Interviste ad Achille Occhetto

” Per avere più potere hanno preferito Craxi a Berlinguer “
L’ex segretario del Pds: l’ansia di entrare nei salotti ha cambiato la natura della sinistra

RICCARDO BARENGHI

ROMA Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci, guarda da lontano, e con un certo dispiacere, le vicende che attanagliano il Partito Democratico. Partito in cui non è mai entrato: «Io pensavo a un superamento del comunismo da sinistra, con una visione alternativa al sistema e soprattutto mettendo al centro della propria cultura politica la questione morale».
Invece che cosa è successo ? «Prima voglio dire che non possiamo mettere sullo stesso piano la questione morale che riguarda il centrodestra con questa di cui parliamo in questi giorni. La prima è strutturale, tanto che la incarna Berlusconi. La seconda io la definisco una deviazione, seria e preoccupante, ma comunque una deviazione. Che rivela però un’errata concezione della politica e della funzione dei partiti».
Sarà anche una deviazione, però dura ormai da parecchio tempo: non è mica la prima volta che la sinistra si trova in queste situazioni. «Ricordo perfettamente che nei primi anni Novanta, quando un nostro dirigente milanese venne inquisito per tangenti, io tornai alla Bolognina e chiesi scusa al partito. Non solo: misi in discussione radicalmente il modo di essere dei partiti, il modo di fare politica, dissi che dovevamo fare un passo indietro rispetto alla gestione dell’economia, uscire dai Consigli di amministrazione, dalle stesse Cooperative…».
E non le diedero retta? «Manco per sogno, ci fu una rivolta della Toscana e dell’Emilia. Rivolta che fu immediatamente utilizzata anche al centro, a Roma, per farmi la guerra». Indovino: D’Alema? «Indovinato».
Quindi che strada presero il Pds, poi i Ds e oggi il Partito democratico? «La strada indicata e seguita da Craxi. Ho visto in questi anni autorevoli dirigenti spiegare che tra Berlinguer e Craxi aveva ragione l’ex leader socialista».
Si riferisce a Piero Fassino? «Anche ma non solo, è stato un vezzo generale che ha riguardato quasi tutto il gruppo dirigente. Come diceva il vecchio Napoleone Colajanni, il repubblicano e garibaldino dell’Ottocento, “il pesce puzza dalla testa”».
Sta dicendo che anche Veltroni e gli altri sono coinvolti? «Ma neanche per sogno, non lo dico perché non lo penso. Vedo che per ora il problema è in periferia, mele marce, cacicchi o come si chiamano adesso, che comunque per me fino a sentenza definitiva sono tutti innocenti. Io parlo di una questione culturale, di una visione della politica»
Cosa intende dire? «L’aver capovolto le idee di Berlinguer sulle mani pulite, l’aver scelto di stare sul mercato anche come partiti, l’aver cercato di comprare una banca, l’aver tifato per questa o quella cordata di finanzieri… tutto questo ha cambiato la natura del centrosintra. Poi è evidente che, scendendo “pe li rami”, in provincia troviamo il familismo, le commistioni, le cene tra compagni di merendine fatte tra amministratori e costruttori».
Ma perché è stata scelta questa linea, perché Craxi e non Berlinguer? «Perché si sono lasciati trasportare dall’ansia di legittimazione, il bisogno insopprimibile di entrare nel salotto buono. Che poi, come si vede, tanto buono non è. Ci sarebbe stato bisogno di un codice morale come ha fatto Zapatero, in cui si riafferma che la politica deve stare su un altro piano rispetto agli affari, a prescindere dalla magistratura. Un Codice di autoregolamentazione insomma».
Se la sente a questo punto di dare un consiglio al segretario Veltroni? «Certo, ricominciare da quel riformismo colto di Gobetti e Salvemini: la riforma della politica come questione morale. Passando ovviamente per una severa e profonda autocritica. Un processo che andrebbe fatto pubblicamente, coinvolgendo più gente possibile, con un atto nobile, una Convenzione, forse anche un Congresso». Occhetto è stato l’ultimo segretario del Partito Comunista Italiano (dal 1988) e il primo segretario del Partito Democratico della Sinistra (fino al 1994); è stato co-fondatore e vicepresidente del Partito del Socialismo Europeo nel 1990, deputato e presidente della Commissione Affari esteri della Camera (dal 1996 al 2001); membro del Consiglio d’Europa dal 2002 al 2006. Alle elezioni politiche del 1994 venne indicato come leader della coalizione di sinistra, ma la vittoria del centrodestra guidato da Berlusconi lo spinse a lasciare la segreteria del partito.

Lettera di Occhetto a Fassino e Veltroni
27 marzo 2007, 18:28

Verso il Pd Cari compagni, prima che le nostre strade si separino definitivamente mi chiedo, se si vuole davvero muovere verso la formazione di un nuovo Pd collegato alla grande famiglia della sinistra europea, se non sia il caso di fermarsi per riprendere il cammino su basi diverse e più solide
Caro Walter, caro Piero
Mi rivolgo in modo particolare a voi due per il tipo di collaborazione privilegiata che ci ha accompagnato durante la svolta e negli anni immediatamente successivi.Lo faccio con una certa trepidazione, perché mi sembra di avvertire, assieme ad altri, un profondo disagio prodotto dalla sensazione che la politica italiana stia rischiando di perdersi. Che in sostanza fra poche settimane, con il congresso dei Ds, si possa precipitare in un buco nero nelle profondità oscure del quale si rischierebbe di perdere il senso stesso, il significato delle scelte dominanti, delle stesse discriminanti che hanno caratterizzato fino ad ora il nostro modo di sentire l’impegno pubblico.
In quel buco nero temo che possa sparire, prima di tutto, la sinistra.Questa mia affermazione, come vi sarà chiaro, non nasce da una sorta di nostalgia conservatrice per la vecchia sinistra.Ho più volte affermato che non ho alcuna prevenzione, o pregiudizio ideologico, verso la formazione di un partito democratico capace di fondere, attraverso una effettiva contaminazione ideale e politica, i diversi riformismi della tradizione politica italiana.All’indomani della svolta della Bolognina io stesso proposi la costituente di una nuova formazione politica. Anche il Pds, come ricorderete bene, avrebbe dovuto essere nella nostra visione strategica solo una prima tappa sulla strada della formazione di un nuovo organismo alla cui nascita contribuissero forze esterne provenienti non solo dai tradizionali partiti, ma anche dalla stessa società civile. In sostanza, si trattava di quella che allora chiamammo la sinistra sommersa, che si andava formando attorno ai problemi e alle sfide del nuovo millennio che stava per aprirsi e non già nel chiuso delle vecchie, e a volte logore, nomenclature politiche.
Questa ipotesi doveva essere favorita dal formarsi di una grande coalizione, una sorte di Carovana, come la chiamai in modo forse troppo colorito, nella quale ogni convoglio mantenesse la propria identità di partenza, ma che fosse ispirata dalla identica tensione ideale e morale verso la nuova frontiera di una politica profondamente rinnovata.
Il “Grande Ulivo” del 1996 incominciò ad incarnare questa idea. In quella occasione uomini e donne che il muro ideologico della guerra fredda aveva divisi si ritrovarono dalla stessa parte, dando vita ad un’ effettiva esperienza unitaria di base. Esattamente come nella mia visione della Carovana quella esperienza avrebbe dovuto, senza forzature burocratiche dall’alto, preparare il terreno di coltura di una fecondazione unitaria da realizzarsi nel vivo di una comune esperienza di vita politica e sociale.Purtroppo quell’idea, come sapete, è stata sacrificata, con la crisi del primo governo Prodi, frutto di un vero e proprio complotto politico, sull’altare della vecchia politica. Invece di fornire alla coalizione una propria autonoma identità, di un originale soggetto politico di coalizione, rispetto al quale i partiti avrebbero dovuto fare un passo in dietro, i partiti stessi si ripresentarono con prepotenza sul proscenio della politica italiana portando con sé tutto il retaggio di vecchi rancori e antiche contrapposizioni. Con l’aggravante che al posto dei grandi partiti di massa usciti dalla Resistenza apparve la loro caricatura di meri comitati elettorali, dando così vita ad una sorta di partitismo senza partiti.
Non c’era dubbio pertanto che occorresse riprendere, in qualche modo, la via della unificazione a sinistra e della contaminazione tra i diversi riformismi di cui abbiamo tante volte parlato.Ma come farlo? Questa è la domanda che vi pongo; perché dovete sapere che non è il fine, sul quale comunque ci sarebbe molto da discutere, che mi spaventa, ma è il modo che ancor mi offende.La mia risposta a quella domanda è: in un modo totalmente opposto da quello tentato con l’attuale proposta di partito democratico. A mio avviso occorreva prendere le mosse da una effettiva costituente delle idee che avviasse la stagione di un confronto culturale e programmatico aperto, in partenza, all’insieme del popolo di centrosinistra. Purtroppo la scelta non è stata questa; la società civile, nelle sue differenti espressioni, non è stata chiamata a raccolta, e tutta l’operazione politica si è ridotta all’incontro di due apparati molto ristretti, quello dei Ds e quello della Margherita. Una strada, quella che è stata imboccata, che si allontana sia dall’ispirazione ulivista del primo Prodi e sia dalla visione che del partito democratico era stata avanzata dallo stesso Veltroni.Infatti il partito che tu Walter avevi sognato, lo so per certo perché ne abbiamo parlato tante volte, anche di recente, avrebbe dovuto essere il naturale coronamento della stagione ulivista per nascere dal crogiuolo del tutto originale di forze politiche, movimenti, associazioni e personalità della cultura e della società civile. Questa, come si sa, era anche la mia ipotesi di lavoro, anche se probabilmente, vissuta su alcuni punti programmatici, con una torsione più di “sinistra” della tua.Ma poco importa, perché in una grande forza politica democratica, riformatrice e liberal non dovrebbe certamente vigere lo spirito del centralismo democratico proprio dei vecchi partiti comunisti, che, con la svolta, mi onoro di aver contribuito a sradicare definitivamente.E con te, caro Piero, ho lavorato, gomito a gomito, per quella grande impresa che è stata l’ingresso degli ex-comunisti italiani nell’Internazionale socialista e la co-fondazione, da parte mia, del Partito del socialismo europeo.
Ebbene ora mi chiedo e vi chiedo: queste due ipotesi di lavoro dovevano necessariamente separarsi tra di loro?Ma soprattutto che cosa è rimasto di tutto quello che abbiamo pensato, sognato nell’attuale tentativo della formazione di un partito democratico che si basa sull’incontro, molto spesso insincero, tra ex-comunisti e ex-democristiani, e su un’ipotesi programmatica, che per quanto venga sapientemente coperta da alcuni espedienti verbali, è sostanzialmente moderata?Per questo vi dico con estrema franchezza che se la formazione del nuovo partito democratico dovesse procedere su questi binari, già minati in partenza, si lascerebbe nella politica italiana un enorme spazio vuoto: quello di una sinistra moderna, capace di reinventare il senso di una attuale ispirazione socialista e democratica.
Ma prima che le nostre strade si separino definitivamente mi chiedo, se si vuole per davvero muovere verso la formazione di un nuovo partito democratico collegato alla grande famiglia della sinistra europea, se non sia il caso di fermarsi a pensare per riprendere il cammino su basi diverse e più solide. Su basi che si riallaccino per davvero alla nostra comune esperienza precedente.Vi chiedo una pausa di riflessione al fine di rendere più chiaro il percorso e più ampio il consenso verso la costruzione di una formazione politica capace di raccogliere l’eredità positiva del “Grande Ulivo” e della “Carovana” verso la nuova frontiera della politica italiana. Se avrete il coraggio e insieme l’umiltà di fare questo, siatene certi, potrò, assieme a molti altri, riprendere con voi lo stesso cammino.In caso contrario, sarà compito ideale e morale di molti di noi di impegnarsi perché la sinistra in quanto tale non sparisca dal panorama politico italiano.

Con affetto e speranza Achille Occhetto

Achille Occhetto aderisce a Sinistra Democratica

lunedì 17 dicembre 2007

Lo ha annunciato il coordinatore nazionale di Sinistra Democratica Fabio Mussi durante una conferenza stampa molto partecipata.

Sinistra democratica e’ “onorata” di accogliere nelle proprie file Achille Occhetto, con il quale si “avvia un lavoro comune”. Con queste parole il leader di sd, Fabio mussi, ha salutato l’adesione dell’ex leader del Pds al progetto di creazione di una “nuova sinistra”. “Salutiamo questo avvenimento con soddisfazione e gioia”, ha detto mussi nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio. “sd e’ onorata di avere tra i suoi dirigenti una personalita’ come Achille Occhetto, di cui ricordo oggi lo straordinario contributo al rinnovamento della sinistra italiana. Occhetto – ha detto ancora mussi – fu l’interprete di un’ipotesi innovativa, di un cambiamento epocale per la sinistra italiana.

Furono mesi e anni in cui venne messo in campo lo sforzo di unificare grandi temi che politicamente si erano presentati

separati (l’ambiente, la pace,il lavoro, i diritti civili). Ma – avverte mussi – non pensavamo che l’approdo di quel rinnovamento sarebbe stato la creazione di forze neocentriste. Le cose hanno preso una brutta piega e per questo oggi siamo impegnati nel progetto di costituzione di un nuovo soggetto di sinistra”. Noi ci ritroviamo qui, oggi, per riprendere un cammino”, assicura dal canto suo Achille Occhetto. “Veltroni ha fatto la sua campagna elettorale dicendo ‘se non ci fosse stato Occhetto e la svolta non saremmo qui’. Ebbene – dice l’ex leader Pds – io però non sono lì, sono da un’altra parte, e la mia scelta di oggi e’ coerente con la svolta. Perchè nessuno pensava che dalle macerie del comunismo dovesse necessariamente scaturire il primato del centro o della destra. Non sono mai stato contrario – spiega Occhetto – ideologicamente o faziosamente a una grande forza democratica che unisse forze diverse, come e’ stato ad esempio l’Ulivo. Ma quell’esperienza e’ stata rotta volutamente con il partito socialdemocratico prima e con la fusione a freddo di due partiti poi. Una forza che muove verso il centro, lasciando un vuoto nella politica italiana che noi vogliamo colmare con la nascita di una nuova sinistra. Una sinistra – avverte Occhetto – che non accetti più i ricatti della componente moderata di questo governo:che sia ferma nei principi ma che abbia nello stesso tempo vocazione di governo. Una sinistra rosso-verde, con vocazione maggioritaria,che non nasca dalla fusione a freddo degli apparati. E’ possibile – si chiede Occhetto – questa nuova sinistra? Io credo di si e per questo aderisco a questa impresa”. “Sono qui per riprendere un cammino.La scelta che faccio oggi e’ coerente con la svolta del 1989 e cioè quella di dare vita ad una sinistra nuova’. AchilleOcchetto, l’ultimo segretario del Pci, l’uomo della Bolognina, aderisce ufficialmente a Sinistra Democratica, il movimento di Fabio mussi nato dalla scissione con i Ds.”In una conferenza stampa convocata alla Camera, seduto accanto al ministro dell’Università , il primo segretario del Pds si lascia andare ad una battuta: ‘Veltroni ha fatto la sua campagna a favore del Pd dicendo che ‘se non ci fosse stato cchetto e la svolta, io non sarei qui’. Il fatto pero – osserva ancora Occhetto – e’ che sono io a non essere li. Occhetto ci tiene a fare delle differenze rispetto al 1989: ‘Allora ci ponemmo l’obiettivo di far uscire la sinistra delle macerie oggi invece e’ il Pd ad avere fatto una scelta. Oggi – spiega – e’ una questione di vita o di morte per la sinistra’.Il fatto che ad iniziare un percorso comune siano forze che negli anni passati assunsero posizioni diverse, per l’ultimosegretario del Pci non ‘e’ un problema. Ci siamo criticati a vicenda – ricorda – ma eravamo uniti dallo stesso filo rosso,cioè la sinistra. Oggi – osserva – si vuole rompere quel filo e fare in Italia quello che c’e’ in America: un sistema politico senza la sinistra’. Occhetto non risparmia critiche al Pd che ‘ha scelto di convergere verso il centro causando ‘un vuoto che ora mussi vuole colmare’. Prima ancora che i cronisti avanzassero domande, l’ex segretario del Pds gioca d’anticipo: ‘Qualcuno mi chiede perchè tu li? Io rispondo che noi siamo già oltre. Nessuno fa abiure o va nella direzione dell’altro ma tutti andiamo verso un nuovo terreno: una sinistra moderna, autonoma, di governo in grado di superare i dissensi tra riformisti e radicali’.Per ora va bene la federazione pero avverte Occhetto: ‘Io capisco le tappe ma devono essere di un percorso che hacome traguardo l’unita’. Una sinistra senza aggettivi unita dai valori e non dagli apparati’.Chi non nasconde la sua ‘soddisfazione’ e’ il coordinatore di sd Fabio mussi: ‘Siamo onorati di avere tra i nostri dirigenti persone come Occhetto che ha avuto il merito di interpretare l’innovazione’.’Non pensavo – dice infine mussi – che l’approdo della svolta fosse la costruzione di una formazione centrista, ma che si dovesse aprire la strada ad una nuova sinistra.(ANSA).

Occhetto e le Elezioni Politiche 2008

Created 13/02/2008 – 19:01

(ANSA) – ROMA, 13 FEB – ‘La verita’ e’ che non si e’ venuti incontro alle grandi aspettative del Paese: i precari, l’aumento dei salari, le questioni etiche. E adesso si vuole fare dimenticare tutto questo con l’argomento vanaglorioso, presentato come una prova di coraggio inusitata, di un Veltroni che corre da solo. La vera questione non e’ andare o non andare da soli, ma dove andare’. Lo afferma Achille Occhetto (sd), nel corso di un’intervista a Rosso di Sera ‘Ora – prosegue – per impedire quest’inganno dobbiamo mettere in campo la vera novita’ di queste elezioni: la riunificazione delle forze della sinistra, attraverso un nuovo soggetto che vada oltre le antiche appartenenze. Ma per essere credibili, occorre correggere il percorso verticistico dell’ultimo mese. Non abbiamo bisogno dell’unita’ di apparati ma dell’unita’ di valori, di una costituente delle idee, non di un solo leader ma di una squadra, non di un cartello elettorale ma del nucleo forte di una nuova sinistra’. ‘Accanto ai quattro partiti – aggiunge ancora – devono entrare in campo le associazioni, la societa’ civile, le personalita’ politiche e culturali della sinistra italiana. Con questo spirito noi dovremo batterci contro la destra,attraverso una chiara competizione con il Partito democratico. Dalle rovine del vecchio centrosinistra non sorgono infatti due sinistre, ma una formazione di sinistra e un partito di centro’.’Dobbiamo chiarire – conclude Occhetto – che non e’ Veltroni a non voler stare con noi. Siamo noi a non volere stare con la politica dei rifiuti, con la corruzione in Calabria e in Campania, con le politiche riarmiste’. (ANSA).

La sinistra e il Partito democratico

giovedì 08 maggio 2008

di Achille Occhetto          L’Unità, 8 maggio 2008

C’è qualcosa di inquietante nel panorama politico che è apparso ai nostri occhi dopo che i fumi dei fuochi d’artificio della campagna elettorale si sono depositati sul terreno. Lo spettacolo a sinistra è desolante. La duplice sconfitta della cosiddetta “area radicale” e del progetto riformista moderato del Pd, ci consegna una lacerante divaricazione tra una sinistra che perde se stessa lungo la strada del moderatismo e una che si abbarbica alle antiche radici intese non già come linfa vitale di una rigenerazione ma come feticcio o, ancor peggio, come mera difesa di piccole rendite di posizione.Tra questi due poli divaricanti dovrebbe collocarsi una nuova sinistra.Ma chiediamoci: esiste lo spazio politico ideale per questa nuova sinistra?                                  Una cosa è certa: la sinistra arcobaleno non è riuscita a rappresentare tale esigenza. In verità, non ci ha nemmeno provato.Sono venuti meno alcuni presupposti – una cultura di governo e l’accettazione dell’orizzonte ideale del socialismo europeo – che potevano rendere credibile quel tentativo.L’anelito verso la ricerca di una nuova frontiera, che ha contraddistinto l’impegno di Sinistra democratica e di un parte di Rifondazione, è stato contraddetto dai ritardi e dalle resistenze che di fatto hanno ridotto l’insieme dell’iniziativa a un mero cartello elettorale.Lo stesso vagheggiamento dell’opposizione per l’opposizione ha favorito la macchina micidiale del “voto utile” che ha spinto gran parte degli stessi elettori di Rifondazione comunista a votare per il partito democratico.In questa commedia degli equivoci è rimasto sconfitto tutto il centrosinistra, vittima delle reiterate azioni autolesioniste con le quali i vecchi gruppi dirigenti partitici hanno, in vari momenti e in vari modi, affossato il “Grande Ulivo”.    Ora, cosa possiamo fare?  Per debellare il male oscuro che ha paralizzato le diverse coalizioni di centrosinistra occorrerebbe superare alla radice l’idea nefasta delle due sinistre, una di governo e l’altra di opposizione.I due capisaldi – cultura di governo e identità socialista – chiamano in causa una sinistra che sappia superare la divisione tra riformisti e sinistra radicale, che sia ferma nei principi, ma di governo.Una simile sinistra non sta al governo ad ogni costo, ma non sta nemmeno ad ogni costo all’opposizione. Svolge il proprio ruolo – quello che le è stato affidato dai cittadini – con la medesima cultura di governo.Tuttavia qualcuno potrebbe ancora obbiettare: al di là delle ragioni della politica, quali sono le ansie, i problemi, le rivendicazioni che potrebbero definire, sia pure a grandi linee, lo spazio di una nuova formazione politica?Credo che per rispondere in modo compiuto – e non solo politicistico – a questi interrogativi, occorrerebbe ridefinire il terreno sociale ed economico sul quale si manifestano le contraddizioni del nuovo millennio.Ciò richiederebbe, come ciascuno può ben comprendere, una ricerca di ampio respiro.Tuttavia non intendo esimermi dal sottolineare alcuni temi di scottante attualità che contraddicono la cultura dominante neoliberista. Quella cultura che è la matrice di tutte le teorie tendenti a dichiarare morto e sepolto il mondo del lavoro salariato, inesistenti le contraddizioni – vecchie e nuove – interne al modello di sviluppo capitalistico, assurdamente palingenetiche le richieste di un rinnovamento radicale delle società attuali, al punto tale da rendere obsoleta, se non risibile, l’esistenza stessa di una sinistra alternativa.In realtà tutto ci dice che siamo di fronte a una nuova fase critica del capitalismo su scala mondiale. Mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma rimane la sostanza della critica. Prima considerazione. Il mondo del lavoro.I dati parlano chiaro e in modo agghiacciante. Quando Marx era celebrato, copiato, vezzeggiato e usato da quasi tutta la cultura mondiale, i lavoratori salariati erano solo cento milioni.Adesso che l’intellettualità, cosiddetta moderna, si fa beffe dell’idea stessa dell’estensione del lavoro salariato, i lavoratori salariati sono passati da cento milioni a due miliardi.Seconda considerazione. Di questi due miliardi una parte rilevante è costituita da un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori globali aventi diritti e salari minimi e mezzo miliardo di lavoratori dei paesi sviluppati aventi diritti e salari elevati.Terza considerazione. Si ripropone in una forma nuova la tesi di Marx sulla funzione dell’ “esercito industriale di riserva” (i disoccupati) nel determinare contraddizioni interne al mondo del lavoro e indebolire l’azione degli occupati per più alti salari e per la difesa dei diritti sindacali.In tale contesto, la stessa flessibilità, oltre a trasformare la precarietà nel lavoro in precarietà di vita, contribuisce alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative.Questa immane lotta tra i poveri su scala planetaria reca con sé nuovi conflitti sociali all’interno del popolo, determina una concorrenza cieca e senza esclusione di colpi di cui si alimentano tutte le nuove contraddizioni: da quelle legate agli attuali biblici movimenti migratori, ai temi stessi della sicurezza, su cui si fonda la scissione, anche nel voto, dello stesso operaio, tra la sua figura di produttore (che risponde ai sindacati) e quella di cittadino (che sente il richiamo della destra sui temi dell’immigrazione e della sicurezza).Un altro terreno su cui mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma non la sostanza della critica all’attuale stato di cose, è quello ecologico.Anche questo è un tema che è diventato banale, fino a sfumare in un conformismo riformistico che si infrange impotente contro le alte scogliere delle cittadelle fortificate dell’attuale modello di sviluppo.Ciò avviene perché non si è ancora compreso che occorre ripensare la nozione stessa di progresso, dal momento che viviamo le laceranti contraddizioni tra la necessità di uno sviluppo allargato all’intera umanità e l’esigenza della difesa della natura e dell’equilibrio ecologico del pianeta; tra tecnologia e occupazione; tra internazionalizzazione dei processi produttivi e accentramento delle sedi di decisione e di controllo; tra sovranazionalità e particolarismi e conflittualità etniche e religiose.E che dire del tema capitale su cui è nata la sinistra mondiale, quello della giustizia?Ormai tutti possono vedere che la più grande ingiustizia che sconvolge la comunità umana è il divario pauroso tra la ricchezza di pochi e l’abissale povertà della maggioranza degli uomini.Come non cogliere che tutto ciò non lo si risolve con la carità redistributiva – che pure è insufficiente – ma chiama in causa l’organizzazione economica e sociale, i modelli produttivi, di vita e di consumo, dei paesi più ricchi?Chi rappresenta tutto questo? Chi darà voce al mondo dei salariati, dei precari, ai nuovi soggetti figli dei drammi del nostro tempo?Ho visto che alla notizia della scomparsa della sinistra “radicale” dal Parlamento, alcuni commentatori si sono chiesti attoniti: ma ora chi rappresenterà le tensioni sociali? Correremo il rischio di manifestazioni violente? Il problema è ben più ampio. C’è da rappresentare un universo in movimento. Questo universo plurale e articolato non può essere compiutamente espresso né dalla sinistra radicale né da un riformismo pallido e appannato. Ci vuole una forza animata da una effettiva cultura di governo. Ma che abbia nello stesso tempo il senso e la dignità di un progetto autonomo.Ho più volte affermato di non avere alcuna nostalgia conservatrice per la vecchia sinistra e di non avere nemmeno alcuna prevenzione verso la formazione di un nuovo partito democratico, che si inscrivesse nell’area della sinistra, capace di fondere, attraverso una effettiva contaminazione ideale e politica i diversi riformismi della tradizione politica italiana.Ma a mio avviso si è scelta una scorciatoia sbagliata.Sarebbe stato meglio meno ma meglio.Quella ipotesi infatti, a mio parere, doveva essere favorita dal formarsi di una grande coalizione – soggetto politico – nella quale ogni componente, pur mantenendo, almeno all’inizio, la propria identità di partenza, fosse tuttavia ispirata dalla medesima tensione ideale e morale verso una politica profondamente rinnovata.Era l’idea della Carovana. Il “Grande Ulivo” incominciò a incarnare quella idea.In quella occasione uomini e donne che il muro ideologico della guerra fredda aveva divisi si ritrovarono dalla stessa parte, dando vita ad una effettiva esperienza unitaria di base.La rottura di quella esperienza perpetrata nel nome del primato dei vecchi partiti è stata un vero e proprio delitto politico.La formazione di un partito democratico che è rimasto isolato nel campo, ormai deserto, del vecchio centrosinistra ha fatto il resto.Rimane tutto intero il problema della rappresentanza politica di grandissima parte delle tensioni e delle aspirazioni che attraversano la nostra società.In questa situazione abbiamo davanti a noi due strade da percorrere.La prima è quella di dar vita, tra il Pd e le componenti residuali di una vecchia sinistra radicale, ad una nuova formazione politica che, muovendosi all’interno dell’orizzonte ideale del socialismo europeo, vada oltre le antiche appartenenze.Si tratterebbe di un’opera immane, che oltretutto sarebbe costretta a muoversi contro il senso comune semplificatorio che sta infuriando alla cieca sul sistema politico italiano.La semplificazione – da me più volte invocata – rispetto al proliferare di partitini che non hanno alcuna ragione storica al di fuori dell’autovalorizzazione dei loro apparati, è un conto; altro conto è l’autentica rappresentanza di un imperativo di riscatto morale e ideale che sale da una parte rilevante delle moderne società sviluppate.Se non ci poniamo il problema di questa ineludibile “rappresentanza”, tutto il sistema politico italiano rischia di precipitare in una crisi irreversibile e la stessa gigantesca opera compiuta dopo la Liberazione da Togliatti e da De Gasperi per far uscire le masse popolari italiane dal sovversivismo endemico di cui erano ancora prigioniere, verrebbe vanificata.Queste osservazioni mi suggeriscono l’ipotesi di un modello flessibile, insieme unitario e articolato. Un modello che si proponga l’obiettivo di costruire un nuovo centrosinistra.Qualcuno ha anche suggerito di riorganizzare la sinistra di cui sto parlando all’interno del Pd.Non mi faccio il segno della croce: anche questa seconda ipotesi potrebbe essere presa in considerazione.Tuttavia è da escludere un innesto di sinistra all’interno dell’attuale impostazione organizzativa, oltre che ideale e politica, del Pd.Anche in questo caso occorrerebbe un modello flessibile, insieme unitario e articolato. Qualcosa che sia una sintesi più alta tra l’attuale Partito democratico e l’esperienza del “Grande Ulivo”.Ma anche tale ipotesi richiederebbe un ripensamento collettivo delle prospettive strategiche dell’insieme dell’area di centrosinistra.Lo stesso Pd, o ha un’ipotesi che riguarda l’insieme delle forze di centrosinistra, oppure da solo, come si è visto, non va da alcuna parte.Il gruppo dirigente del Pd, invece di pensare di reclutare, dopo la comune sconfitta di tutto il centrosinistra, piccole pattuglie di sbandati, dovrebbe avere la forza politica e morale dei momenti storici cruciali.Una forza che non si affida alle rese dei conti dentro la nomenclatura, che lasciano il tempo che trovano, ma che si pone il problema effettivo di un ripensamento generale.Ciò comporterebbe la decisione di dar vita a una seconda costituente del Partito democratico e del nuovo centrosinistra.Tuttavia in entrambi i casi, sia in quello dell’immediata formazione di un nuovo partito di sinistra, sia in quello di una flessibile e articolata ricostruzione del “Grande Ulivo”, non si potrà prescindere dalla presenza di una grande sinistra democratica e popolare.

Achille Occhetto

Occhetto e la Bolognina: «Non m’hanno perdonato la solitudine della svolta» di Stefano Cappellini


Intervista. L’ex segretario comunista ripercorre i giorni convulsi del cambio di nome: «Di fronte al crollo del Muro avevo due strade davanti a me: o aprivo la solita e lunghissima discussione sul che fare oppure dovevo agire».

«Io ero convinto di perdere», dice Achille Occhetto al Riformista vent’anni dopo. Convinto, cioè, che la svolta annunciata alla Bolognina il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, sarebbe stata bocciata nella conta interna al Partito comunista italiano. La conta, lunga e faticosa, alla fine premiò Occhetto. Ma forse quella convinzione non era così sbagliata se è vero che lo strappo di quel 12 novembre, quando l’allora segretario del Pci spiegò a una platea di ex partigiani la necessità che il partito cambiasse pelle e nome, non ha comunque prodotto l’esito sperato: la nascita di un compiuto e moderno partito della sinistra italiana.Occhetto, davvero era così pessimista? Già prima della caduta del Muro nel Pci si era affrontato il tema del cambiamento di nome. E lei sapeva bene che una parte del gruppo dirigente comunista era convinta della necessità di svoltare.All’ultimo congresso prima della Bolognina avevo detto: «Non cambieremo mai nome sotto richiesta esterna, salvo che non ci siano eventi eccezionali per cui bisognerà farlo. Più eccezionale della caduta del Muro… Ma nulla era scontato perché io non feci il solito giochino delle scatole cinesi, cioè mettere d’accordo gradino dopo gradino tutte le varie cerchie e poi, ad accordo chiuso, comunicare le novità al popolo bue.L’hanno accusata di aver gestito in modo «privatistico» l’annuncio della svolta.La proposta fu rapida e immediata e non si poteva che fare così. Di fronte al crollo del Muro avevo due strade davanti a me: o aprivo la solita e lunghissima discussione sul che fare oppure dovevo agire. Ma la solitudine riguardò la proposta, non la decisione. Quella viene presa attraverso un processo democratico che non ha eguali nei partiti italiani. Domenica tengo il discorso alla Bolognina. Lunedì riunisco la segreteria. Due giorni dopo, al termine di una discussione intensissima, ottengo la maggioranza in direzione. Lì per la prima volta si spacca il partito in correnti. Usciamo dal centralismo democratico e io metto a repentaglio la storica rendita di posizione di un segretario comunista. Quindi si tengono altri due comitati centrali e poi due congressi, perché non si accetta il risultato del primo, se ne deve fare un altro e perdiamo un altro anno per ridiscutere se cambiare il nome, mentre sarebbe stato più utile chiarirsi sul progetto politico.E qual era il suo progetto? Ha eluso il passaggio da una forza comunista a una socialista per rifugiarsi nel cosiddetto oltrismo: la questione ambientale, la difesa dell’Amazzonia… tutto pur di non fare i conti con Craxi e il Psi.Sa dov’ero quando cadde il muro? Ero a Bruxelles insieme a Neil Kinnock, leader dei laburisti inglesi, al quale stavo chiedendo appoggio per l’ingresso del Pci nell’Internazionale socialista. Cosa che da sola basta a sfatare la tesi che ci fosse da parte mia una pregiudiziale antisocialista.E cosa le disse Kinnock?Mi garantì il suo appoggio e poi mi disse: «Perché non cambiate il nome?». Gli risposi che era molto, molto, molto difficile. Mi hanno raccontato che quando il lunedì Kinnock lesse sui giornali inglesi «il Pci cambia nome» disse: «Curioso questo Occhetto. Mi ha detto per tre volte che era molto difficile. Se l’avesse detto una volta sola l’avrebbe fatto il giorno prima».Ma perché non scelse fin dal nome di collocarsi con chiarezza nel campo socialista?Nell’atto di fondazione del Pse la mia firma è accanto a quella di Craxi. Anche questo dovrebbe dire qualcosa. Ma qualsiasi persona intellettualmente onesta capisce che il segretario del Pci che annuncia il cambio del nome è equiparabile al Papa che dichiara superata la verginità della Madonna. Se a questo avessi aggiunto che non c’era più né inferno né paradiso e che dovevamo marciare verso le schiere di Blezebù, se cioè, fuor di metafora, avessi accettato la proposta di Craxi per l’unità socialista, che in sostanza ci vedeva come esercito in rotta che doveva confluire nel Psi senza più orgoglio né dignità, non solo avremmo perso la svolta ma ci saremmo distrutti definitivamente.Giorgio Napolitano e l’ala migliorista del partito non la pensavano così.L’unica seria proposta era avviare, insieme al Psi, la costituente di una forza nuova, non accettando le forche caudine. Se Craxi fosse stato più generoso, avrebbe dovuto capirlo e convergere su questa linea.Come poteva Craxi essere più generoso con chi già all’epoca gli scagliava contro la questione morale?L’anticraxismo era, a torto o a ragione, pane quotidiano del 99 per cento del gruppo dirigente. Ricordo una volta in cui trattavo con Craxi e De Michelis il nostro ingresso nell’Internazionale socialista. Arrivò una dichiarazione di D’Alema che attaccava pesantemente Craxi sulla questione morale. Craxi lesse l’agenzia e fece per andarsene: «Ma che tipo che sei – mi disse – stai qui a trattare con me e poi mi arrivano questi attacchi?». Gli spiegai che era una iniziativa personale di D’Alema.Torniamo alla Bolognina e alla sua visita «a sorpresa» alla commemorazione partigiana. Fu proprio così a sorpresa?Dopo la visita a Bruxelles ritorno rapidamente in Italia. Il sabato sono a Mantova, dove incontro un vecchio partigiano che mi dice che il giorno dopo ci sarebbe stata a Bologna la commemorazione della battaglia partigiana di Porta Lame. Decido di andare. Anticipo al compagno William, medaglia d’oro per la Resistenza, uno per il quale il partito era il partito e basta, il discorso che ho intenzione di fare. Pensavo mi mandasse al diavolo. Invece mi dice: «Cambiamo quel che c’è da cambiare, il nome io me lo porto nel cuore». Ma in realtà io nel mio intervento dissi che occorreva cambiare tutto, ma non finì il discorso dicendo “anche il nome”. L’accelerazione mi fu strappata dai giornali. E questo contribuì a dare l’impressione che io avessi già deciso tutto da solo.Alla Bolognina citò Gorbaciov. Non era il massimo del coraggio invocare la svolta facendosi scudo con una citazione di quello che era pur sempre il segretario del Pcus.Povero Gorbaciov, ne ha avute tante di disgrazie che anche imputargli il nostro ritardo… Forse la sua azione ci fece attardare sull’illusione della autoriformabilità del sistema sovietico, ma d’altra parte facilitò l’apertura delle coscienze e fece in modo che non passassi da pazzo quando proposi la svolta. Prima di dare il via ai cambiamenti in Urss Gorbaciov aveva incontrato i veterani di guerra e aveva detto loro: «Avete vinto la Seconda guerra mondiale, ora se non volete che venga persa quella vittoria non bisogna conservare, ma impegnarsi in grandi trasformazioni». Io feci lo stesso con gli ex partigiani: «Si rischia che tutto quello avete fatto nella Resistenza venga perso se non ci sarà un grande cambiamento».L’89 è anche l’anno del primo viaggio negli Usa di un segretario del Pci.Andai accompagnato da Napolitano. Una sera a cena, seduto a uno di quei tavoli rotondi da ricevimento, c’era William Colby, l’ex direttore della Cia. Mi disse: «Ho lavorato tanto tempo in Italia per distruggere il suo partito e adesso siamo qui a mangiare insieme».Fu anche, poco prima dell’estate, l’anno della rivolta di Tien An Men.Ero a Firenze per un comizio, mi precipito a Roma e convoco una manifestazione davanti all’ambasciata. Viene anche Ingrao. E lì dichiaro, ripreso a caratteri cubitali dai giornali, che é morto il comunismo. Ma tutto l’89 fu un anno di svolte. In una intervista all’Espresso avevo già spiegato che la nuova sinistra doveva avere come punto di partenza non più la rivoluzione d’Ottobre ma quella francese e che non ci poteva essere uguaglianza senza libertà.Si rimprovera qualcosa per lo stato in cui versa oggi la sinistra?L’impreparazione all’uso del sistema delle correnti è degenerato in blocchi chiusi e contrapposti fondati sulle cordate di potere. Lì nasce il male. Ma se oggi la sinistra italiana è il problema, e non la soluzione, dipende non dal vizio d’origine della svolta bensì da quegli anni in cui si è cercato di distruggere l’Ulivo in nome della fondazione di un partito socialdemocratico, col risultato di uccidere l’uno e l’altro. Noi col Pds avevamo avuto l’intuizione giusta: andare verso la fusione tra le componenti socialiste e quelle democratiche avanzate, ma in un partito di sinistra. La sofferenza è aver tolto quella s dal Pd.Gli avversari centristi di Bersani lo accusano di voler diventare segretario apposta per rimetterla, la “s”.Bersani può fare bene solo se si libera dalle cordate che lo hanno sostenuto, se riconosce la centralità della questione morale e se mette capo a una effettiva riforma del partito che muova speditamente nella direzione di una nuova formazione di sinistra. Ma temo che tutto questo non avverrà finché non ci sarà un elemento fecondatore della storia, un evento come il crollo del Muro, appunto.

OCCHETTO: IL PD GUARDA AI SALOTTI BUONI – E LA DESTRA COLTIVA I QUARTIERI POPOLARI 09:32:41 01/05/2008 1 mag. – “La sconfitta di Rutelli alle elezioni comunali di Roma suggella la crisi profonda del progetto del Partito Democratico. Un progetto legato a una visione aristocratica della politica, incapace di cogliere i fermenti popolari della societa’ italiana”. Lo ha detto ai microfoni di Radio R101 Achille Occhetto, protagonista nella prima meta’ degli anni ‘90 della svolta che porto’ alla nascita del Pds, oggi europarlamentare di Sinistra Democratica. “Paradossalmente una grande parte della sinistra guarda ai salotti buoni del neoliberismo – ha aggiunto Occhetto – mentre la destra coltiva i quartieri popolari, gli operai, la povera gente”. Dopo le sconfitte delle ultime tornate elettorali Veltroni dovrebbe dimettersi?“Di fronte alla congiura di palazzo – ha risposto Occhetto a Radio R101 – io dico che Veltroni non deve dimettersi, ma capire, aprire un processo nuovo. Sarebbe necessaria una nuova costituente dello stesso Partito Democratico per riaprire la strada del grande Ulivo. C’e’ anche il problema di un gruppo dirigente logoro. Non saprei dove mettere le mani nel Pd. Fanno tutti parte di una vecchia nomenclatura. Bisognerebbe veramente ringiovanire”.Sul tema della sicurezza Occhetto ribadisce che “il problema deve essere affrontato in maniera piu’ completa di quanto non faccia la destra. E’ pero’ un tema che non deve essere nascosto o evitato. La colpa della sinistra e’ stata quella di non affrontare il problema, che riguarda la vita dei quartieri, la capacita’ di affrontare politiche solidaristiche e poi, naturalmente, quella di punire i colpevoli. Non puo’ esserci solo la ricetta dello sceriffo, portata avanti dalla destra. La sinistra non ha fatto ne’ una, ne’ l’altra scelta. Per questo ora e’ passata l’idea dello sceriffo” (Telepress)

Pd, Occhetto: “Il pesce puzza dalla testa”

Roma – Spesso l’hanno dipinto come un uomo dall’invettiva facile, un tormentato dal «rancore» verso i compagni di una vita, quelli che ha lasciato quando ha dato l’addio ai Ds e che sono ancora la classe dirigente del Pd. Invece Achille Occhetto, eurodeputato della Sinistra Democratica, è pacato, lucido, persino disincantato. Quando sente che sta per dire le cose più dure, cerca parole morbide: e se deve definire il suo stato d’animo di fronte alla pioggia di inchieste che colpisce il partito di Veltroni sospira: «Sono davvero amareggiato».

È sincero, non c’è dubbio. Ma, poi emerge anche l’uomo dall’ironia affilata, il dirigente che rivendica con orgoglio di aver lasciato il partito che ha fondato «pur di restare a sinistra». E mentre sulle persone Occhetto a volte sorvola, sulla sostanza politica è granitico: «Non capisco, anzi non sono d’accordo con chi, per rispondere a Berlusconi, dice che a sinistra la questione morale non esiste. Non solo mi pare innegabile. Mi sembra autolesionista negarlo!». Nel merito delle ultime inchieste non entra: «Il problema è politico ed è il punto di approdo di un processo di generazione più che decennale».

Onorevole Occhetto, faccio subito la domanda più scomoda: le diranno che lei così fa il gioco del Cavaliere?
«A parte il fatto – e ci tengo che lo scriva – che la questione morale per me esiste anche dentro un pezzo della destra, dove assume dimensioni per così dire, strutturali… Il problema è un altro: si può continuare a negare l’evidenza? Io credo di no».

E l’evidenza quale sarebbe?
«Il vecchio Napoleone Colajanni, quello risorgimentale, diceva: il pesce puzza dalla testa».

Il pesce del Pd, il suo vertice?
«Intendiamoci: in quel gruppo dirigente conosco tutti da quando erano ragazzi. Quando dico che il “pesce puzza” sono certo che non siano personalmente corrotti…».

Non è precisazione da poco.
«Intendo dire che non ci sono responsabilità penali e se anche ci fossero non mi interessano. Ma che ci sono, invece, responsabilità politiche e culturali gravi».

Ad esempio?
«Io non credo – ad esempio – che i piani regolatori si facciano negli hotel, a pranzo con i palazzinari».

Ha letto cosa ha scritto un uomo del Pd come Caldarola? Le inchieste vengono usate dai veltroniani contro i dalemiani…
«Curioso quell’articolo, l’ho letto. Nella prima parte Caldarola dice che la questionale morale nel Pd esiste. Poi ribalta il ragionamento. Ma se esiste, come può essere un complotto di Veltroni?».

Faccio un altro esempio chiaro. Lei di Bassolino cosa pensa?
«Devo dirlo con grande amicizia. Non lo capisco più. Doveva dimettersi subito, con l’emergenza rifiuti, per ripartire all’attacco».

E invece?
«Si è arroccato, si è seduto sulla crisi, sta sbagliando. Non vedo alternative alle dimissioni».

E del caso Villari e del «pizzino» di Latorre, cosa pensa?
«D’accordo, ci si abitua a tutto: ma non ricordo nulla di simile nella nostra storia, il soccorso all’avversario e contro un alleato!».

Lei al posto di Veltroni cosa avrebbe fatto?
«Un netto richiamo».

Così poi si beccava l’accusa di stalinismo.
(Sorride). «Io invece provo a segnalarle questo paradosso: mi pare che in quel partito si finisca per essere molto stalinisti quando si discute delle idee e molto lassisti se si passa alla questione morale».

Lì si ritorna: lei dopo una serie di inchieste su certi amministratori del Pds fece una «seconda Bolognina», sulla legalità.
«Rispetto alle questioni di oggi sembrano davvero un’inchiestina e un reato da poco, tant’è vero che l’interessato, il milanese Cappellini, credo che alla fine non venne nemmeno condannato…».

Però?
«Proprio come oggi, il campanello d’allarme era chiaro. Andai alla Bolognina e chiesi scusa agli italiani. Feci pulizia nel partito e feci bene. Mi spararono da tutti le parti!».

Però non ci furono dissensi…
«Venni attaccato – come ora! – a porte chiuse, sotterraneamente».
L’accusa, ieri come oggi, è: ma tu così fai perdere il partito…
«Credo che, ieri come oggi, una presa di posizione come la mia, non faccia perdere un voto. Tutto quello di cui parliamo, invece sì».

Se fosse al posto di Veltroni?
(Impassibile) «Sinceramente in questo momento non vorrei essere al suo posto».

Era uno dei dirigenti più legati a lei durante la Svolta, lei lo ha candidato per la prima volta…
«Senta, non ci sono mezze vie: dovrebbe prendere il toro per le corna. Se questa piaga non la si affronta dall’alto si incancrenisce».

Da dove comincia?
«Da molto lontano. La questione morale a sinistra è figlia del duello di Craxi contro Berlinguer. È figlia di un abbassamento della tensione ideale, della resa alle bandiere dispiegate del neoliberismo, dell’idea che si doveva mettere il potere e l’amministrazione prima di tutto».

Quindi anche quando era leader lei c’era questa battaglia?
«Le stesse posizioni, gli stessi attacchi, le stesse persone».

Quei tre impersonali lei, li riconduce tutti a D’Alema.
«Guardi, davvero non è il problema di una persona. È un costume che è entrato nel gorgo della politica e che poi scendendo per i rami, arrivando alle periferie dell’impero, è diventato un fenomeno… grossier, quasi pacchiano».

Torniamo ai «rami alti».
«Quando il sogno più grande di un partito è avere una banca, oppure flirtare con i furbetti della finanza, dove si va a finire?».

Ci sono giorni in cui lei non si chiede cosa poteva fare ai tempi della Svolta per evitare tutto questo?
«Vede, ho sempre detto che dal crollo del comunismo si poteva uscire a destra o a sinistra: ho combattuto per la seconda ipotesi, il partito ha imboccato la prima».

Crede che sia stato un suo errore a determinare questo bivio?
(Ci pensa qualche istante). «Forse avrei dovuto rendere ancor più chiaro chi mi faceva la guerra».

Quelli del fronte del «No»?
«Nooh, quel dissenso era noto… Era la mia stessa maggioranza!».

Lei li ha chiamati gli oligarchi. In testa c’era D’Alema.
«Non solo lui. Ma è la stessa opposizione che c’è stata come me, con Prodi e poi con Veltroni».

È legittima l’opposizione…
«Non finché usa questa tecnica: tira il sasso, nasconde il braccio, logora le leadership, ma dice: non c’è un problema di leadership».

Ma se è così, mi dica: perché D’Alema e i suoi lo fanno? Segano il ramo su cui sono seduti.
«È vero. Ma forse pensano che alla fine del logoramento arriverà la presa del potere».

Pentito di essere andato via?
«Senta, malgrado le censure della stampa amica contro di me, io non andai via per un gesto inconsulto, ma perché ponevo tre questioni. Ricorda quali?».

Lo faccia lei.
«1) L’insensata diarchia tra veltroniani e dalemiani; 2) il rischio della questione morale; 3) l’impraticabilità del Pd come frutto di una fusione fredda fra apparati!».

Cosa le risposero allora?
(Stavolta il sorriso è tra l’amaro e il beffardo). «Appunto: Non mi risposero nulla. E guardi oggi…».

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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