Storia di un inganno… Intervista a Vincenzo Vinciguerra

Alessandro Limido intervista Vincenzo Vinciguerra

Vincenzo Vinciguerra

Innanzitutto vorrei chiederti quanto è importante la verità per le nuove generazioni? Ritieni che «inchiodare i colpevoli alle loro responsabilità» possa servire per costruire il futuro?

Tutti i Paesi nei quali lo scontro fra comunismo ed anticomunismo, o meglio ancora, fra gli Stati uniti e l’Unione sovietica, si è volto in scontro armato, in guerra civile, in repressione sanguinosa ed indiscriminata, si sono fatti i conti con il passato. Si sono fatti processi ai detentori del potere di allora, come in Cile ed in Argentina, ma soprattutto si è cercato di ristabilire su quanto era accaduto, anche a prescindere dalle conseguenze penali, la verità. Il solo Paese al mondo in cui, viceversa, il potere si regge sul sangue che ha versato, negando alla radice ogni verità, è l’Italia. La vera questione morale del Paese non è la corruzione, è la responsabilità di una classe politica intera che, per azione ed omissione, ha trasformato l’Italia in un campo di battaglia e si è incredibilmente posta come vittima, obiettivo, bersaglio di opposti “terrorismi” la cui genesi, ovviamente, non ha mai chiarito. Dal 1945 in avanti, in questo Paese, c’è stata una guerra civile strisciante fra comunisti, da un lato, ed anticomunisti, dall’altro che è costata centinaia e centinaia di morti, oggi debitamente cancellati dalla memoria. A partire dai primi degli anni Sessanta, però, per fronteggiare il tentativo di espansione sovietica, soprattutto nel mar Mediterraneo, è stata posta in atto una guerra “a bassa intensità” che aveva come obiettivo la neutralizzazione dei partiti comunisti occidentali più forti, quello italiano, il primo in assoluto, e quello francese. È stata una guerra clandestina, non dichiarata, mai riconosciuta, che è stata coordinata, sotto il controllo politico, dalla Stato maggiore della Difesa. Una guerra di questo genere è affidata alle strutture segrete degli apparati militari, infatti scendono in campo i servizi di sicurezza militari e civili, i Sios delle varie Armi, la struttura occulta dell’Arma dei carabinieri, e quella dell’ Alleanza atlantica, “Gladio”, così chiamata in Italia. Non è vero che lo Stato, “democratico ed antifascista”, sia stato attaccato da due lati, il “terrorismo nero”, da una parte, e il “terrorismo rosso”, dall’altra. Non è vero perché lo Stato ha sempre guidato, diretto, controllato, con pochissime eccezioni, i gruppi di destra che facevano capo, anche non ufficialmente, al Movimento sociale impegnati nel contrasto del comunismo e ha, poi, creato la sinistra extra-parlamentare di impronta filo-cinese per erodere consensi al PCI e farlo trovare fra due fuochi, come è difatti avvenuto poi con le Brigate rosse. Non ci sono opinioni od indizi a carico della responsabilità dello Stato e del regime: ci sono prove certe, documentate e documentabili in ogni sede. Pino Rauti e Ordine nuovo sono stati strumento dello Stato e del regime, con un capo che faceva il giornalista nel quotidiano democristiano “Il Tempo”, che era un consulente del capo di Stato maggiore dell’Esercito e poi della Difesa, generale Giuseppe Aloja, che era in contatto diretto con il direttore del SID, ammiraglio Eugenio Henke. Il Movimento sociale italiano è l’unico partito politico che ha annoverato fra i suoi parlamentari ben tre direttori dei servizi segreti: i generali Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli e Luigi Ramponi. Appare evidente che Pino Rauti ed Ordine nuovo non erano considerati “nazisti” dai vertici militari e politici italiani, e che il Movimento sociale non era visto come “alternativa al sistema”. Questo per dire che la destra non ha mai combattuto contro lo Stato anticomunista per sconfiggere il comunismo (cosa che già è contraddittoria e grottesca), ma ha ritenuto di dover combattere il comunismo con lo Stato, con il regime politico che lo rappresentava e lo dirigeva, ritenendo che il suo impegno sarebbe stato infine riconosciuto e premiato con l’ingresso nella maggioranza di governo. Se a destra non c’è stato, pertanto, un “terrorismo nero” contro lo Stato ed il regime, a sinistra il “terrorismo rosso” è stato creato dallo Stato e dai suoi apparati strumentalizzando tanti compagni in buona fede che con il loro operato, culminato con il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, sono riusciti ad arrestare l’avanzata elettorale del PCI che, in Italia, durava dal 1946. Era questo quello che si voleva, ed è questo quello che lo Stato, ed il regime hanno ottenuto. Riconoscere l’esistenza di questa strategia, della “guerra a bassa intensità”, della strumentalizzazione di migliaia di giovani di sinistra, dell’impiego nelle strutture clandestine dello Stato di migliaia di giovani di destra, è necessario per giungere alla definizione delle responsabilità di vertice e per chiamare i protagonisti, vivi o morti che siano, a rispondere del loro operato di ieri che si riflette in quello di oggi, perché non è con una classe politica che ha sparso sangue italiano che si potrà costruire un futuro. Per ottenere un ricambio della classe politica, serve la verità sul passato, la sola suscettibile di indurre questo popolo a cacciare questa gente dai loro posti. La verità sul passato è l’arma politica del presente, e può essere decisiva per scrollarci di dosso quasi 70 anni di servaggio nei confronti dei vincitori della Seconda guerra mondiale. La nostra libertà passa per l’affermazione della verità che inchioda la classe dirigente del Paese alle sue colpe. Che cosa è la destra e che cosa è la sinistra? Perché il Fascismo sta a sinistra? O meglio come mai non sta a destra? Benito Mussolini, il 28 ottobre 1922, portò a Vittorio Emanuele III l’«Italia proletaria e fascista», la camicia nera era mutuata da quella che gli zolfatari usavano nel lavoro, la guerra contro le potenze anglo-sassoni fu presentata come quella del “sangue contro l’oro”, il 19 aprile 1945 il socialista Carlo Silvestri informava Lelio Basso che il Duce chiedeva al Partito socialista di accogliere i fascisti. La rivoluzione fascista si rappresentava come quella della sintesi: dopo la rivoluzione borghese del 1789, quella comunista del 1848, in antitesi fra loro, quella fascista del 28 ottobre chiudeva il ciclo delle rivoluzioni, conciliando il meglio di quanto avevano espresso le altre due e proiettandolo nel futuro dell’ umanità. Rispetto per la proprietà privata, rifiuto del dominio di una classe sull’altra, pari dignità fra lavoro e capitale. Non avremmo mai dovuti essere chiamati a definirci di destra e di sinistra, perché il fascismo era andato oltre. Ma se dobbiamo adottare il linguaggio corrente, siamo a sinistra, mai a destra. A destra si colloca la borghesia («la borghesia -disse Mussolini negli ultimi giorni- è stata la rovina dell’Italia»), il capitale, le banche, la difesa dei privilegi acquisiti non per nobiltà ma per denaro, la conservazione ad ogni costo dello status quo, la diseguaglianza sociale prodotta dall’ingiusta ed iniqua distribuzione della ricchezza. Quando, dopo il 18 aprile 1948, i deputati missini si collocarono all’estrema destra dell’aula di Montecitorio, la base missina insorse e pretese spiegazioni. Almirante si giustificò dicendo che erano stati i comunisti ad occupare i posti all’estrema sinistra e che, di conseguenza, i missini non avevano potuto fare altro che sedersi al lato opposto. Non si può portare avanti la legge sulla socializzazione delle imprese, imporre il controllo dello Stato sulle aziende con più di 100 dipendenti, introdurre impiegati ed operai nei consigli di amministrazione perché lavoro e capitale devono stare sullo stesso piano e condividere le responsabilità e la gestione delle imprese, ed essere di destra che vuol dire capitalismo selvaggio, libero da ogni vincolo, insofferente ad ogni controllo, con il padrone che comanda e l’operaio che obbedisce, con una distribuzione della ricchezza basata sul salario ai dipendenti e i dividendi agli azionisti, mille lire a te e un miliardo a me. È la destra che decreta la fine del fascismo. È la grande industria che lavora per le potenze anglo-sassoni, che boicotta la produzione bellica; è il potere bancario che mantiene i contatti con gli alleati; sono gli aristocratici, i monarchici, i ricchi che temono che la sconfitta militare possa travolgerli a fare il 25 luglio. Dino Grandi, che ne fu, ufficialmente, l’artefice aveva due poli: la Chiesa e Casa Savoia. Nel dopoguerra, lo voleva il Partito liberale. La destra fu grata al fascismo perché riportò ordine nel Paese, bloccò l’avanzata socialista, aiutò la grande industria, ecc. ma, quando, il fascismo si schierò contro le potenze anglo-sassoni ne decretò la fine. La destra non ha Patria. È nazionalista nella misura in cui guadagna. Non si può essere ideologicamente fascisti e proclamarsi di destra. Non si può essere storicamente fascisti e politicamente di destra. A destra, al massimo, si collocano i profittatori del fascismo, coloro cioè che durante il regime hanno tratto beneficio dall’ordine sociale, dalla sicurezza pubblica e dagli interventi statali a favore delle banche e dell’industria, e dopo il fascismo hanno strumentalizzato gli aderenti al MSI, tramite la disonestà dei capi, per farne carne da cannone ancora contro i comunisti. Ma non credo che i profittatori del fascismo possano essere definiti fascisti. Perché i movimenti di estrema destra guardano con simpatia gli Stati Uniti, l’Inghilterra e Israele? Stati uniti, Gran Bretagna ed Israele rappresentano nell’immaginario dell’uomo di destra la forza vincente ed invincibile. A destra piace molto stare con i più forti, con chi vince, non importa come, non interessa perché combatte. La destra guarda con venerazione alle potenze anglo-sassoni e ad Israele che sono i padroni, quelli che comandano, che hanno i soldi e la forza. A destra, si dicono nazionalisti, ma in questo caso, se così fosse, dovrebbero assaltare tutti i giorni le ambasciate americana, britannica ed israeliana perché loro ci hanno tolto libertà, indipendenza e sovranità. Invece, sono sempre a lustrare scarpe americane, britanniche ed israeliane. I movimenti di destra non hanno ideologia, sanno essere contro coloro che, con motivazioni condivisibili o meno, sono contro lo status quo, l’ordine costituito, interno ed internazionale. Sono orgogliosi di essere i servi di padroni ricchi, potenti e furbi, perché come i lacchè di un tempo ostentano con fierezza la livrea di chi comanda ritenendosi partecipi del loro potere, non importa se con mansioni di stallieri. È quella destra che i fascisti definivano di “congenita vigliaccheria” (lo ha scritto nel luglio del 1946 Pino Romualdi, prima di divenire anche lui un uomo di destra), che per istinto si colloca sempre dalla parte dei forti e mai dei deboli. Non c’è una spiegazione politica e tantomeno ideologica, perché le potenze anglo-sassoni, ed Israele incarnano tutto ciò che noi combattiamo. Appunto, noi, che non siamo di destra. Almirante, Borghese e Rauti? Chi sono? Come mai sono nemici del Fascismo? Giorgio Almirante è l’unico dirigente di rilievo della destra a non essere mai stato processato per “collaborazionismo”. Anzi, non è mai stato nemmeno ricercato con questa accusa. Il capo dell’ufficio stampa del ministero della Cultura popolare, a differenza delle dattilografe e delle cuoche alle mense militari, non è mai stato ritenuto dall’antifascismo trionfante degno di una denuncia, che era automatica per quanti avevano rivestito un qualsiasi ruolo nell’amministrazione pubblica della RSI, un processo, un indizio di reato, una finta istruttoria. Nulla. Il 4 agosto 1945, il governo emise un decreto che contemplava, fra l’altro, l’impunità per coloro che, avendo aderito alla RSI, avevano collaborato con il movimento partigiano, i servizi, alleati ecc. Almirante è il segretario di un partito politico che ha rivendicato l’eredità ideale della RSI, ma nel 1973 alla carica di presidente del partito c’era l’antifascista e badogliano Alfredo Covelli, monarchico. Covelli era il segretario particolare del ministro Raffaele De Caro nel primo governo Badoglio. Poi, il MSI ha avuto anche l’«onore» di avere come presidente Gino Birindelli, che dopo l’8 settembre 1943 si schierò con Badoglio. Sempre Almirante ha avuto l’«onore» di avere fra i suoi parlamentari Giovanni De Lorenzo, non solo ex direttore del Sifar ed ex comandante dell’Arma dei carabinieri, ma medaglia d’argento al V.M. della Resistenza. Almirante, è quello che, con Romualdi, Michelini ed altri, ha traghettato i reduci della RSI dal fascismo alla destra, cioè sul lato opposto, ma sempre dichiarandosi fedele al Duce, erede e continuatore della RSI. Insomma, il personaggio che ora viene rivalutato come il fondatore della “destra moderna”, è stato una rotella dell’ingranaggio antifascista. Junio Valerio Borghese. Il doppio gioco condotto durante la RSI da Borghese è ampiamente documentato. Borghese che, fra l’altro, non si è mai dichiarato fascista, ha condotto una sua guerra personale destreggiandosi fra tedeschi, fascisti, anglo-americani, partigiani ecc. Il rapporto da lui stabilito con i servizi segreti americani, in particolare con James Jesus Angleton, è durato per tutto il dopoguerra. Era di casa all’ambasciata americana, con buona pace della leggenda sul “principe nero”. Il ruolo avuto da Borghese nella storia più drammatica del Paese è ancora da scrivere, ma le prove a carico della sua attività ci sono già, copiose. Il “golpe” del 7-8 dicembre 1970, venne autorizzato dalla Casa Bianca; il governo che doveva nascere poteva contare già sul riconoscimento diplomatico di Grecia, Spagna ed Israele. Il “braccio operativo” di Borghese è stata Avanguardia nazionale, quindi non poteva essere quest’ultima che una forza al servizio dello Stato, perché Borghese era un anticomunista, politicamente conservatore, filo-americano ad oltranza, deciso a riportare l’ordine nel Paese, a stringere legami sempre più forti con gli Stati uniti tanto da aver programmato l’invio di militari italiani in Vietnam a fianco degli americani. Risulta da una lettera di Luigi Cavallo a Gianni Agnelli che proprio lui, insieme ad esponenti missini,avevano fornito una “squadretta” antisciopero alla Fiat. E dietro tutta l’operazione che parte nel febbraio del 1969 e culmina con la strage di piazza Fontana, c’è proprio Borghese ed il Fronte nazionale. Pino Rauti. Non si è mai visto un “nazista” intruppato negli apparati militari e segreti di uno Stato antifascista. È sufficiente scorrere la lista degli ordinovisti che hanno lavorato per il servizio segreto militare per comprendere che Pino Rauti è stato un esecutore di ordini statali, senza alcuna velleità rivoluzionaria, senza alcuna ideologia fascista, anche perché è evoliano, ed Evola non è mai stato fascista, non ha mai aderito alla RSI e ha sempre ostentato disprezzo verso le idee sociali del fascismo da lui ritenute plebee e simili a quelle comuniste. Non si può essere evoliani e fascisti, così come non si può essere “nazisti” e, contestualmente, collaboratori dello Stato maggiore dell’Esercito nato dalla Resistenza. L’Islam è il nemico del Fascismo? L’Islam non può essere contro il fascismo perché non è un’ideologia, bensì una religione, verso la quale si può avere un giudizio negativo se cattolici, a prescindere dalle idee politiche e dalle ideologie. Però, l’Islam è anche una realtà politica che ha cercato nell’Italia fascista e nella Germania nazista i suoi naturali alleati contro la Gran Bretagna ed il sionismo. Se ci fosse stato, nel dopoguerra, un neofascismo questo avrebbe dovuto proseguire quella politica di sostegno all’azione araba contro Israele ed i suoi alleati. L’Islam, inoltre, è una forza anticapitalista. Il divieto di usura comporta, ad esempio, l’impossibilità per le loro banche di fare prestiti ad interessi, così che, difatti, le ricorrenti crisi che investono il mondo bancario e finanziario occidentale non toccano quello islamico che si basa sul principio della compartecipazione non dello strozzinaggio. Anche sotto questo profilo, oltre a quello storico e politico, chi si ritiene fascista dovrebbe schierarsi con gli arabi e mai con Israele. L’Islam, quindi, non è nemico del fascismo, ma eventualmente di quella destra che ha usurpato il nome del fascismo, che si è collocata a fianco d’Israele e ha lasciato alla sinistra lo spazio per creare una collaborazione con i movimenti palestinesi anti-sionisti, che sono stati sostenuti dall’Unione sovietica, e dai partiti comunisti da essa dipendenti per la semplice ragione che non hanno trovato altri alleati, non certo per affinità ideologica o scelta politica, bensì per uno stato di necessità. Non possiamo parlare genericamente di Islam, se ci manteniamo nel campo politico, l’unico dove possiamo intervenire facendo, oggi, i doverosi distinguo: la causa palestinese è nostra, la politica dell’Arabia saudita no di certo, e così via. Comunque, chi vuole schierarsi contro l’Islam in quanto religione, farebbe bene a ricordare che il nemico del cattolicesimo è 1’ebraismo. Perché il Movimento Sociale è nato alla luce del giorno quando i fascisti ancora venivano ammazzati e perseguitati? Il Movimento sociale italiano nasce per due ragioni: la prima, è quella di creare un ponte fra i reduci della RSI e quelli del Regno del sud per chiudere la frattura determinatasi all’interno delle Forze armate dopo l’8 settembre 1943; la seconda, è quella di dirottare i reduci fascisti verso una formazione politica anti-comunista, evitando che possano confluire nel PCI e nel PSI, facendo leva non sulle idee ma sui sentimenti di odio, sacrosanto, nei confronti dei partigiani comunisti che tanti camerati avevano ucciso dopo il 25 aprile 1945. Il MSI nasce dallo sforzo congiunto di Vaticano, Confindustria e servizi segreti americani, prende il nome del Movimento sociale francese (MSF) che è una formazione che raggruppa principalmente ex reduci, e ne mutua anche il simbolo, una fiamma tricolore con i colori della bandiera francese. È scontato che i servizi segreti americani non avrebbero mai potuto ricostituire una partito fascista e, tantomeno, avrebbero potuto porre a capo del MSI fascisti. Difatti, Arturo Michelini non ha mai aderito alla RSI, Biagio Pace lavorava a Roma per la struttura clandestina dei carabinieri che operava contro i tedeschi ed i fascisti; Pino Romualdi doveva la sua vita ai servizi segreti americani ed italiani con i quali era in contatto prima della conclusione della guerra; Almirante, come già detto, non è mai stato nemmeno indagato per “collaborazionismo”, e così via. Il MSI nasce, quindi, per sottrarre i reduci fascisti al PCI impegnato a recuperarli e a portarli con sé e ricomporre la frattura interna alle Forze armate. L’obiettivo del MSI non è, di conseguenza, quello di radunare i fascisti per tentare una rivincita sull’anti-fascismo, ma quella di porre i fascisti al servizio dell’anticomunismo clericale, finanziario, industriale, politico che, però, era anche e soprattutto antifascista. Perché i membri delle forze dell’ordine si dichiarano fascisti? Non ci sono mai stati fascisti nelle forze di polizia e, soprattutto, nell’Arma dei carabinieri, ma solo persone che hanno visto nel MSI una forza d’ordine che li sosteneva politicamente e si schierava puntualmente al loro fianco, in ogni occasione. Il MSI e, via via, le altre organizzazioni di destra erano un punto di riferimento politico per gli appartenenti alle forze di polizia, quali esse fossero. Non c’è campagna a favore delle forze di polizia, per l’inasprimento delle pene, per il ripristino della pena di morte, per provvedimenti di confino ecc. che non abbia visto in prima fila il MSI. Non c’è traccia di recriminazione o di condanna dell’operato della polizia e dei carabinieri, quand’anche hanno sparato sulle piazze contro operai, contadini e studenti. A parte questo, c’è da considerare che fu proprio all’Arma dei carabinieri che venne demandato il compito di inserire in una propria struttura clandestina quanti fra reduci della RSI ed i militanti del MSI erano disposti ad impegnarsi contro i comunisti, anche con le armi, inquadrati nell’Arma. Anche il ministero degli Interni ha creato una struttura occulta che aveva le stesse finalità e comprendeva militanti del MSI e di altre organizzazioni di destra. Così che, da un lato, c’era la propaganda a favore delle “forze dell’ordine”, dall’altro, il riconoscimento di essere sulla stessa barricata anticomunista con funzioni informative e, se necessario, operative. Nel tempo si è, quindi, creato una rapporto simbiotico fra forze di polizia e militanti di destra che, però, non è motivato sotto il profilo ideologico dalla reciproca adesione al fascismo, ma semplicemente dall’avversione verso il comunismo che è una caratteristica comune a forze che vanno dai socialisti ai democristiani, dai radicali ai monarchici, dai liberali ai repubblicani e così via. L’equazione “anticomunismo = fascismo” è falsa. Fini è ritenuto da molti un traditore per aver rinnegato il suo passato. Secondo te perché non è così? Gianfranco Fini si è iscritto al MSI nel 1969 dopo aver visto, come lui stesso ha dichiarato, il film “I berretti verdi” sul Vietnam, contestato dai compagni. Il personaggio, quindi, non ha mai dato una giustificazione ideologica alla sua adesione al MSI, anche se successivamente si è sprecato in saluti romani e riferimenti al fascismo fino a sostenere la nascita del “fascismo del 2000”, nulla ha mai fatto in concreto che possa essere definito, anche in senso lato, fascista. Si può tradire un’idea quando la si ha, ma Fini ha sempre avuto il solo obiettivo di fare politica, grazie alla protezione di Giorgio Almirante, di destra ed ha utilizzato, come il suo maestro, il fascismo solo per raccogliere voti e le adesioni dei giovani. Fini, e con lui i La Russa e tanti altri, nel 1994 hanno solo gettato la maschera, hanno cioè ritenuto che non gli conveniva più, sul piano umano e politico, fingere di essere ciò che non sono mai stati, cioè fascisti, e di restare alla luce del sole per quelli che erano, gente di destra, tutti Papa, Questura e Confindustria. Per questa ragione non considero Fini un “traditore”, ma qualcosa di peggio, se possibile, uno sciacallo che ha sfruttato i morti della RSI e del dopoguerra per i fini politici che con il fascismo nulla hanno mai avuto a che fare. Come mai i membri più duri delle frange rivoluzionarie o presunte tali degli anni di piombo, nonostante gli svariati ergastoli ai quali erano stati condannati hanno scontato molti meno anni di quelli che la gente si aspettasse? Non esiste la certezza della pena? Lo Stato è complice dei terroristi? C’è una leggenda che bisogna smentire, se si vuole la verità. La persecuzione giudiziaria nei confronti dei presunti fascisti italiani. È vero, tanti sono transitati nei Tribunali e negli istituti di pena, perché l’impegno politico di allora questo comportava. Ma, per comprendere la realtà bisognava vedere le condanne non relative ai fatti specifici (bombe, omicidi, sparatorie, ferimenti ecc.) ma a quelli che sono considerati i “reati”associativi. Vedremo, quindi, che lo Stato ha comminato condanne a 30 anni di carcere o poco meno, ai compagni: da Curcio a Franceschini, a Ferra­ri, alla Vianale (25 anni) e così via, nessuno dei quali è mai stato condannato per un fatto specifico, solo per associazione sovversiva e banda armata. Ferrari ha scontato 30 anni di carcere, la Vianale 20, Curcio 17 e così via. A destra, le condanne per “reati” associativi sono state 2 anni a Stefano Delle Chiaie, per Avanguardia nazionale; 3 anni a Clemente Graziani, per Ordine nuovo; sui 5 anni (non lo so con certezza) per Fiore, Adinolfi ed altri, incastrati dalle dichiarazioni accusatorie di Valerio Fioravanti. Non c’è raffronto fra la durezza utilizzata dallo Stato contro i compagni e la mano leggerissima usata per quelli di destra. Murelli ha avuto, per l’omicidio di un agente di PS, una condanna notevolmente inferiore a quella comminata a Maria Pia Vianale per associazione, senza morti né feriti. In tutti gli ambienti, anche quelli politici, in certi frangenti compaiono individui che possono essere considerati psicopatici, che hanno cioè il piacere di uccidere. Questi “killer”, temibili quando hanno un mitra in mano per sparare su gente disarmata, non hanno motivazioni valide per affrontare il carcere, tanto più quando esso è a vita. C’è stata da parte di costoro la corsa alla dissociazione, alla dichiarazione di ravvedimento, alla richiesta di fare del bene per rimediare al male fatto, ecc. ecc. In questo modo hanno dato ai Tribunali di sorveglianza la possibilità di concedergli i benefici di legge. I due Fioravanti sono un caso a parte, perché per concedere loro la libertà condizionale il Tribunale di sorveglianza di Roma si è spinto a ritenere sincero il loro ravvedimento per la strage di Bologna. I due, difatti, hanno chiesto perdono anche per quella ed hanno esibito la lettera del cugino di uno dei morti del 2 agosto 1980 che glielo concede. II Tribunale di sorveglianza, però, sa bene che i due si proclamano innocenti, quindi o è una finta questa affermazione di innocenza o è uno squallido espediente la richiesta di perdono, in ogni caso non potevano avere la liberazione condizionale. C’è solo da chiedersi quali “meriti” ancora segreti possono vantare i due per permettersi di aver addirittura scontato la pena con 6-7 ergastoli a testa e 96 morti, mentre altri, che di morti ne hanno tre (vedi Concutelli) sono ancora in semi-libertà pur avendo scontato molti più anni di loro. Non esiste la certezza della pena: basta battersi il petto, mettersi in ginocchio, recitare il “mea culpa” e arriva una pedata liberatoria. Un ex ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, ha parlato di una struttura segreta del ministero di cui faceva parte Mario Tuti; un altro ex ministro degli Interni, Francesco Cossiga, in una intervista del 2009, ha chiesto il condono per i soli militanti di sinistra perché “rivoluzionari”, non esteso a quelli di destra perché “mascalzoni”. Più chiaro di così. È possibile sostenere che l’estrema destra uccideva per conto dello Stato? Anche le forze extraparlamentari, NAR, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale ne sono in qualche modo coinvolte? Nel 1947, lo Stato ha creato un apparato paramilitare in funzione anticomunista nel quale ha inglobato moltissimi reduci della RSI e, via via, nel tempo militanti del MSI, Avanguardia nazionale, Ordine nuovo ecc., con la consapevolezza e la complicità dei capi di queste organizzazioni. Non c’è operazione “sporca” nella quale non compaiono elementi di destra di questo o di quel gruppo, così come non c’è episodio in cui non facciano la loro apparizione depistatori e protettori appartenenti alle forze di sicurezza ed alla magistratura. Non si tratta di casi sporadici e circoscritti nel tempo perché, come abbiamo visto, questa protezione di Stato è ancora in vigore come nel caso dei Fioravanti. O si aderisce alla propaganda del regime e della sinistra con esso connivente che i “terroristi neri” erano protetti (ed oggi?) da ufficiali infedeli, funzionari collusi, magistrati fascisti, ecc. o si conviene, anche constatando che tutti i presunti “infedeli” e “collusi” hanno fatto carriera, che lo Stato ed il regime politico ha protetto i propri uomini anche per evitare che parlando scoprissero la strategia ed il suo doppio gioco. Finita la guerra civile fra fascisti ed antifascisti, è iniziata quella fra comunisti ed anticomunisti. I neofascisti o presunti tali hanno partecipato attivamente inquadrati nello schieramento predisposto dalla Stato, fianco a fianco con i reparti addetti alla conduzione della “guerra a bassa intensità” e sotto la loro direzione. Il “terrorismo nero” è un’invenzione propagandistica che serve al regime per negare le sue responsabilità e coprire la verità che, se affermata, ne segnerebbe la rovina. Coloro che si proclamano, oggi, ex “terroristi neri” continuano a lavorare e a proteggere lo Stato, perché anche per costoro la verità sarebbe un suicidio umano e politico.

Fra mezzo secolo, la verità si saprà tutta o quasi, ma già oggi ci sono le prove per portare alla sbarra, idealmente e politicamente, lo Stato, il regime ed i suoi fantocci di destra e di sinistra perché rispondano di anni di sangue e di lutti, sparsi in nome dell’anticomunismo e, contestualmente, dell’antifascismo perché il primo doveva essere sconfitto e il secondo non doveva più risorgere.

  Vincenzo Vinciguerra

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Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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