Sintesi storica di Roma antica – L’IMPERIVM

IMPERIVM ROMANUM

L’Impero romano (in latino Imperium Romanum) è lo Stato romano consolidatosi nell’area euromediterranea tra il I secolo a.C. e il IV secolo.

Le due date che generalmente identificano l’inizio e la fine di un’entità statuale unica sono il 27 a.C., primo anno del principato di Ottaviano, con il conferimento del titolo di Augusto, e il 395, allorquando, alla morte di Teodosio I, l’impero viene suddiviso in una pars occidentalis e in una orientalis. L’Impero romano d’Occidente si fa terminare per convenzione nel 476, anno in cui Odoacre depone l’ultimo imperatore legittimo, Romolo Augusto. La vita dell’Impero romano d’Oriente si protrarrà invece fino al momento della conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani nel 1453.Per tanto quello bizantino è l’impero che è durato più a lungo nella storia, con 1058 anni da stato sovrano. Se lo si intende come parte dell’Impero romano, di cui fu unico e legittimo successore, durò dal 27 a.C. fino al 29 maggio del 1453, portando il computo a 1480 anni.

Pur non essendo il più vasto impero mai esistito, spettando tale primato innanzitutto all’Impero Mongolo, quello di Roma è considerato il più grande in termini di gestione e qualità del territorio, di organizzazione socio-politica e di importanza del segno lasciato nella storia dell’umanità. In tutti i territori sui quali estesero i propri confini i romani costruirono città, strade, ponti, acquedotti, fortificazioni, esportando ovunque il loro modello di civiltà e al contempo assimilando le popolazioni e civiltà assoggettate, in un processo così profondo che per secoli ancora dopo la fine dell’impero queste genti continuarono a definirsi romane. La civiltà nata sulle rive del Tevere, cresciuta e diffusasi in epoca repubblicana ed infine sviluppatasi pienamente in età imperiale, è alla base dell’attuale civiltà occidentale.

Oltre all’Impero romano d’Oriente, unico Stato successore a pieno titolo dell’Impero romano, le altre entità statuali che si rifecero ad esso, in Occidente (il Regno franco e il Sacro Romano Impero dei Kaiser,cioè Cesare in tedesco) ed in Oriente (l’impero bulgaro prima, e successivamente la Russia degli Zar,cioè Cesare in russo,”Tzar-Caesar”) continuarono ad usare i titoli adottati dall’Impero romano, sino all’epoca delle rivoluzioni borghesi e liberali(Stati Uniti e Francia adottarono rispettivamente simboli romani,aquila e fascio littorio)e dei grandi stati nazionali e totalitari(la Germania Guglielmina di Bismarck,II Reich, erede del I Reich,ovvero il Sacro Romano Impero,poi l’Italia Fascista e la Germania nazista del III Reich) ancora oggi le istituzioni politiche, sociali e giuridiche delle democrazie occidentali si ispirano a Roma e alla sua storia millenaria.

L’età imperiale, successiva al periodo della repubblica, iniziò con Augusto, considerato il primo Imperatore di Roma, anche se già con Giulio Cesare e – se pur parzialmente – ancor prima con Silla, si era affermata una gestione di natura monarchica delle istituzioni repubblicane.

Ottaviano, dopo aver sconfitto Marco Antonio nella battaglia di Azio (31 a.C.), assunse un controllo pressoché assoluto sulla vita politica romana. Nel 27 a.C. il Senato gli attribuì il titolo onorifico di “augusto” (che significa “colui che ha l’autorità morale”), in seguito divenuto sinonimo di Imperatore. Fu proprio attraverso la propria autorità morale (auctoritas) che egli accentrò nella propria persona titoli e poteri un tempo attribuiti esclusivamente ai magistrati repubblicani, senza giungere mai a una formale modifica di carattere costituzionale; assunse anzi il ruolo di difensore delle istituzioni repubblicane, dando vita così a una vera e propria finzione, poiché di nome continuava a esistere la repubblica, mentre di fatto vi era una gestione del potere di tipo monarchico.

Nel 23 a.C. Augusto ricevette la tribunicia potestas, cioè l’insieme dei poteri dei tribuni della plebe, che comportava l’inviolabilità personale (sacrosanctitas) e il possibile diritto di veto nei confronti di provvedimenti legislativi (intercessio); tale era l’importanza di questa funzione, che egli si premurò che fosse costantemente rinnovata. Il Senato lo investì a vita anche della dignità proconsolare, conferendogli poteri superiori (il cosiddetto imperium maius) a quelli degli altri proconsoli. L’insieme di queste prerogative, sommate alla carica di console che assunse ben tredici volte, conferì ad Augusto un potere che non poteva più avere alcun elemento di “bilanciamento” nella vita dello stato: un potere che faceva di lui il princeps – come amava essere definito – e cioè “il primo” dei cittadini di Roma.

Oltre all’auctoritas, di cui si è detto, deteneva infatti la potestas (cioè l’autorità civile), conseguita proprio attraverso l’assunzione della tribunicia potestas, e l’imperium (cioè il potere di comandare gli eserciti), implicito nelle funzioni consolari e proconsolari. Si fece dunque chiamare Imperator (“colui che ha l’imperium”), Caesar (“il successore di Giulio Cesare”, divenuto cesare lui stesso), Divi Caesaris filius (“il figlio del divo Cesare”), Octavianus (quel che restava del suo vero nome), Augustus (“colui che ha l’autorità morale”), ideando uno schema di titolatura che sarà fatta propria dai suoi successori. Nel 12 a.C. venne inoltre proclamato pontefice massimo (pontifex maximus), la più alta carica sacerdotale dello stato, controllando così anche la sfera religiosa; e nel 2 a.C. assunse quel titolo di “padre della patria” (pater patriae) che la tradizione aveva fino ad allora assegnato solo a Romolo e a Marco Furio Camillo.

Il Senato conservò un controllo sempre più formale su Roma, sull’Italia e sulle province, escluse quelle di frontiera, in cui era necessario stanziare le legioni: tali province erano governate da legati nominati e controllati dall’Imperatore stesso. Augusto promosse numerose riforme allo scopo di restaurare l’ordine sociale, e impose l’osservanza delle tradizioni morali, religiose e del costume romano (il mos maiorum); creò inoltre una solida ed efficiente burocrazia imperiale e abbellì Roma con templi, basiliche e portici, trasformandola – come lui stesso dichiarò – da una città di mattoni in una città di marmo. Il periodo augusteo rappresentò il momento di massimo splendore della letteratura latina, con l’opera poetica di Virgilio, Orazio e Ovidio, e la prosa della monumentale Storia di Roma di Tito Livio.

GLI IMPERATORI GIULIO-CLAUDI (27 A.C. – 68 D.C.)

Morto Ottaviano la soluzione insita nell’adozione e nella candidatura alla sua successione del figliastro Tiberio, che sua moglie Livia Drusilla aveva generato in prime nozze da Tiberio Claudio Nerone (di qui la denominazione di dinastia giulio-claudia), fu in un certo senso obbligata: Augusto cercò così di conferire una parvenza di ereditarietà alla successione. Tiberio, divenendo figlio – pur se adottivo – di un uomo dai poteri straordinari, assumeva anch’egli quell’alone di auctoritas che gli permetteva di governare, togliendo così ai cittadini romani le residue speranze che la repubblica potesse essere restaurata: bastava solo che Tiberio, perpetuando la finzione paterna, si facesse assegnare da un Senato ormai prono la summa dei poteri repubblicani, e così avrebbero dovuto fare i suoi successori.

Con il consolidarsi del sistema di governo imperiale, la storia di Roma si identificò dunque con quella dei regni dei singoli imperatori. Tiberio, che succedette al patrigno Augusto nel 14 d.C., era un amministratore capace, ma fu oggetto di generale antipatia e sospetto, soprattutto da parte dell’aristocrazia senatoria. Egli si accattivò i corpi scelti dell’esercito, secondo un costume che nei secoli fu tipico di molti imperatori, e tenne di stanza a Roma la guardia pretoriana. Il prefetto del pretorio Elio Seiano – durante i frequenti soggiorni dell’Imperatore nella sua villa di Capri – si comportava di fatto nell’Urbe come se fosse detentore di un potere assoluto, quasi monarchico; ciò fu inizialmente tollerato, o addirittura incoraggiato da Tiberio, che dovette però infine eliminare Seiano a causa dell’eccessiva spirale di violenza che aveva innescato.

A Tiberio successe Caligola (nipote di suo fratello Druso Maggiore), ritenuto dalla tradizione senatoria mentalmente instabile e tirannico, e che invece più probabilmente dovette assumere atteggiamenti, a livello sia personale che politico, propri della tradizione dei regni ellenistici, del tutto estranei alla cultura romana. Caligola regnò dal 37 al 41 d.C., allorché venne ucciso dai pretoriani che acclamarono Imperatore suo zio Claudio, durante il cui regno (41-54 d.C.) fu condotta a termine la conquista della Britannia. Claudio proseguì l’opera di formazione di una solida burocrazia statale, iniziata da Augusto e Tiberio; la tradizione, però, ha consegnato di questo Imperatore un’immagine piuttosto negativa, enfatizzando l’influsso che su di lui avrebbero avuto le mogli Messalina e Agrippina Minore e alcuni potenti liberti di corte.

Claudio morì nel 54 d.C., forse avvelenato da Agrippina che voleva imporre sul trono il figlio di primo letto Nerone. Costui iniziò a governare sotto la saggia guida e i consigli del filosofo Seneca e di Sesto Afranio Burro, prefetto della guardia pretoriana, ma i suoi successivi comportamenti sregolati e tirannici, improntati a una concezione assolutistica del potere ispirata al modello ellenistico orientale, portarono nel 65 d.C. alla congiura senatoria ispirata da Caio Calpurnio Pisone (poi repressa nel sangue) e alla sollevazione militare guidata da Galba: Nerone si suicidò nel 68 d.C., segnando così la fine della dinastia degli imperatori Giulio-Claudi.

I FLAVI (69-96 D.C.)

I brevi regni di Galba, Otone e Vitellio, tra il 68 e il 69 d.C. (l'”anno dei quattro imperatori”), furono seguiti da quello del valente generale Vespasiano e dei suoi figli, Tito e Domiziano, che diedero vita alla dinastia dei Flavi. Il regno dei Flavi fu caratterizzato dal consolidamento dell’economia e dell’amministrazione imperiale, oltre che dal principio dinastico “diretto” (implicante cioè motivi “di sangue”) nella successione al potere, e – soprattutto – dall’affermarsi di una nuova concezione del potere imperiale stesso.

Vespasiano, infatti, promulgando nel 69 d.C. la lex de imperio Vespasiani tolse all’istituto del principato le caratteristiche di finta eccezionalità e precarietà costituzionale che aveva avuto fino ad allora, trasformandolo in una vera e propria magistratura suprema costituzionalmente accettata; in questa legge, infatti, si stabilivano tutte le funzioni e facoltà spettanti all’Imperatore, nel rispetto di quelle – pur esigue – destinate al Senato. D’altra parte Vespasiano non discendeva né per sangue né per adozione dagli eredi di Giulio Cesare e Augusto, e doveva dunque sgombrare il campo da qualunque incertezza: avrebbe governato non in nome di una generica auctoritas, ma di precisi poteri civili e militari, ai quali aveva diritto in quanto vincitore della cruenta guerra civile dell’anno 69 d.C.

Sotto il regno di Vespasiano (69-79 d.C.) Roma conseguì numerosi successi militari: anzitutto quello, clamoroso, nella guerra giudaica – condotta dall’Imperatore insieme al figlio Tito – che portò nel 70 d.C. alla presa di Gerusalemme; inoltre, altri riportati in varie campagne in Oriente (che permisero l’annessione di nuovi regni), in Britannia, nelle regioni danubiane. Durante il regno di Tito (79-81 d.C.), principe ricordato con l’epiteto di “amore e delizia del genere umano” a causa dei suoi atteggiamenti clementi e conciliatori, un’eruzione del Vesuvio (79 d.C.) distrusse le città di Ercolano e Pompei. Il regno di Domiziano (81-96 d.C.) si contraddistinse inizialmente per alcune spedizioni germaniche che consentirono di rafforzare il limes (confine) germanico-retico; in politica interna, però, il governo dell’Imperatore si trasformò progressivamente in un’odiata tirannide, teso com’era a sottrarre ancor più prestigio al Senato: per assumere un maggiore controllo su questa istituzione Domiziano si fece addirittura nominare censore a vita.

GLI ANTONINI (96-192 D.C.)

All’anziano Marco Cocceio Nerva (che regnò con equilibrio e moderazione dal 96 al 98 d.C.), imposto dal Senato dopo che Domiziano venne ucciso in una congiura, succedettero nel corso del II secolo d.C. Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero. Ciascun Imperatore fu scelto e adottato legalmente dal suo predecessore per le proprie capacità e onestà (secondo il criterio della “scelta del migliore”), ignorando i vincoli di sangue; e, anche se in realtà solo gli ultimi tre ebbero la determinazione onomastica di “Antonino”, tutti quanti vengono – un po’ impropriamente – accomunati nella definizione di “Antonini”.

Traiano (98-117 d.C.), nativo della Spagna meridionale, fu il primo provinciale ad ascendere al principato; egli condusse campagne contro i daci, gli armeni e i parti, e il suo regno fu ricordato per l’eccellente amministrazione, l’accorta politica sociale e per i rapporti distesi tra princeps e Senato: Traiano si meritò infatti l’appellativo pubblico di optimus, fino ad allora proprio solo di Giove Capitolino. Sotto il suo regno l’Impero raggiunse la massima estensione territoriale della sua storia; lo scrittore di satire Giovenale, il letterato Plinio il Giovane, grande amico personale dell’Imperatore, e lo storico Cornelio Tacito vissero in età traianea.

I ventuno anni di regno del successore Adriano (117-138 d.C.) furono un periodo di pace e prosperità. Adriano infatti consolidò e rese più sicuri i confini dell’Impero, anche con numerosi soggiorni fuori Roma, e addirittura risiedendo per più anni ad Atene. Egli non solo viaggiò in tutti i domini romani per coordinare personalmente operazioni militari o amministrative, ma anche per mostrare a tutti la sua presenza fisica, diminuendo così la distanza tra il principe e i provinciali: non ancora, questi ultimi, cittadini romani a tutti gli effetti, ma neppure più semplici sudditi da sfruttare. Anche il regno del suo successore, Antonino Pio (138-161 d.C.), fu ordinato e pacifico; nel 147 d.C. – sotto gli auspici di questo Imperatore – vennero celebrati con grande fasto e solennità i novecento anni dalla fondazione di Roma.

Il principato del filosofo stoico Marco Aurelio (161-180 d.C.), che governò insieme al fratello adottivo Lucio Aurelio Vero fino alla morte di quest’ultimo (169 d.C.), fu turbato dalle incursioni di popolazioni germaniche (quadi e marcomanni), che migravano premendo sui confini dell’Impero, nonché da una grave pestilenza portata in Italia dai militari di ritorno dall’Oriente a partire dal 166 d.C. A Marco Aurelio succedette – con palese rottura del criterio dell’adozione come “scelta del migliore” – il figlio Marco Aurelio Commodo (180-192 d.C.), forse uno dei tiranni più sanguinari e dissoluti della storia romana; questi assunse infatti atteggiamenti veementemente antiSenatori e sempre più apertamente teocratici (si omologò a Giove e assunse addirittura il titolo di “Ercole Romano”) finché non venne assassinato nel 192 d.C.

Il II secolo d.C. mostrò, soprattutto nell’ultima fase, evidenti indizi di una crisi dei valori tradizionali del popolo romano. Infatti il mos maiorum, l’insieme di modelli comportamentali per il cittadino di età repubblicana che si basava sull’importanza della partecipazione – a vari livelli (politico, militare, religioso, culturale) – alla vita pubblica, era ormai un punto di riferimento inadeguato per una generazione che della respublica aveva perso ogni ricordo ed era ormai assuefatta a un potere di tipo monarchico, o addirittura tirannico o teocratico.

Quando avvennero le prime pericolose incursioni dei quadi e dei marcomanni, vacillò anche l’unico grande valore che era stato patrimonio dei romani d’epoca imperiale, e che li aveva persuasi di essere comunque i protagonisti della storia dell’umanità: l’espansione e la difesa dei domini imperiali come garanzia dell’eternità di Roma e del suo popolo. Gli dei capitolini tradizionali erano inoltre inadeguati a soddisfare la religiosità di genti culturalmente ed etnicamente così diverse, accomunate solo dall’essere soggette a Roma. Fu così che nei territori dell’Impero, a partire soprattutto dalle truppe di stanza in Oriente, si affermarono sempre più i culti misterici e le religioni orientali legate a Mitra, a Iside e alla Grande Madre, e, benché ripetutamente perseguitato, il cristianesimo faceva sempre più proseliti nel mondo romano. Nel secolo successivo, a questa crisi di valori si aggiunsero gravi fattori di instabilità politica e sociale che accelerarono il declino dell’Impero.

DECLINO DELL’Impero (193-476)  I SEVERI (193-235)

I brevi regni di Pertinace e di Didio Giuliano (193 d.C.) furono seguiti da quello di Lucio Settimio Severo (193-211 d.C.) – capostipite della dinastia dei Severi – che dovette però contrastare nei primi anni di regno ben due usurpatori del potere imperiale: Pescennio Nigro in Oriente e Clodio Albino in Britannia. Questo fatto dava la misura della difficoltà nel governare un Impero tanto militarizzato, ove le legioni di stanza nelle diverse province tentavano sempre più spesso di acclamare Imperatore il proprio comandante, sperando in future agevolazioni e vantaggi.

Alla dinastia severiana, di breve durata, appartennero gli imperatori Caracalla, Eliogabalo e Alessandro Severo. Di Settimio Severo si debbono ricordare le numerose vittorie militari in Oriente, che salvaguardarono i confini dell’Impero e contribuirono da un lato ad accentuare ancora di più l’importanza dell’esercito nella società romana e dall’altro a dissanguare le finanze pubbliche. Il figlio Caracalla (211-217) fu ricordato dalla tradizione senatoria per la sua brutalità, giacché iniziò il suo principato facendo uccidere il fratello Geta; motivi d’ordine politico, dovuti alla necessità di accrescere il proprio consenso, ma anche d’ordine economico, al fine di “creare” nuovi cittadini da sottoporre a pesante pressione fiscale, lo spinsero nel 212 a concedere la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’Impero attraverso la Constitutio antoniniana.

Alla sua morte ci fu l’acclamazione imperiale del prefetto del pretorio Marco Opellio Macrino (217-218), che venne però l’anno successivo spodestato a vantaggio di Eliogabalo (218-222), giovanissimo nipote di Settimio Severo e sacerdote del dio solare Elagabal (da cui il suo soprannome, poiché il suo nome originario era Vario Avito). Avveniva così un fatto che testimoniava più di ogni altro la crisi dei valori della religione tradizionale, e cioè la creazione di un principe quattordicenne, sacerdote di un culto orientale tradizionalmente estraneo alla religiosità romana. A Eliogabalo successe Alessandro Severo (222-235), che dovette far fronte a numerose situazioni critiche dal punto di vista militare, specialmente nell’area mesopotamica e sul confine renano, ove venne ucciso da un’insurrezione di truppe romane; fu quindi imposto sul trono il rozzo generale Massimino, di origine tracia. Ebbe così fine la dinastia dei Severi.

Dall’anarchia militare all’avvento di Diocleziano (235-284)

Il periodo successivo alla morte di Alessandro Severo corrispose a una fase estremamente confusa nella storia dell’Impero. Quasi tutti gli imperatori che regnarono negli anni seguenti morirono di morte violenta, spesso per mano degli stessi soldati che li avevano posti sul trono. Essi furono, dopo Massimino, gli africani Gordiano I e Gordiano II (238); gli anziani Senatori Pupieno e Balbino (238); il giovanissimo Gordiano III (238-244); l’ex prefetto del pretorio Filippo l’Arabo (244-249); il generale Decio (249-251), feroce persecutore dei cristiani; Treboniano Gallo (251-253); Emiliano (253); Valeriano (253-260), che regnò col figlio Gallieno (253-268), che gli sopravvisse e fu fautore di una politica di stampo orientalizzante, in una fase in cui gravissimi problemi militari ed economici angustiavano l’Impero. Tutto ciò senza contare i numerosi usurpatori (tra i quali Postumo, Ingenuo, Regaliano, Macriano, Quieto, Aureolo, Vittorino), che periodicamente venivano acclamati principi in varie località dell’Impero.

Con gli imperatori illirici, originari dell’area oggi conosciuta come Dalmazia, vi fu una fase di ripresa del prestigio di Roma: Claudio II, soprannominato il Gotico (268-270), ricacciò i goti oltre i confini, mentre Aureliano, che regnò tra il 270 e il 275 (dopo il regno di Quintillo, durato solo pochi giorni) sconfisse i goti, i germani e Zenobia, regina di Palmira, che aveva occupato parte dell’Egitto e dell’Asia Minore costituendovi un regno autonomo. Aureliano promosse anche numerose riforme in ambito economico (con una pesante svalutazione della moneta), sociale (riorganizzando le associazioni professionali) e religioso (trasformando il culto solare nel culto supremo ufficiale dello stato).

Il regno di Aureliano fu seguito da una rapida successione di imperatori di durata relativamente breve – Claudio Tacito (275-276), Floriano (276), Probo (276-282), Caro (282-283), Carino (283-285) e Numeriano (283-285) – che dovettero difendere i confini dell’Impero da numerose incursioni nemiche e allo stesso tempo lottare contro gli ormai consueti usurpatori, particolarmente frequenti nella regione gallica (tra i quali Tetrico, Vaballato, Proculo, Bonoso): tutto ciò fino all’ascesa al trono nel 284 di Diocleziano, anch’egli di origine illirica e di estrazione militare.

Dalla tetrarchia alla morte di Teodosio (284-395)

Diocleziano (284-305), dopo la proclamazione imperiale, introdusse numerose riforme che diedero all’Impero un volto decisamente nuovo. Per realizzare un’amministrazione unitaria dell’Impero, egli provvide a una sua divisione politico-amministrativa e associò anzitutto al principato Massimiano che ricevette il titolo di augusto, anche se l’epiteto “Giovio” (connesso con Giove) di Diocleziano rispetto a quello di “Erculeo” (connesso con Ercole) tributato a Massimiano poneva quest’ultimo in una posizione lievemente subordinata. I loro poteri furono rafforzati dalla nomina di due collaboratori (e futuri successori) cui fu concesso il titolo di cesare: Galerio e Costanzo Cloro. Alla coppia Diocleziano-Galerio, le cui corti risiedettero rispettivamente a Nicomedia (in Bitinia) e a Sirmio (nell’Illirico), venne affidata la gestione delle province orientali; Massimiano e Costanzo Cloro governarono invece l’Occidente e l’Africa, risiedendo rispettivamente a Milano (in Italia) e a Treviri (in Germania).

Tutto ciò fu fatto nel tentativo di razionalizzare la struttura stessa dell’Impero – suddiviso allora in cento province, raggruppate in dodici diocesi dipendenti da vicari del prefetto del pretorio – e di esautorare così il Senato da qualunque compito di controllo sui domini imperiali. Questo sistema, conosciuto come tetrarchia (cioè “governo dei quattro”), se creò un apparato amministrativo più forte accrebbe però la già pesante burocrazia del governo imperiale, le cui quattro corti e i rispettivi funzionari esercitavano un peso finanziario insostenibile sulle risorse economiche dell’Impero. A questo proposito, Diocleziano e i suoi coreggenti cercarono di frenare l’inflazione crescente controllando i prezzi dei generi alimentari e il salario massimo dei lavoratori con un editto del 301, e inasprirono la pressione fiscale anche a danno dell’Italia, omologata ormai a una qualsiasi provincia; inoltre, nella convinzione che il cristianesimo minasse la struttura dell’Impero, nel 303 scatenarono contro i cristiani una violenta persecuzione.

Diocleziano e Massimiano abdicarono nel 305, lasciando i nuovi augusti e i nuovi cesari alle prese con un conflitto di successione sfociato in una lunga guerra civile, che ebbe termine soltanto con l’ascesa al trono di Costantino (306-337). Dimostrazione, questa, che qualunque riforma era insufficiente a rianimare completamente un’istituzione, quella imperiale, che se si era retta per secoli sulle armate legionarie, e che trovava ora nella discordia tra queste un elemento costante di destabilizzazione (anche durante il regno dei tetrarchi non erano mancati due usurpatori: Carausio e Alletto). Riassumendo brevemente la contesa per la successione, si può ricordare che vi furono coinvolti i due ex cesari e nuovi augusti Galerio e Costanzo Cloro, i loro cesari Massimino Daia e Flavio Valerio Severo, nonché il figlio di Massimiano (Massenzio), il figlio di Costanzo Cloro (Costantino), e Licinio, già amico e compagno d’armi di Galerio.

Costantino, acclamato augusto dall’esercito in Britannia, prevalse sui suoi rivali riuscendo a unificare l’Impero d’Occidente sotto la sua guida nel 312, lasciando l’Oriente a Licinio; ma, dopo avere sconfitto anche quest’ultimo, nel 324 restò solo a governare l’Impero. Con lui la monarchia completava quel carattere autocratico e sacrale che già Diocleziano aveva fortemente accentuato e che culminò nel 330 quando Costantino spostò la capitale a Bisanzio, che ribattezzò con il nome di Costantinopoli (l’odierna Istanbul), e cioè “città di Costantino”. L’Imperatore si ornò del diadema e introdusse un complesso cerimoniale di corte, luogo ove si convocava il consiglio dei suoi collaboratori detto concistoro (consistorium), divenuto ormai il massimo organo dello stato, essendo il Senato ridotto da tempo a una funzione puramente decorativa.

Particolarmente importante fu il ruolo che Costantino ebbe in campo religioso. Non è chiaro se egli divenne davvero cristiano, come vuole una parte della tradizione; sappiamo però che nel 313 emanò a Milano un editto che consentiva libertà religiosa nell’Impero, e che, proclamatosi in gioventù protetto dal dio Sole-Apollo-Mitra, giocò poi sulla possibile identificazione di questa entità con il dio cristiano, cercando di non dispiacere né ai pagani né ai cristiani. E quando nel 325 convocò egli stesso il concilio di Nicea per dirimere complesse dispute teologiche in seno alla Chiesa cristiana, mostrò la nuova interpretazione data al ruolo, da lui ricoperto, di pontefice massimo: quella di supremo e attento controllore di tutti i culti praticati nell’Impero, consapevole delle enormi conseguenze politiche che questi potevano avere.

La morte di Costantino, nel 337, segnò l’inizio della guerra per la successione tra i suoi figli Costantino II, Costante e Costanzo II, finché quest’ultimo non riunì l’Impero sotto di sé nel 353. Gli succedette nel 361 il dottissimo genero Giuliano l’Apostata (361-363), che ripudiò il trionfante cristianesimo per ripristinare gli antichi culti pagani e che morì combattendo contro i parti; dopo di lui, Flavio Gioviano regnò dal 363 al 364. Fece seguito il regno di Valentiniano I (364-375), che associò al potere il fratello Valente (364-378), lasciandogli il governo dell’Oriente; terribile sorte toccò a quest’ultimo, sconfitto e ucciso dai goti nella battaglia di Adrianopoli, uno dei segnali più chiari delle difficoltà dei romani a difendere i confini dell’Impero – già minato nel suo interno dalla presenza di nuovi usurpatori – dalle incursioni delle popolazioni germaniche.

Regnarono poi sull’Occidente i figli di Valentiniano I, Flavio Graziano (375-383) e Valentiniano II (375-392), che dovettero contrastare gli usurpatori Magno Massimo e Flavio Eugenio, e sull’Oriente Teodosio I (379-395), già luogotenente di Graziano, che alla morte di Valentiniano II riunificò brevemente l’Impero sotto la sua autorità. Con Teodosio, nel 380, il cristianesimo divenne l’unica religione dello stato e iniziarono quindi le persecuzioni antipagane. Quando egli morì, l’Impero fu stabilmente diviso in due parti, affidate allora ai suoi due figli, Arcadio, Imperatore d’Oriente (che regnò dal 395 al 408), e Onorio, Imperatore d’Occidente, che governò dal 395 al 423 e che nel 404 trasferì la capitale a Ravenna.

Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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