involutivi in cui rischiano di paralizzarsi e di esaltarle in una crescita larga ed equilibrata. Quando l’economia, la cultura, le tecnologie ci offrivano molto di meno di quanto oggi è loro possibile, siamo riusciti nei paesi democratici a moltiplicare le opportunità di lavoro, a creare reti di protezione sociale, a far affermare il principio dell’uguaglianza, a migliorare grandemente il tenore di vita. Ma questo mondo nuovo più progredito, più evoluto, più civile, è colmo di contraddizioni. Abbiamo moltiplicato i canali finanziari per produrre ricchezza, ma la ricchezza finanziaria si chiude nei suoi circuiti, riduce la solidità del nostro sviluppo, estrania i Paesi che più ne hanno bisogno. Il progresso scientifico e tecnologico ha portato straordinari benefici alla nostra vita e alla nostra salute, ma ha creato e crea rischi per noi e per le generazioni future. Abbiamo opportunità di produzioni, di consumi e di svago che mai avevamo raggiunto ma queste maggiori possibilità e questa vita più ricca, lorda la terra, l’acqua, l’aria, logora il territorio, degrada il nostro patrimonio culturale.”

 

” Ma un mercato abbandonato a soli attori economici genera squilibri, poteri prevaricanti ed abusi che impediscono un progresso armonico, danneggiano la collettività e, nel tempo lungo, le stesse attività economiche. Lo Stato deve intervenire sul mercato ma con precise regole: regole che impongano standard professionali e patrimoniali a chi svolge determinate attività, regole limitative delle concentrazioni e a tutela della concorrenza, che assicurino trasparenza ed informazione, che sanzionino diritti e responsabilità, che diano argini alle attività finanziarie e neutralizzino le loro potenzialità speculative e destabilizzanti. Il sistema misto che caratterizza l’economia italiana ha dato risultati positivi e non può essere travolto nel nome di indefinite privatizzazioni agitate talvolta con una demagogia ideologica che nasconde il peggio piuttosto che proposte entro i limiti di una pratica e giustificata concretezza ed utilità. L’impresa pubblica ha ancora molte funzioni da svolgere: c’è ancora il Mezzogiorno, che ha bisogno di infrastrutture, insediamenti produttivi e servizi. Ci sono produzioni e tecnologie verso le quali le partecipazioni statali possono canalizzare le loro risorse finanziarie. C’è il contributo che esse possono dare alla concorrenza e all’efficienza stessa dei mercati. In campo finanziario, l’esplosione delle attività e il moltiplicarsi degli intermediari hanno fatto saltare molte regole del passato, hanno messo a dura prova le capacità degli organi di vigilanza ed hanno occupato un vasto territorio al di fuori di ogni disciplina di trasparenza e di responsabilità. Rimedi urgenti richiede anche il sistema bancario. Di qui la necessità di un impegno legislativo, che è stato sino ad oggi soltanto avviato, per costruire gli argini e le regole di un mercato in crescita.”

 

Questi sono alcuni passi tratti dalla relazione che Craxi fece alla II Conferenza Programmatica del PSI il 1990 a Rimini. Una Conferenza che fu politicamente non significativa (se non per l’incontro sul Camper con D’Alema e Veltroni) e che avvenne nel periodo più cupo del PSI: quello che va dal 1987 al 1992. Un partito senza strategia, dilaniato dal rampantismo amorale, e dalla mutazione genetica di parte della sua classe dirigente.

Eppure in queste parole di Craxi si nota un ben altro passo ed una ben altra consistenza politica rispetto a molti craxiani e postcraxiani. E soprattutto si riconosce un Craxi un socialista autentico che analizza il mondo a lui attorno con spirito critico, alieno certo dal catastrofismo della sinistra velleitaria e minoritaria, ma neanche appiattito su una acritica esaltazione della modernità alla Martelli ed alla De Michelis.

Del resto quella che esprime Craxi era il punto di vista che esprimevano tutti i socialisti che non si erano fatti traviare dalle mistificazioni neoliberali e molto, ma molto lontano dalle III vie dei Blair e Schroeder.

Le colpe politiche (e sottolineo politiche) di Craxi non possono comunque occultare una profondità di pensiero che è mancata quasi completamente nella sinistra della II Repubblica. Con questo Craxi certo Boselli e Nencini non hanno nulla a che spartire.

Peppe Giudice

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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