Il futuro (nero) del Msi

Il partito è alla deriva, avvilito dalle batoste elettorali, dalla mancanza di poltrone e dalle correnti interne perennemente in guerra

di Giancarlo Perna

Nel gennaio 1990, quando Pino Rauti ne prese il comando, il Msi aveva ancora 2 milioni abbondanti di voti. Il neosegretario scosse insoddisfatto il profilo da topo. «Faremo meglio», disse, «saccheggeremo i voti del Pci che è allo sbando». E aggiunse: «Razzieremo anche la Dc». Gli piaceva l’idea di guidare un partito corsaro che colpiva a sinistra e a destra, galleggiando sulle ideologie morte. Ma vennero le elezioni amministrative di giugno e il Msi mostrò di essere il morto più morto: perse 1.021.000 preferenze, la metà del suo elettorato. Allora si fecero le bucce al segretario. E risultò che ai suoi primi passi aveva oscillato come un birillo. Per conquistare i tradizionalisti aveva fondato un “comitato per la difesa dei valori cattolici”. Poi però aveva candidato a Siracusa un pastore protestante. E i tradizionalisti gli avevano voltato le spalle.Per scompaginare i democristiani aveva annunciato che l’ex sindaco Dc di Palermo, Elda Pucci, sarebbe stato capolista missino in Sicilia. «A parte che non accetterei», aveva replicato la signora, «tuttavia a me non ha detto niente nessuno». Infatti era una balla.Poi Rauti si era rivolto ai comunisti. Sono il suo pallino. È convinto che diventeranno missini perché il Pci crolla e il Msi resta il solo partito anticapitalista e “antiamerikano”. Dichiarò ai giornalisti: «Un senatore del Pci sta passando col Msi». «Chi è?», gli chiesero. «Top secret», rispose. Ma aveva l’aria di dire: «È il primo. Altri seguiranno». Era l’ennesimo bluff. I comunisti, che in realtà non voteranno mai per il Msi, ignorarono tutta la faccenda. La notarono invece gli elettori di destra. E ruppero con Rauti. Anche la figlia Isabella, leader delle femministe missine, aveva promesso sfracelli. Poi, alla fine, ha dato ragione al papà e ai soliti capi. Uomini, beninteso.In cinque mesi, insomma, Rauti aveva creato un parapiglia. È stato subito messo sotto tutela. Dal troppo è passato al niente. Ora è teleguidato da un gigante del pensiero come Franco Servello e dagli altri capicorrente suoi alleati. E tutti, anche i rautiani di ferro, aspettano il congresso del gennaio 1992 per dargli il benservito. Pino non se la prende. Continua il tran tran quotidiano lasciando che le cose vadano alla deriva per conto loro. Caschi il mondo, alle 13.30 torna a casa. Si toglie le scarpe e infila le pianelle come vuole la moglie. Mangia e fa la siesta fino alle 16.30. Giorgio Almirante, che non sopportava le sue abitudini da posapiano, gli telefonava apposta alle 15 per costringerlo a svegliarsi e a correre nella sede di via della Scrofa. Ma ora è lui il capo, si difende con grinta. Se qualcuno propone una riunione nel primo pomeriggio, grida: «A quell’ora? Ma che riunione e riunione. Come minimo alle 17».  Il partito che per 40 anni era tutto “libro e moschetto” si è messo in mano a un uomo che è tutto “libri e letto”. Segno che la funzione originaria del Msi è esaurita. Quando fu fondato nel 1946 da Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Arturo Michelini, servì a reinserire i reduci di Salò. Lasciati ai margini, potevano diventare dei rivoluzionari. Il Msi ne fece degli elettori. I più accesi, i più pronti a menare le mani, ma anche i più disinteressati d’Italia. Chi vota per il Msi, ieri come oggi, lo fa gratis. È un partito quasi senza poltrone. Chi lo sostiene non pretende né un lavoro né un letto di ospedale. Ma solo qualche spallata al sistema. Alla maggior parte dei missini basta l’illusione del cambiamento. Una minoranza di teste calde invece lo vuole davvero. I dirigenti del Msi non sanno a chi dar retta. E oscillano tra la voglia di Palazzo e l’opposizione dura. Negli anni Cinquanta e Sessanta, il segretario Michelini scelse il quieto vivere. Appoggiò vari governi e il Msi ottenne favori sottobanco. Poi arrivò Almirante che cambiò rotta. Parlava bene, gli piaceva la piazza e il rischio di sollevarla non gli impediva di pronunciare frasi a effetto e parole d’ordine incendiarie. Era un po’ trombone, innamorato di se stesso. All’inizio, ebbe un successone. Nelle “politiche” del 1972, il Msi ottenne l’8 per cento dei voti, quasi quanto i socialisti. Li aveva presi alla Dc che non glielo perdonò. «Sono elettori in libera uscita. Dobbiamo riprenderceli», disse Giulio Andreotti che anche allora era presidente del Consiglio. Tutti si allearono con la Dc. Ma Almirante, che pensava «molti nemici molto onore», continuò imperterrito ad aizzare i suoi estremisti. Il Msi entrò definitivamente nel mirino del Palazzo e dei cortei antifascisti.      n I tribunali di tutta Italia addebitarono ai “fascisti” le bombe senza firma. Rauti, senza colpa né peccato, fu incarcerato per tre mesi dai giudici che indagavano sulla strage di piazza Fontana. Entrò in galera con la fama di nazista per avere fondato anni prima Ordine nuovo. Ne uscì traumatizzato con le idee di sinistra e tardo-sessantottine che vanno oggi sotto il nome di “rautismo”. Espediente per sopravvivere o rivelazione improvvisa, fu un colpo fortunato. Da allora Rauti ha fatto proseliti nel partito, mentre gli “antifascisti” di professione hanno cominciato a trattarlo con una benevolenza che dura tuttora. Il Msi reagiva all’assedio, alimentandolo con la violenza della strada. L’elettorato borghese se ne disgustò. E fu il patatrac. Almirante perse definitivamente il controllo della situazione. Nel partito, gli antialmirantiani e i nostalgici della politica soft di Michelini finirono per diventare legione. E nel 1976 la metà dei parlamentari e tutti gli uomini più noti uscirono dal Msi per fondare Democrazia nazionale. Fu il tentativo di fare un partito per bene, più incline agli inciuci di Palazzo che alle mazzate in piazza. L’esperimento fallì perché gli elettori di destra presero la faccenda come un tradimento e restarono fedeli ad Almirante. Ma la decimazione dei dirigenti mise in ginocchio il Msi. Da allora vivacchia. Il futuro è nero. Gli ex di Salò si assottigliano. I tradizionalisti sono delusi. Chi protesta si ritrova meglio nelle leghe. I capi missini non sanno che pesci prendere e brancolano tra la rivoluzione che non c’è e le poltrone che non gli danno. Intanto, finché dura, si litigano le spoglie del partito che è diviso in sette correnti. Nessuno ne ha tante e il Msi ne va fiero. Quella più forte è guidata da Gianfranco Fini, il delfino di Almirante ed ex segretario defenestrato da Rauti. Fini è telegenico, alto, con un bel viso ariano e i capelli pettinati. Prima di diventare segretario, era famoso nel Msi per essere ignoto, malgrado una lunga militanza e la guida dei missini junior del Fronte della gioventù. Queste caratteristiche piacquero ad Almirante che aveva bisogno di un involucro in cui riversare le sue idee. Deludendo i vecchioni che dopo 20 anni volevano succedergli, Giorgio fece eleggere Gianfranco con l’intenzione di farne un replicante. Ma sei mesi dopo morì. Il ragazzo è stato preso in consegna da donna Assunta, la vedova. Per quanto grintosa, la signora non è però riuscita a impedire che dopo appena due anni di segreteria Fini fosse sostituito da Rauti, che detesta. Gianfranco comunque le è grato e l’ha inserita stabilmente nello staff. Se c’è un convegno di Fini c’è donna Assunta.Ma il grande ispiratore di Fini è Giuseppe Tatarella. Lo chiamano “Richelieu”, ossia eminenza grigia. È un uomo machiavellico. Quando Gianfranco era segretario lo consigliò di allearsi col suo avversario Rauti, per formare una nuova maggioranza e liberarsi dei capicorrente che lo imbrigliavano: Franco Servello, Alfredo Pazzaglia, il romualdiano Guido Lo Porto, eccetera. Tatarella li chiamava i “vecchi tromboni”. Ma, scoperto il piano, i tromboni si accordarono con Rauti prima di Fini, che perse così la sua poltrona. Da allora “Richelieu” ha sfornato decine di altri progetti. Però Fini ci va cauto perché ha ancora un seggio parlamentare e un’utilitaria, ma poi nient’altro. La seconda corrente per grandezza è quella di Rauti. Da qualche mese si è alleato con Fini (che verrà rieletto segretario nel luglio 1991. E lo resterà fino allo scioglimento del Msi avvenuto nel gennaio 1995, ndr). Ma non si sopportano e la cosa durerà poco. I seguaci di Rauti sono soprattutto i giovani. Le sue storie sui miti celtici, l’antindustrialismo, John Ronald Reuel Tolkien e i campi Hobbit sono indigeste dai 18 anni in su. Capo dei giovani è il suo futuro genero Gianni Alemanno, fidanzato della figlia Isabella.Franco Servello è il capocorrente numero tre. Ma è tanto abile da essere il numero uno. È l’ago della bilancia. Lo era con Fini, lo è con Rauti. Non ha nessuna convinzione politica, per cui si può spostare dall’uno all’altro senza problemi. Vince il miglior offerente. Quando da Fini passò a Rauti disse: «Non voglio nessuna carica». Due mesi dopo era presidente del gruppo a Montecitorio. È bravo e ha dato un po’ di disciplina ai deputati. È arrivato al neofascismo dall’antifascismo. Ventitreenne, lavorava al Corriere di Napoli, giornale del Comitato di liberazione. Tocca a lui raccontare l’arresto e l’uccisione di Benito Mussolini. «Faceva l’ubriaco vestito con un cappotto da tedesco», scrive. Il corteo di gerarchi e lo stesso Mussolini compongono “una triste brigata” e tutti finiscono degnamente a piazzale Loreto. I missini non gli hanno mai perdonato il peccato di gioventù. E ogni volta che si parla di lui come possibile segretario del partito, la storia rispunta fuori. Con Servello stanno il presidente del partito Alfredo Pazzaglia e Raffaele Valensise. Di Pazzaglia si dice che è “troppo democristiano”. Di Valensise che se sente un gong si mette in guardia. Sono due persone di grande correttezza, le meno intriganti della nomenklatura missina.Capo di una correntina è Mirko Tremaglia. È un uomo-soldato. Fedelissimo di Almirante, adesso lo è di Fini perché glielo ha ordinato Almirante tre anni fa. Fra trent’anni sarà uguale. Se poi dovesse tentennare, ci penserebbe donna Assunta a rimetterlo in riga. I soli oppositori di Rauti sono Tomaso Staiti e Domenico Mennitti. Erano suoi sostenitori della prima ora perché lo consideravano il simbolo della rottura con Almirante e l’almirantismo. Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, 25 lettere di cognome, è un barone di origine trapanese, ma nato e cresciuto al Nord. È straordinariamente ben vestito. Quando un qualsiasi missino si veste elegante, la frase tipica che gli esce di bocca è: «Sembro la controfigura di Staiti». In realtà, Tomaso è inarrivabile. Se per caso ti abitui a vederlo sempre così perfetto e non lo noti più, Staiti sa come riattirare l’attenzione. Una volta si buttò col paracadute a 50 anni suonati, si spaccò la gamba e arrivò a Montecitorio mirabilmente ingessato. Un’altra prese a schiaffi l’ex presidente del Consiglio Giovanni Goria, col quale ha una disputa sulla Cassa di risparmio di Asti. Mentre lo colpiva, Tomaso gli ha detto: «Massone, peculatore, bancarottiere, falsario». E ha aggiunto: «In altri tempi avrei mandato i famigli a bastonarti. Ma sono decaduto e devo arrangiarmi da me». Ha comprato un’azione del Banco di Roma, giusto per partecipare all’assemblea. Appena dentro ha gridato agli amministratori: «Siete tutti ladri». E giù tutta una serie di interrogazioni su pasticci del Banco. Un deputato da Belle Epoque. Mennitti è la disperazione dei giornalisti in cerca di aneddoti. Dicono che diventerà presto segretario del partito. E lui bada a non commettere azzardi. È pugliese e missino. Dovrebbe essere sanguigno. Invece è calmo e badiale come un doroteo veneto. Il Msi del Duemila.

Giancarlo Perna

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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