Analisi di un lombardiano-Alcune precisazioni su socialismo e sinistra

Alcune precisazioni su socialismo e sinistra-

Scrivo questa nota perché ho notato che la mia precedente sul contributo socialista nella storia repubblicana si è prestata ad interpretazioni che non corrispondono al mio pensiero.

Io non sostengo nessun integralismo socialista. Dobbiamo però finirla di vedere in qualsiasi tentativo di rivalutazione della cultura socialista come una ricaduta nell’identitarismo (bruttissima parola che denota il degrado post-moderno della cultura di sinistra in Italia).

Ho detto chiaramente che non mi aspetto affatto che nel nostro paese si possa costruire un partito come la SPD e il PSF. Certo questo per me è un limite e non una opportunità. Ma è un limite che è inscritto nella nostra storia degli ultimi 60 anni. Noi siamo un paese di frontiera tra est ed ovest, tra Europa, Africa e Medio Oriente. Siamo un paese che ha perso la guerra, quella guerra che disegnato, fino al 1989, l’ordine mondiale. L’essere al centro del Mediterraneo duemila anni fa ci ha permesso di diventare la più grande potenza del mondo antico ed il fulcro della civiltà occidentale; in seguito è stata fonte di costrizioni esterne e di forti limitazioni alla autonomia nazionale. E’ un miracolo quello che l’Italia ha fatto nel periodo repubblicano: aver raggiunto e superato (anche se per breve periodo) la Gran Bretagna. Uno sviluppo impetuoso che è certo avvenuto tra forti contraddizioni e squilibri economici e politici. Ma che ha fatto dell’Italia una democrazia moderna.

Non mi aspetto questo. Ma credo che comunque dovremmo costruire un partito della sinistra di governo che in qualche modo si avvicini e si approssimi al socialismo europeo (e vi aderisca). Per questo è importante rivalutare la cultura socialista soprattutto tenendo conto della desertificazione culturale della sinistra. Una rivalutazione che non vuole imporre alcun primato, ma vuol semplicemente dire: vedete, amici cari, in Italia esiste anche la cultura socialista e che essa è essenziale.

Io da più di dieci anni critico le derive moderate e liberali della socialdemocrazia. Quando entrammo nei DS come Laburisti notai che la maggior parte dei compagni del PDS osannavano Blair, Clinton e l’Ulivo mondiale. Ritenevano che Blair andasse oltre i “confini angusti della socialdemocrazia tradizionale”. Veltroni ad esempio (ma anche in parte Mussi, che allora era veltroniano). A me invece piacevano Jospin e i socialisti francesi ed il loro accanirsi a difendere i principi più autentici del socialismo democratico. Allora solo Salvi, Besostri e qualche altro nei DS erano con Jospin.

Quindi non mi meraviglia affatto la crisi della socialdemocrazia. Ma se certo in Portogallo, in Spagna ed in Grecia i socialisti sono costretti ad inevitabili sconfitte, in Germania, in Francia ed in Inghilterra le cose vanno diversamente. L’aver innanzi tutto preso coscienza del fallimento della III via è un dato. IlPD (che pure è in crescita – ne parlerò dopo) non l’ha fatto. Qualcuno potrà dire che il rinnovamento in corso in Francia, in Germania ed in Inghilterra è insufficiente, ancora inadeguato (possiamo anche essere d’accordo), ma intanto c’è e va registrato. In Francia i socialisti hanno vinto le regionali e le cantonali; in Germania riferisco un solo dato: nel Lander del Noth-Reno-Westaflia – 19.000.000 di abitanti (il doppio del Portogallo) la SPD ha il 35% (5% in più rispetto alle disastrose politiche del 2009), per non parlare di Amburgo e Brema; il Labour di sinistra di Milliband nei sondaggi supera i conservatori.

Del resto non sarà certo la deriva criticabilissima della socialdemocrazia ad occultare il fallimento del comunismo (o socialismo reale che dir si voglia). Nel senso che una sinistra del futuro dovrà riconoscersi a mio modesto parere in una rifondazione del socialismo democratico e non del comunismo. Bertinotti lo ha perfettamente capito. E quando parlo di socialismo la mia mente va oltre il PSE. La stessa Linke (che però oggi perde voti recuperati dalla svolta a sinistra della SPD, si riconosce –statutariamente- nel socialismo democratico): Lafontaine è un allievo di Brandt e non di Togliatti. In America del sud i laburisti di Lula in Brasile ed in Argentina  i peronisti di sinistra della Presidentessa Cristina Fernandez (sostenuti dalla parte migliore del Ps argentino) si riconoscono orgogliosamente nel socialismo democratico. Solo in Italia questa è una parola scomparsa dal vocabolario politico. Un po’ per sensi di colpa, un po’  per il vezzo postmoderno di rifiutare la politica “identitaria”. Il postmoderno di terza o quarta mano impostosi nella più terribile regressione culturale che l’Italia abbia subito, ritiene che per dialogare ognuno debba spogliarsi della propria identità o quantomeno indebolirla (di qui il “pensiero debole”). Per cui l’essere di sinistra o di destra finisce per appartenere più alla sfera emozionale ed umorale (e molto spesso ad emozioni effimere) che a quella razionale del pensiero o del progetto. E’ evidente la deriva irrazionale di tali impostazioni che sono esplicitamente rivolte contro il criticismo kantiano e l’illuminismo (non a caso i postmoderni si rifanno ai campioni dell’antiumanesimo e dell’irrazionalismo come Nietzche ed Heidegger, interpretati spesso in modo arbitrario).

Ora questo post-modernismo politicamente ha due risvolti: quella di una concezione opportunistica della politica che si nasconde dietro  il  post-ideologico  (Veltroni o Cacciari); o nel movimentismo “emozionale” che ha espresso una testa di cazzo come Pecoraro Scanio. Berlusconi, Veltroni  e Pecoraro Scanio sono tre esempi diversi di questo riduzionismo politico. Del resto uni dei più filosofi più critici verso il postmoderno come Habermas ha messo in evidenza come il ridurre l’individuo ad una somma di umori ed emozioni, renda l’individuo stesso più manipolabile dal mercato, dal mercatismo liberista dominante.

In più il liberarsi dal pensiero forte, rende la politica molto più intollerante e faziosa, in quanto sottoposta agli umori che trasformano il confronto politico in tifoseria. Berlusconi ha tratto molti vantaggi da ciò.

In realtà la sintesi tra diverse posizioni è possibile, in democrazia, solo se i punti di vista si esprimono compiutamente e non si censurano e quindi vi sia un confronto tra identità reali e non fittizie (come oggi è di fatto l’identità comunista).

Proprio Bauman, il teorico (ma non compiacente) della società liquida, afferma che il socialismo rappresenta il necessario contrappeso agli effetti deleteri della società liquida.

Quindi il nostro impegno per rivalutare la cultura socialista non si iscrive in un disegno integralista, ma per liberare dalla “damnatio memoriae” una forza costitutiva della democrazia repubblicana ed essenziale per ricostruire sinistra e centrosinistra dei prossimi anni. Una forza che non deve puntare a costruire un partito dei socialisti storici ma deve dare il contributo a quella sinistra popolare, plurale e di governo a cui tendiamo. E naturalmente deve far conoscere l’oggetto sconosciuto del socialismo democratico europeo (che non si riduce alla criticabile esperienza di Blair).

Gli ultimi sondaggi IPSOS ci dicono che il PD è al 29% e SeL al 9%. Forse sono un po’ sopravvalutati ma credo che indichino una linea di tendenza inequivoca. Insomma, dopo tanto tempo il centrosnistra è in grado di vincere.

Il rafforzamento delle posizioni di Bersani (e l’eclisse di Velroni) è un fatto positivo, anche se forti ancora sono le contraddizioni di Bersani stesso. SeL riceve alle amministrative un consenso inferiore alle proprie potenzialità, anche perché a livello locale l’effetto Vendola viene contrastato sia dallo scarso radicamento, che dal forte scontro interno tra SD e MPs che non sono stati in grado di fondersi in un vero soggetto. SeL è tenuta in piedi dalla leadeship carismatca di Vendola. Ma sulla base della mia esperienza credo che il contrasto tra l’area SD e quella ex rifondarola abbia una ragione reale di scontro. In SD è chiara la idea di una sinistra di governo connessa al PSE. Negli ex rifondaroli (molto diversi da Vendola) prevale la sinistra emozionale e quindi politicamene deleteria. Insomma si confrontano due idee diverse di sinistra.

Io credo che il nuovo centrosinistra, per non cadere negli errori dell’Ulivo e dell’Unione, deve fondarsi su un asse preferenziale tra PD e SEL (il PS+I non esiste più). Questo asse può rafforzare l’ala socialdemocratica del PD e quella di sinistra di governo in SeL. Certo se il nuovo centrosinistra non si fonda su questo asse portante è destinato a soccombere.  Come socialisti del network e delle associazioni dovremmo favorire in SeL e nel PD la maturazione di certe posizioni che non potranno non confluire nel PSE.

 

PEPPE GIUDICE

Giacomo Matteotti

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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