Articoli di riflessione inerenti al dialogo sulla Svolta della Bolognina

Articoli inerenti ad uno dei passaggi cruciali che mutò per sempre la natura della sinistra italiana ,ovvero,la Svolta della Bolognina . 1991

ATTENZIONE -Per comprendere meglio i seguenti articoli converrebbe prima leggersi i  link che seguono :

https://basileus88.wordpress.com/2011/07/12/le-tipologie-della-sinistra-italiana/

https://basileus88.wordpress.com/2011/07/12/correnti-interne-al-pci/

Vedremo articolo per articolo,partendo dall’ 85′,le paure,i dubbi e le dinamiche che portarono i protagonisti del PCI di allora a fra nascere dalle macerie dell’URSS ,i post-comunisti PDS da un lato e i neo-comunisti di Rifondazione(PRC)dall’altro.

QUELLA GRANDE ILLUSIONE
Repubblica — 22 agosto 1985 pagina 5 sezione: LA QUESTIONE COMUNISTA
“PER IL nuovo Pci” di Aldo Schiavone (Ed. Laterza) descrive con spirito acutamente critico la parabola politica del Pci negli anni 70. Peccato che l’ autore, arrivato a un certo punto, come colto da improvviso malessere intellettuale, abbia lasciato incompiuta la sua opera. Manca cioè l’ “epilogo” della vicenda narrata e questa lacuna esige di essere colmata. Innanzi tutto sul piano dei fatti: perchè con il fallimento del disegno politico di Berlinguer e del gruppo dirigente che ne ha condiviso la linea ispiratrice, si è di fatto concluso, almeno per ora, il viaggio dei comunisti italiani intrapreso nel dopoguerra sotto la guida di Togliatti. Ma, su un piano più generale e in un senso molto più forte, potremmo dire che di epilogo bisogna parlare con riferimento alla vicenda “comunista” tout court, proprio in forza degli argomenti addotti da Schiavone. Se questa ipotesi fosse corretta sarebbe urgente, anzichè dedicarsi al rinnovamento del passato, porre mano alla costruzione di una forza politica nuova “al posto del Pci”. Non è detto che esso debba in futuro perdere consensi in misura pari ai confratelli partiti francese e spagnolo. Ben altrimenti radicato è il nostro partito comunista nella società e nelle coscienze. E tuttavia è il vuoto di idee e di programmi che lo caratterizza dopo le sconfitte prima politiche e poi elettorali che fa temere una caduta verticale del suo ruolo e dunque il determinarsi di una frattura nel tessuto democratico del paese. E’ in considerazione di questa rischiosa eventualità e di uno sbandarsi delle forze della sinistra, che vorrei qui riprendere il discorso di Schiavone, sviluppando gli elementi che convalidano l’ ipotesi di un epilogo in senso forte. Il “malessere intellettuale” di Schiavone è più che giustificato. Non è gradevole per nessuno (neppure per chi, a un certo punto, si è messo in disparte) ammettere fino in fondo che il proprio impegno politico e civile è stato sorretto per anni da una ragione arretrata rispetto al tempo storico in cui viviamo. Che è stato cioè partecipe di un’ impresa votata all’ insuccesso dalle stesse premesse dalle quali muoveva. Premesse culturali, prima di tutto, alle quali pure si è ispirata l’ azione di tanti uomini, spesso dotati di notevoli doti intellettuali, ma legati a schemi interpretativi della realtà che si andavano già consumando – nel più avanzato pensiero occidentale – fin dagli inizi del secolo. Sotto questo aspetto bisogna riconoscere che se c’ è stata una reale “diversità” del nostro paese, essa consisteva in una chiusura provinciale di fronte alle nuove correnti di pensiero (filosofico, storico, economico, politico) che agli inizi di questo secolo – sotto l’ impulso della rivoluzione scientifica nel campo della fisica relativistica – avevano messo in crisi i precedenti modelli della conoscenza e, con essi, una montagna di passate “certezze” teoriche. Anche il marxismo non ha potuto sottrarsi alla corrosione del tempo. E del resto questo suo destino non era già stato forse anticipato dal concetto stesso di “storicità delle categorie economiche” con il quale Marx aveva demolito le false certezze della borghesia del suo tempo, mostrando i limiti storici tanto delle sue costruzioni teoriche quanto del suo sistema di produzione? Se almeno questo insegnamento di Marx fosse rimasto vivo e operante, avrebbe stimolato una riflessione diversa da quella che si è attardata nel Pci sui temi della “rivoluzione”. Soprattutto dopo che quelle russa e cinese avevano partorito regimi sideralmente distanti dalle pur scarne anticipazioni che Marx aveva lasciato sulla società del futuro. Ma un’ altra lezione di Marx è stata presa alla leggera: “Lo svolgimento delle contraddizioni di una forma storica di produzione è l’ unica via storica per la sua dissoluzione e la sua trasformazione” (Capitale, I). Come dire: attenzione, la storia non ammette scorciatoie nel passaggio da una forma di produzione a quella successiva. Perchè la vecchia forma (in ipotesi il capitalismo) può trasformarsi in una nuova (poniamo il socialismo) soltanto a condizione che le sue contraddizioni interne abbiano raggiunto uno stadio tanto acuto da provocarne il progressivo disfacimento. Che il capitalismo negli anni 70 fosse entrato in uno dei suoi periodici cicli depressivi e che quindi mostrasse l’ acuirsi delle sue contraddizioni, questo era pacifico per tutti. Ma che queste contraddizioni fossero giunte a un punto così alto del loro svolgimento da rendere plausibile che in un “dato” paese avvenisse la “dissoluzione” della forma stessa di produzione capitalistica, ebbene questa è stata una fantasia non solo sciocca, ma anche pericolosa. Infantile, avrebbe detto Lenin. Su premesse culturali obsolete e su fantasie infantili una generazione di uomini generosi, intelligenti e disinteressati, ha basato il proprio impegno politico. Aver appartenuto a quella generazione, aver condiviso quella cultura e quelle fantasie, è stato un errore gravido di conseguenze, alla riparazione del quale non è lecito sottrarsi. Perchè è a causa di quell’ errore (e non certamente per il motivo di una perversa esclusione del Pci) che il nostro paese si trova da quarant’ anni sprovvisto di una forza politica di ricambio, in nulla “diversa” dalle altre di fronte all’ elettorato. Il “compromesso storico” è stato un parto intellettuale di cui Schiavone ha benissimo descritto origini e svolgimento. Ma per certi aspetti è necessario anche vederlo come un residuo prodotto di quella razionalità classica ottocentesca che già Marx, nella sua critica della borghesia, aveva iniziato a mettere in crisi. Un prodotto cioè ancora di quella concezione del mondo che esigeva una risposta non soltanto “certa” ma anche “immutabile” a ogni possibile domanda, della natura come della storia. Ouel disegno politico è comprensibile infatti solo muovendo da una premessa ritenuta anch’ essa certa e immutabile: la prospettiva rivoluzionaria, persino – qui sta il punto – in un contesto palesemente non rivoluzionario. Un bel paradosso costruito su misura dalla storia per mettere alla prova la capacità di un partito comunista occidentale di dare risposta a una domanda ineludibile: come costruire il socialismo rivoluzionario dentro la cornice della democrazia? L’ illusione di poter aggirare il paradosso ha condotto il Pci a dover inventare una via di “fuoriuscita” morbida dal capitalismo, da attuarsi paradossalmente con l’ ausilio proprio delle forze che l’ avversavano. Retrospettivamente questa vicenda apparirebbe semplicemente grottesca se non vi fossero rimaste invischiate schiere di uomini e donne, dai più modesti lavoratori ai più insigni intellettuali, in un numero così ampio da far dubitare che, almeno da un certo periodo, un’ ondata di fanatismo religioso abbia avuto il sopravvento sulla ragione e sul buon senso di oltre un terzo degli italiani. Si noti inoltre che l’ aspetto antinomico del progetto (l’ opposizione inconciliabile rivoluzione/democrazia politica), espunto sul piano della presunta “logica” di un disegno costruito a tavolino, manteneva tutta la sua carica conflittuale nel comportamento pratico quotidiano. Di qui le ambiguità di cui, per la diretta esperienza che ho avuto della vicenda negli anni ‘ 75-‘ 82, vorrei dare alcuni esempi. Schiavone ha analizzato i tratti salienti della concezione – tipicamente ingraiana – della democrazia politica e sindacale “di base”. Essa costituiva il primo anello del compromesso storico: esaltare e potenziare la democrazia mediante la moltiplicazione delle assemblee elettive (di quartiere, di scuola, di fabbrica) per stabilire “una partecipazione continua delle masse alla elaborazione e all’ attuazione della volontà popolare” (Ingrao) e, insieme, per rivitalizzare il ruolo centrale del Parlamento. Il secondo anello era la piena adesione al “sistema dei partiti” inteso come struttura portante della democrazia organizzata e di massa, mentre il terzo era costituito dal patto compromissorio da stipularsi fra i partiti che avrebbero dovuto attuare (o non ostacolare) il progetto, voluto dal Pci, di graduale superamento del capitalismo. E’ evidente che questo piano presupponeva in realtà un corto circuito fra primo e terzo anello: il potenziamento della democrazia di base doveva partorire un larghissimo consenso intorno all’ ipotesi della transizione al socialismo e, quindi, imporre il patto compromissorio anche ai partiti più riluttanti. Ma eccoci alla prima ambiguità: il Pci facendosi alfiere di un allargamento della democrazia ne dava, all’ esterno, testimonianza aprendo porte e finestre per accogliere e rappresentare interessi materiali e aspirazioni ideali ben più vasti di quelli della classe operaia propriamente detta. E i frutti di questa abile apertura sono stati, fra il ‘ 74 e il ‘ 76 tanto imprevisti quanto abbondanti. Ma la struttura rigidamente autocratica del partito, la disciplina ferrea che legava la base al vertice (la pratica cioè del centralismo democratico) non venivano neppure scalfite a dispetto delle proclamate buone intenzioni. La “base” comunista, per quanto recalcitrante, ha sempre dovuto (e voluto) accettare il pieno dominio dei vertici del partito con un misto di esaltante adesione e di passiva rassegnazione. Questa passività dei quadri del partito nei confronti del ristretto gruppo dirigente si ripeteva, sia pure con qualche attenuazione, nell’ ambito del gruppo parlamentare con effetti, però, ben più devastanti perchè si riverberava chiaramente sul ruolo del medesimo Parlamento. Cosicchè lo stesso Ingrao, ispiratore e teorico della più spinta “democrazia di base” e della esaltazione delle assemblee elettive, nel triennio (‘ 76-‘ 79) della sua Presidenza della Camera, non riusciva ad attuare la più piccola riforma regolamentare che togliesse la Camera stessa dalla penosa situazione di subalternità rispetto alle decisioni delle segreterie di partito, non seconda a nessuna quella comunista. L’ autocratismo all’ interno del partito era in qualche modo più giustificabile per due motivi. Il primo era l’ esigenza (illusoria ma ragionevole) di una struttura decisionale agile ed efficiente. Il secondo era la convinzione (illusoria e irrazionale) che il gruppo dirigente avesse dei particolari “titoli”, quasi ereditari, per esercitare il suo ruolo direttivo-pedagogico. Ma nel Parlamento l’ esautorazione del gruppo significava, da un lato, lo spreco di energie e competenze preziose (penso ad esempio, fra i tanti, al caso di due economisti come Napoleoni e Spaventa) e, dall’ altro, l’ appiattimento dei comunisti sulle pratiche non proprio esaltanti degli altri gruppi parlamentari. In sostanza comportava la rinuncia (a volte condita di schietto cinismo, a volte di rassegnato pessimismo) a qualsiasi azione che potesse incidere sulla realtà in modo non sicuramente conforme alle direttive impartite dalla Segreteria e alle relazioni di buon vicinato che essa voleva avere con le forze avversarie. Vien fatto di pensare che proprio nel Parlamento italiano di quella legislatura si sia consumata fino in fondo, senza residui, l’ illusione teorico-pratica di certa sinistra comunista europea, che si potesse inventare una nuova forma di rivoluzione basata non sulla forza ma sul consenso. Ma veniamo alla terza ambiguità. Scrive Schiavone che la vera novità del progetto dei comunisti italiani consisteva nella transizione al socialismo da concepirsi comunque come potenziamento di tutte le forme della democrazia classica, e che “certo, il Pci sapeva bene che una simile ipotesi non aveva dalla sua la forza della storia. Mai si era costruito alcun tipo di socialismo restando sempre conseguentemente sul terreno della democrazia politica”. Qui vien proprio da trasecolare. Quando Berlinguer (da maestro qual era nel condensare in slogan i suoi disegni politici) ha coniato il celebre termine “terza via”, aveva in mente altri due modelli, entrambi da scartare ma entrambi ritenuti “socialisti” a pieno titolo: quello sovietico e quello socialdemocratico. Ebbene proprio il secondo ha avuto il merito di restare pienamente sul terreno della democrazia pur trasformando la società nel suo insieme in modo tale da far dubitare che oggi Marx chiamerebbe disinvoltamente “capitalistiche”, senz’ altra specificazione, le strutture economico-sociali di alcuni fra i maggiori paesi industrializzati dell’ occidente. Noi abbiamo già assimilato nel nostro modo di vita, senza rendercene conto, gli “elementi di socialismo” (quelli sì che lo erano!) che, a partire dal laburismo inglese dell’ immediato dopoguerra, hanno penetrato le società capitalistiche, modificandone profondamente la natura. Nel senso di dare un enorme impulso, attraverso l’ azione pubblica, a quella che Marx chiamava “socializzazione delle forze produttive” e anche di fornire un supporto e una garanzia, mai prima assicurate così ampiamente nella storia umana, ai bisogni e agli interessi collettivi, pur nella piena tutela dei diritti individuali. Con tutta la considerazione per le alte idealità cui era ispirata l’ azione del Pci, il confronto fra le concrete realizzazioni socialdemocratiche e le astratte e vaghe prospettive della “fuoriuscita dal capitalismo”, è un confronto assai deprimente. Per fortuna un gruppo ristretto ma influente di dirigenti del Pci (penso soprattutto a Giorgio Napolitano) non ha mai fatto mistero del suo rispetto e del suo interesse nei confronti di quel modello di socialismo. Con l’ abbandono della strategia del compromesso storico e il ripiegamento tattico sui bastioni dell’ “alternativa democratica”, il Pci ha mostrato di voler avviare un processo di revisione dei precedenti schemi. Ma a ben cinque anni da quella svolta non pare francamente che ancora sia uscito dalla trappola in cui si era cacciato. Dopo la scomparsa di Berlinguer il vecchio gruppo dirigente è rimasto al potere, ma il suo immobilismo riflette la terribile vischiosità della tradizione, l’ impaccio di non saper porre la parola “fine” a tutta un’ epoca di astratte speculazioni e di astratti programmi. Per il nuovo Pci? Ma non sarebbe invece ormai maturo il tempo di abbandonare, almeno in questa parte del mondo e nel nostro universo culturale, lo stesso vocabolo “comunista”? Due grandiose rivoluzioni, che portano quel nome, lo hanno associato alla trasformazione dei modi di vita e di produzione sociale su scala immensa. La storia dirà quali ne saranno gli esiti, nel lungo periodo, e se fra questi vi sarà veramente la liberazione sociale degli uomini non solo dai vincoli del bisogno ma anche da quelli del terrore e del dispotismo. Ma per noi, nel bel mezzo di questa vecchia Europa, è un vocabolo ormai insensato, almeno quanto lo è “alchimia” per descrivere il compito di far avanzare la chimica e la fisica nell’ era atomica. Certo, per quanto possa apparire storicamente un’ inezia, abbandonare il nome significa lasciar cadere anche ciò cui allude: la famosa diversità che è uno dei motivi di orgoglio e quindi delle ragioni di coesione del partito. Spetterebbe perciò ai dirigenti più prestigiosi (sulle orme del resto di Longo e di Amendola) di assumersi questo compito: penso per esempio (non me ne voglia troppo) a Pajetta, che ho conosciuto come uomo libero da preconcetti e da schematismi e inoltre dotato del necessario spirito caustico per sconfiggere le obbiezioni, cariche di nostalgia, dei militanti ancora legati ai vecchi miti. In ogni caso, se veramente si è arrivati, come io credo, a questo punto di non ritorno, perchè quanti di noi, che ambirebbero respirare un’ altr’ aria politica di quella che spira nel Psi e nel Pci, non fanno con totale franchezza un esercizio di fantasia immaginando e poi dichiarando pubblicamente ciò che gli piacerebbe che avvenisse? Per esempio, la convocazione di un congresso super-straordinario per decretare la fine dell’ era euro-“comunista”? E poi, immancabilmente, una bella scissione fra l’ ala continuista guidata dal compagno Cossutta e quella che, pur fra molti mugugni, decide di: a) abbandonare il centralismo democratico; b) avviare una rivalutazione delle esperienze delle socialdemocrazie e di farne il terreno per una proposta di governo alternativo; c) invitare conseguentemente, in vista di questo obiettivo, le sparse forze della sinistra italiana a riunirsi in un partito “veramente nuovo” da chiamare, perchè no, “Partito democratico del lavoro”? – di GUIDO CARANDINI

‘IL NOME NON SI TOCCA’
Repubblica — 31 agosto 1985 pagina 7 sezione: POLITICA INTERNA
FERRARA – Primo: non prenderle, perciò il miglior attacco è la difesa, quindi il Pci attacca con discreta energia, cioè difende e presidia tutte le trincee. Difende il suo nome, con la storia, la ragione, la speranza, l’ ironia e la rabbia. E’ un gioco inutile, se non sciocco, tentare un referendum tra i militanti all’ insegna del “comunisti o altro?”. L’ uomo che ha montato l’ impianto elettrico, la ragazza che sta al microfono, il guardiano della libreria, la famigliola venuta in visita di svago, il trentenne che aspetta Lucio Dalla e sorride nella ricostruita casa di Bobo, perfino il giovane che declina il vocabolario dei “bisogni”, tutti vorrebbero risponderti che sei un provocatore e poi ti liquidano senza imbarazzo e con compassione: “Il nome lo cambiano quelli che si vergognano e si devono nascondere, noi no. Perchè non va a chiedere ai capitalisti se non è tempo che cambino nome?”. Il referendum finisce prima di cominciare: “Comunisti” al 99 per cento. Il resto al dubbio moderato. Miglior fortuna si ha con il funzionario, il “quadro intermedio”, quello che ha imparato che bisogna parlare con tutti. Ci spiegano che questa storia del nome è una panzana, che all’ Est i partiti più filo-sovietici non si chiamano “comunisti” ma caso mai “del lavoro”, ci ricordano, pungenti, che di partiti pragmatici, che amministrano lo Stato e lo statu quo, in Italia ce n’ è in abbondanza. Se ne resta uno che pecca di “idealismo” non sarà poi tanto male. E ti rimbeccano: “Quelli che spingono a cambiar nome vogliono un’ altra politica. Ma se ce l’ hanno, la tirino fuori, aspettiamo serenamente”. Sali un po’ su nella gerarchia e trovi la stizza: il professor Vacca liquida il tutto come “paccottiglia”, si trincera dietro la vacuità del dibattito sul nome del partito. Ma è nervoso, duro, tagliente e adirato quando racconta alla prima folta platea del festival come i giornali stiano rubando il congresso al Pci. Nessuno vuole cambiare nome, da Natta al compagno dell’ ultima sezione, ma di quella “paccottiglia” discute il Pci e soprattutto da quella “paccottiglia” si sente assediato. Un assedio cominciato, tra sorpresa e incredulità, il 12 maggio e che si è chiuso sulle frontiere comuniste il 9 giugno, col referendum. Nella prima sera di autocoscienza collettiva, dopo i rituali omaggi all’ autocritica, va sotto processo l’ informazione: insomma il Pci ha perso anche, o forse soprattutto, perchè tutti gli altri stavano più o meno fraudolentemente dall’ altra parte. Segue la cartesiana dimostrazione di come la stampa e la Rai abbiano tirato la volata al “No”, arriva il convincente contorno di esempi di come giornali e telegiornali siano lo specchio del pensiero pentapartito. Già, ma questo è successo dopo che il pentapartito ha messo nell’ angolo il Pci. Eppure effetto e causa si confondono e si mescolano, vanno a braccetto orgoglio (“facciamo da soli con l’ Unità”), pietismo (“equità nel servizio pubblico, nei giornali pubblici”), autoassoluzione (“vincevamo senza quotidiani e Tv”) e la ricerca, se non proprio di alleanze, almeno di convergenze di interesse (“cari giornalisti, ma non vi ricordate di come vi ha trattato Craxi?”). C’ è un copione abbastanza consolidato, ma non è finzione preparata in anticipo, è realtà recitata a soggetto: dalla base si incalza: “Occupiamo le sedi della Rai quando dice le bugie”, il giornalista-sindacalista-comunista seleziona gli obiettivi e offre il dialogo ai democratici, il democratico non comunista qualcosa nega e qualcosa ammette. Osservatori esterni, delusi, già bisbigliano: “Roba vecchia, dov’ è il congresso? Dov’ è lo scontro tra le linee? Che vogliono fare dopo la batosta, parlare con Craxi o aspettare De Mita?”. Calma, il congresso c’ è, è sotto traccia: è nello scagliarsi contro i giornali che parlano di “fuoriuscita dal capitalismo”, è nella meticolosa promessa di una dimostrazione a venire che questo capitalismo non funziona e che il suo tutore elettivo, il pentapartito, è una macchina adatta a trasformarne i difetti in sciagure. Chi ha orecchie per intendere intende che già si tratta di schieramenti congressuali, che la sinistra del partito è nervosa, il centro ingrossa e che la destra è per ora silenziosa, o perchè spaventata di se stessa o perchè aspetta siano i fatti a darle ragione. Ma il congresso e la festa non sono solo il libro del futuro, sono anche l’ archivio del presente. E a Ferrara il Pci, per dimostrare di non essere oggi un partito vecchio, ha allestito una fiera campionaria della società. E’ una festa di partito e, come può accadere a una festa di compleanno, hanno scelto, per essere gentili e moderni, di invitare tutti. Non solo gli altri partiti, ma la femminista e l’ ecologo, l’ industria, il rock, la pubblicità che fa progresso e quella che fa profitto, il cibo da palato fine e quello da tavolata. Non c’ è modello di vita che non abbia qui un suo spazio. Volete leggere? Potere trovare dai manuali sul Bonsai al catalogo dei vini di Francia, passando per le meraviglie illustrate del Bravo Simac, scendendo per le mirabilie delle piante medicinali, dello yoga e dell’ equitazione. E non vi sarà negato il testo “Come far l’ amore l’ un l’ altro” nè la scienza de “L’ idraulico” o dell’ “Acquario in casa”. Nessun ostracismo: libri per mistici anche sospetti quali: “Magia delle Rune” e “Manualone delle Giovani Marmotte” e storia, a fumetti e in libri, oroscopi, carceri ed etruschi, egiziani e Resistenza, Pazzaglia accanto alla Fallaci, fantascienza, gialli, sesso ed Editori Riuniti. A sinistra i trattori della Fiat, appena più in là un vagone ferroviario che sponsorizza i servizi sociali, giù in fondo la platea per chi sente solo la musica, qui a destra videogiochi e a fianco “spazio farfalla donna” dove una soprano in bianco gorgheggia al suono del piano tra foto di bambole che un manifesto spiega essere l’ antitesi alla “razionalità civile” e infine, in fondo, il parco giochi dei bimbi perchè anche il comunista tiene e porta famiglia. Venghino signori, la cultura del Pci è oggi tutte le culture, è un’ offensiva pianificata per non dimenticare nessuna moda, nessuna tradizione, nessun bisogno. E la diversità? Non risiede nei padiglioni firmati dall’ Est, la diversità si è ridotta, il suo raggio d’ azione non investe più il mondo, si ferma a Roma. Diversi dai democristiani, dai socialisti e dagli altri perchè più lavoratori, più onesti, più vicini al popolo: così si presentano, e se c’ è un mito che ancora onorano esso è questo, non quello dell’ Ottobre. In questa spianata ferrarese che di giorno ha l’ aspetto di una polverosa, invivibile città abbandonata e fantasma e che di notte si anima fino a diventare piacevole, il Pci misura e dimostra quanto per lui sia ancora facile esistere e quanto sia arduo divenire. Una volta la festa dei comunisti era “off limits” per il resto della società, ora qui si riversano tutti: massaie, giovani e bella gente. Del Pci sono amici o comunque non nemici. E sono tanti. Anche se vengono a divertirsi, vengono a farlo in casa del Pci e un occhio lo gettano sulla politica, un orecchio lo prestano ai dibattiti fin dall’ inizio già di massa. Se c’ è declino, in termini quantitativi, del consenso al Pci, sarà un processo assai lungo: il tronco e la corteccia dell’ albero comunista sono ancora insieme e la seconda è ancora spessa. Ma il problema è diventare: partito di governo come gli altri non si deve, partito della rivoluzione non si può, amministratori condominiali del palazzo del capitale non si vuole, resta l’ idea di diventare il partito delle riforme. Ora però bisogna trovarle, le riforme, stasera si va a cercarle discutendo di salario, dei verdi e dell’ eros in cucina. – dal nostro inviato MINO FUCCILLO

I COMUNISTI NON TORNANO INDIETRO
Repubblica — 20 giugno 1987 pagina 3 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Non ho ancora visto i giornali stamattina. C’ è qualche novità di cui debba tener conto?, mi chiede Giorgio Napolitano, prima di cominciare l’ intervista nel suo ufficio di ministro degli Esteri del Pci, al primo piano di Botteghe oscure. La stanza di Napolitano è piccola, spartanamente arredata. Colpisce la mancanza di ritratti e di riproduzioni agiografiche dei padri del comunismo. Togliatti è presente, ma in volume, nel secondo scaffale della libreria di legno laccato bianco. Alle spalle dell’ esponente del Pci fa bella mostra una stampa della Napoli seicentesca e, nella parete di fianco, un paesaggio in stile impressionista, firmato da Germaine Amendola, la compagna di Giorgio Amendola. Beh, qualche novità che riguarda i leader dell’ ala liberal o migliorista del Pci c’ è, eccome, sui giornali. Non si parla forse di Napolitano come di un prossimo vicesegretario, assieme ad Occhetto? Una provvedimento che viene interpretato come un’ ulteriore sterzata del Pci in direzione di un moderno partito socialdemocratico. Napolitano si schermisce. Si discusse della scelta di un vice, e tra le proposte c’ era anche il mio nome, dopo che Longo si ammalò nell’ autunno del ‘ 68. La scelta, col mio pieno consenso, cadde su Berlinguer. Si figuri se posso correr dietro, ora, alle ipotesi di cui del tutto fantasiosamente si parla sui giornali… Non mi dirà che non la interessa. …voglio dire che il problema vero per noi è di chiare scelte politiche e di coerenti impegni di gestione collettiva. Mi sembra inutile nasconderlo. All’ indomani di una sconfitta in ogni partito si pone il problema di rivedere la linea e di adeguare il gruppo dirigente. Voi come lo state affrontando? Ritiene che ci saranno dei cambiamenti ai vertici del Pci? Noi ci poniamo tutti in discussione. Quanto ad eventuali modifiche nell’ assetto del gruppo dirigente verificheremo quali siano le opinioni del comitato centrale. Ma una cosa vorrei dire subito: se ci fosse da cambiare strategia, se a ciò conducesse l’ analisi della sconfitta, potrebbe diventare necessario un mutamento netto e ai massimi livelli nelle responsabilità di direzione. Ma io non credo che la strategia di cui Natta si è fatto portatore al congresso di Firenze e in questa campagna elettorale debba essere cambiata. Dopo la sconfitta del partito laburista inglese nessuno parla di sostituire Kinnock, perchè si considera giusta la direzione in cui si è mosso, anche se resta molta strada da fare. Onorevole Napolitano, dall’ 84, anno del fugace sorpasso, ad oggi il Pci ha perso circa 8 punti. Si direbbe che è cominciata per voi la stagione del declino. Le elezioni europee dell’ 84 sono state senza dubbio significative ma non possono rappresentare un punto di riferimento per dei confronti. E comunque, già l’ anno dopo, alle regionali dell’ 85 avevamo subito una flessione di molti punti rispetto alle europee. Già allora, nell’ estate dell’ 85, si aprì una discussione su quelli che furono definiti i rischi di un declino. Discussione da cui siamo usciti con il congresso di Firenze dell’ aprile 86. Non credo che avrebbe senso ora ricominciare da zero. Non ricominciare da zero, ma qualcosa dovrete pur fare. Noi abbiamo già tratto, da una riflessione approfondita e cruda, conseguenze importanti per quel che riguarda il rinnovamento della nostra identità e della nostra strategia. Bisogna andare avanti su quella strada con coerenza, attraverso tutte le necessarie correzioni e sciogliendo ogni residua ambiguità. A cosa si riferisce esattamente quando parla di ambiguità? Mi riferisco al fatto che tutto il modo di essere e di comportarsi del partito va rapportato a scelte come quella di considerarci parte integrante della sinistra europea e di perseguire un’ alternativa programmatica e di governo imperniata sulle forze della sinistra. La crisi d’ identità Ma lei sa che c’ è chi attribuisce una delle cause della sconfitta alla vostra crisi di identità: l’ essere cioè un partito che continua a definirsi comunista ma che tende a diventare socialdemocratico. Con il risultato di non essere né l’ uno né l’ altro. Io penso che dal congresso di Firenze ad oggi si sia diffusa e consolidata nel partito la necessità di muoverci nel modo più conseguente, fuori dai confini della tradizione e del movimento comunista. Direi che si sono sempre di più scoperte le profonde affinità tra un partito come il nostro e i maggiori partiti socialisti e socialdemocratici europei… Mi consentirà che non basta dire siamo parte della sinistra europea, se poi la vostra base sociale resta orientata in altro modo. Ma guardi che anche quei partiti hanno un problema difficile di rapporto tra la loro base storica nella classe operaia e i nuovi ceti da conquistare ad un’ alleanza riformatrice. Noi dobbiamo prestare più attenzione alle condizioni di diversi strati del lavoro dipendente perchè il risultato elettorale ha segnato per noi perdite di consenso in quel mondo. Ma non dobbiamo chiuderci in quest’ orizzonte: le alleanze sono essenziali anche per poter meglio difendere gli interessi, il ruolo e il futuro della stessa classe operaia. Insomma: indietro non si torna, nonostante il 14 giugno. Già questo è importante. Se la sconfitta elettorale venisse intesa come necessità di cambiamento, ma nel senso di tornare indietro, commetteremmo il più grave degli errori. Eppure, all’ indomani del voto, è sembrato che al vostro interno emergesse la tentazione di dire: adesso si torna ai cancelli delle fabbriche e alla testa dei cortei. Non è questa la strada indicata dal gruppo dirigente nel suo complesso. Nella Direzione del partito abbiamo avuto una discussione convergente su alcuni punti fondamentali. Dobbiamo certo discutere a fondo il nostro modo di fare opposizione, senza abbandonare una prospettiva di governo, pur sapendo che essa può non essere vicina. E’ abbastanza provato che molti dei vostri voti perduti sono andati al Psi. Come lo spiegate? Intanto, ci tengo a far presente che al di là delle primissime impressioni ci siamo trovati concordi in segreteria e in direzione nel cogliere la molteplicità dei segni che ha avuto il nostro arretramento. Abbiamo perduto in varie direzioni e anche in direzione del Psi. Ma non perchè perdere a favore del Psi sia fatale dal momento che giudichiamo superate le vecchie contrapposizioni tra il nostro partito e quelli dell’ internazionale socialista… Avete perso perchè tra un partito comunista che tende a diventare riformista e un partito socialista che riformista lo è già e per giunta sta al governo non c’ è partita… No. Credo ci sia tanta gente in Italia convinta del fatto che di riformismo in questi anni nell’ azione di governo del Psi ce n’ è stato proprio poco; continueremo, dunque, a competere con il Psi su questo terreno. Possiamo aver perso a favore del Psi per una scarsa incisività della nostra battaglia per obiettivi di riforma e per le contraddizioni della prospettiva di governo da noi indicata. Come pensate di recuperare questi consensi? Noi non staremo a pensare solo al pur importante obiettivo del recupero dei consensi perduti. Il risultato elettorale ci spinge più che mai a guardare ai problemi più generali del rinnovamento e del ruolo della sinistra nel suo complesso e ai problemi del risanamento della vita politica e istituzionale. A proposito dell’ alternativa. Dice Spriano: abbiamo perso perchè l’ alternativa non è risultata credibile. E’ d’ accordo? Sono del parere che, in quanto proposta di governo per il dopo 14 giugno, la nostra proposta non è apparsa credibile in quanto non erano maturati né alcuni obiettivi di programma, né un processo di avvicinamento politico a sinistra. Senza dubbio ne abbiamo pagato le conseguenze. Ma delle due l’ una: o rinunciavamo in campagna elettorale a indicare qualunque prospettiva di governo o non potevamo indicare che quella. Eppure la prima versione della sconfitta parlava di un voto di protesta che era approdato ad altre liste. Siamo giunti rapidamente ad una versione non unilaterale della sconfitta subita. Ma abbiamo indubbiamente perso anche a favore di movimenti e liste che possono raccogliersi sotto l’ etichetta della contestazione o della protesta, e che in realtà sono cose diversissime fra di loro, dalla Lista verde alla Lega Lombarda. E anche da qui vengono spunti di riflessione autocritica per noi ma non solo per noi. In che senso non solo per voi? Quando guardiamo non solo al movimento ambientalista che, ovviamente, pone problemi seri a tutta la sinistra, ma, su un altro piano, a fenomeni di frammentazione corporativa e localistica che indicano l’ offuscarsi del senso dello Stato e, come dire?, della collettività nazionale (si pensi a certe campagne antimeridionali) c’ è da ragionare insieme sul da farsi come forze sensibili alle sorti della democrazia e della società. Non è solo un affare del Pci. Onorevole Napolitano il quadro politico uscito dalle elezioni sembra imperniato su tre poli, il democristiano, il socialista, il comunista. Voi, per usare un’ espressione ormai corrente, a quale dei due forni pensate di avvicinarvi? Lasciamo stare i forni. Parliamo pure di poli. Ciascuno dei tre deve aggregarsi almeno con un altro. Noi certamente perseguiamo un’ ipotesi di alternativa rivolgendoci alle forze socialiste e laiche, ma ribadendo, da un lato, che riteniamo necessarie e auspicabili convergenze fra tutte le forze democratiche sia sulle questioni della politica estera che sulla difesa e riforma delle istituzioni. Dall’ altro lato, intendiamo dialogare intensamente con le forze cattoliche progressiste di ancora fluida collocazione politica e con le forze di contestazione sociale e civile affidatesi il 14 giugno a liste di movimento o di protesta. Proviamo a stringere il campo delle ipotesi. I socialisti hanno sempre detto che per rendere praticabile l’ alternativa occorreva un riequilibrio dei rapporti di forza nella sinistra. Pensa che sia sufficiente quel che è successo il 14 giugno? I socialisti stessi esaltano il fatto che nel 1976 il rapporto tra Psi e Pci era quasi di 1 a 4 e oggi è meno di 1 a 2. Inoltre parlano di un’ area socialista-radicale che tocca il 2O per cento e infine fanno riferimento ad una più vasta area socialista e laica. Quindi, a quanto pare, di riequilibrio ce ne è stato, eccome, all’ interno della sinistra e all’ interno di una possibile maggioranza di alternativa alla Dc. Tocca ora al Psi mostrare che quell’ argomento non era un pretesto e venire al dunque delle divergenze politiche e programmatiche da superare per una rinnovata intesa a sinistra. Dunque lei accetterebbe un’ alternativa sotto una leadership socialista? Il segno lo darebbe la capacità di contributo di ciascuna forza e la sintesi tra questi distinti e diversi contributi. E che ne sarebbe della vostra diversità? Abbiamo storie e connotazioni diverse. Si tratta di sforzarsi seriamente per ricondurle ad alcuni grandi denominatori e obiettivi comuni. Questa ricerca e la competizione che essa implica sono un campo aperto dove, come diceva Amendola, chi ha più filo tesserà. Che significato attribuisce al fatto che per la prima volta le forze che vanno dal Psdi a Dp hanno una maggioranza di circa il 51 per cento? Un significato tendenziale ed emblematico, ma non il valore di un’ aggregazione di maggioranza di governo. E ai segnali che vengono da via del Corso? Non ci imbarchiamo in questo momento in una discussione su formule, anche se apprezziamo lo spirito di qualsiasi indicazione tendente a superare le preclusioni verso il Pci. Onorevole Napolitano si parla con insistenza di un governo di transizione. Che ne pensa? Un discorso così vago, allo stato attuale, ci interessa poco. – di ALBERTO STABILE

INGRAO ALL’ ATTACCO ‘COMPAGNO NATTA NON MEDIARE PIU’ ‘
Repubblica — 29 luglio 1987 pagina 6 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Ingrao non ci sta. La relazione che Natta ha letto aprendo i lavori del comitato centrale non convince il leader della sinistra comunista, l’ analisi sulle cause della sconfitta elettorale del Pci ancora meno. Il no che Ingrao annuncia nel pomeriggio al comitato centrale va ben al di là di una semplice disputa teorica. Intransigente, ma anche, per la sua parte, autocritico, il vecchio leader non esita a mettere in discussione il congresso di Firenze e il grande compromesso tra le varie tendenze (centro, destra e sinistra) che ne sortì. Ritengo che a Firenze noi non affrontammo apertamente e sino in fondo differenze di analisi e di linea esistenti tra di noi, e per quel che mi riguarda mi assumo le responsabilità di quello sbaglio. Perciò a costo di schematicità ho sentito il bisogno di spiegare le ragioni di fondo per cui non mi sento di condividere la relazione del segretario del partito. Così la discussione che sino a quel momento era andata avanti senza troppi scossoni sale improvvisamente di tono. Ingrao non viene lasciato solo ad esprimere il suo gran rifiuto. Anche Luciana Castellina spara le sue bordate, annunciando che non voterà la relazione di Natta, essendo rimasta delusa dal complesso delle risposte date alla sconfitta del 14 giugno. La sinistra del Pci, che pure un mese fa aveva contribuito all’ elezione di Achille Occhetto a vicesegretario unico, prende oggi le distanze dalla segreteria. Ma anche Napoleone Colajanni, dal fronte opposto, è critico, mentre il filosovietico Cossutta anticipa che sul discorso di Natta nutre molte riserve. Il gran rifiuto Ma è il gran rifiuto di Ingrao a polarizzare l’ attenzione. Il vecchio leader della sinistra giudica sbagliata l’ impostazione data da Natta alla sua relazione. Ma c’ è di più. Le tesi del congresso di Firenze non hanno avuto seguito, il governo sociale dell’ innovazione è rimasto un proposito vuoto. Invece, una svolta la si può produrre soltanto se riparte la critica reale, concreta e se mettiamo mano alla battaglia per le riforme istituzionali. Ecco perché, dice Ingrao, riaprendo una polemica con Occhetto, la discussione sulla terza via non è stata una pedanteria ideologica. Altre forze (chiara l’ allusione ai socialisti) si muovono sul terreno dell’ equità, della rivendicazione di una migliore giustizia, di una diminuzione della disoccupazione. Queste sembra dire Ingrao sono le battaglie che ci conducono nel seno della sinistra europea. Lo stesso discorso con il Psi resterebbe elusivo e strumentale se non si affrontano questi nodi. Senza chiarire l’ asse della politica del Pci, il punto di strategia su cui vogliamo fare una correzione, le stesse proposte di Natta troveranno difficoltà a coordinarsi e a realizzarsi. Per cercare di comprendere le ragioni dello scontro in corso nel Pci bisogna tener presente le vicende degli ultimi giorni. Dopo l’ elezione di Occhetto e dopo la frattura che si era determinata tra il centro e la destra riformista rappresentata da Giorgio Napolitano, la segreteria ha operato un tentativo di ricucitura. Un tentativo che avrebbe dovuto dare i suoi frutti proprio in vista delle importanti scadenze che il partito si era dato con questo comitato centrale: rinnovamento del gruppo dirigente e discussione della piattaforma politica su cui il Pci dovrebbe basare la linea stretegica dei prossimi mesi. Forse paventando la possibilità di un nuovo compromesso interno, Ingrao, via via che il tentativo di ricomposizione tra il centro e la destra è andato prendendo corpo, ha manifestato una certa insofferenza verso la mancanza di un’ adeguata riflessione sulle cause della batosta elettorale. Di più, ha posto l’ esigenza di non tornare indietro ma anzi di andare avanti sulla via del confronto interno, anche a costo di votare e di contarsi, sulla base di documenti diversi (e poi si vedrà chi ha avuto torto e chi ha avuto ragione). I risultati della Direzione che si è svolta lunedì pomeriggio, nella quale Natta ha avanzato le proposte per il nuovo inquadramento (cioè il nuovo organigramma) e illustrato le linee della relazione che ha letto ieri al comitato centrale, devono aver confermato le perplessità di Ingrao. Natta ha proposto una segreteria a cinque, senza però un’ indicazione vincolante sulla composizione. Sta di fatto che il numero dei componenti è stato portato a sette. S’ è votato, nome per nome e pare che vi siano state parecchie differenziazioni. Alla fine, la proposta che la direzione ha deciso di portare al comitato centrale vede una segreteria composta oltre che da Natta ed Occhetto, da Massimo D’ Alema, già responsabile della propaganda, promosso al più importante incarico di responsabile dell’ organizzazione; Livia Turco (responsabile femminile, sulla cui conferma in segreteria s’ è molto discusso); Piero Fassino, attuale segretario della federazione di Torino, uno dei giovani cui Berlinguer mostrava di fare maggior affidamento; Gianni Pellicani, già vicesindaco di Venezia, considerato vicino alle posizioni della destra, ottimi rapporti con il mondo imprenditoriale, con il socialista De Michelis e con il presidente del Pri, Visentini; Claudio Petruccioli, già direttore de l’ Unità, vicino a Natta e a Napolitano, bocciato, a sorpresa, alle ultime elezioni, considerato nella geografia interna come un dirigente fuori dai giochi ma in posizione di raccordo tra il centro e la destra. Più conferme che novità La relazione di Natta al comitato centrale offre più conferme di posizioni note che sostanziali novità. Il segretario si rifà al congresso per mantener ferma la collocazioene del Pci nell’ ambito della sinistra europea. Si addentra nell’ analisi della situazieone politica constatando la perdita della centralità della Dc, il nuovo equilibrio tra le forze di sinistra, la crisi del sistema politico, l’ esaurimento della conventio ad excludendum contro il Pci, cioè, in pratica, la fine del preambolo anticomunista e la possibilità che si apra una fase nuova. Quanto alla proposta politica, essa resta imperniata sull’ alternativa democratica, cioè su un rapporto con le forze democratiche e di sinistra a partire dal Psi. Ma Natta, oltre a sottolineare che si è trascurato di dare adeguata attenzione alla questione cattolica, non sembra insensibile al dibattito che si va sviluppando all’ interno della Dc. Anzi il segretario comunista afferma che bisogna sollecitare la Dc perché compia scelte concrete e coraggiose sul piano politico e programmatico di cui oggi non sembra capace. E conferma l’ opportunità che tra Dc e Pci vi sia un confronto sul terreno istituzionale. Queste indicazioni sono presenti in una risoluzione sulla quale il comitato centrale dovrà pronunciarsi alla fine della discussione. Tornando al discorso di Natta, l’ obiettivo strategico resta quello dell’ alternativa e all’ interno di questo il Pci si batte per una ricomposizione unitaria della sinistra. Non è il partito unico ma può esser considerato un avallo alla casa comune di cui parla Occhetto. Lo scontro interno suggerisce al segretario un fermo appello a liberarsi da ogni residua visione organicistica che può aprire la strada alle correnti. Quanto al partito, Natta propone che se ne torni a discutere in comitato centrale ad ottobre. – di ALBERTO STABILE

I COSSUTTIANI: ‘QUEL PCI CRAXISTA’
Repubblica — 11 ottobre 1988 pagina 4 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA L’ accusa è grave: Botteghe Oscure vive il rischio di un Midas comunista. Il Midas è l’ albergo romano che vide Craxi ascendere ai vertici del Psi. E Occhetto è sospettato di voler seguire le sue orme, non solo nei metodi, ma anche nei contenuti. Il capo d’ imputazione più pesante nei confronti del leader comunista, infatti, è quello di aver ceduto al craxismo. E di voler svendere la tradizione del Pci, indossando i panni della cultura liberal-democratica: perfino la socialdemocrazia è liquidata. La requisitoria contro le prime mosse del nuovo segretario del Pci e dei suoi consiglieri viene – è evidente – dalle file dei cossuttiani. E prende la forma di un lungo articolo che apparirà sul prossimo numero di Marxismo oggi. L’ editoriale non è firmato, ma è attribuito al direttore, Gian Maria Cazzaniga, docente di filosofia alla Normale di Pisa. Rappresenta, di fatto, l’ apertura delle ostilità all’ interno del Pci in vista del congresso e del comitato centrale che dovrà prepararlo. Queste accuse durissime preannunciano un dibattito interno agitato, che prenderà il via già domani e giovedi, nella riunione della Direzione. Il vertice di Botteghe Oscure dà ormai per scontata la presentazione da parte di Cossutta di un suo documento contrapposto a quello della segreteria, ma vuole almeno evitare che altrettanto faccia la sinistra. Questi ultimi giorni di lavoro alle tesi sono stati dedicati a rendere più conciso il testo, ma soprattutto a recepire i suggerimenti dell’ ala ingraiana. Una correzione che ha fatto slittare anche il comitato centrale: si doveva riunire alla fine di questa settimana, ma la convocazione ufficiale ancora non c’ è stata. Vedremo domani se la minoranza si riterrà soddisfatta della nuova stesura o se, invece, deciderà di andare al congresso per conto suo. La corrente cossuttiana, invece, ha già deciso. Non le è piaciuta l’ intervista che Occhetto ha rilasciato all’ Unità aprendo il dibattitto congressuale. E non le è piaciuta nemmeno la lettura che ne ha dato il correo Alberto Asor Rosa: Il Capalbio-pensiero vola basso scrive Marxismo oggi. Quell’ intervista è di profonda rottura con il passato e esprime scelte destinate a pesare sulla politica culturale della sinistra italiana, prima ancora che sul dibattito politico. Quattro i punti di novità sott’ accusa: la discontinuità come approccio alla tradizione, il filone liberal-democratico come nuovo retroterra culturale del Pci, la fine del partito di classe e la critica dell’ idea stessa di socialismo. Occhetto prosegue l’ editoriale si è reso responsabile di una operazione organica di radicale revisione culturale che tende ad allinearsi al craxismo, non tanto come manovra tattica di intese per una possibile futura alternanza di governo, ma come manovra strategica di omologazione ai filoni culturali tipici dei partiti socialisti latini e del partito democratico degli Stati uniti. E con questa parola – omologazione – l’ ala filosovietica cavalca il cavallo di battaglia degli ingraiani. Per Marxismo oggi resta però un problema: Che fine fa la socialdemocrazia? E’ fuori discussione che questa esperienza storica abbia tenuto fermo il ruolo centrale della classe operaia nella struttura del partito e nella sua iniziativa politica, ruolo che con Occhetto viene necessariamente meno, nell’ ancoraggio liberaldemocratico del nuovo corso comunista. E’ la fine del partito di classe, ma verso quale tipo di partito nuovo? La risposta, afferma la rivista, è già nella pratica politica attuale della Fgci, ma anche del partito, con il moltiplicarsi delle associazioni collaterali e l’ inserimento di tanti indipendenti nelle sue liste elettorali. Cossutta spera però, soprattutto, in una cosa: resta il nodo irrisolto della assimilabilità della base comunista al nuovo corso. Occhetto, per costruire un partito-federazione di movimenti, deve prima distruggere quello che c’ è ancora e che, nonostante le sconfitte sindacali e elettorali, mantiene una robusta base operaia e popolare, poco incline all’ autoscioglimento. Sono parole gravi: il congresso dirà se alludono o no alla possibilità di una scissione. Ai cossuttiani, per ora, il Pci non risponde. Risponde invece il Psi, con un articolo di Roberto Villetti sull’ Avanti!, che usa l’ editoriale di Cazzaniga per attaccare Occhetto, accusato di doppiezza. Il segretario fa finta che il Pci sia già un partito socialdemocratico, sorvolando sull’ esigenza di andare a fondo sulla natura totalitaria dei regimi dell’ Est. Il partito invece – secondo Villetti – è ancora radicato nella vecchia tradizione. Dunque i compagni di Marxismo oggi hanno ragione a ricordare al segretario che la base non è assimilabile al nuovo corso. Come dire che il diavolo e l’ acqua santa sono inconciliabili. – nostro servizio

IL PCI CAMBIA, GLI USA NO ‘IL NOME NON BASTA’
Repubblica — 02 dicembre 1989 pagina 13 sezione: POLITICA INTERNA
WASHINGTON Il Pci può cambiare nome, ma non deve illudersi che questo basterà a cambiare tanto in fretta la storica opposizione dell’ America all’ ingresso dei comunisti, o eventualmente degli ex comunisti, nel governo italiano. Dipartimento di Stato, politologi e italianisti Usa concordano con motivazioni differenti che un nuovo nome non basta a dimostrare la nascita di un nuovo partito; e anche se il Pci rinuncerà alla falce e martello, muterà filosofia e posizioni, Washington avrà bisogno di tempo per modificare il suo atteggiamento. Ufficialmente l’ Amministrazione Bush, come quelle che l’ hanno preceduta, afferma che la questione di chi va al governo è un problema interno italiano, su cui gli Stati Uniti non vogliono interferire. Gli Usa si limitano a esprimere la preferenza che i comunisti ne restino fuori, un desiderio che da quarant’ anni viene interpretato in Italia come un veto, anche se da tempo non ci sono più i soldi e i complotti della Cia per tenere i comunisti all’ opposizione. Questa preferenza rimane anche ora, a dispetto delle decisioni e del dibattito all’ interno del partito. Il cambiamento di nome deve essere ancora definitivamente approvato, osserva un funzionario del Dipartimento di Stato, e in ogni caso noi guarderemo a quale politica il partito intraprenderà, sotto qualunque nome nuovo possa scegliere. Seguiremo con attenzione gli sviluppi della situazione, per vedere se ci saranno cambiamenti sostanziali. La tendenza, almeno finora, è di minimizzare la portata di quanto sta accadendo a Roma, e di considerare con una buona dose di scetticismo la possibilità che il Pci o ex Pci diventi rapidamente un partito laico accettabile a Washington come gli altri. Questa impressione è confermata da Richard Gardner, ambasciatore americano in Italia dal 1976 al 1980, ora docente di scienze politiche alla Columbia University di New York, da dove continua a seguire le vicende italiane. La decisione di cambiare nome va senz’ altro elogiata, dichiara Gardner in un’ intervista a Repubblica, ma sarebbe stata accolta con maggior favore dagli Usa se fosse arrivata prima. Oggi può apparire una mossa tattica, opportunistica, una risposta a pressioni suscitate dai profondi mutamenti nel mondo comunista in Europa orientale. L’ ex diplomatico osserva che Occhetto e i dirigenti del partito si portano comunque dietro, sotto qualsiasi nome nuovo, un pesante retaggio di posizioni consistentemente sbagliate. Il fatto che il Pci abbia rotto da tempo i legami diretti con Mosca, o condannato l’ invasione sovietica in Cecoslovacchia, non viene giudicato sufficiente: Deve ancora denunciare molte cose del suo passato comunista, afferma Gardner, cambiare il nome è un primo passo, certo, ma il Pci deve avere il coraggio di liberarsi completamente da un’ ideologia morta e sepolta, riesaminare la sua interpretazione della storia, dire apertamente che il leninismo è stato un completo disastro, una tragedia, non certo una forza propulsiva della Storia. Deve dire che Lenin ha portato indietro la Storia, l’ ha stuprata, nel momento in cui c’ erano prospettive di democrazia nella Russia post-zarista. Deve dire che i veri eroi erano i menscevichi e i riformisti moderati, non i leninisti che hanno costruito una dittatura. L’ ambasciatore di Jimmy Carter rimprovera i comunisti italiani di essersi opposti all’ installazione dei missili a medio raggio in Italia, senza la quale non avremmo poi avuto il trattato per smantellarli, segno che se il Pci avesse vinto le elezioni negli anni Settanta, oggi in Europa ci sarebbe meno pace e meno distensione; e critica i comunisti per l’ opposizione al trasferimento dei caccia americani F-16 dalla Spagna, che non li vuole più, all’ Italia. Conclusione: Non credo che l’ Amministrazione cambierà in fretta la sua posizione sui comunisti italiani, e penso che faccia bene a procedere con cautela. Anche il professor Joseph La Palombara, il più autorevole degli italiani d’ America, autore di un recente e apprezzato saggio sul nostro paese, Democracy, Italian Style (tradotto in Italia), dubita che un nuovo nome del Pci farà cambiare parere al governo americano. I burocrati non hanno mai fretta, e non mi aspetto che quelli di Bush facciano eccezione, dice La Palombara a Repubblica, notando che il Dipartimento di Stato ha tradizione di opposizione testarda, ad ogni costo, ai comunisti italiani. La Palombara confessa che la sua prima reazione alla proposta di cambiare nome al Pci è stata negativa, Occhetto si è invischiato in un bel problema, ma ora riconosce che il Pci, pur avendo predicato da vent’ anni i mutamenti che stanno avvenendo oggi nel comunismo dell’ Europa orientale, non è mai riuscito a capitalizzare sulla sua diversità, sul suo rigore morale, e forse cambiando nome riuscirà ad ampliare la propria base elettorale, e ad arrivare al governo. Ma l’ importante, per raggiungere un simile obiettivo, è avere una linea, un programma per gli anni Novanta, la questione del nome è in fondo marginale. Dieci giorni or sono il professor La Palombara era a Roma, dove ha seguito il dibattito in una sezione del Pci spaccata a metà, e anche in quella sede ha sentito ripetere da molti iscritti che si può fondare un nuovo partito senza bisogno di un nuovo nome. Comunque finisca il complicato rapporto fra gli americani e il Pci, è certo che George Bush conosce meglio di altri presidenti degli Stati Uniti le sottigliezze della vita politica italiana. Nella sua autobiografia, Looking Forward (Guardando avanti), pubblicata anche in Italia, Bush ricorda che tre mesi dopo la sua nomina a direttore della Cia convocò una riunione nel suo ufficio per discutere le imminenti elezioni italiane del 1976, e fu coinvolto in un surriscaldato dibattito accademico, con quattro differenti punti di vista intorno al tavolo. L’ ultima parola sarebbe toccata a lui, ma quella volta non ce ne fu bisogno, alla fine erano tutti d’ accordo. – ENRICO FRANCESCHINI

PER IL ‘NUOVO’ PCI DI OCCHETTO CONGRATULAZIONI DALL’ ‘AVANTI!
Repubblica — 24 gennaio 1989 pagina 4 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Achille Occhetto ha suonato la carica. Adesso vuole tastare il polso del proprio partito e rimettere in moto una macchina piena di ruggine. D’ altra parte le numerose iniziative del segretario del Pci rischiano di disorientare amici e nemici, come l’ intervista all’ Espresso sulla Rivoluzione francese che ha provocato molte critiche ma anche raccolto consensi dentro e fuori il partito. Ad esempio il segretario della Dc, De Mita, riferendosi all’ intervista ha sostenuto che lo stesso Gorbaciov sembra comprendere che la rivoluzione russa non è più oggi il sole dell’ avvenire, ma un fatto del passato. E Ugo Intini, portavoce di Craxi, sull’ Avanti! di oggi riconosce a Occhetto una apertura verso i valori liberali, che sembra da tempo consolidata e costante, sinceramente radicata per motivi generazionali e per convinzione personale. Presa della Bastiglia a parte, ai militanti va spiegato il significato del nuovo corso occhettiano. Ma ai comunisti il segretario chiede di non essere spettatori passivi. E i primi frutti del cambiamento si vedono con l’ aumento del numero degli iscritti (al 19 dicembre 45 mila in più rispetto all’ 87), e la rinata partecipazione alla vita politica. Non è che le sezioni siano affollate di militanti, ma sono segnali positivi ai quali i comunisti non erano più abituati. Di questa ripresa d’ iniziativa sono stati testimoni ieri oltre cento segretari di federazione e venti segretari regionali, convocati al sesto piano delle Botteghe Oscure per fare un primo bilancio e per guardare alla campagna congressuale in vista delle assise nazionali del 18 marzo. Concludendo la riunione Occhetto è stato chiaro con i suoi colonnelli. Cari compagni ha detto in sostanza non potete affidarvi solo alle iniziative centrali, anche se è importante che ci troviamo d’ accordo. Abbiamo però bisogno di una verifica e soprattutto della vostra creatività, di una creatività di massa. Occhetto ha insistito molto sul nuovo corso e ha richiamato il partito a una cultura politica consapevole e in presa col vero e proprio cambiamento d’ epoca che stiamo vivendo. La riunione, presenti altri dirigenti nazionali come Livia Turco, Pecchioli, Bassolino e Fassino in funzione di presidente, è stata aperta da Claudio Petruccioli, della segreteria, che ha ricordato le ultime campagne del Pci su fisco, droga, servizio di leva, Fiat: non solo hanno valore in sé ma sono una verifica di quel riformismo forte su cui si basa il nuovo corso. C’ è un però e riguarda appunto lo stato del partito: serve una piena riattivazione, oltre i tifosi servono più giocatori. Il Pci guarda fin d’ ora alle europee (campagna congressuale ed elettorale devono camminare insieme), pensa alla riforma elettorale e accentua l’ identificazione del partito con l’ alternativa. Comunque c’ è una lunga china da risalire. Però, stando al dibattito, l’ itinerario è già cominciato e ora i comunisti guardano al futuro con fiducia e ottimismo. I colonnelli di Occhetto insomma non si sbilanciano: sono contenti per l’ impulso dato dal segretario, sono felici per il consenso esterno ottenuto negli ultimi tempi, sono tutti schierati con il segretario (non si sono sentite voci stonate, nessuno ha raccolto le provocazioni di Cossutta sulla mutazione genetica), ma qualche preoccupazione non manca. C’ è il rischio di una rivoluzione passiva mi dice il segretario della Federazione di Bologna, Mauro Zani, al termine dell’ incontro, e non è poi così scontato il giudizio positivo sullo stato del partito. Ci sono fenomeni di rassegnazione molto diffusi e pretendere che la situazione cambi di punto in bianco è troppo. Non vedo tra gli iscritti una ripresa effettiva e se dovessi giudicare dalle 370 sezioni bolognesi direi che l’ attivismo non è cambiato. Un altro dei ventidue segretari intervenuti, Lido Riba di Cuneo, aggiunge: Dobbiamo superare i residui ideologici, le resistenze, le nicchie interne. Le ultime scelte hanno sciolto di più il partito, oggi finalmente c’ è un nesso tra le parole che diciamo e le cose che facciamo. Certo, questo è merito di Occhetto: secondo me, come Craxi e Gorbaciov, ha introdotto nel partito il fattore tempo. Dice una cosa e la fa. E in politica contano le cose collocate nei tempi giusti. Ancora, il segretario di Palermo, Michele Figurelli: No, non credo che il gruppo dirigente stia andando troppo avanti rispetto al corpo del partito: le iniziative centrali corrispondono invece a esigenze reali. Il problema è un altro: il partito, nel suo complesso, non può stare alla finestra. E Occhetto ha chiarito altri aspetti del nuovo corso, parlando di una cultura politica che rifletta sulla libertà e sull’ uguaglianza degli uomini d’ oggi e sulla possibile integrazione di quei due valori, che rifletta sul mondo che va superando la storica scissione tra Occidente e Oriente, sul mondo dell’ interdipendenza e della non violenza, sul mondo della democrazia come valore universale. Il Pci punta alla convergenza e all’ aggregazione di una larga e composita area democratica e di progresso per la costruzione dell’ alternativa: questa prospettiva implica una generale ricollocazione delle forze politiche. Intanto l’ Europa senza frontiere, titolo di un prossimo convegno, è un altro banco di prova del nuovo corso. Infine una curiosità: i dirigenti del Pci non hanno alcuna intenzione di cambiare i simboli del partito, falce, martello e stella. Almeno per ora. – di GUGLIELMO PEPE
SAREMO IL GOVERNO – OMBRAOCCHETTO DA’ LA CARICA AL PCI
Repubblica — 12 febbraio 1989 pagina 2 sezione: POLITICA INTERNA
TORINO Proporrò al congresso di lavorare per un vero e proprio governo ombra, di muoverci, noi comunisti, come un partito socialista europeo, utilizzando al massimo le competenze attraverso un rapporto nuovo con gli intellettuali e dunque imboccando la strada che porta dalle formule all’ alternativa programmatica. Il segretario del Pci Achille Occhetto rilancia il progetto del governo ombra di programma nella convinzione che i partiti devono ritirarsi da ciò che non spetta a loro in modo da lasciare alle competenze la gestione moderna dello Stato sulla cui concezione il Pci ammette di avere operato una profonda revisione. Sotto lo sguardo vigile di un Garibaldi inghirlandato da festoni colorati che rievocano recenti danze di carnevale, in una sala del circolo ricreativo pci che porta il nome dell’ eroe dei due mondi, Occhetto siede al centro di una tavolata di una cinquantina di persone. Alla sua destra il rettore del Politecnico di Torino Rodolfo Zich, alla sinistra il premio Nobel per la fisica Tullio Regge, intorno uno stuolo di intellettuali militanti o comunque vicini al Pci. Questo incontro con l’ intellighenzia di sinistra torinese, terza tappa di un percorso che ha portato il segretario del Pci a Bologna e Milano, ha interrotto ieri una giornata dedicata al congresso dei comunisti della Mirafiori. Visibilmente preso da un’ influenza che lo tormenta da giorni Occhetto non si è sottratto a questo appuntamento fuori programma a base di agnolotti alla piemontese e vino rosso. Anzi ha scelto proprio questa singolare occasione per lanciare, con la formula del saluto informale, un messaggio che sicuramente farà discutere in queste settimane che precedono il congresso. Sarebbe utile sentire le suggestioni, le proposte, le critiche per la nostra nuova politica ha esordito. Una sollecitazione a collaborare rivolta agli intellettuali col preciso intento di far saltare il blocco che paralizza il sistema politico con una concorrenzialità a sinistra prima e tra i partiti poi che sembra finalizzata più a raccogliere voti che a risolvere i problemi reali. Il grimaldello che il segretario del Pci propone per questa complessa operazione è appunto il governo ombra destinato a valorizzare chi sa per dare un volto alla politica che oggi è in fase di degenerazione. L’ idea è certamente interessante ma Occhetto deve fare i conti oltre che con gli intellettuali che lo hanno applaudito anche con la platea del Teatro Colosseo dove in mattinata a celebrare il congresso delle sei sezioni di Mirafiori erano presenti appena un centinaio di compagni. Decisamente pochi. Pochi per essere i soli che hanno sentito il bisogno di partecipare a un congresso che si colloca a ridosso di una delle più dure battaglie del Pci nei confronti della Fiat. Pochi per essere i rappresentanti di 957 iscritti in un’ area dominata storicamente dal partito comunista salvo qualche recente disavventura elettorale. Pochi nonostante l’ attenuante del sabato lavorativo straordinario. All’ inizio degli anni Ottanta sotto le bandiere delle sezioni della mitica Mirafiori militavano oltre 2 mila iscritti. Poi le cose andarono come tutti sanno, dalla marcia dei 40 mila al lento tramonto del protagonismo operaio e alla instaurazione dell’ ordine romitiano. Fino allo scontro di questo inverno che dovrebbe aprire almeno queste sono le speranze del Pci e della Cgil una nuova stagione. Ma il percorso è lungo e Occhetto deve essersene accorto. Sicuramente ha capito che aria tira nelle officine di Mirafiori e nel suo partito a Torino. Lo ha sentito da Paolo Corradi che ha chiesto al Pci di battersi contro la Fiat per la difesa dei diritti dei lavoratori anche a costo di farsi accusare di invasione di campo da parte del sindacato. Lo ha colto dall’ intervento di Paolo Capatti per il quale se non si fosse mosso specialmente il Pci a Torino il sindacato non lo avrebbe fatto. Lo ha intuito nel monito di Antonino Bonazinga che ha invitato il partito a puntare sull’ orgoglio e a respingere la cultura delle nostre debolezze. Ha ascoltato queste e altre voci che più numerose si sono levate nel pomeriggio. Anche da parte di ospiti insospettati come Renato Arisio, figlio dell’ organizzatore numero uno della marcia dei 40 mila in forza agli enti centrali Fiat, che ha proposto il collegamento dei diritti civili alle questioni reali dell’ organizzazione del lavoro. E ieri pomeriggio davanti a una platea finalmente gremita Occhetto ha voluto ridare fiducia all’ esercito comunista di Mirafiori, amareggiato da otto anni di sconfitte. E’ già cominciata la riscossa ha assicurato il segretario del Pci avviandosi a rievocare le denunce dei comportamenti antisindacali del gruppo Fiat. Per poi aggiungere con riferimento alla ripresa del dialogo tra azienda e sindacato: Noi auspichiamo che da questi incontri escano degli atti riparatori e che questi siano il primo passo verso nuove, più moderne e più giuste relazioni tra il gruppo dirigente della Fiat e i lavoratori. Occhetto ha insistito sulla necessità che la Fiat accetti una nuova regolazione dei rapporti, dei diritti e dei poteri come pietra fondamentale senza la quale non c’ è discorso sulla democrazia economica, su una nuova cultura dell’ impresa, su una diversa cooperazione tra Stato e mercato. Ed ha quindi respinto l’ alternativa tra lotta per maggior potere e lotta per salari più alti. Poco più di otto anni dopo lo scivolone di Berlinguer sull’ occupazione della Fiat, Occhetto ha rivendicato un ruolo di protagonisti per i lavoratori non solo sul fronte della fabbrica, affermando che ciò sarà possibile soltanto essendo d’ accordo sul fatto che il conflitto è fondamentale per innovare, per forzare i limiti imposti oggi da interessi e convenienze che contrastano con esigenze più mature e razionali di sviluppo democratico dell’ economia e della società. Ma il conflitto va sottoposto a regole, va organizzato. Perciò ha detto parliamo di nuove relazioni industriali. La sfida del Pci a Romiti come sfida di cultura dell’ impresa è ancora una partita aperta. Su questo il segretario del Pci non ha dubbi. Per questo ieri dalla emblematica tribuna del congresso della Mirafiori ha annunciato la costituzione di un gruppo di lavoro che affronterà la questione Fiat in tutti i suoi aspetti poichè si tratta di una questione che interessa tutto il paese. Bisogna voltare pagina ha concluso, facendo riferimento alla capacità delle nuove leve operaie di progettare e non essere progettati. – di SALVATORE TROPEA

‘CAMBIARE NOME? NON E’ PROIBITO’
Repubblica — 14 febbraio 1989 pagina 2 sezione: STAGIONE DEI CONGRESSI
ROMA Se il partito comunista decidesse di cambiare nome, la scelta più opportuna sarebbe quella di Partito del lavoro o Partito dei lavoratori. Lo ha affermato ieri Giorgio Napolitano, responsabile della commissione internazionale del Pci, intervenendo a Radioanch’ io a un confronto sulle prospettive della sinistra con la socialista Alma Cappiello e Alberto Asor Rosa. Il Pci – ha spiegato Napolitano – ha preso ufficialmente in considerazione due volte la possibilità di cambiare nome: La prima nel 1945, la seconda nel 1965, quando cioè si è parlato di possibile unificazione tra Psi e Pci (o, nel ‘ 65, con una parte importante di esso) e allora la cosa sarebbe stata facilmente comprensibile. Io do grandissima importanza – ha aggiunto – alla sostanza del nostro cambiamento: decidere di cambiare il nome del partito potrebbe dare l’ impressione che vogliamo dimenticare la nostra storia. Noi non la dimentichiamo e credo che per essere credibili dobbiamo fare i conti, apertamente, con il nostro passato. In ogni caso non mi scandalizzerei di un cambiamento del nome, ma vorrei che fosse legato a dei fatti politici, nel senso di una ricomposizione della sinistra in Italia e in Europa, del superamento pieno delle divisioni e di tutto ciò che di storicamente vecchio e non più sostenibile c’ è nella sinistra nel suo complesso. A Napolitano, una eventuale nuova denominazione del Pci come Partito democratico sembrerebbe un po’ troppo generica: Il nome più classico sarebbe senza dubbio partito del lavoro per un partito della sinistra che, pur rinnovandosi, voglia continuare ad avere una sua connotazione precisa; o partito dei lavoratori, come partito che non abbandona l’ obiettivo della piena occupazione, sia pure concepita in termini diversi rispetto al passato.

‘IL NOME DEL PCI? MEGLIO NON CAMBIARLO’
Repubblica — 19 febbraio 1989 pagina 7 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Solo il 27,7 per cento dell’ elettorato comunista è favorevole ad un’ ipotesi di cambiamento del nome del Pci. E’ quanto emerge da un sondaggio di Epoca condotto su scala nazionale. Tra coloro che sono per il sì, il 40 per cento dice di preferire la denominazione Partito dei lavoratori, il 28,1 si schiera per quella di Partito della sinistra unita, l’ 8,7 per Partito popolare italiano, il 5,7 per Partito socialdemocratico europeo e l’ 1,3 per Partito laburista. La maggioranza di elettori del Pci si è detta contraria anche ad un eventuale modifica del simbolo. Per quanto riguarda invece l’ ipotesi di unificazione con il Psi, il 59,1 per cento ha detto sì. Ma il 73,7 per cento di questi è decisamente contrario a una eventuale leadership di Craxi. Secondo l’ elettorato comunista le maggiori resistenze all’ unificazione verrebbero dal Pci (44,9) più che dal Psi (33,3). Infine, il 21,7 degli intervistati ritiene che Occhetto abbia cambiato abbastanza il partito, il 6,1 per cento molto, mentre il 40,9 per cento ha risposto poco. Tra coloro che hanno colto le novità del nuovo corso del segretario il Pci è cambiato in meglio per il 74,2 per cento, in peggio per il 10,4 per cento, mentre il 15,4 per cento ha risposto non saprei.

L’ ANNO ZERO DEL PCI
Repubblica — 25 marzo 1989 pagina 10 sezione: COMMENTI
UNA VOLTA usava dire che il Pci viene da lontano. Era vero, ma è anche vero che nel frattempo è diventato irriconoscibile. Si ha un bel dire che rimangono fattori di continuità tra il passato e il presente. La verità è che il Congresso che si è appena tenuto ha segnato un punto di approdo che rompe con la tradizione, che di fatto cancella quasi settant’ anni di storia. Esso sta nel riconoscimento della non reversibilità del capitalismo, nelle aree dove s’ è affermato e consolidato, come sistema generatore non solo della moderna democrazia ma della ricchezza diffusa che è il segno del nostro tempo. Il riconoscimento non è codificato nei documenti. E tuttavia è nei fatti, oltre che nella problematica generale emersa dalle giornate del Palazzo dello sport. E’ un dato nuovo e importante. Se infatti per il Pci il valore universale della democrazia è da molto tempo acquisito altrettanto non si può dire della non reversibilità del capitalismo. I due punti, adesso, si saldano e questo fa del Pci un partito che da una parte non ha più tributi da pagare ad altri partiti e al tempo stesso lo situa entro un orizzonte che non ha nulla, proprio nulla in comune con quel che rimane del movimento comunista. Più volte, in questi ultimi tempi, l’ acquisizione della non reversibilità del capitalismo era affiorata nelle dichiarazioni non solo dei cosiddetti miglioristi ma dello stesso Occhetto. Adesso, però, essa ha permeato tutto il Congresso e non fosse che per questo è giusto definirlo di rifondazione. Niente più logiche mediatrici tra un capitalismo ritenuto inaccettabile e un socialismo giudicato impossibile. E niente più terze o quarte vie da esplorare. La via, ormai, è una sola, dettata dalla storia e resa insostituibile dalla impraticabilità di ogni altra. Insomma si volta pagina davvero, anzi si adottano nuovi libri per leggere quel che nel mondo in cui viviamo accade. Persino il richiamo a Gorbaciov diventa meno robusto di quanto tutte le apparenze sembrano indicare. Un fossato infatti s’ è aperto tra un uomo che crede nel socialismo riformato e i comunisti italiani che puntano, invece, sul capitalismo da riformare. E finché il primo dato rimarrà al centro della realtà della nuova Russia improbabili diventano anche i progetti di creazione di una sinistra europea che la inglobi, nonostante le robuste convergenze sulle prospettive di nuovi assetti internazionali ed europei meno precari. MA SE questo è il punto di arrivo di quasi settant’ anni esso è anche un punto di partenza dai contorni sfocati e dall’ avvenire problematico. Per i comunisti di Occhetto si tratta, per dirla in sintesi, di incidere nel sistema ormai accetto per indirizzare i frutti del capitalismo verso fini benigni. E’ un punto di partenza che li inserisce in un arco di forze che va assai al di là delle socialdemocrazie classiche. La consapevolezza, infatti, della necessità di governare, indirizzandoli verso fini benigni, gli sconvolgenti, e spesso perversi processi messi in moto dalle straordinarie conquiste della scienza e della tecnica è oggi pressoché generale nei gruppi dirigenti del mondo capitalistico. E’ in Agnelli come in Trentin, nella Thatcher come in Mitterrand, in Bush come in Felipe Gonzalez. E’ in questo orizzonte che ormai i comunisti italiani si situano, con un occhio attento, evidentemente, ai meno favoriti da questi processi, in Italia e nel mondo. E come chieder loro di rinunciarvi? Ha profondamente torto Craxi, perciò, quando crede di poter liquidare con acide e superficiali battute le novità del XVIII Congresso. Nel bene e nel male, infatti, questo è stato un Congresso che assieme a una rottura generazionale ha sancito una rottura politica, culturale, storica con una tradizione che se ha avuto le sue nefandezze ha avuto anche, e non sono state poche, le sue glorie. Più pertinente sembra invece essere la discussione su una certa carica utopistica, su un certo mondialismo affiorati nei lavori del Congresso, e che hanno trovato grande spazio nei discorsi del segretario generale. Ma anche qui sarà bene vedere le cose più attentamente. E’ davvero utopistica l’ ambizione di indirizzare a fini benigni il capitalismo? Ma allora tutte le grandi forze politiche, sociali, culturali che di questo obiettivo fanno il centro della loro azione son condannate a fallire senza nulla governare. NON E’ forse vero e non è forse avvertito da masse sterminate di persone che questo è invece il cuore dei problemi dell’ epoca nostra? Che i comunisti vi portino una loro carica, un loro contributo, un loro impegno non è forse ancora una prova della loro capacità di guardare al futuro rompendo con il passato? E perché dolersene, se questo significa l’ ingresso d’ una forza viva, profondamente radicata nel tessuto civile, sociale, umano del nostro paese in un fronte di questa natura e di questa portata? Ancora una volta ha torto Craxi a non vederlo o a vederlo con la lente deformata della ricerca di egemonia che i comunisti legittimamente rifiutano di consegnargli. E’ vero, il leader socialista ha avuto nel passato buone intuizioni. Gli è mancata, però, quella forse essenziale: la capacità dei comunisti di ritrovare un forte, diffuso contatto con la realtà che cambia. Lo stesso mondialismo che vien loro rimproverato va guardato più da vicino. Si tratta davvero d’ una fuga dal qui ed ora? Ma in quale paese d’ Occidente il qui ed ora può essere situato completamente fuori da un orizzonte mondialista? E’ vero, viviamo in un’ epoca in cui è più facile immaginare un mondo diverso che fare un paese diverso. Ma questo non è forse dettato dal fatto che nel nostro mondo non vi sono più isole? Lo stesso Gorbaciov, che pure ha dato un forte contributo a far cambiare il mondo, rischia di rimanere impigliato negli scogli che gli si parano davanti nel tentativo di cambiare la situazione economica del suo paese. E d’ altronde sarebbe far torto ai comunisti italiani ritenere che essi fuggano dal qui ed ora. Proposte, suggerimenti, idee tutt’ altro che astratte, tutt’ altro che stravaganti son venute fuori e vengon fuori dalla loro parte. Altri hanno discusso, discutono e discuteranno su ognuna di esse. Ma un fatto è certo. Ed è che da gran tempo è finita l’ epoca della inconciliabilità dei linguaggi tra il Partito comunista e le altre forze politiche democratiche. Anche su questo terreno, anzi, il Congresso, salvo che con Craxi, e non certo per responsabilità esclusiva dei comunisti, ha segnato una fase di ulteriore riavvicinamento nell’ affrontare, appunto, i problemi del qui ed ora. Cosa significherà tutto questo nel panorama politico italiano è per ora difficile intravedere. Ma è arrivato il tempo di guardare ai comunisti con occhio diverso dal passato. Perché essi sono diversi. Una mutazione s’ è compiuta. Frutto, certo, della sconfitta storica del mondo da cui essi provengono. Ma anche della loro capacità di coglierne il significato, e di trarne tutte le conseguenze. Che poi questo si traduca nella nascita di un’ aggregazione di forze capaci di governare il qui ed ora e di indirizzare a fini benigni quello che Schiavone chiama il terzo capitalismo è questione aperta. Ma è aperta non solo per i comunisti. E’ aperta per tutti. E questa non è l’ ultima delle verità che il Congresso ha fatto emergere. – di ALBERTO JACOVIELLO

‘CARO CRAXI, TRA NOI SARA’ BATTAGLIA’
Repubblica — 17 marzo 1989 pagina 3 sezione: ALLA VIGILIA DEL CONGRESSO
ROMA Ci avevano dati per spacciati, ma siamo vivi e vegeti, e di sicuro più forti in spirito di qualche mese fa. Achille Occhetto ne è convinto, Bettino Craxi è avvisato: se ha in mente di coltivare ancora un’ assurda concezione annessionistica, l’ idea di fare senza ostacoli il deserto a sinistra prendendosi man mano i socialdemocratici, poi i verdi, i radicali e alla fine anche i comunisti, fa male i suoi conti. Il presente dei rapporti a sinistra, la costruzione dell’ alternativa – avverte il segretario del Pci – è fatto di uno scontro anche aspro: e Via del Corso è incerta e nervosa, perché il suo potere di coalizione nei confronti della Dc comincia a mostrare la corda. Alla vigilia del XVIII congresso, il primo che lo vede alla guida del maggior partito comunista dell’ Occidente, il leader di Botteghe Oscure ha scelto ieri sera la ribalta di Tribuna politica per anticipare le linee della sua relazione alla platea dell’ Eur: insistendo sul valore del nuovo corso e delle sue implicazioni in politica estera e nella valutazione del sistema capitalistico, e sulla capacità del nuovo Pci di passare dalle parole ai fatti nella costruzione di una strategia capace di affrontare le contraddizioni della nostra epoca. E’ una linea che nei congressi è passata raccogliendo oltre il 95 per cento dei voti, segnalando però – secondo Occhetto – non un’ operazione unanimistica, ma lo sbocco di un travaglio che ha attraversato tutto il corpo del partito. Di un Pci che al congresso discuterà anche della possibilità di cambiare nome, ma senza accettare diktat altrui: Alla Dc (che secondo Forlani si accinge a farlo, ndr) nessuno glielo ha chiesto. Noi riteniamo che la questione del nome debba essere decisa autonomamente dal partito. E’ stata però soprattutto la controffensiva sferrata all’ indirizzo del Psi a segnare i 30 minuti di botta e risposta di Occhetto con Gianni Rocca e Lino Rizzi. E davanti alle telecamere, pungolato dalle domande dei giornalisti, il segretario del Pci ha dato nettamente l’ impressione di non essere disposto a piangere sulla macerie della casa comune appena abbozzata, e subito fatta a pezzi dalle cannonate di Craxi. Occhetto ha ricostruito le circostanze che hanno portato al niet del leader socialista al vertice di Bruxelles, affermando che le sue accuse sono arrivate all’ improvviso e in modo ingiustificato: sono andato da Arafat – ha detto – e al ritorno ho incontrato Craxi. Sono andato a Bonn e ho avvertito Craxi. Riconosco che il Psi è favorevole all’ incontro coi socialdemocratici. Poi vado da Gorbaciov, e al ritorno apprendo che è saltato l’ incontro a causa di una intervista che non ho mai concessa. Forse, avevo parlato troppo a lungo con il leader del Cremlino…. Perché, allora, il brusco cambiamento di clima in Via del Corso? Perché, secondo Occhetto, le novità della situazione politica rendono Craxi nervoso, consapevole di non poter più indefinitamente giocare sull’ indispensabilità dei suoi sì per la stabilità del governo. Questa sua forza – avverte il segretario comunista – può aiutare momentaneamente il Psi, ma non risolve i problemi del paese perché mantiene una conflittualità permanente nella maggioranza. E questo è incredibile: di fronte al crescente allarme per l’ economia, serve un governo coeso, mentre in questi giorni ci troviamo di fronte a una mancanza di decisione su un tema, come quello dei Bot, che interessa i risparmiatori italiani, a una indecisione che ha provocato la perdita di 20 mila miliardi in pochi mesi. Di qui, la sottolineatura di come la casa comune non sia dietro l’ angolo: sarebbe assurdo darci appuntamenti e poi muovere passi in direzioni opposte. L’ obiettivo, per i comunisti, è la costruzione delle condizioni per una reale alternanza alla guida del paese, l’ impegno per una riforma del sistema politico che come in tutti gli altri paesi europei consideri fisiologiche le alternative tra forze di progresso e di conservazione. Su questo fronte, nel Psi c’ è incertezza, ma la politica dei piccoli passi intrapresa da Botteghe Oscure può continuare se il Psi sceglie obiettivi unificanti. Se succede il contrario – scandisce il segretario del Pci – la nostra battaglia dovrà passare attraverso una dialettica anche aspra. Del resto, l’ unità nasce in momenti magici: e a volte, è quando sembra più lontana che si fa nei fatti più vicina. La riflessione sulle riforme istituzionali ha offerto ad Occhetto anche lo spunto per esaminare le vicende congressuali democristiane, e la sconfitta di Ciriaco De Mita. All’ inizio della sua segreteria – ha affermato il leader del Pci – il presidente del Consiglio aveva colto il problema vero, e il Pci aveva apprezzato il suo tentativo di aprire la strada verso la transizione: poi, ricattato dalla politica corsara delle forze minori o da difficoltà interne, è diventato prigioniero a poco a poco di un’ altra politica. In questo senso, secondo Occhetto, con il congresso dell’ Eur è finito un equivoco: e la sinistra dc può oggi combattere con più chiarezza la sua battaglia. – di STEFANO MARRONI

‘BISOGNA RIPENSARE LA NATO’
Repubblica — 09 maggio 1989 pagina 2 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA E’ il momento di una grande politica comune verso l’ Est, dice Giorgio Napolitano aprendo i lavori di un comitato centrale comunista interamente dedicato al programma elettorale per le europee. La relazione del ministro degli Esteri di Botteghe oscure, se si eccettuano le riserve di Cossutta, piace a tutti, destra, sinistra, centro. Essa, infatti, sembra innanzitutto rispondere al desiderio serpeggiante in questo Cc di prender posizione di fronte alle improvvise cautele dell’ amministrazione Bush nei confronti dell’ Urss di Gorbaciov, così come di schierarsi di fronte all’ insorgere della polemica tra la Germania e gli Usa sui missili a corto raggio. E, per quanto equilibrata nei toni, la relazione condanna le posizioni di pregiudiziale diffidenza o di scettica attesa verso quel che sta maturando nei paesi dell’ Est. Fino a sollecitare al governo un contributo adeguato al ripensamento complessivo del modo di essere dell’ Alleanza atlantica. Ma non è soltanto sul terreno della politica estera che il Pci giocherà la sua partita elettorale. Dal rilancio del processo di integrazione europea filo rosso che percorre la relazione Napolitano fa discendere una raffica di critiche al governo, accusato di incapacità nell’ attrezzarsi in vista del fatidico 92. Un motivo di più per dire basta alle maggioranze imperniate sulla Dc, una ragione di più per chiamare i socialisti a pronunciarsi a favore dell’ alternativa. L’ Europa che vuole il Pci, dice l’ esponente comunista, in polemica con la filosofia thatcheriana, non è affatto un’ entità soffocata dai regolamenti e dalle burocrazie. Ora, a parte le proposte sul piano economico e sociale e sul piano civile e culturale, è sui rapporti tra la Comunità e il resto dell’ Europa, tra la Comunità e il resto del mondo che si sofferma il rapporto. E qui viene il nodo dell’ Est. L’ Occidente non può ignorare le gravi difficoltà economiche e sociali che travagliano i paesi dell’ Est. Difficoltà al cui superamento è legata la sorte dei processi di riforma e di democratizzazione in atto. Per ciò la collaborazione con l’ Est deve assumere grande respiro. Se è così, posizioni di diffidenza e scetticismo affiorati in seno alla Comunità europea e alla Nato non sono che sintomi di miopia e insufficienza politica. Anzi, la Comunità deve saper reagire alle incertezze e alle posizioni negative dell’ Amministrazione americana in primo luogo sul terreno del disarmo. La polemica sulla modernizzazione delle armi nucleari vede dunque il Pci allineato sulle posizoni trattativiste: Non c’ è dubbio che dare un segno di rilancio della gara degli armamenti nucleari in Europa sarebbe grave. Ci si deve orientare invece verso la trattativa per l’ equilibrio a livelli drasticamente ridotti delle armi convenzionali e avviando parallelamente un negoziato sugli arsenali nucleari tattici che parta dalla verifica degli squilibri esistenti e dalla rinuncia ad ogni programma di potenziamento da una parte e dall’ altra. E’ questa la strada per l’ affermarsi di una nuova concezione della sicurezza. Una strada che, fatto salvo il rapporto di alleanza fra Europa occidentale e Stati Uniti, si propone però di discutere seriamente quali debbano essere in questa fase la funzione e la linea della Nato. Detto sommariamente del programma, la prossima sarà per il Pci una campagna elettorale all’ insegna dell’ alternativa. I socialisti, dice in sostanza Napolitano, non possono ignorare la proposta comunista. Anche se i rapporti, dopo la brusca inversione di rotta operata da Craxi sono nuovamente dominati da un’ aspra polemica, non per questo il congresso del Psi dovrebbe sfuggire al tema dell’ alternativa, cioè della possibile aggregazione di uno schieramento riformatore in grado di candidarsi per un ricambio nella direzione del paese. L’ alternativa, ribadisce Napolitano, è una scelta coerente con la strategia europea e con il proposito di sviluppare in Italia una dialettica politica democratica. Lo hanno capito gli interlocutori europei. Crediamo possano intenderlo anche i nostri interlocutori negli Stati Uniti. E con questo rapido accenno al prossimo viaggio di Occhetto, si chiude in pratica la relazione. Un viaggio, si potrebbe aggiungere, per il quale Occhetto ha ieri ricevuto un ultimo viatico: un’ ampia presentazione sul New York Times dove si parla del Pci come di un partito socialdemocratico in tutto eccetto che nel nome. – a s

OCCHETTO, APPLAUSI DAGLI USA CRITICHE E SCETTICISMO DA PRAGA
Repubblica — 26 marzo 1989 pagina 8 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Applausi da New York, cattivi auguri da Praga. Il nuovo corso di Occhetto, la caratterizzazione post comunista emersa dal XVIII congresso del Pci, sembrano capovolgere gli schieramenti nel giudizio sul maggior partito della sinistra italiana. Con apprezzamenti da Oltreoceano che sembrano di buon auspicio per il viaggio che da tempo il segretario del Pci programma negli Usa, e dubbi consistenti da parte del regime dell’ Est più impermeabile alla perestrojka di Mikhail Gorbaciov. Che proprio ieri ha indirizzato invece ad Occhetto un cordiale messaggio di congratulazioni per la rielezione al vertice di Botteghe Oscure, augurandogli grandi successi nell’ azione in difesa degli interessi vitali di tutti i lavoratori italiani, in favore del trionfo delle idee della pace, della democrazia progresso sociale. A dare risalto negli Usa alle novità emerse all’ Eur è stato ieri il New York Times, in una corrispondenza che sottolinea come il Pci si stia dando una nuova veste la quale appare più socialdemocratica che classicamente marxista: compiendo una scelta che però – secondo l’ autorevole quotidiano americano – non risolve di per sé la crisi d’ identità in cui si dibatte da anni. Al lettore Usa, il New York Times ricorda che il Pci è sceso in notevole misura, dal 34,4 per cento dei voti del 1976 fino ai risultati del maggio scorso, e che in questo senso il rinnovamento voluto dal nuovo segretario punta tatticamente anche ad evitare un nuovo insuccesso alle imminenti elezioni europee. Al suo congresso – prosegue l’ articolo – il Pci ha rinunciato al centralismo democratico e ha messo in soffitta le bandiere rosse e i saluti a pugno chiuso, e virtualmente ignorato Karl Marx. Sotto la guida di Occhetto, Botteghe Oscure ha posto nuova enfasi sull’ ecologia, sui problemi femminili e su quelli della famiglia, si è occupato dei giovani, dell’ aborto, dei diritti degli handicappati e dell’ abuso di stupefacenti: e al congresso è stato approvato un documento finale che, presentato come il nuovo volto del comunismo, appare più socialdemocratico nei suoi concetti e contenuti. Il tutto, nella speranza di attrarre un elettorato che non sembra più interessato a Marx e alle masse. Il New York Times attribuisce l’ accelerazione della trasformazione del Pci – che già era stato il primo a rompere con Mosca nel 1968 ed uno dei promotori dell’ eurocomunismo negli anni ‘ 70, e si è gradualmente orientato per un’ economia mista e per la partecipazione italiana alla Nato – alla necessità di sopravvivere e alla competizione in corso con il Psi per la stessa base elettorale. Rude Pravo, organo del partito comunista cecoslovacco, parte dalle stesse condiderazioni per formulare un giudizio estremamente scettico sulle prospettive del Pci. In un articolo intitolato Dove e per quali vie, il giornale scive che il congresso ha tracciato una via dove l’ aspettano non solo difficili rapporti con il Psi ma anche un nebuloso orizzonte. Con freddezza, Rude Pravo elenca puntigliosamente le novità, sottolineando che il Pci non si definisce più un’ organizzazione ideologica e che alcuni delegati si sono spinti a chiedere una nuova denominazione del partito, a rinunciare al simbolo della falce e martello e persino a non cantare l’ Internazionale o Bandiera rossa. Ma questi cambiamenti – prosegue con una punta di soddisfazione l’ organo del Pcc – non sono ritenuti sufficienti dal leader socialista Bettino Craxi, che si è detto deluso e spera di avvantaggiarsi alle elezioni europee dal calo dei comunisti: con la conseguenza che l’ agognato ingresso del Pci nella sinistra europea non avverrebbe dalla porta principale ma da quella di servizio. Prevedibilmente, Rude Pravo cita infine Armando Cossutta, che ha indicato scogli e pericoli dell’ avvicinamento del Pci alle posizioni socialiste, avvertendo il partito che rinnegare in toto il proprio passato significherebbe puntare al suicidio. Di tutt’ altro parere, secondo un sondaggio dell’ Espresso, sarebbe la base comunista: o, meglio, i 1042 delegati iscritti e i 270 esterni presenti all’ Eur. Circa la metà del campione ritiene che alle prossime elezioni europee si fermerà la caduta di voti del partito, e un terzo scommette addirittura sulla possibilità di un incremento. Poco convinto dell’ unità con il Psi (il 64 per cento giudica la casa comune un obiettivo lontano, e il 90 per cento non ritiene indispensabile un’ adesione formale all’ Internazionale socialista), il popolo comunista individua le sue radici nella Resistenza, e definisce il socialismo una società giusta, mettendo tra parentesi il più canonico una società senza classi. – nostro servizio

‘NOI DICIAMO PCI, VOI LIBERAL…’

Repubblica — 20 maggio 1989 pagina 7 sezione: POLITICA INTERNA
NEW YORK In America la parola liberal ha un significato che assomiglia molto a ciò che in Europa si intende con sinistra. Così, in America, parlando del Pci si potrebbe parlare di un Italian liberal party…. Nel salotto buono dell’ intellighenzia americana dove soprattutto si discutono temi di politica internazionale, il prestigioso Council of Foreign Affairs, Achille Occhetto traccia un ritratto inedito del suo partito e per consentire agli ospiti di capire meglio il suo punto di vista disegna, per il Pci, il profilo di un partito liberal. Un partito che ha reciso ogni legame politico e funzionale con quello che una volta si chiamava il mondo comunista: Da molto tempo abbiamo dimostrato di non sentirci vincolati ad alcuna organizzazione internazionale. Che prende le distanze dalla stessa tradizione comunista: Non riconosciamo l’ esperienza di un movimento comunista radicale, né sentiamo di appartenervi. Abbiamo sempre liberamente espresso, come di fronte alla repressione in Cecoslovacchia e in Polonia o all’ invasione in Afghanistan, le dure posizioni che ritenevamo di dover esprimere. Un partito, in definitiva, che rifiuta la logica dei modelli: Il comunismo come modello non ha per noi oggi alcun richiamo. In una parola, un partito riformista: Noi lavoriamo per riformare la nostra società. Sarebbe interessante conoscere quali reazioni hanno suscitato queste parole negli interlocutori di Occhetto. Ma, come si sa, le riunioni del Council, proprio perché si svolgono in un clima di estrema libertà, sono destinate a restare riservate. L’ ospite di turno può riferire quel che egli stesso ha detto ma non quel che hanno detto gli altri partecipanti al dibattito. Di sicuro, sbarcato in America con lo scopo immediato di raccontare il nuovo corso comunista il segretario del Pci non poteva contare su un Foro più autorevole. Tradizionalmente attento a tutte le novità che affiorano sulla scena internazionale, il Council in passato ha dato prova di ospitalità nei confronti dei politici italiani: da Andreotti a Craxi a Napolitano, per citarne alcuni. E che si tratti di una prestigiosa istituzione lo dice tanto la qualità dei suoi componenti (ex segretari di stato, congressmen, banchieri) quanto l’ attenzione con cui vengono seguite le sue pubblicazioni. Con linguaggio semplice, quasi didascalico, Occhetto nelle 10 cartelle del suo intervento, illustrando i cambiamenti che hanno segnato gli ultimi anni del suo partito ha in un certo senso consegnato al Council il manifesto politico del nuovo Pci. La pace come condizione per ogni possibile trasformazione sociale; la democrazia come fine e valore universale e non più come mezzo per conseguire il fine del socialismo; sino a considerare superata l’ alternativa tra riformismo e rivoluzione, e affermare che il nostro metodo di azione è quello riformista, nel senso ormai noto di quel riformismo forte di cui, a giudizio del segretario comunista, ha bisogno l’ Italia. Poi, quasi a voler rassicurare quei settori del popolo comunista più sensibili alla tradizione ha aggiunto che ciascuno ha le sue radici e sarebbe un atto suicida reciderle. Quel che vuole questo Pci è cambiare ma senza buttar via la nostra storia per tutto quel che di positivo ha rappresentato. E qui un altro parallelismo che qualcuno potrà forse definire ardito. Dice Occhetto: quando Kennedy e Reagan, ciascuno a suo modo, si riferivano alla tradizione della Frontiera, gli americani capivano perfettamente che non si trattava di rifare le stesse cose che si facevano allora. Qualcosa di analogo avviene da noi, in Italia, in Europa quando si parla di partito comunista e di partiti socialisti. Quel che resta valido di quella tradizione, dice in sostanza Occhetto, non sono sistemi e modelli, ma il riferimento ai nostri ideali di libertà e di uguaglianza. Quegli ideali di libertà e di uguaglianza che Tocqueville trovò conciliati in America assai più che in Europa. E che tuttavia anche qui in America, come altrove, sono spesso separati e contrastati. Nessuna citazione di Marx o di Lenin, ma un richiamo a Togliatti e a Berlinguer come iniziatori di una nuova strategia politica coerentemente democratica e riformatrice. Resta da dire delle proposte politiche illustrate da Occhetto agli esperti del Forum, proposte che scaturiscono dalla convinzione di una dimensione mondiale dei problemi e della conseguente necessità di farvi fronte in maniera adeguata. In questo quadro dominato da una crescente interdipendenza fra le varie aree del mondo, ecco la Russia di Gorbaciov a cui Occhetto ha dedicato più d’ un passaggio, ribadendo che le forze democratiche dell’ Occidente hanno il dovere di dare tutto il sostegno possibile al successo del revisionismo di Gorbaciov. La forza della perestrojka è infatti che non ci sono realistiche alternative all’ attuale linea politica. D’ altronde proprio dalla fine della guerra fredda che, dice Occhetto, ha comportato altissimi prezzi per tutti (e in Occidente a pagare il costo più alto è stata l’ America) deve nascere una nuova speranza, la speranza che la competizione divenga sempre meno conflittuale e sempre più cooperativa. Cooperazione, sviluppo comune, disarmo: a proposito dei missili a corto raggio Occhetto ripete che è necessario un negoziato parallelo. Ma un punto deve essere chiaro: Non esiste in Europa una volontà di dissociarsi dall’ alleanza con gli Usa. Prima dell’ appuntamento al Council il segretario del Pci, accompagnato da Giorgio Napolitano, aveva avuto un colloquio con il segretario delle Nazioni Unite Perez de Cuellar (tema: un coordinamento mondiale nella lotta alla droga, che ha trovato attenzione nel segretario dell’ Onu) e un incontro con David Rockefeller. A differenza di quanto era accaduto con Craxi, durante il suo recente viaggio in Usa, Rockefeller non ha invitato Occhetto a colazione. Ma l’ incontro ha comunque rappresentato per Occhetto una buona opportunità, essendo David Rockefeller, anche dal punto di vista politico, uno degli interpreti più autentici della comunità economica internazionale. – dal nostro inviato ALBERTO STABILE

‘FORZA GIOVANE PCI TI AIUTEREMO NOI A CAMBIAR NOME’
Repubblica — 30 settembre 1989 pagina 5 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Dovevamo discutere del socialismo del futuro e abbiamo finito per parlare soprattutto del futuro del comunismo. E ci siamo trovati d’ accordo nel prevedere che l’ unico futuro possibile per i comunisti, a Est come a Ovest, è la socialdemocrazia. Claudio Martelli parla a poche ore dal termine del convegno di Madrid sul Socialismo del futuro. Un dibattito senza conclusioni univoche, ma che ha cercato di restituire una vitalità anche teorica all’ azione delle forze socialiste in Europa. E che ha avuto un aspetto tutto italiano nella sintonia registrata tra gli interventi di Martelli e Giorgio Napolitano, che hanno dato l’ impressione di riaprire la porta al dialogo a sinistra. Onorevole Martelli, lei ha apprezzato il discorso di Napolitano, ma sembra avere ancora riserve sul nuovo corso del Pci. Bisogna riconoscere il valore del discorso, molto limpido, di Napolitano, che spazza via le ambiguità su un possibile approdo neocomunista della crisi del Pci. Ma non vorrei che questo gli crei difficoltà nel suo partito. Ed eviterei anche di immiserire una questione che ha risonanza mondiale, riconducendo tutto al dibattito interno dei comunisti italiani. Ma lei appoggia la politica di Occhetto o la contrasta? Il nuovo corso va certamente incoraggiato quando compie passi importanti come l’ omaggio alla memoria del leader del ‘ 56 ungherese Imre Nagy. Ma l’ ibrida mescolanza tra spunti radicaleggianti su temi come la droga o l’ aborto, un certo estermismo ideologico e la difesa della tradizione oscura un’ evoluzione verso il socialismo democratico. Il vostro disegno di ricomposizione del movimento socialista sembra suscitare parecchie diffidenze non solo tra i comunisti, ma anche tra i socialdemocratici. Da parte nostra si può aver dato l’ impressione di una politica di tipo annessionistico. Ma il Psi non può certo annettersi da solo Pci e Psdi. Nella giovane guardia comunista c’ è però una disponibilità a cambiare nome al partito se si creano condizioni nuove. E questa è un’ opportunità che va colta. Se si vuole inquadrare il processo di riunificazione nel perimetro della socialdemocrazia europea, allora chiamiamo la nuova formazione unitaria grande forza socialista riformista o in qualche altro modo. L’ importante è non lasciarsi sfuggire l’ occasione. Ma c’ è qualche avvicinamento anche concreto tra Psi e Pci? La convergenza sul problema degli immigrati, che non è marginale. Governo e opposizione comunista sono d’ accordo per una politica realista, ma che non crei un cordone sanitario attorno alle nostre frontiere. In tema istituzionale, durante l’ ultimo congresso Occhetto ha mostrato disponibilità a discutere di riforma in senso presidenziale, purché piena e non limitata alla carica di capo dello stato. E mi è parso che Craxi, negli ultimi interventi abbia ridato alla questione organicità e sistematicità. Ma un’ azione del genere è fuori dalle possibilità di questo governo e di questa maggioranza. – di LEOPOLDO FABIANI

UN NUOVO NOME AL PCI? ‘GRAZIE, MA NON ORA’
Repubblica — 10 giugno 1989 pagina 5 sezione: TRAVAGLIO DEL PCI
ROMA Cambiar nome? Non adesso, non ora dice tutto il Pci. E non c’ è nessuna bagarre su questo, garantisce Fabio Mussi a nome di Occhetto. La questione sta lì, sospesa, in attesa di eventi a sinistra. Opportuna forse nella sostanza perché accelera il passo del nuovo Pci definito all’ Eur, ma certo molto imbarazzante nei tempi. Rischia di disorientare l’ elettorato alla vigilia di un difficile voto e soprattutto può presentare all’ esterno un partito diviso. Dev’ essere per questo che giovedì sera a Botteghe Oscure è stato deciso un passo che ha pochi precedenti, ma molte attenuanti logistiche preelettorali. Una riunione ristretta, ristrettissima della Direzione per definire un documento e un appello che chiamasse a raccolta il partito, tutto insieme ed esplicitamente unito, contro l’ attacco esterno, contro il rischio di tentazioni centrifughe. Il testo è stato subito telefonato, o trasmesso in fax, a decine di dirigenti sparsi per l’ Italia per l’ approvazione unanime, anche a distanza. E diffuso alla stampa. Quel documento aveva anche lo scopo di tagliar corto con l’ ondata di sollecitazioni, pareri e umori sul cambiamento di nome che montava, soprattutto dalla destra migliorista. Non a caso, nella stessa tarda serata, Giorgio Napolitano veniva invitato dalla segreteria a precisare meglio alcune sue affermazioni fatte in Basilicata, lo stesso giorno, sulla necessità di cambiar nome al Pci purché conseguenza d’ un fatto politico, d’ una ricomposizione unitaria dell’ intera sinistra. Lui puntualizzava d’ aver ricordato quel che Occhetto ha detto al congresso e quel che avevo detto io stesso. Ecco la dimostrazione, aggiungeva subito il segretario, che nel Pci non esiste nessuna contrapposizione interna sul nome dal momento che si tratta di una posizione già assunta dal congresso; nessuno ha posto il problema in Direzione; immaginare uno scontro nel partito che si presenta col suo simbolo e il suo nome alle elezioni vuol dire solo speranza di colpirlo. Più o meno negli stessi termini (non è giusto presentare una confusa e improvvisata bagarre sul nome scoppiata nel Pci) la smentita a un giornale diffusa ieri da Botteghe Oscure. Lo stesso Napolitano, sull’ Unità di oggi, ignora la questione. Giudica vergognoso che da tante parti in questo momento, si speculi contro il Pci dimenticando la sua posizione del tutto originale. Il tempo della speranza e del mito di un socialismo già realizzato in altre parti del mondo è passato da un pezzo, scrive; quel che rimane è il modo in cui abbiamo saputo tradurre le idee del socialismo in fattore decisivo di crescita della democrazia nel nostro Paese. La disputa sul nome sembra in via di rapido congelamento, se non di rimozione. Anche per vistose ragioni di opportunità elettorale. Ora Borghini pur ammettendo che esso non da oggi non corrisponde più ai contenuti della politica afferma che si può anche cambiare ma solo se c’ è un fatto nuovo, la riunificazione della sinistra. Concorda Luciano Lama: non possiamo cambiare nome proprio adesso. Anzi, spiega a Panorama, porre il problema in un contesto come l’ attuale significa paradossalmente ritardare questa scelta. Chi vuole davvero che il Pci si chiami diversamente, per favore se ne stia zitto. Pecchioli sospetta che si tratti di un diversivo. In nessun caso può essere imposto da una pretestuosa polemica degli avversari. Diventerebbe, rincara Angius, un atto di subalternità che offrirebbe ragioni alle speculazioni indegne di Dc e Psi; anzi un trucco, un alibi perché il loro obiettivo è creare un regime di maggioranza e marginalizzare l’ opposizione democratica, ammonisce Bassolino. Se ne potrà discutere, conclude Luciana Castellina, quando dovessero crearsi eventi storici tali da produrre nuove aggregazioni a sinistra: ma per ora no. Ora il problema del Pci è reagire a un clima difficile. Cercare di deludere chi spera d’ intercettare voti in fuga. Già i socialisti abbassano i livelli polemici. Craxi dice di non esser contrario a un’ evoluzione e trasformazione del Pci che lo indirizzi verso una integrazione con la grande famiglia del socialismo democratico europeo e le sue organizzazioni. In politica i ritardi hanno un costo, ricorda Formica, alla crisi del comunismo storico il Psi offre un invaso di sicurezza a sinistra, per evitare il pericolo di un apporto di voti alla Dc. Con più cautela La Malfa dà atto al Pci dei suoi meriti, dell’ ansia profonda di rinnovamento reale, politico e ancor prima morale. Poi rinvia al 18 giugno il conto di quanti preferiscono troncare il sostegno a una forza ideologicamente vinta per trovare espressione diversa e, fino ad oggi, nei numeri minoritaria. A tutti Occhetto ripete che il Pci è l’ unica forza che non ha nulla a che vedere con i banditi di Deng. Conferma che il fallimento storico dei regimi che non riconoscono il socialismo democratico è totale. Il Pci è un’ altra cosa: il comunismo è evidentemente a questo punto una parola ambigua perché la usano forze comuniste diverse. Noi ci chiamiamo comunisti ma non abbiamo nulla a che vedere con chi pretende di chiamarsi comunista e ha operato come ha operato. – di GIORGIO BATTISTINI

MA IL PCI NON RINUNCIA AL SUO NOME ‘DI COSA DOVREMMO VERGOGNARCI?
Repubblica — 10 ottobre 1989 pagina 2
ROMA Onorevole Petruccioli, la scelta del partito comunista ungherese di cambiare nome segna una nuova svolta nell’ Est socialista, la seconda in pochi mesi: prima i comunisti polacchi cedono a Solidarnosc la guida del governo, adesso a Budapest il comunismo viene cancellato dal nome del partito. Non chiamiamolo più Est, titola l’ Unità. Eppure il suo partito, il partito dello strappo con Breznev, continua a chiamarsi comunista. Non vi sembra che sia venuto il momento di andare almeno fin dove sono arrivati i compagni ungheresi? Non credete che sia l’ ora di cambiare anche il vostro nome? Non scherziamo. Il partito ungherese giunge oggi, dopo un lungo travaglio, all’ approdo della democrazia e del pluralismo. Il Pci è da gran tempo su questa sponda. Nessun parallelo è possibile. I partiti dell’ Est devono necessariamente, per diventare credibili in una dimensione nuova, tagliare i ponti con la loro storia. Il partito ungherese si è identificato col potere dello stato, è stato il partito unico al governo, ha fondato e gestito un regime. Noi non siamo mai stati né un partito di regime né un partito di comando, la libertà nel nostro paese non l’ abbiamo mai conculcata, l’ abbiamo anzi conquistata e difesa. Un partito deve cambiare nome quando sente di avere responsabilità insostenibili verso il paese in cui opera. Sinceramente, di che cosa ci dovremmo vergognare noi di fronte al popolo italiano? Se c’ è qualcuno che me lo dice…. Dunque non sarà questa l’ occasione per cambiare il nome del Pci? Come abbiamo già ripetuto fino alla noia, il problema del nome si porrà di fronte a fatti politici nuovi, a nuove aggregazioni delle forze di sinistra. Ha letto cosa dice Bettino Craxi? No, cosa dice?. Che mentre un partito comunista al potere cambia il suo nome, i comunisti italiani continuano a baloccarsi con Palmiro Togliatti. E’ ridicolo che ogni evento mondiale venga utilizzato in Italia per attacchi al Pci. Doppiamente ridicolo in questa circostanza, perchè semmai c’ è da riconoscere la funzione del Pci, della sua politica e della sua elaborazione teorica, nel richiedere, nello stimolare i processi democratici oggi avviati in Ungheria e in altri paesi dell’ Est. Fin dove può arrivare, secondo i comunisti italiani, il vento di libertà che ha investito quelli che una volta venivano chiamati paesi satellite? Non c’ è dubbio che il congresso del partito ungherese sia un’ altra tappa di una svolta storica che è in atto e che investe tutti i paesi dell’ Europa orientale. Ma il quadro generale dimostra che anche dove prevalgono gli orientamenti conservatori i fattori di crisi si accumulano e crescono, dunque anche lì si deve prevedere l’ inizio di una riforma molto profonda, che sostituisca agli attuali regimi nuovi regimi fondati sulla democrazia. Qual è, nell’ analisi delle Botteghe Oscure, il significato reale di questa svolta? E’ la presa d’ atto del fallimento, anzi della cancellazione vera e propria, di quell’ errore drammatico che fu la sovietizzazione forzata di questi paesi, all’ indomani della seconda guerra mondiale. Questo è il punto. Lì ci fu come una grande colata di cemento sulla vita politica di ogni paese. E oggi questa crosta si rompe, perchè non è più tollerabile un regime caratterizzato dal monopolio del partito unico. E’ la fine di quel potere costruito sull’ identificazione tra partito e stato, mentre emerge l’ esigenza sia dello stato di diritto, sia del pluralismo. Chi rimane sorpreso di questi avvenimenti forse aveva sottovalutato la profondità e la serietà della svolta gorbacioviana. Invece io sono convinto che lo stesso Gorbaciov abbia messo in conto che in questi paesi si apra una nuova dinamica politica. E ha messo in conto anche una richiesta di pluralismo politico nella stessa Unione sovietica? Penso proprio di sì. Non so in quali forme ciò avverrà, ma avverrà. Io credo che rompendosi la crosta di cui parlavo prima fanno sentire il loro peso le tradizioni storico-politiche che in Ungheria, per esempio, comprendevano il pluralismo dei partiti. L’ Unione sovietica ha una storia diversa. E poi non dimentichiamo che in Urss ci sono state elezioni in cui ha cominciato a prendere forma un pluralismo, non di liste ma di uomini, che hanno espresso reali alternative politiche. Mentre gli ungheresi cambiano volto al partito socialista, migliaia di tedeschi dell’ Est fuggono dalla Germania di Honecker. Non è la dimostrazione più clamorosa del fallimento del socialismo reale? Sì: un assetto politico caratterizzato dal monopartitismo, dalla compenetrazione stato-partito e dall’ assenza di pluralismo, quel modello politico non solo è fallito, ma non riesce più a funzionare. Di fronte a questo fallimento, il potere sta reagendo in due modi. La Polonia e l’ Ungheria hanno imboccato la via delle riforme, mentre altri regimi si chiudono nel palazzo e reprimono ogni richiesta di democrazia e di libertà. Cosa succederà, nei paesi che si ostinano a difendere un’ ortodossia che non esiste più? I conservatori ci sono in tutto il mondo. Ma non c’ è alcuna possibilità di evitare il passaggio dal regime a partito unico alla democrazia e al pluralismo politico. Possono cercare di rinviarlo, certo, ma è un tentativo destinato alla sconfitta e che costerà pesanti danni ai loro paesi e sofferenze ai cittadini, ma non bloccherà un processo ultramaturo. – di SEBASTIANO MESSINA

‘COSSUTTA NON CI FA PAURA’
Repubblica — 12 ottobre 1989 pagina 6 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Onorevole Pajetta, Armando Cossutta sostiene che il Pci non è più comunista. Lei che ha 78 anni, e ha la tessera da 64, si sente ancora il dirigente di un partito comunista, o di qualcosa di diverso? Io non credo che Cossutta possa dare il brevetto di comunista a questo e a quello, né pretendere un’ esclusiva per la definizione di comunismo. Bontà sua, lui ammette che ci sono anche dei comunisti nel Pci. Bontà mia, ammetto che noi non abbiamo l’ esclusiva. Se Cossutta vuole chiamarsi comunista, può farlo. Se la contraddizione è così grave che lui non si sente di stare in questo partito, tragga le conclusioni che crede. Per quanto ci riguarda, non abbiamo scomuniche da impartirgli. Io che sono il presidente della Commissione di garanzia, non ritengo di dover aprire un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Posso permettermi di trovare il suo atteggiamento strano, inopportuno, controproducente. E di meravigliarmi che un vecchio compagno, lo chiamo ancora così, abbia queste sortite. Cosa significa per lei essere comunista? E quale idea ha di una società comunista? Io non ho un’ idea di società comunista. Non ce l’ avevano neanche Marx ed Engels, che credo persino Cossutta ammetta tra i comunisti, e che del comunismo scrissero il Manifesto. Loro dissero che non si trattava di un modello, di una città del sole, ma di un processo, di una lotta da condurre con tutte le forze democratiche, con tutte le correnti del movimento operaio, per una nuova società nella quale la giustizia e l’ uguaglianza fossero realtà. Proprio nel Manifesto, Marx ed Engels scrivevano che i comunisti possono riassumere la loro dottrina in quest’ unica espressione: abolizione della proprietà privata. E alla voce comunismo, un testo autorevole come il Dizionario di politica della Utet spiega invece che si tratta di una ideale organizzazione della società fondata sulla proprietà comune dei beni. Queste sono le definizioni del comunismo. Lei può dire che l’ abolizione della proprietà privata sia ancora un obiettivo dei comunisti italiani? No. L’ obiettivo che si pone oggi il Pci, e che si pongono anche i partiti comunisti nei paesi dove sono al governo, è quello di un sistema nel quale i beni di produzione, e anche la terra, appartengano alla società, ma dove la gestione delle attività produttive, e l’ uso della terra, siano affidati agli individui (singoli o associati in cooperative o in altre forme) che possano agire e anche pagare, se non riescono a trarre profitto. E una grande impresa come la Fiat, che posto avrebbe in questa società? Mah, io direi che avrebbe il ruolo che dovrebbero avere le Ferrovie dello Stato, se funzionassero. E siccome non credo che Agnelli e Romiti siano gli unici che possano far funzionare una grande fabbrica, pensando soltanto al loro profitto personale e potendo valersi di questo profitto per intervenire persino sulla polizia e sui magistrati, penso che la proprietà dei grandi mezzi di produzione, soprattutto dei grandi mezzi di produzione, possa anche appartenere allo Stato. Del resto noi abbiamo altre grandi aziende dirette dallo Stato, senza essere in un regime socialista. Nel suo articolo su Marxismo oggi Cossutta lancia un appello ai veri comunisti affinchè si facciano valere come componente comunista nel Pci. Sta per nascere la prima corrente organizzata, nel vostro partito? Il tentativo di crearla è già in atto. Non credo che l’ appello lanciato da Cossutta possa farci tremare le vene e i polsi. Io penso di essere un vero comunista, di aver pagato la mia parte per un’ appartenenza che risale al 1925. Se Cossutta lancia questo appello, io gli rispondo: no!. E come risponde all’ invito dei socialisti a cambiare nome, ora che persino un partito comunista dell’ Est ha cancellato il comunismo dalla sua bandiera? Noi non perdiamo tempo sulla questione del nome. Non vedo perchè questa questione debba essere attuale. Con questo nome abbiamo lavorato, vissuto, raccolto il consenso di un numero grande di italiani. E vorrei ricordare all’ onorevole Craxi che con questo nome abbiamo combattuto insieme al Partito socialista, che da questa alleanza ha certamente tratto profitto per diventare un’ organizzazione di massa. E con questo nome noi pensiamo che in un pluralismo democratico, operaio, che si richiama alle più antiche tradizioni, anche quelle del partito fondato nel 1892, noi potremmo lavorare insieme. Se poi Craxi ci rimprovera di rimanere con Togliatti, e preferisce andare con Forlani, io certo non posso compiacermene. Lei fu, con Enrico Berlinguer, il principale protagonista dello strappo tra i comunisti italiani e l’ Unione Sovietica. Oggi approva la scelta del Pc ungherese di cambiare nome? E perchè il Pci non lo fece allora? Ma perchè penso che le etichette sono una cosa, il contenuto della bottiglia un’ altra. Se non cambia il contenuto, non vedo perchè bisogna cercare di ingannare gli acquirenti cambiando l’ etichetta. Quando Togliatti è venuto in Italia abbiamo avuto il partito nuovo, adesso Occhetto fa chiamare il Pci nuovo partito. Il problema è di non ingannare i militanti, i lavoratori, gli usufruttuari di questa politica, vendendogli della merce che ha un nome nuovo e poi non ha il contenuto che corrisponde alle necessità del consumatore. Ma lei approva o no la scelta degli ungheresi? Penso che questa sia una cosa che riguarda gli ungheresi. Come noi abbiamo detto ai sovietici che i problemi del Partito comunista italiano si risolvevano in Italia, e li risolvevano i comunisti italiani, così non voglio certo interferire né nelle decisioni dei sovietici né in quelle degli ungheresi. Quello che vedo è che c’ è un processo di rinnovamento, un processo di autocritica e di critica, e mi auguro che questo porti a dei risultati positivi per i lavoratori ungheresi. Adesso la devo lasciare, perchè vado nelle case di Donna Olimpia per gli incontri con le famiglie romane. Faccio il mio dovere. Perchè un comunista, durante una battaglia elettorale, fa la campagna per il proprio partito. Non ha delle uscite che inducono a ritrarsi i possibili elettori del Partito comunista italiano. – di SEBASTIANO MESSINA

‘SOTTO LA MOLE’ O FALCE E MARTELLO? IL PCI NEL DUBBIO
Repubblica — 25 ottobre 1989 pagina 8 sezione: POLITICA INTERNA
TORINO – Per battere il pentapartito, e raccogliere il maggior numero possibile di voti nell’ area progressista, il Pci torinese è disposto anche a cambiare il nome della sua lista alle amministrative del ‘ 90. Il dibattito è ancora aperto, ma – questa volta – non per resistenze interne: i comunisti si interrogano, semplicemente, sulla strategia più opportuna, e aspettano che anche la sinistra indipendente (attualmente rappresentata a Palazzo Civico da cinque consiglieri) decida se restare all’ interno delle liste targate Pci, o se invece tentare una sortita con un simbolo diverso. Un anno e mezzo fa, spiega il segretario provinciale Giorgio Ardito, proposi addirittura una lista civica, senza simbolo di partito, che rappresentasse uno schieramento di sinistra il più vasto possibile. Ora questa ipotesi non mi pare più proponibile, perchè suonerebbe un po’ equivoca dopo il dibattito sul nome del partito. E allora? E allora stiamo pensando a costruire una lista che raccolga il Pci più altre forze. Il simbolo? Sarà condizionato dalle dimensioni dello schieramento che riusciremo a mettere insieme. Verosimilmente, dovrà contenere anche quello del Pci, ma se la dimensione delle forze raccolte sarà significativa, potrà unirvi un altro simbolo, o delle parole che rappresentino queste forze. Quali? Ancora non lo so. Ma qualche ipotesi, in realtà, già esiste: dalla riscoperta di un’ antica testata gramsciana che si chiamava Sotto la Mole, della quale il Pci è ancora il formale proprietario, ai veri e propri fidanzamenti con altri simboli già esistenti. Quanto alla possibilità che la sinistra indipendente, fino a ieri legata a filo doppio ai comunisti, si sganci, provvisoriamente e a livello locale, dalla falce e dal martello, il segretario del Pci è obbligato a mantenersi cauto. Per la prima volta però i comunisti torinesi considerano con serenità l’ idea di una lista alternativa di sinistra. A Torino, per le elezioni europee, il Sole che ride, l’ Arcobaleno, Dp e gli Antiproibizionisti, sommati insieme, hanno superato di gran lunga il dieci per cento, senza neppure l’ ombra di un leader di livello nazionale. I comunisti lo sanno bene, e sono altrettanto convinti che la presenza di due liste, quella tradizionale del Pci e un’ altra che, con la sinistra indipendente, una parte degli ambientalisti e Democrazia Proletaria, garantirebbe un risultato matematicamente superiore a quello di una sola. E, per una volta, Ardito non appare isolato: di simili ipotesi, così come di liste comuniste ma non troppo, con simboli e nomi diversi, si discute a Venezia come a Genova, senza scandalizzare nessuno. A Torino molto però dipende da ciò che avverà alla sinistra del Pci. – di VERA SCHIAVAZZI

IL PCI DEL NUOVO CORSO ORA ‘COMMISSARIA’ TUTTE LE FEDERAZIONI
Repubblica — 12 novembre 1989 pagina 13 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Piero Fassino, membro della segreteria e capo dell’ organizzazione del partito, diventa segretario regionale del Piemonte. Michele Magno, responsabile meridionale, va a dirigere il partito in Puglia. Prima ancora, a Tiziana Arista, numero due delle donne comuniste, è stato chiesto di reggere le sorti del Pci abruzzese. E qualche mese addietro Pietro Folena, artefice del rilancio della Fgci, aveva sostituito Luigi Colajanni, eletto a Strasburgo, nella trincea siciliana. E’ la fase-due del nuovo corso del Pci: esportare in periferia il modello di partito costruito da Achille Occhetto, guadagnare le federazioni alla necessità del cambiamento di fondo della strategia politica, ridisegnare i rapporti con il Psi, definire quelli con gli ambientalisti, trovare un nuovo raccordo con gli intellettuali. Cambiare marcia, insomma, o, per dirla con le parole di Antonio Bassolino, fare in modo che il nuovo Pci abbia un maggiore radicamento sociale. Per questo motivo Botteghe Oscure, nell’ ultima riunione di segreteria, ha preso contromisure significative affinchè il buon risultato delle europee non venga disperso nella prossima, decisiva consultazione elettorale: le amministrative di primavera. La strategia di consolidamento ha preso le mosse durante la campagna elettorale romana. Nella capitale è stato il segretario ad esporsi come mai era accaduto prima. E’ andato dappertutto: dal palazzone popolare di San Lorenzo alle borgate, dai fili diretti radiofonici al porta a porta con i militanti di base. Così dev’ essere anche a Firenze e a Milano, a Torino e a Venezia, a Napoli e a Palermo. Anzi, bisogna fare di più. Non è più sufficiente consolidare la dote elettorale di giugno: bisogna accelerare il ritorno del Pci nelle giunte comunali. Perciò non è più un dogma la lista di partito, la falce e il martello possono tranquillamente andare in soffitta per lasciare il posto a nuovi simboli, sotto cui raccogliere gli schieramenti progressisti che stanno formandosi. Partendo da questi obiettivi, il segretario ha chiesto ai membri della segreteria di seguire personalmente una zona d’ Italia. E’ quello che stava per fare Fassino a Venezia, dov’ era stato inviato per favorire il parto della lista Cacciari, ossia quella capeggiata dal filosofo già parlamentare comunista. Poi, però, Fassino è stato dirottato in Piemonte: il numero tre del Pci torna a Torino per guidare la riconquista di palazzo civico. Fabio Mussi fa il cammino inverso: doveva aiutare i compagni torinesi nella difficile campagna elettorale, andrà invece in Veneto. Nella rossa Emilia, roccaforte del partito, lavorerà Antonio Bassolino, napoletano, artefice della campagna anti-Fiat. A Walter Veltroni toccherà governare la difficile situazione di Milano. Arduo il compito anche di Claudio Petruccioli, mandato a Napoli; poi, Livia Turco in Sicilia, Luciano Pellicani, coordinatore del governo-ombra, in Liguria, Gavino Angius in Toscana. In regioni minori dal punto di vista della forza elettorale del partito, andranno altri membri della direzione: per esempio, Marcello Stefanini in Lazio e Umberto Ranieri nelle Marche. Martedì la direzione dovrà approvare le nomine dei due nuovi segretari regionali, Fassino e Magno. Ma, prima di ogni altra cosa, dovrà discutere la relazione programmatica che, a nome della segreteria, farà Antonio Bassolino. Solo fra due giorni sarà possibile sapere come, e in che misura, il cambio di marcia sarà convalidato dalla vecchia guardia. La direzione, probabilmente, si occuperà anche di politica estera, in relazione ai fatti dell’ Est. Proprio sull’ onda di questi, infatti, si fa più pressante, da parte del mondo politico, la richiesta al Pci di cambiare il nome. I grandi cambiamenti che scuotono il mondo comunista dice per esempio Giorgio La Malfa in un’ intervista all’ Espresso rendono più difficile la posizione del Pci. Introducono tali elementi di crisi nell’ ideologia comunista da far apparire ancora meno convincente come forza di governo qualunque partito che si riferisca all’ Est. La Malfa rimprovera Occhetto di non aver saper mostrare la stessa radicalità che sta mostrando Gorbaciov in Urss. Il segretario repubblicano chiede ai comunisti di fare fino in fondo, senza ambiguità la loro Bad Godesberg, attraverso un congresso straordinario. Dovrebbero – dice – chiedere l’ adesione all’ Internazionale socialista e infine porsi il problema di cambiare nome. E aggiunge: Se finora quella del nome non era una pregiudiziale ideologica, adesso la situazione è diversa. Quando gli ungheresi e i polacchi decidono di rompere con il nome stesso, si apre oggettivamente un problema al Pci. Ma insomma, voi chi siete?, è la domanda che viene naturale porre in mezzo a tutti questi sconvolgimenti. Sul problema del nome interviene anche il segretario del Psdi, Antonio Cariglia. In un editoriale che compare sull’ Umanità, organo del partito, scrive: I socialdemocratici hanno dato agli altri la possibilità di emendarsi dai propri errori. Il Pci, però, non ha mai ammesso in modo esplicito che Saragat ha avuto ragione, né vuole riconoscere che il tragico errore del Fronte popolare del 1948 ha precluso alla sinistra la possibilità di arrivare al governo, come invece è accaduto in tutti gli altri undici paesi della Comunità europea. Pure la Democrazia cristiana batte il tasto del nome. Pierferdinando Casini, responsabile della Cultura, ritiene che il cambiamento di nome del partito comunista italiano non è un pretesto polemico né una esigenza nominale, ma rappresenta, in primo luogo per i comunisti, la cartina di tornasole della loro volontà di rompere con un passato caratterizzato da grandi fallimenti. – di ANTONELLO CAPORALE

IL RILANCIO DI NATTA ‘PERCHE’ NON PCI?’
Repubblica — 17 novembre 1989 pagina 4
ALESSANDRIA Non sarei sorpreso se tra i nomi nuovi da proporre ci fosse anche quello vecchio, il Pci. Alessandro Natta, presidente del partito, successore di Enrico Berlinguer, prende spunto da un convegno sulla figura di Luigi Longo, per affilare le armi in vista del comitato centrale della prossima settimana. Natta, pressato dai cronisti, se la cava con una battuta, ma dalla platea del convegno, all’ anziano leader risponde uno dei dirigenti del nuovo corso, arrivato, fuori programma, da Torino, Fabio Mussi. E’ una battuta simpatica… certo, se si dovesse ragionare in astratto, in termini filosofici, beh allora anche a me comunismo piace molto, moltissimo. Ma se ragioniamo nella storia, oggi comunismo rappresenta l’ incarnazione dell’ assolutismo e della stagnazione economica. Da questo bisogna partire, il nome viene poi. Nomen sequitur direbbe Natta in latino, non bisogna partire dal nome, ma dalle cose. Al vecchio professore, ex segretario, il dirigente del nuovo corso risponde con l’ evidenza dei fatti dell’ Est, ma si capisce che è molto teso. Tra le varie anime del Pci è iniziata una partita storica, che in piccolo si ripercuote nel foyer del teatro Comunale di Alessandria dove si parla di Longo, ma dove tutti hanno testa e cuore altrove. Dice Natta, schierato tra i sì nella proposta Occhetto, ma con molte riserve: Vedremo nel comitato centrale. Ripeto le parole del segretario: Ci sarà un dibattito libero serio e sereno, senza vincoli per nessuno. E nessun compagno pensi che la decisione è già stata presa. Abbiamo avuto una discussione, ma ridurre ad elementi organizzativi e nominalistici sarebbe sbagliato. La questione è da vedere nella valutazione storica e politica… abbiamo di fronte enormi problemi politici. Continua Natta, rispondendo ad una domanda su Ingrao (ha detto di non condividere la posizione di Occhetto): E’ del tutto legittima. Ha espresso la sua opinione. Nel comitato centrale torneremo a discutere la proposta. Non dovremo tener conto solo dei compagni con la forza morale e intellettuale di Ingrao, ma dell’ opinione di tutti i militanti; dobbiamo rispondere non solo a chi ha la testa di Ingrao ma a tutti. Più secco è Mussi: Ingrao? Non esiste commento. Aspetto di sentire come argomenterà e poi discuterò con lui. Certo nel Pci è una vera autorità, ma io spero che questo processo vada avanti con il massimo di unità. Se Mussi spiega e giustifica l’ accelerazione impressa da Occhetto dicendo che era già nello spirito dell’ ultimo congresso e, così facendo mena fendenti poderosi alla tradizione, Natta calca il piede sul freno. Il problema vero non è quello del nome, ma della sostanza delle idee e delle strategie per rispondere ai grandi cambiamenti in atto. Noi sentiamo questa esigenza e questa responsabilità e quindi rivolgiamo un appello a tutte le forze progressiste della sinistra. Poi valuteremo. Per questo la questione del nome non mi sembra fondamentale. Fin qui dice Natta e fin qui tutti sono d’ accordo. Ma poi l’ ex segretario incalza: Il nostro è un nome glorioso, legato alla storia delle grandi trasformazioni sociali del paese. Non è un nome che abbia avuto fallimenti e che abbia qualcosa da farsi perdonare. Dunque niente autocritiche. Ma Natta non si ferma qui e implicitamente risponde a chi sostiene il cambiamento di sigla con l’ esempio che viene dai partiti comunisti dell’ Est: Siamo un partito che non ha vissuto ciò che è accaduto nell’ Europa orientale, dice il presidente del Pci, il consenso che abbiamo avuto e che abbiamo non ci deriva dall’ Armata rossa ma è effettivo. La forza che abbiamo avuto e che abbiamo ce l’ ha data liberamente la gente e noi abbiamo esercitato una funzione in rapporto a questa fiducia che ci è stata espressa. Certo la nostra è una storia fatta anche di errori e di sconfitte, ma è una storia importante: basta pensare alle vicende di Luigi Longo, uno dei fondatori di questa democrazia. In pratica Natta sostiene: discutiamo pure, ma non dimentichiamo chi siamo, cosa abbiamo fatto per l’ Italia, i nostri meriti nella costruzione della democrazia. La conclusione del suo ragionamento è semplice: Sono molto chiaro, non facciamo dei nomi un feticcio, ma il nostro nome è glorioso. Sono pronto ad aprire prospettive nuove a partire da ciò che è stato ed è il Pci. Insomma Natta non vuole gettare né l’ acqua né il bambino; Mussi invece è più drastico: La tradizione è bella quando agisce efficacemente nella storia che cambia. Come reagisce e come deciderà il Pci? Cossutta ha proposto un referendum nel partito, una formidabile e pericolosa occasione di polarizzazione. Natta risponde: Non ci ho ancora pensato. Dobbiamo ragionare sulla forma più adeguata perché tutto il partito possa dibattere. Siamo di fronte a una proposta che deve avere una risposta da tutto il partito. Come dire che neppure il comitato centrale della settimna prossima potrebbe essere decisivo. Replica Mussi: Vedremo al Cc cosa bisognerà fare. E intanto insiste che la discussione che si è aperta è la conferma che il gruppo dirigente non è fatto da giacobini fuori dalla realtà, tutt’ altro. Mentre in platea c’ è qualcuno che lancia una battuta: Io un nome nuovo ce l’ avrei: bolscevico, Mussi fa filtrare segnali di speranza: Nelle fabbriche c’ è grande discussione. E’ presto, ma sembra che la maggioranza degli operai sia molto interessata, che stia capendo il senso della novità. – dal nostro inviato GUIDO PASSALACQUA

INGRAO BOCCIA LA LINEA DI OCCHETTO
Repubblica — 17 novembre 1989 pagina 3
ROMA Ho letto la relazione del segretario, e non sono d’ accordo. Esporrò le ragioni del mio dissenso al Comitato centrale lunedì prossimo. A Botteghe Oscure la bomba è arrivata così, nelle due righe di un dispaccio d’ agenzia che sanciva il dissenso più temuto. Da ieri, i comunisti che in tutta Italia si oppongono alla svolta sanno di poter parlare anche con la voce di Pietro Ingrao. E ora – con il partito in subbuglio, e dopo i dubbi e i dissensi emersi anche in Direzione sul blitz del segretario – per la sfida lanciata da Occhetto, per la sua scommessa di voltare pagina nella sinistra italiana anche a costo di rinunciare al nome Pci, la strada è ancora più in salita. Per lunedì, si annuncia uno scontro drammatico: che Occhetto vuol vincere – lo ha dichiarato – anche a costo di mettere in gioco la sua segreteria. Assente da Roma nei giorni scorsi, Ingrao è apparso di buon’ ora nel Transatlantico di Montecitorio, e immediatamente lo ha circondato una piccola folla di deputati e giornalisti. No, ha detto subito lo storico leader della sinistra comunista, non sono d’ accordo con la proposta avanzata da Occhetto. Per dirlo, ho atteso di leggere ieri sera il testo integrale della relazione del segretario alla Direzione. No, non chiedetemi perché. Spiegherò i motivi del mio dissenso lunedì prossimo, al Comitato centrale. Ingrao ha affermato di non aver saputo nulla fino all’ ultimo: Solo martedì sera – ha raccontato – ho ricevuto a Madrid una telefonata da Botteghe Oscure. Mi è stata data però un’ informazione sommaria, e perciò non ho espresso prima la mia opinione. Né potevo farlo basandomi solo sulle notizie pubblicate sui giornali. Non è stata una sorpresa Esplosivo nelle redazioni dei giornali, clamoroso nella storia recente del Pci, l’ annuncio del dissenso di Ingrao non è stato una sorpresa solo per il ristrettissimo gruppo di dirigenti comunisti che intorno alle dieci era già raccolto attorno ad Occhetto per una riunione informale – e molto allargata – della segreteria. Che Ingrao non fosse d’ accordo, infatti, il leader di Botteghe Oscure lo sapeva fin dal tardo pomeriggio di mercoledì. E forse anche questo ha pesato nella scelta di rinviare al Comitato centrale una prima verifica formale degli schieramenti al vertice del partito. Alle 16 di martedì, nel mezzo del dibattito in Direzione, era stato il segretario in persona a raggiungere per telefono Ingrao nel suo albergo di Madrid. Al suo antico maestro, Occhetto aveva brevemente spiegato di aver presentato una proposta complessiva, che i giornali avevano invece ridotto alla questione del nome: chiedendogli – riferiscono al Pci – di non fare dichiarazioni prima di aver letto la relazione, che gli sarebbe stata consegnata immediatamente al suo rientro a Roma. Per la missione, il segretario ha scelto due ex ingraiani, Alfredo Reichlin e Antonio Bassolino. Sono stati loro, nella tarda mattinata di mercoledì, a lasciare la riunione della Direzione per raggiungere Fiumicino, dove con qualche ora di ritardo, con un volo dell’ Iberia, è arrivato Pietro Ingrao. E dopo avergli consegnato il documento, Reichlin non è riuscito a resistere alla domanda che inutilmente una giornalista aveva appena rivolto all’ ex presidente della Camera: Tu che ne pensi?. Ingrao non si è fatto pregare: Voglio leggere bene la relazione – ha detto in sostanza – ma per quello che ho potuto vedere sui giornali spagnoli, la proposta di Occhetto non mi convince. Un dissenso netto, motivato in particolare dagli interrogativi sui caratteri della nuova formazione politica e sull’ identità delle forze chiamate alla fase costituente. Tornati a Botteghe Oscure, i due dirigenti hanno riferito ad Occhetto del colloquio, aggiungendo nuovi elementi a un quadro già assai più complesso di quello previsto dalla squadra del segretario. All’ appuntamento con la Direzione, alla decisione di metter sul tappeto la questione della rottura con il comunismo e di un appuntamento ravvicinato con l’ Internazionale socialista, il segretario era arrivato dopo una consultazione a cavallo del week end con una ristrettissima cerchia di amici e collaboratori. Soltanto lunedì – con i giornali che annunciavano già il Pci cambia nome – la segreteria al completo è stata informata di quello che si preparava. E martedì mattina, aprendo i lavori della Direzione, Occhetto ha ribadito quello che il giorno prima aveva chiarito ai sei membri dell’ esecutivo: O passa, o mi dimetto. Non è bastato questo per evitare che da subito la discussione diventasse drammatica, a tratti concitata, segnata da frasi che gli stessi autori hanno espunto dai resoconti ufficiali. Già martedì, tra Aldo Tortorella e Claudio Petruccioli sono volate parole grosse, e accuse di fuoco. E nel rivolgere a Occhetto l’ accusa di scarsa collegialità, Gian Carlo Pajetta non ha rinunciato all’ ironia più pungente: Certo, quando nel ‘ 17 si è arrampicato sulla sua autoblinda, Lenin non ha sentito nessuno: ma voleva fare la rivoluzione, e c’ è riuscito. Tu, che cosa vuoi fare?. Il tutto, mentre le adesioni della maggioranza alla proposta del segretario rivelavano via via un contrasto stridente tra chi – come Giorgio Napolitano – la finalizza ad una rapida adesione all’ Internazionale socialista, e chi al contrario – come Massimo D’ Alema – la legge come lo strumento di una più radicale autonomia dal Psi. Di queste differenze, Occhetto ha tenuto esplicitamente conto nella replica che ha chiuso i lavori, e che costituirà lunedì l’ ossatura della sua relazione al Comitato centrale. Ai trecento membri del parlamentino comunista, Occhetto opporrà un’ appassionata difesa dell’ idea di una nuova formazione politica trasversale e di opposizione, in grado di rompere gli schieramenti tradizionali e di sbloccare la situazione politica, aprendo una sfida ai socialisti sul terreno dell’ alternativa. Un’ avvenuta integrazione Ai comunisti in rivolta, il segretario dirà che non c’ è all’ orizzonte la svendita del patrimonio politico del partito, ma un nuovo inizio che ha in sé il meglio della nostra tradizione: a chi ha paura, assicurerà che se questo dovesse significare un nostro indebolimento, il primo ad oppormi sarei io. Se si cambierà nome – ripeterà Occhetto – sarà per prendere atto di un’ avvenuta aggregazione a sinistra, e non – o non soltanto – sulla scia dei fallimenti dell’ Est: e per sciogliere in un contesto più ricco le differenze da tempo presenti tra noi. Su questa relazione, Occhetto non chiederà al Cc di votare. Ai suoi membri, verrà proposto invece di avviare in tempi strettissimi, e comunque prima delle elezioni di primavera, un processo in due tappe, fatto della convocazione di un congresso straordinario e poi di un’ assemblea costituente della nuova forza politica: poi, dopo il voto, sarà un secondo congresso a tirare le somme. Su questo processo irreversibile il Pci dovrà pronunciarsi: Ma quale frenata, stiamo accelerando, ha detto ieri Emanuele Macaluso uscendo dalla segreteria allargata al fianco di Napolitano. Anche se non sarà semplice far correre uomini come Alessandro Natta e Pietro Ingrao. – di STEFANO MARRONI’

GUAI A TOCCARE IL NOSTRO SIMBOLO’
Repubblica — 17 novembre 1989 pagina 6
TREVISO Anche tra i comunisti che vivono nel cuore del Veneto bianco c’ è chi contesta la proposta di Achille Occhetto. La controffensiva parte da Treviso, dove da ieri è sorto il primo Comitato per la difesa del simbolo. L’ idea è stata lanciata dagli iscritti alla sezione Palmiro Togliatti, che sono 165, e dove ieri sera è nato il primo organismo con quel nome. Per il 23 novembre è stata organizzata una riunione provinciale. La difesa del simbolo spiega il fondatore del comitato Zeno Giuliato non rappresenta un fatto nostalgico, né tantomeno una posizione romantica. E’ piuttosto un fatto politico perché non si può cancellare la coscienza di quegli uomini che credono nel comunismo. E il militante del Pci, che ha ricoperto diverse cariche dirigenti, si spinge molto avanti e alla domanda su come conservare quest’ identità risponde: La soluzione potrebbe essere quella di darci una diversa connotazione politica. Se non c’ è più diritto di cittadinanza per il Pci, i comunisti si organizzeranno con proprie liste. I comitati continua Giuliato avranno proprio lo scopo di chiarire il nostro comportamento in vista delle prossime amministrative. Le riunioni che si succederanno serviranno a raccogliere il contributo di tutti i comunisti, di tutti quei comunisti che ritengono che la decisione di Occhetto sia piovuta dall’ alto. Secondo l’ esponente trevigiano la strada intrapresa dal segretario del partito è lastricata di rischi: Innanzitutto quello che molti iscritti saltino il fosso alla spicciolata verso il Psi, ma più ancora quello di vedere aumentare l’ astensionismo: lo zoccolo duro del Pci, la gente semplice, la gente che lavora e che ha fatto la fortuna del partito, potrebbe decidere di rinunciare alla politica. Infine Giuliato attacca i vertici del Pci veneto: i vecchi capi storici, la generazione di mezzo ed i giovani. Tutti, indistintamente, tacciono sottolinea e la Fgci, così aperta e sensibile ai diversi momenti della vita culturale, non è mai stata altrettanto silenziosa come in questa fase. E termina: Un partito marxista in Italia è fondamentale per la nostra democrazia e i comunisti non pentiti sono molti di più di quanto si pensi. – GIORGIO CECCHETTI

Via delle Botteghe Oscure,sede del PCI

LA VECCHIA GUARDIA SFILA NEL MEZZO DELLA BUFERA
Repubblica — 21 novembre 1989 pagina 6
ROMA Elencano gli eserciti che dovrebbero calare sulle Botteghe Oscure a gridare al loro fianco, mentre il cielo su Roma si tinge di rosso, la voglia di essere comunisti, sempre. E dicono: Abbiamo il Meridione, e il Piemonte. E poi c’ è l’ Emilia Romagna…. Ma per ora ad agitare i cartelli improvvisati, un paio di bandiere per quanto gloriose e qualche striscione, c’ è uno sparuto gruppo di irriducibili, che col calare della sera si fa più folto e più combattivo, con appuntati sul petto falci e martelli di latta, residui di vecchi festival dell’ Unità. C’ è una fanciulla che chiama i compagni a raccolta: Cantiamo, illudiamoci un po’ …. Sul frastuono del traffico e dei clacson degli autobus Bandiera rossa si sente appena e svanisce prima che la strofa sia terminata. Ma alle otto di sera, quando i dirigenti del Pci lasciano il palazzo dopo la prima giornata di dibattito, la tensione provocata dai duecento contestatori è aumentata. Pugni e calci alla macchina di Luciano Lama che se ne va da solo, in un coro di traditore, traditore, manifesti con la scritta per un futuro senza Occhetto, una selva di fischi per Maurizio Ferrara e tutti i notabili del partito costretti a andarsene di soppiatto per uscite secondarie: i miglioristi, i due fratelli Borghini, il vicesindaco di Milano Corbani e Gianni Cervetti, per via dei Polacchi. Per via Aracoeli, Trentin, Chiaromonte, Natta e Napolitano. Solo pochi varcano sorridendo il portone principale: Armando Cossutta, il più applaudito, Luciana Castellina e Adalberto Minucci che intona anche lui Bandiera rossa. Al portone di Botteghe Oscure, la vecchia guardia era arrivata, nel primo pomeriggio, in ordine sparso, divisa al suo interno da antiche vicende personali e da diversi giudizi sul presente. Attorno a Pajetta, ad Ingrao e Bufalini, a Pecchioli e Nilde Iotti, a Lama e Chiaromonte i contestatori lanciano insulti al segretario. In questa sagra di sentimenti, ognuno racconta la sua storia d’ amore con un partito dal quale oggi teme di essere abbandonato. Il Comitato centrale è in una sala lontana, al quinto piano, dove il chiasso della strada non arriva e dove i grandi vecchi si impongono di non seguire le ragioni del cuore ma solo quelle della politica: è un dramma vero quello che si vive attorno e dentro la sede del partito comunista. Questa riunione del Comitato centrale per la rifondazione non è uno spettacolo di palazzo, non è una fiera per la spartizione del potere. E anche nella rabbia dei più focosi, c’ è qualcosa di commovente, c’ è il senso di vivere una pagina di storia. UN QUARTO d’ ora d’ anticipo arriva Giancarlo Pajetta. Ed è per lui il primo incoraggiamento: Resisti, resisti!. Pajetta è teso. Tra l’ altro si è dispiaciuto per un articolo di Macaluso, che sull’ Unità ha scritto: Pajetta ha ragione nel dire che i sentimenti sono parte della politica. Ma la politica senza capacità di operare con lucidità scelte necessarie diventa un’ altra cosa: il Pci, con la sua storia, non può ridursi a una testimonianza. Pajetta si sente offeso: Non voglio esser perdonato, non voglio esser compreso. Voglio esser fra quelli che ragionano e che sono considerati per quello che dicono e per quello che può valere la loro esperienza. Qui i sentimenti non c’ entrano, credo che ci siamo messi in un pasticcio che poteva e doveva esser evitato. In questa ora sufficientemente unica che sta vivendo il Pci, il grande vecchio del partito ricorda altri momenti di lotta politica, di divergenze, di errori che poi abbiamo cercato di riparare. Di questo, anche, è fatta la vita di un uomo, la vita di un partito… Ma non domandatemi di chiedere scusa per la mia vita precedente. Dopo 52 anni non mi pento Paolo Bufalini, l’ uomo che un tempo tesseva la tela dei rapporti con i cattolici, il grande sostenitore del compromesso storico, oggi non ha bisogno d’ esser convinto. Lo è già, e tanto più lo è da quando ha saputo che il suo vecchio oppositore, Ingrao, invece è contrario. Bufalini, arrivato al portone delle Botteghe Oscure, per niente turbato dai contestatori, sorride e spiega: Da 52 anni milito nel Pci e non mi sono mai pentito d’ eser comunista. Questo non vuol dire non prendere in considerazione l’ idea che il Partito comunista si possa far promotore di una forza più grande, democratica e di sinistra. Aggiunge: Anche socialista. Ma il nome? Bufalini rassicurante: Il nome? Il nome verrà a seguito di quello che si deciderà. E certo non scompare niente. Improvvisa sale la febbre dei contestatori. Dietro l’ angolo verso Piazza Venezia è spuntato Bruno Trentin. Per lui, il segretario della Cgil, non c’ è scampo, lo accolgono al grido di traditore, mafioso, vai a via del Corso. E così per Nilde Jotti: Nilde, cambia idea!. A Nilde, ripensace! T’ ha fatto magnà, il partito comunista, e ora gli volti le spalle. Per Lama, una via di mezzo, un avvertimento: Non tradire! Diventa comunista!. Scoppia l’ Internazionale all’ arrivo di Ingrao, imbarazzato, serio, a fatica strappato dall’ esultanza degli irriducibili. Al governo?, gli chiede un vecchio cossuttiano, che, al silenzio del leader, aggiunge: Ci vadano loro con un altro nome. Io resto comunista, pur sapendo d’ esser socialista. Ingrao non risponde, passa il portone e rinvia ad oggi la spiegazione del suo no. Classe ‘ 25, Ugo Pecchioli, presidente dei senatori del Pci, se non è vecchia guardia, è almeno un notabile. L’ uomo di ferro, il duro degli anni di piombo, oggi non è attaccato alle ragioni del cuore. Io sostengo che anche i sentimenti devono esser rispettati, i sentimenti dei compagni, perché il travaglio è grande e la svolta che si propone, pure. E si mettono in discussione tante cose che pigramente ritenevamo consolidate. Occorre un grande sforzo di ragionamento oggettivo da parte di tutti. Io ritengo giusta la proposta di rifondazione, il mondo sta cambiando e costringe tutti, non solo i comunisti, a rifare i conti con se stessi. Soprattutto in Italia, per non restare per sempre sudditi della Dc. E ai timori di chi vi chiede di non svendere ai socialisti, cosa risponde? Nessuno di noi è disposto a svendere niente. La proposta del segretario non induce ad andare a Canossa. E’ giusto coltivare l’ orgoglio del passato, ma non possiamo vivere di glorie accumulate, quelle nessuno ce le può toccare. L’ invito ai compagni Pecchioli diventò comunista e partigiano insieme, a 18 anni, nel ‘ 43. Oggi, mentre comincia il Cc della rifondazione, raccomanda ai compagni: Non limitiamoci ad essere custodi della memoria, la vita va avanti, se alziamo il tiro, costringeremo gli altri a non vivere di quieto vivere. Aldo Tortorella, stessa età, simile storia (la tesi su Spinoza rinviata per anni, per poter invece lavorare nel partito), non ama i sentimentalismi, va alle Botteghe Oscure con spirito combattivo. Non anticipa giudizi. Dice solo: Il nostro sforzo, lo sforzo di una generazione, è stato quello di costruire una forza politica. La prima giornata si chiude sull’ eco della contestazione e su un coro di voci che scandiscono Enrico, Enrico…. Quando Giovanni Berlinguer, schierato con Occhetto, se ne va in bicicletta, gli gridano dietro: Ricordati il nome che porti!. – di SANDRA BONSANTI

Fassino,Occhetto,Mussi,D'alema

LA SFIDA DEI COLONNELLI ‘COSI’ O CE NE ANDIAMO’
Repubblica — 21 novembre 1989 pagina 9
ROMA Ragazzi, sapete che vi dico? Io me ne vado dal barbiere. Era quasi mezzogiorno quando Achille Occhetto ha lasciato il Bottegone per affidarsi alle forbici del barbiere di Montecitorio. A quell’ ora, la relazione con la quale il leader del Pci avrebbe aperto di lì a poco il più difficile Comitato centrale della sua segreteria era ormai pronta da un pezzo. Come vuole un’ antica prassi, lui non ha scritto di suo pugno tutte le 32 cartelle del discorso. Il compito di stendere una prima bozza è stato affidato ai tre ghostwriters del segretario, i suoi scrittori-fantasma: Massimo De Angelis, 36 anni, ex giornalista di Rinascita e segretario personale di Occhetto; Antonello Falomi, 42 anni, cattolico, ex consigliere comunale a Roma e genero di Franco Rodano; e Iginio Ariemma, 50 anni, capo dell’ Ufficio stampa delle Botteghe Oscure. A loro, Occhetto ha consegnato il suo breve rapporto alla Direzione e ha indicato i quattro punti che andavano sviluppati. Poi, quando ha avuto la bozza, l’ ha corretta personalmente e ha affidato a ciascun membro della segreteria l’ incarico di aggiungere un brano, un paragrafo o un capitolo. Infine l’ ha limata, rimpolpata, smussata e addolcita insieme a Claudio Petruccioli e ad Antonio Bassolino: l’ ala destra e quella sinistra della segreteria, affinché si bilanciassero tra loro. Per far questo il segretario ha trascorso al Bottegone l’ intera domenica, tornando a casa in tempo per vedere in tv l’ assalto ai forni nei Promessi sposi. MA IERI a mezzogiorno la grande fatica era finita, e la relazione era già in tipografia. Perciò Occhetto ha deciso di prendersela comoda. Prima dal barbiere e poi a casa, per pranzare con la moglie Aureliana. All’ autista ha detto di tornare alle 15,30: neanche nel giorno del discorso più faticoso il segretario ha voluto rinunciare alla sua siesta. Alle Botteghe Oscure sono rimasti i suoi colonnelli, i giovani leoni del nuovo corso. Anche per loro queste sono giornate decisive: se Occhetto non ce la fa, l’ avventura è finita pure per Fassino. Per Petruccioli. Per Turco. Per Veltroni. Per Bassolino. Per Mussi. Per D’ Alema. E loro lo sanno bene. Ecco perchè Piero Fassino, mandato ieri sera da Occhetto ad ascoltare i cento iscritti che protestavano davanti alla sede comunista, dopo aver esposto e difeso la linea del segretario ha avvertito i ribelli: Questa è la nostra proposta. Se passa, bene. Altrimenti pazienza, vuol dire che si troverà un altro gruppo dirigente. Perchè qui, sia chiaro, nessuno difende le poltrone!. Eppure non è solo per questa scommessa, che lo stato maggiore occhettiano sta dando il massimo: i sette colonnelli del segretario generale sentono la grande responsabilità di aver avviato la più azzardata operazione politica degli ultimi dieci anni, sentono lo sguardo severo dei vecchi custodi della storia comunista. E soprattutto sentono gli echi dell’ esame che stanno subendo, in queste ore, l’ esame più difficile: quello della base. Il medico addetto al controllo della temperatura è l’ instancabile Fassino, per il quale la domenica è solo un ponte tra due giornate lavorative. Anche l’ ultima, lui l’ ha passata nel suo ufficio al terzo piano del palazzone comunista, telefonando per l’ intera giornata ai segretari regionali del Pci. A tutti, ha chiesto notizie delle assemblee che si sono svolte in questo week-end. Cosa vede oggi, dal suo osservatorio? Vedo un dibattito ricco, con posizioni più articolate di quelle che appaiono sui giornali. Voglio dire che se si parte dal progetto, gran parte dei compagni sono d’ accordo. E capiscono anche che ci si può chiamare in un altro modo. Certo, se invece si chiede loro brutalmente se vogliono cambiare il nome, allora cosa volete, i comunisti sono orgogliosi di esserlo. Ma qui si tratta di rimettere in moto la politica italiana. Si tratta di un’ operazione complessa, difficile, rischiosa. Dentro e fuori il Pci. Ma ormai dobbiamo fare tutto ciò che ci compete. Dobbiamo portare tutto il partito su queste posizioni. Con grande convinzione e con grande determinazione. Anche Massimo D’ Alema ha appena tastato il polso alla base. Il giovane direttore dell’ Unità ha risposto per due ore, domenica mattina, alle telefonate che arrivavano a Italia Radio (l’ emittente del Pci). Cos’ ha capito? Che nel partito si è aperta una discussione molto seria risponde D’ Alema il che non significa che tutti siano d’ accordo ma che i pro e i contro vengono valutati serenamente. Nessuno dice: traditori, mascalzoni, svendete il patrimonio comunista. No, la gente riflette. E questo è il merito dell’ iniziativa di Occhetto: quello di aver spinto la base a interrogarsi sulla prospettiva, sul futuro di questo partito. Certo, dev’ essere dura sentirsi accusare anche se da un iscritto su cento di voler buttare a mare l’ orgoglio dei comunisti. Specialmente se chi lo dice ha preso la tessera 30 o 40 anni fa. E’ un’ accusa sbagliata e ingiusta, afferma Walter Veltroni, il più giovane membro della segreteria, il dirigente più votato all’ ultimo congresso: Io ho passato 20 dei miei 34 anni lavorando a tempo pieno per questo partito. Questo Pci è stato qualcosa che ha cambiato la mia vita, e ai suoi caratteri io sono indissolubilmente legato. Ma la sua grande forza è stata sempre quella di esser capace di scelte difficili, e questa è una di quelle. Ogni altra scelta sarebbe stata sbagliata, dice Veltroni: Non c’ è dubbio, era più comodo starsene fermi. Così però ci saremmo assunti la responsabilità, per non avere il coraggio di sbagliare, di vedere deperire un grande patrimonio politico e ideale. Ma siccome noi non vogliamo arrivare al Duemila con Andreotti a Palazzo Chigi, abbiamo capito che era necessario un elemento di rottura. Questo è il significato della nostra proposta, che non è una faccenda di nomi. Quando ne abbiamo discusso con Occhetto, abbiamo scartato sia l’ ipotesi di un semplice cambiamento di insegne, sia la prospettiva subalterna dell’ unità socialista. Adesso che l’ ora della verità si è rivelata più drammatica del previsto, la nuova guardia prova per la prima volta cosa significa avere contro i grandi vecchi del partito: Pietro Ingrao, Gian Carlo Pajetta e Alessandro Natta. Con loro, in queste ore il segretario e i suoi colonnelli hanno cercato di tenere aperto un dialogo. Senza grandi risultati, però. Natta con la ragione capisce e ci dà ragione, ma col sentimento non riesce a convincersi racconta uno dei collaboratori di Occhetto. Ingrao lo conosciamo tutti: ha detto no e non cambierà idea. Quanto a Pajetta, lui è un politico troppo esperto per non capire che questa è la mossa giusta. Se è contrario, è per il semplice motivo che la proposta non è partita da lui. Ma questo, per piacere, non lo scriva. – di SEBASTIANO MESSINA

‘ME NE VADO, SONO INAFFIDABILI’
Repubblica — 22 novembre 1989 pagina 4
ROMA Perché lascio il Pci? Non avevo scelta: quando ti accorgi che la situazione sta precipitando, stupidamente; di fronte all’ inaffidabilità di questo gruppo dirigente, ad una prova di imperizia e di inesperienza assoluta, non potevo fare altrimenti. Mi sono sentito defraudato del mio lavoro, dei trent’ anni di vita dedicati al partito: e me ne sono andato. La seconda giornata del Comitato centrale comunista si chiude con la notizia della fuoriuscita dal partito del deputato Antonio Montessoro, genovese, 51 anni, dall’ 80 all’ 83 responsabile della sezione problemi del lavoro di Botteghe oscure. La decisione era maturata sin dalla scorsa settimana, ma è divenuta operativa subito dopo la relazione di Achille Occhetto al Comitato centrale, in cui Montessoro ha trovato conferma di un atteggiamento antidemocratico della segretaria e dell’ incapacità anche personale a gestire un processo politico. E’ stato lui stesso, nella tarda serata di ieri, a confermare la notizia con visibile sofferenza: Sì, chiudo con il Partito comunista. Resto a Montecitorio, aggiunge il deputato, ma senza la tessera del Pci. Passo ad un altro gruppo: in quello comunista, alla luce dei comportamenti dell’ attuale gruppo dirigente, non posso più restare. Con ogni probabilità, il deputato dovrebbe passare nel gruppo della Sinistra indipendente. La decisione di Montessoro arriva dopo trent’ anni di militanza totale in quello che continua a chiamare il mio partito. Giovanissimo diventa segretario della Fgci a Genova. Poco dopo, approda alla carica di segretario delle federazioni cittadina e regionale. Nell’ 80, si trasferisce a Roma ed entra nella direzione nazionale del partito come responsabile della sezione problemi del Lavoro. Si impegna, con particolare vigore, sul fronte dei problemi energetici e in occasione del referendum per l’ eliminazione dei tagli alla scala mobile. Conduce, inoltre, una lunga battaglia per una radicale riforma degli uffici di collocamento. Tre anni dopo, Montessoro viene eletto deputato nella circoscrizione di Genova-Imperia-La Spezia-Savona con circa 30 mila voti. Nell’ 87, viene confermato a Montecitorio, con un numero analogo di preferenze ed entra nella commissione Affari produttivi. In direzione, ha lavorato per tre anni a fianco di Gerardo Chiaromonte, mentre sui banchi della Camera, stabilisce un rapporto di stima e collaborazione con Alfredo Reichlin. Ai due parlamentari, nei giorni scorsi, aveva anticipato l’ intenzione di mettere in discussione il suo rapporto con il partito. Ho spiegato loro che il partito mi appartiene, spiega Montessoro, certo il Pci non può essere considerato proprietà privata di nessuno, ma dopo averci lavorato tanto, certe cose non si possono accettare. Comunque, non ho cercato proseliti: la mia è stata una riflessione sofferta e solitaria. Mi sembra evidente, però, che il disagio attraversa molti compagni: sia nelle sezioni che in Direzione che nel Comitato centrale. Domenica il deputato comunista aveva già pronte le due lettere che hanno sancito ufficialmente la sua uscita dal Pci: la prima, più lunga e dettagliata, al segretario della federazione genovese, la seconda, poche righe formali, al capogruppo alla Camera, Renato Zangheri, che l’ ha trasmessa al segretario Occhetto. Tra le due lettere la differenza di tono è evidente. La prima è più calorosa e dettagliata, la seconda è un breve, ma deciso attacco al gruppo dirigente: E’ inaffidabile, scrive Montessoro, perché non offre più il minimo livello di garanzie democratiche, avendo presentato il processo di rifondazione come irreversibile, ancor prima che cominciasse. Quindi, la constatazione di non sentirsi più tutelato, l’ accusa al gruppo dirigente di aver violato i livelli minimi di garanzia, collegialità e democrazia e l’ annuncio della decisione di lasciare il partito ed il gruppo parlamentare. – di ALDO FONTANAROSA

ARRIVA L’ APPOGGIO DEI QUADRI DI PARTITO
Repubblica — 24 novembre 1989 pagina 2
IL DISSIDENTE MONTESSORO SI ISCRIVE AL GRUPPO MISTO

ROMA :Sancito ufficialmente il divorzio tra il deputato Antonio Montessoro e il gruppo parlamentare comunista. Ieri pomeriggio, durante la seduta a Montecitorio, la presidenza ha dato l’ annuncio della richiesta di dimissioni del parlamentare e della sua successiva iscrizione al gruppo parlamentare misto. Montessoro, che lascia dopo trent’ anni il Pci, ha voluto manifestare così il suo pieno dissenso dalle proposte di rifondazione di Occhetto e dal metodo antidemocratico adottato dalla segreteria. Genovese, 51 anni, Montessoro è stato segretario della Federazione ligure del Pci. Dall’ 80 era membro della Direzione comunista, come responsabile della sezione Problemi del lavoro. E’ stato eletto deputato, per la prima volta, nell’ 83, nella sezione Genova-La Spezia-Imperia-Savona. Nell’ 87, la conferma a Montecitorio. Le dimissioni dal Pci e dal gruppo parlamentare, il deputato le aveva annunciate in una lettera al capogruppo alla Camera, Renato Zangheri, e in un’ altra al segretario della Federazione genovese. – di ANTONELLO CAPORALE

ANGIUS: ‘E’ STATO UNO SBAGLIO NON DOVEVAMO SPACCARCI’
Repubblica — 26 novembre 1989 pagina 6
ROMA Non appartiene alla vecchia guardia di Botteghe oscure, non è l’ uomo buono per tutte le stagioni. Sassarese, poco più che quarantenne, Gavino Angius è coetaneo di Mussi e Petruccioli. Fedelissimo di Berlinguer (lo volle anche in segreteria), fa parte della direzione del partito. Occhetto gli ha affidato la responsabilità di seguire l’ attività del Pci nelle città italiane. E’ lui, per esempio, che ha annunciato quest’ estate la fine delle giunte anomale. Ma la svolta non gli è piaciuta: Le conclusioni del Comitato centrale ormai le giudicherà il partito. A chi ha considerato un ingombro il nome comunista gli rispondo che oggi mi sono commosso nel vedere il comunista Dubcek abbracciato dal suo popolo mentre cerca di riaprire un nuovo spazio di libertà per il suo paese. Lei si è astenuto al momento di votare la proposta di Occhetto. Però il suo è, nella sostanza, un no. Io ho detto che non si poteva partire dal nome, ma da quella che è stata chiamata la cosa. Secondo lei il segretario ha posto per davvero prima di ogni altro problema il nuovo nome? Voglio essere corretto nel rispondere: probabilmente le intenzioni non erano queste. Tuttavia non si può negare che il giorno stesso che la direzione fu chiamata a discutere della svolta, i giornali di tutto il mondo titolavano: Il Pci cambia nome. Tra questi giornali c’ era l’ Unità. Si apre, per la prima volta in termini così drammatici, un congresso di grande tensione ideale e politica. Molti notano che si sono riempite le sezioni, nel partito si torna a parlare di politica. Il fatto che si riempiono è vero. Ed è una cosa buona. Il problema è di fare in modo che questa presenza continui. Io non ho mai visto le sezioni piene come subito dopo una sconfitta elettorale. Si fanno dibattiti appassionati, voi giornalisti li definite addirittura spietati, ma dopo tre o quattro giorni tutti vanno a casa. Il problema ora è un altro. Si tratta di condurre tutte le nostre forze a partecipare e a definire insieme a noi i caratteri della nuova formazione politica. Come ha vissuto questi giorni? Con un grandissimo travaglio e un ripensamento continuo sul mio percorso di comunista. Ho pensato che stava succedendo qualcosa che cambia il nostro modo di essere, e che condiziona in modo rilevante anche la società italiana. La proposta, non c’ è dubbio, è affascinante. Esiste però ancora qualcosa di inafferrabile. Quella che viene definita la cosa mi sembra ancora una specie di farfalla elusiva. Siamo di fronte alla proposta della costruzione di una nuova formazione politica. Non di un nuovo partito, ma – ripeto – di una nuova formazione politica. Le parole, mai come in questo momento, pesano. Lo sta dicendo con lo sconcerto di chi ancora non ha compreso appieno cosa sia accaduto. E’ pensabile che il segretario non ne ha abbia parlato, prima dell’ apparizione alla Bolognina, con nessuno di voi? E’ davvero ipotizzabile quest’ uomo che, da solo, prende una decisione di tale rilevanza? Occhetto ha detto che è stato così. Non ho alcun dubbio che la verità dei fatti sia questa. E poi guardi che io non ritengo mica che ci sia stata una scorrettezza da parte sua. Credo e ripeto che fosse suo diritto e dovere fare una proposta simile. Io ho posto invece una questione di metodo sulla formulazione della proposta. Ho infatti proposto un percorso diverso. Un percorso che mi sembrava anche più coinvolgente rispetto a quello delineato dal segretario. Discutiamo la proposta, dicevo, prima tra noi. Poi la portiamo davanti al partito e all’ opinione pubblica. Infine decidiamo. In questo modo avremmo evitato la spaccatura. Tuttavia le cose sono andate diversamente…. Prima che si decidesse definitivamente, è stato mai tentato di chiamare in disparte Occhetto e dirgli: Guarda che stai sbagliando? Non ho avuto modo di parlarci. Ma adesso cosa pensa del segretario? La mia stima personale è rimasta immutata, questo naturalmente non mi fa velo nel dover giudicare ciò che è accaduto come evidentemente ho ritenuto di doverlo giudicare. Lei ricopre un posto di responsabilità. Non le sembra il caso di dimettersi, dal momento che manca del tutto la condivisione e la partecipazione alla linea politica indicata dal segretario? Il problema penso non riguardi solo me. Riguarda anche gli altri, anche chi ha votato sì, no o si è astenuto. La geografia politica interna registra un cambiamento sostanziale. Questo è un problema per la stessa segreteria. – di ANTONELLO CAPORALE

LE LISTE MISTE HANNO FORMATO UNA ‘DIGA’ CONTRO LE PERDITE
Repubblica — 10 maggio 1990 pagina 4
ROMA Sui nomi la fantasia si è sbizzarrita. Per trovare un simbolo nei 186 comuni in cui il Pci ha deciso di non presentarsi sotto l’ emblema della falce e martello, i dirigenti locali hanno utilizzato di tutto: dalle immagini (la torre, la mongolfiera, il faro, la montagna) ai riferimenti botanici (il trifoglio, il quadrifoglio, la genziana) a quelli faunistici (i gabbiani, il gallo, la colomba) fino alle lapidarie indicazioni programmatiche (l’ alternativa, il futuro). I risultati, almeno nei capoluoghi di provincia, sembrano dar ragione alle liste miste, che generalmente raccolgono più voti di quanto il Pci è riuscito a guadagnare presentandosi da solo nelle stesse zone per altre consultazioni. Il dato più significativo è quello di Isernia: i comunisti, alle provinciali, hanno perso circa l’ 1 per cento dei suffragi, mentre la lista Per Isernia presentata alle comunali insieme a verdi, antiproibizionisti, cattolici e alcuni demoproletari ha raccolto il 17,6 per cento dei voti, 4,4 punti in più di quanto il Pci aveva guadagnato nelle precedenti consultazioni. Alla federazione comunista, comunque, si aspettavano di meglio: Durante la campagna elettorale raccontano avevamo avuto un grandissimo successo, che non ha trovato un pari riflesso nel voto. La delusione per non avere, nonostante i due consiglieeri in più, neanche scalfito il potere della Dc (che governa il consiglio comunale con 27 seggi su 40), non mette comunque in discussione la scelta di presentarsi in formazione mista: E’ stata un’ esperienza positiva e la porteremo avanti. Anche ad Agrigento la lista con ambientalisti e radicali ha dato un risultato positivo: sarà stato l’ effetto Modugno, ma sta di fatto che la formazione a tre ha raccolto al comune il 9,3 per cento dei suffragi (contro il 9 che avevano avuto i comunisti nell’ 85), mentre il Pci da solo, alle provinciali, ha perso l’ 8 per cento dei voti. In altre zone, la scelta di schierare formazioni aperte, se non è servita a guadagnare voti, almeno ha consentito di limitare le perdite. Un effetto-diga che, in Puglia, ha funzionato a Brindisi e Lecce. Insieme per la città, presentata a Brindisi da Pci, cattolici e indipendenti, ha ottenuto il 12,6 per cento dei consensi (i comunisti avevano il 15,5), mentre nel voto della città per le provinciali il Pci ha perso il 6,1. A Lecce, Città nuova (comunisti, cattolici, indipendenti e ambientalisti) ha raccolto l’ 8,2 (il Pci aveva il 10,1), mentre il Pci da solo, per le provinciali, ha perso in città il 3,7. Il maggior numero di preferenze, tra l’ altro, è andato a un cattolico: il capolista Francesco Costantini. Le alleanze sono servite a contenere i danni anche a Verona (Nuova città ha raccolto il 41,3 per cento dei consensi, contro il 44,1 del Pci nell’ 85, mentre i comunisti hanno perso alle provinciali il 5,5), a Pescara (la lista aperta ha avuto 2,9 punti percentuali meno del Pci nelle amministrative precedenti mentre alla provincia il simbolo falce e martello è sceso del 6,7) e a Trapani (nel raffronto con l’ 85 la lista aperta cala del 2,1 mentre il Pci perde alle provinciali il 5,7). In alcune zone, però, le liste miste sembrerebbero aver quasi peggiorato la situazione. A Macerata il Pci è sceso, dove si è presentato col suo simbolo, del 5,7 per cento, ma alle comunali, con Città in movimento, la situazione è anche peggiore: meno 6,8. E a Frosinone la lista con indipendenti, demoproletari alcuni ambientalisti (battezzata Mongolfiera per indicare la volontà di volare un po’ più in alto) ha fatto registrare un flessione del 5,1 per cento rispetto a quello che il Pci aveva ottenuto nell’ 85, mentre alle provinciali le cose per i comunisti sono andate lievemente meglio, con perdite contenute entro il 4,8. Alla federazione di Frosinone, in ogni caso, non intendono desistere: I risultati sono deludenti affermano ma l’ esperienza è stata positiva. Noi abbiamo deciso la lista solo poche settimana prima del voto e la causa dell’ insuccesso sta probabilmente nel poco tempo che abbiamo avuto a disposizione per spiegare la nostra scelta agli elettori. Per L’ Aquila e Palermo, infine, i risultati ottenuti dalle liste aperte hanno scatenato le ire di Pannella e aperto un nuovo fronte di polemica nel Pci. Sul voto nel capoluogo abruzzese (la Genziana ha avuto il 16,2 per cento, contro il 18,9 del Pci nell’ 85) il leader radicale ha attaccato i vertici di Botteghe Oscure, accusati di avere assunto un atteggiamento di neutralità, invece che di sostegno alla lista. Il segretario regionale del Pci siciliano Pietro Folena, invece, polemizza con i leader del no che, a suo avviso, stanno usando strumentalmente il risultato palermitano (la lista aperta ha raccolto il 7,9 per cento dei suffragi: il Pci aveva il 14,7) per rimettere in discussione la strategia di Occhetto. – di LOREDANA BARTOLETTI

PCI DIVISO ANCHE SUL NOME DEL PCUS
Repubblica — 08 luglio 1990 pagina 9
ROMA Ha vissuto la fine di Kruscev. Ha conosciuto Breznev e tutti gli altri leader che si sono succeduti alla guida del Pcus. Per i suoi speciali rapporti con Mosca Berlinguer lo volle a capo della sezione esteri del Pci, incarico che ha mantenuto fino alla svolta occhettiana. Antonio Rubbi, deputato ferrarese di origini umili (da ragazzo ha fatto il bracciante), ha frequentato, nei sei anni di permanenza nella capitale sovietica, l’ Accademia di scienze sociali. Conosce benissimo Gorbaciov: qualche settimana fa, alla vigilia del vertice Usa-Urss, l’ ultimo incontro. Al capo del Cremlino ha presentato il suo libro, dal titolo assai eloquente (Incontri con Gorbaciov). I russi presto troveranno il volume nelle librerie. Dice Rubbi: Non trovo stupefacente la proposta di Eltsin di cambiare nome al Pcus. Né possono sorprendere i riferimenti al socialismo democratico, che erano già chiaramente indicati nel noto saggio di Gorbaciov del novembre scorso. Ritengo tuttavia che questo problema ben difficilmente potrà formare oggetto delle decisioni più immediate del congresso in corso. Se si affermerà conclude la linea del rinnovamento, si avvicineranno anche i tempi per porre concretamente all’ ordine del giorno la questione del nome. Più legata alla strada seguita dai comunisti italiani la riflessione di Giorgio Napolitano, ministro ombra degli Esteri e leader dell’ ala migliorista del partito. Premesso che la diversità della situazione è fin troppo ovvia, Napolitano rileva come sia comunque accaduto qualcosa di drammaticamente significativo per tutti i partiti provenienti dal ceppo del movimento comunista. E’ accaduto spiega che nel congresso del partito, che diede vita a quel movimento e lo guidò per decenni, si sia posto apertamente il problema di una sua radicale trasformazione e del cambiamento del suo nome. In effetti lo scontro riguarda al di là della dirompente proposta di Eltsin la vecchia concezione del ruolo del partito: una parte rilevante del congresso difende accanitamente il ruolo di comando, burocratico e autoritario del Pcus rispetto a uno Stato e a una società civile che sotto la spinta della perestrojka di Gorbaciov tendono a riguadagnare finalmente spazi di autonomia e di libertà. Come si può negare si chiede Napolitano che il nome comunista risulta inestricabilmente legato a quelle vecchie concezioni così dure a morire nell’ Urss, e che se si vuole rompere con esse per assumere una visione democratica del socialismo sorge prima o poi anche la questione del nome? E’ assurdo comunque negarlo in Italia, quasi che la singolare vicenda del Pci, per quanto importante, fosse sufficiente per dare significati nuovi a una denominazione storicamente marchiata da ben altre vicende. Lucio Magri ha vissuto la radiazione dal Pci proprio sulla questione del legame dei comunisti italiani con il Pcus. Oggi, membro della direzione di Botteghe oscure, fa parte della corposa componente che si oppone alla svolta decisa da Achille Occhetto, che dice no al cambio del nome. La questione del nome dice Magri impugnata da Eltsin, è solo l’ apparenza, lo strumento. Chi riduce questo problema alla misura di una polemichetta sulla nostra politica interna è insieme sciocco e irresponsabile. Io conclude continuo a sperare che il tentativo di Gorbaciov, di rinnovamento radicale ma governato, resti in piedi con poteri e forza politica, e non sia costretto a ritirarsi in una cittadella istituzionale finendo nell’ impotenza. Per questo non punto su Eltsin. Non mi auguro che anche in Urss si estenda il collasso politico senza eredi di altri paesi dell’ Est. La prima contestazione che fu avanzata ad Occhetto riguardava il legame, artificiosamente creato dal segretario del Pci, tra la questione del nome del partito con le vicende dell’ Est europeo. Ora Giuseppe Chiarante, membro della direzione e in prima linea contro la svolta, nega che la vicenda sovietica possa in qualche modo condizionare le scelte dei comunisti italiani. La separazione afferma è molto netta. Occorre partire dal considerare cosa ha rappresentato il Pcus: è un partito-Stato che governa in un regime di polizia. – di ANTONELLO CAPORALE

D'alema e Tortorella

‘C’ E’ POSTO PER NOI COMUNISTI?’
Repubblica — 19 luglio 1990 pagina 7
ROMA Aldo Tortorella, uno dei leader della minoranza che si oppone alla svolta di Occhetto, sfoglia frettolosamente gli ultimi giornali della mazzetta e si scusa di non essere immediatamente disponibile per l’ intervista: Ma cosa vuole dice con franchezza in questi giorni siamo un po’ nella bufera. Infatti è difficile capire, a un primo sguardo, cosa stia succedendo nel Pci. Clamori di guerra seguono ad improvvise e fragili riappacificazioni. Per la maggioranza uscita vittoriosa al congresso di Bologna, la strada verso la nuova forza politica che dovrebbe prendere il posto del vecchio partito appare di giorno in giorno sempre più faticosa e irta di difficoltà. Nel cosiddetto fronte del no c’ è chi è pronto a rimettere in discussione non soltanto come, questa trasformazione debba avvenire, ma se debba avvenire. Bologna appare lontanissima e già si profila, come il momento della vera resa dei conti, il congresso di gennaio. Onorevole Tortorella non le sembra, quello della minoranza, un po’ il procedere del gambero, un passo avanti e tre indietro? Ma soprattutto le chiedo se, al termine di questo percorso estremamente accidentato, lei contempli, o per lo meno non escluda, l’ ipotesi di una scissione. Ci siamo pronunciati sin dall’ inizio contro ogni separazione, da qualunque parte venisse, di questa forza che è comunque la più grande della sinistra e il secondo partito del paese. Naturalmente questo prevede e impone il pieno rispetto delle regole, a partire dalla regola elementare secondo cui ciascun congresso è sovrano. Nel precedente congresso non abbiamo deciso quale nuovo partito debba essere costruito. E non abbiamo stabilito, perché sarebbe stata una follia, che si possa stare nella costituente della nuova formazione politica soltanto come non comunisti o addirittura come anticomunisti. Lei, in sostanza, dà appuntamento al prossimo congresso. Sarà quello il momento delle scelte? Io dico semplicemente che nella costituente voglio starci come comunista, naturalmente se non me lo impediscono, come uno cioè che si richiama non ad una generica idea del comunismo, che non esiste, ma a quella specifica identità e storia dei comunisti italiani che nasce da Gramsci. Ma un tale impedimento, che costituirebbe una gravissima violazione delle norme fondamentali del nostro partito, non è mai stato contestato. Ammetterà che dentro la fase costituente è altresì difficile starci ripetendo spesso, come fa ad esempio Angius, che si tratta di un fallimento. Non spetta a me interpetrare il pensiero di Angius. Ma se facciamo una ricognizione della realtà attuale di questa costituente rispetto alle intenzioni originarie, della cui bontà non discuto, il risultato non è certo positivo. Purtroppo nessuna forza politica organizzata ha aderito a questo processo, non i verdi, non i cattolici, non quella che è stata chiamata la sinistra sommersa, ma soltanto singole personalità in maggioranza da tempo vicine al partito. Quel tipo di costituente più che fallita semplicemente non c’ è. Ma non crede che la estrema conflittualità nel partito finisca con lo scoraggiare i vostri interlocutori? Un terzo del Pci sembra vedere questo processo con una sorta di riserva di fondo, che non aiuta il dialogo con l’ esterno. Questo ragionamento riflette quello di dolorosa origine staliniana secondo cui se le cose non funzionano è colpa delle minoranze. Per la verità lei stesso poco fa ha parlato di bufera. E certo la bufera non è il modo più idoneo per portare a compimento un processo del genere. Quanto al rispetto delle minoranze, senza bisogno di scomodare Stalin, la storia del Pci dice che fino al congresso di Bologna le minoranze non hanno mai contato molto. Quel che voglio sottolineare è che è assurdo pensare che un partito come il Pci possa attraversare un cambiamento del genere senza che si apra un grande dramma collettivo. La bufera nasce dal non voler tenere nel giusto conto questo fatto del tutto evidente. Ripeto: vogliamo stare dentro la costituente per discutere di tutto. Vi è stata una forte protesta perché si è arrivati addirittura ad accettare forme di aperta discriminazione della minoranza. Ma questa è una protesta più che legittima. Ora io non trovo corretto che appena la minoranza cerca di fare valere le sue idee ci sia chi cominci ad attribuirle intenzioni perverse e a parlare di scissione. Anziché guardare alla sostanza dei ragionamenti si preferisce fare il processo alle intenzioni. Andiamo alla sostanza, allora. Quali sono i punti su cui ritiene impraticabile il dialogo con la maggioranza? Impraticabile? Non c’ è nessun punto su cui penso che non si possa dialogare. Sarebbe una sciocchezza se lo pensassi. Io mi batto per le mie idee e spero ovviamente di convincere i miei compagni. Allora, qual è il punto che oggi vi divide? Il primo punto che ci ha diviso al congresso e su cui dobbiamo lavorare è quello dell’ identità. Non si può parlare di un nuovo partito senza sapere su quali principi debba fondarsi. E’ questo il punto su cui non trovo proposizioni convincenti della maggioranza: quale forza politica debba essere costruita. Il nostro dramma si svolge proprio perché, prima respinte e poi condannate le posizioni staliniane e quelle del cosiddetto socialismo reale, per troppo tempo non abbiamo dato nuovo fondamento di principio alla nostra azione di forza politica correttamente democratica e al tempo stesso pienamente antagonistica, nonostante molti sforzi importanti tra cui quelli di Berlinguer. Penso che sia il tempo di farlo adesso. Quindi, anche il nuovo partito dovrà avere un’ identità decisamente comunista? L’ identità di un partito, e anche di un partito comunista, è un insieme di idee-guida. Io ritengo una sciagura gravissima e anche una vergogna che si sia potuto favorire l’ assimilazione della nostra vicenda con quella dei paesi dell’ Est. Noi siamo i protagonisti della lotta democratica e non abbiamo mai messo in discussione l’ utilità del mercato. La nostra particolarità rispetto ad altre forze della sinistra europea cui non da oggi abbiamo dichiarato di appartenere è quella di aver mantenuto un punto di vista radicalmente critico sul modo di produzione capitalistico. Ciò non vuol dire affatto sposare o accettare o indulgere al metodo statalistico, o all’ assenza e negazione del ruolo delle imprese. Eppure, fino a pochi anni fa, e forse ancora adesso, alcuni dirigenti comunisti andavano propugnando la fuoriuscita dal capitalismo, senza dire, e forse neanche senza sapere, dove questa fuoriuscita dovesse portare. Le modificazioni del modello capitalista introdotte in cento anni di storia del movimento operaio sono semplicemente enormi. Questi cambiamenti non si sarebbero prodotti senza una critica radicale ai guasti provocati dal sistema. Oggi corriamo il rischio, e non mi riferisco a un rischio per questo o quel partito, che questa critica venga rimossa. La verità è non solo che i problemi rimangono, ma siamo di fronte ad un loro straordinario aggravemento, alludo alle questioni del Terzo mondo, all’ ambiente…. Lei s’ indigna di fronte all’ assimilazione delle vicende del Pci con quelle dell’ Est. Ma come poteva il crollo del comunismo storico non sfiorare anche il Pci che di quella tradizione, di quella cultura è stato a suo tempo parte? E chi ha detto che non ci sfiora? Non io, non la seconda mozione che su questo punto è stata più autocritica della prima. Qui non ci sono dei Ligaciov. Noi vogliamo rifondare la nostra forza, ma non è esatto pensare che quella dei regimi dell’ Est sia l’ unica esperienza teorica e pratica del comunismo. Io mi sono sentito un comunista essendo in Italia e facendo l’ opposto di quel che facevano loro. Anzi, mi sono sentito più comunista di quelli che in realtà hanno infangato questo nome. Perché nell’ idea di comunismo c’ è l’ idea di libertà, della pienezza democratica e non certo quella della tirannide. La verità è che fra queste due scuole di pensiero c’ è stato uno scontro, uno scontro fra comunisti. Ma vorrei che guardassimo soprattutto avanti. Quindi lei non è d’ accordo con Occhetto quando lascia capire che nell’ arco di tempo che va dal 1917 al 1989 l’ esperienza storica del comunismo si è esaurita? Non è che non son d’ accordo. Si è esaurita, è stata sepolta certamente l’ esperienza delle idee legate a una determinata matrice, la versione staliniana del pensiero di Lenin, in cui certo c’ erano molti dei fondamenti. Ma la Luxemburg non era Lenin, Trotsky e Bucharin non sono stati Stalin, e Gramsci non è stato nessuno di tutti questi. Secondo me è una semplificazione propagandistica dire oggi che le idee comuniste devono essere sepolte. Non c’ è niente di più facile, non costa nulla. Ma penso che non sia corretto culturalmente, anzi credo che sia uno sproposito, come nel 1815 era sbagliato dire che le idee della Rivoluzione francese dovevano esser considerate vane. Resta il fatto, però, che tutti i partiti comunisti o si sono rifondati o si sono dissolti. Cambia persino il Pcus, sulla spinta di Gorbaciov, ma il Pci, paradossalmente, non riesce a cambiare. Il rischio per voi è che questa trasformazione epocale prosegua nonostante i comunisti italiani. Proprio per ciò la proposta che mi sembra più giusta è quella di lavorare con il massimo di impegno alla rifondazione. Non si tratta in alcun modo di un ritorno al passato. Lei è considerato uno strenuo difensore del nome. Non cambierebbe il suo atteggiamento neanche davanti alla probabilità che un partito comunista non sarà mai ammesso a far parte dell’ Internazionale socialista? Per la verità avevo sentito Brandt dire che il problema non è quello del nome. Comunque la propria identità non si cambia per imposizione. La questione vera è quella dei principi e del programma in rapporto alla funzione che si vuole esercitare. Se dovessimo diventare un altro Partito socialista italiano credo che non gioveremmo a nessuno. Una delle accuse che viene mossa al fronte del no è di aver scelto un percorso congressuale con una serie di iniziative parallele a quelle ufficiali. Cosa risponde? Innanzitutto non accetto questa definizione di fronte del no. Non è mai esistito un fronte del no, ma una piattaforma politica che ha registrato un consenso minoritario. Vede, qui ci sono dei doveri della maggioranza e della minoranza. Tra questi doveri c’ è anche quello di dare un contributo serio, non di chiacchiere ma di idee. Nessun parallelismo, quindi, ma semplicemente lo sforzo di fare una discussione vera. Spesso in passato lei ha assunto il ruolo di mediatore nel Pci, di gran tessitore di intese. Non le pesa la nuova immagine di antagonista? Ho semplicemente cercato di fare quello che ogni volta mi sembrava giusto. Mi pesava il ruolo di ieri e quello di adesso. In passato il peccato unitario, se è peccato, è stato comune. Abbiamo tutti quanti creduto che era meglio sfumare le differenze e le opinioni diverse ma il risultato non è stato positivo. Le discussioni naturalmente c’ erano ma venivano ovattate. Che fossimo d’ accordo su tutto è stata un’ idea falsa che noi stessi abbiamo contribuito a diffondere. Per questo durante il tempo, lungo, della responsabilità culturale mi sono battuto per l’ apertura piena degli archivi. Un’ ultima domanda: non c’ è nella minoranza un problema di leadership tra lei e Ingrao? Sono cose un po’ grottesche e non esistono nel modo più assoluto. Ho detto e ripeto che sono pienamente d’ accordo con il discorso di Ingrao ad Ariccia. E’ ovvio che abbiamo storie diverse. Ma insinuare l’ idea di un dissenso tra me ed Ingrao è un espediente propagandistico destinato a cadere. Sarebbe fare offesa a Ingrao e, se permette, anche a me, ritenere che si possa pensare di discutere il programma senza discutere l’ identità o viceversa. – di ALBERTO STABILE

NON DEMOLITE LA STORIA DEL PCI
Repubblica — 22 luglio 1990 pagina 12 sezione: COMMENTI
DEBBO ringraziare Giorgio Bocca per la sua polemica nei confronti delle opinioni che ho espresso in un’ intervista a questo giornale. Dicevo di considerare sciagurato, e anche vergognoso, che si potesse favorire l’ assimilazione delle vicende del Pci con quella dei partiti dell’ Est e ricordavo che i comunisti italiani sono stati protagonisti della lotta democratica e non hanno mai disconosciuto l’ utilità del mercato. Lo ringrazio perché l’ articolo conferma, purtroppo, a qual punto sia stata favorita questa assimilazione. Ogni merito del Pci verso la democrazia e verso la nazione viene cancellato; la vicenda dei comunisti è descritta come un abominio; la svolta definita come un tentativo di salvare il salvabile di quel che resta di una vicenda mostruosa. A me sembra sbagliata la linea della maggioranza attuale del mio partito, ma non ho mai nemmeno pensato che si potesse ridurla a tali intenzioni meschine, alla furberia un po’ sordida di chi cerca di far dimenticare un passato infame. Proprio questo temevo: e non solo per i comunisti italiani (maggioranza e minoranza) ma per qualcosa che è più grande e importante di loro. Un minimo di correttezza nella ricostruzione della vicenda nazionale è un’ esigenza di civiltà, una premessa alla civile convivenza. Questo non cessa di essere vero anche nei momenti di trasformazione tumultuosa come quello che stiamo vivendo. Se la storia del Pci fosse quella che Bocca riassume, sarebbe del tutto inesplicabile il fatto che questo partito sia diventato il secondo partito del Paese. Altri partiti comunisti (ma anche non comunisti) hanno elogiato Zdanov e Stalin e hanno coltivato ammirazione per l’ Urss: ma sono più o meno rapidamente scomparsi. Non vi è forza politica che abbia impietosamente rivisitato il proprio passato più dei comunisti italiani (e nelle vicende recenti ancor più la minoranza che la maggioranza). Non sono stato certo fra i più vicini ad alcuni di quegli intellettuali comunisti che Bocca cita; e la mia formazione culturale non è stata informata a quello storicismo che ha avuto a lungo egemonia nel mio partito, anche per opera di Togliatti. Ma mi sembra priva di ogni oggettività e anche di ogni decoro una critica disancorata da ogni ricostruzione della realtà. Non conta più nulla la storia reale, il fatto che da vent’ anni il Pci avesse rotto con il movimento comunista. Siamo all’ appello per la demolizione della memoria stessa dei comunisti italiani. Respingere questo modo di pensare mi sembra un dovere di rettitudine intellettuale e, se mi è permesso, anche un dovere morale. MA IL fatto che soprattutto indigna un commentatore che la pensa come Bocca è che io osi ricordare che il Pci si è distinto da altre forze socialiste per aver mantenuto un punto di vista critico nei confronti del modo di produzione capitalistico. Questo significa, secondo l’ elegante ragionamento di Bocca, essere per le statizzazioni e per il modello sovietico, non vedere che Gorbaciov deve chiedere l’ aiuto di Kohl, emblema del capitalismo occidentale. No. Non sono per le statizzazioni e non so come si possa accusare Ingrao di frenesie statalistiche, dato che semmai, egli è sospetto piuttosto del contrario, e cioè di movimentismo. Ma anche quel certo malfamato Togliatti, proprio nei lontani anni Cinquanta, polemizzò in nome delle riforme contro le idee statalizzatrici del teorico di allora dei Comunisti francesi. (Quel teorico si chiamava Roger Garaudy e si è alla fine convertito alla fede musulmana). Pareva un tempo assurdo (prima della crisi del ‘ 29), osare una critica alla totale libertà del mercato. Si è visto, da allora, che senza regole non c’ è mercato. Oggi non c’ è Paese sviluppato, a partire dagli Stati Uniti, dove la mano pubblica non distribuisca il 50 per cento del reddito nazionale. Il riconoscimento della capacità dell’ attuale modo di produzione di ottenere i risultati quantitativi che ha ottenuto non può nascondere il fatto che il modello di sviluppo dell’ Occidente non è in grado di risolvere i problemi che esso stesso ha contribuito a determinare: dal rapporto fra primo e terzo mondo a quello fra uomo e natura. La critica più seria che deve essere fatta alla sinistra occidentale, fra cui anche, in certa misura, i comunisti italiani, è semmai quella di essersi ristretta a rivendicazioni di redistribuzione del reddito prodotto più che a una ricerca culturale e politica sui modi dell’ accumulazione e sulla sua utilizzazione. CERTO, è una strada difficile. Quando Berlinguer osò avventurarcisi sollevando il tema che chiamò dell’ austerità fu attaccato oltre ogni limite. Eppure se non si tenta di esplorare la strada di un altro tipo di sviluppo ha scarso senso definirsi di sinistra. La discussione che la minoranza ha promosso nel Pci riguarda l’ avvenire, non il passato. Ma senza memoria storica dei torti e dei meriti, delle cose giuste e di quelle sbagliate non si costruisce nulla. Bocca mi accusa di voler ricordare solo il nome del mio partito. Potrei rispondergli che proprio chi ragiona come lui arriva a distruggere la storia per l’ odio di un nome. Dirò, più semplicemente, che se questo nome è un obbligo difficile, ciò mi costringe tanto più a non liberarmene.

Armando Cossutta

COSSUTTA AVVERTE OCCHETTO ‘UN PCI CI SARA’ COMUNQUE…’
Repubblica — 26 settembre 1990 pagina 19 sezione: POLITICA INTERNA
PERUGIA Se il congresso del Pci deciderà di cambiare nome e simbolo per dare forma a un partito non più comunista, sarà inevitabile che nasca un organismo davvero neo-comunista e per questo nuovo, forte, popolare. A Perugia, davanti a una folla di militanti entusiasti, Armando Cossutta non pronuncia mai la parola fatidica: ma per la prima volta indica apertamente la scissione come una prospettiva concreta per la quale lavorare. E da Roma arriva immediata la replica durissima di Massimo D’ Alema: la scelta di Cossutta, dice il numero due del Pci, è una novità grave, e non può che essere interpretata come una scelta di scissione. Non si può discutere seriamente – avverte il coordinatore della segreteria – sulla base del ricatto di chi annuncia di essere disposto ad accettare l’ esito del congresso solo se lo vince lui. Alla vigilia del seminario del no che comincia domani ad Arco, la sortita di Cossutta spezza bruscamente il clima più disteso maturato nel Pci sulla scia dell’ ultimo, drammatico appello all’ unità di Gian Carlo Pajetta. Il leader della terza mozione dice apertamente che pensare ad una forza autonoma dei comunisti è possibile oltre che necessario, e poi conversando con i giornalisti precisa: Io indico una necessità oggettiva, quello che poi soggettivamente si potrà fare, lo vedremo dopo il congresso. Soltanto un rinvio quindi, con una precisazione: Non sono io a parlare di scissione, è Achille Occhetto che vuole fondare un partito non più comunista. Ad aspettarlo nella trecentesca sala dei Notari, dove esattamente nove anni fa aveva preso clamorosamente le distanze dallo strappo di Enrico Berlinguer, c’ erano tutti gli esponenti della sua mozione che in Umbria ha un peso congressuale pari a circa il 6,5 per cento. Lo accolgono al suono di Bandiera rossa, in piedi, con i pugni alzati, qualche il comunismo non morirà. Ma il primo applauso scrosciante arriva dopo venti minuti. Quando pronuncia un giudizio bruciante sulla relazione con la quale Occhetto ha chiuso a Modena la festa dell’ Unità: Non ci sono state indicazioni per un’ azione incisiva del Pci. Alle questioni interne del partito ci arriva quasi alla fine e sono colpi di piccone contro una maggioranza divisa sulle scelte politiche e programmatiche, compatta soltanto sull’ abbandono del nome del quale ha fatto una discriminante. Per Armando Cossutta questo è ideologismo, una pregiudiziale dei gruppi che fanno capo ad Achille Occhetto che sanno benissimo che una parte molto grande di iscritti ed elettori non intende affatto rinunciare a quel nome. E denuncia i tentativi di proporre al prossimo congresso la scelta del simbolo e forse del nome in maniera confusa per paura di perderlo, di utilizzare ogni cavillo per evitare che comunisti non disposti ad aderire alla Cosa possano in futuro utilizzare quel simbolo. La platea applaude, si rialzano i pugni chiusi e Armando Cossutta non continua sugli stessi toni. Nome e simbolo contano e parecchio, tuona dentro il microfono: Cambiarli comporta un rifiuto, una negazione, rompere in maniera definitiva con il comunismo. E renderebbe impossibile anche la permanenza al suo interno di una componente comunista, spiega ai suoi fedelissimi: ammesso che a una minoranza comunista il nuovo partito di Achille Occhetto garantisca il diritto di organizzarsi, essa sarebbe sempre recintata entro quel partito, privata di ogni agibilità politica, utile soltanto a dare una copertura di sinistra ad un partito sempre più risucchiato a destra. Consenso a Cossutta arriva dalla segreteria di Democrazia proletaria, ma a Botteghe oscure le reazioni della maggioranza del fronte del no sono tiepide o molto negative. Il ministro ombra per le politiche sociali, Adalberto Minucci, ha apertamente criticato Cossutta: Sono sempre stato contrario ad ogni idea di scissione… Si vede che io e Cossutta abbiamo idee diverse. Per Luciano Pettinari, dell’ esecutivo della seconda mozione, l’ iniziativa di Cossutta è stata intempestiva e inopportuna: Cossutta – ha detto – parla della necessità di una rifondazione comunista che è argomento comune. Ma ne trae conseguenze di tipo organizzativo che reputo intempestive e inopportune. Aspettiamo di sentire cosa verrà a dire ad Arco, dove è stato invitato. Brusco il no comment di Aldo Tortorella, mentre Lucio Libertini accusa Cossutta di turbare il dialogo sulla possibilità di una soluzione positiva che riguarda nome, programma e politica. – di ALVARO FIORUCCI

OCCHETTO SCEGLIE IL NOME DELLA COSA
Repubblica — 09 ottobre 1990 pagina 5
ROMA Al giorno X mancano ventiquattro ore. Ma c’ è ancora uno spazio bianco nelle ultime righe delle quaranta cartelle con cui Achille Occhetto proporrà alla Direzione la nuova carta d’ identità dei comunisti italiani: lo spazio che entro oggi il segretario comunista dovrà riempire con il nome – e il simbolo – della Cosa. Scegliendo parole e segni che potrebbero pesare moltissimo sul futuro (e sulla geografia interna) di ciò in cui il Pci sta per trasformarsi. Alla vigilia dell’ appuntamento chiave con i vertici di Botteghe oscure, è stato lo stesso Occhetto a svelare di non aver fatto la scelta finale: Mi sono fermato a …E quindi vi propongo… lasciando in sospeso il nome del partito, ha detto ieri il segretario. Ma l’ aria rilassata del leader della svolta non cancella l’ impressione che i vari settori del gruppo dirigente vivano con un diffuso nervosismo, in queste ore, le indiscrezioni che a raffica giungono nelle redazioni dei giornali. A Montecitorio, dopo la riunione del governo ombra che ha dato il via alla Controfinanziaria, il segretario comunista ha annunciato che sinistra e democrazia saranno le parole chiave del nuovo nome. Fonti autorevoli a Botteghe oscure confermano che una scritta come Sinistra per la Democrazia, senza la parola partito e senza sottotitoli compromettenti, potrebbe campeggiare su un simbolo che quasi certamente sarà la quercia stilizzata di cui molto si è parlato in questi giorni. Tra le radici dell’ albero, una piccola falce e martello alluderà alla tradizione dei comunisti italiani, alla storia di un partito che dell’ aspirazione a una democrazia integrale ha fatto da quarant’ anni la sua bandiera. E tra molte incertezze nella squadra di Occhetto correrebbe persino la tentazione di conservare con il simbolo, anche se miniaturizzata, la sigla Pci. Su tutto, al secondo piano di Botteghe oscure tengono steso un riserbo che ha più di una ragione politica. Nei giorni scorsi, Occhetto ha illustrato a voce le grandi linee della sua carta d’ intenti a un gruppo ristrettissimo di dirigenti: Massimo D’ Alema, Aldo Tortorella, Alfredo Reichlin e Giorgio Napolitano. E un tam tam insistente – mentre Armando Cossutta ribadisce il suo no a soluzioni equivoche e pasticciate, e sull’ Unità una dozzina di berlingueriani guidati da Minucci e Barca insiste sul problema dell’ identità comunista – riferisce di perplessità diffuse nell’ area migliorista, messa in difficoltà anche dalle sortite filosocialiste degli ultrà Gianfranco Borghini e Luigi Corbani. La sensazione, nella destra del partito è che il segretario abbia messo mano a un documento molto continuista, foggiando un cappello in grado di tenere dentro la Cosa veramente tutti. E che in questo quadro, incassata la certezza che una scissione importante non ci sarà, Occhetto si prepari a favorire anche una maggiore articolazione della posizione della maggioranza di Bologna: inducendo i miglioristi a differenziarsi con una loro mozione, consentendo il delinearsi di una posizione di centro che riduca lo spazio per un eventuale documento dei pontieri guidati da Antonio Bassolino. Di qui, il moltiplicarsi di contatti e riunioni riservate (è di ieri sera un’ improvvisa riunione della segreteria), che fa dire a qualcuno che fino all’ ultimo tutto può cambiare. Anche ieri, a disturbare le manovre in casa comunista sono arrivate d’ Oltreoceano la parole di Craxi, la sua orgogliosa rivendicazione dell’ attributo socialista in contrapposizione a democratico, le critiche ai tempi lunghi della svolta avviata a novembre da Occhetto. E i dirigenti del Pci non si sono potuti sottrarre all’ ennesima partita di ping pong con Via del Corso, denunciando le sollecitazioni integralistiche dello stato maggiore socialista. Il segretario del Psi ha dichiarato Walter Veltroni non sembra voler accettare lo sforzo del Pci di costruire una grande, originale, autonoma forza della sinistra: nel giro di poche ore prosegue il responsabile dell’ informazione ha trasformato una proposta politica, l’ unità socialista, nel nome proprio del suo partito, e oggi vorrebbe imporre che noi, a partire dal nome, ci riconoscessimo come parte subalterna di un suo progetto politico. Occhetto è andato oltre. Commentando il progetto di Finanziaria messo a punto dal governo ombra, il segretario del Pci ha accusato di incoerenza un partito che da un lato propugna lo Stato delle Regioni, e dall’ altro avalla una manovra economica che a suo avviso taglia le gambe a un effettivo processo di regionalizzazione. E ha rinviato al mittente i giudizi sul cammino tortuoso della Cosa: E’ ora di finirla con questa favola ha scandito perché noi stiamo seguendo con puntualità cronometrica gli obiettivi definiti al congresso. Un profondo mutamento richiede un dibattito serio: non basta annunciare le cose, poi i cambiamenti bisogna realizzarli. Aggiungendo dopo, a microfoni spenti: Per fare quello che ha deciso Craxi, non ci sarebbero voluti due congressi, bastava un Comitato centrale. A tutti, il segretario del Pci ha chiesto di ricordare che non abbiamo buchi nelle nostre bandiere, che la svolta non è partita dal nome, ma da una ricerca complessa sul rapporto tra la tradizione comunista e il nuovo che mettiamo in campo. E ironico ha aggiunto: Ho letto che Craxi conserva ritagli di giornale sull’ Internazionale. Vorrei assicurarlo che anch’ io raccolgo e conservo articoli di giornale. E conservo un ritaglio nel quale Craxi dichiara che è necessario cambiare il nome dell’ Internazionale socialista in Internazionale democratica. Glielo manderò per completare la sua raccolta…. Poi, gli accenni al nuovo nome, segnati anche da uno scherzoso mi hanno spernacchiato a proposito della sua proposta di Partito del Lavoro. In serata, Botteghe oscure ha precisato che il segretario del Pci si riferiva alle obiezioni irriverenti volte a demolire ogni proposta… atteggiamenti poco seri che sono sotto gli occhi di tutti . – di STEFANO MARRONI
ADDIO VECCHIO PCI, ARRIVA IL PDS
Repubblica — 10 ottobre 1990 pagina 7
ROMA Nell’ ultimo giorno di una Cosa chiamata ancora Pci, il via vai è cominciato presto al secondo piano di Botteghe oscure. Alla spicciolata, letti i giornali, gli uomini della segreteria sono entrati nella stanza di Occhetto, per chiarire tra loro i dubbi ancora da sciogliere, per mettere a fuoco il modo di rispondere a Craxi. E sono stati ancora loro, poco dopo le sette, ad uscire conoscendo il risultato di una lunghissima, febbrile giornata di consultazioni: mettendosi al lavoro perché riesca bene, stasera, il battesimo di una nuova creatura. Che da oggi non sarà più la Cosa, ma un nome e un simbolo precisi. Forse una moderna Sinistra democratica, più verosimilmente un Partito democratico della sinistra – confida chi tra gli ultimi ha visto il segretario – simbolizzato da un albero dalle profonde radici. Uno stilizzato vegetale, come scherzando dicono ormai tutti alle Botteghe oscure, che potrebbe essere un ulivo ma quasi sicuramente ricorderà di più una quercia, ben piantata sul vecchio, solido emblema con la falce e il martello. Con la minuscola scritta Pci pronta a restare o a scomparire, se Occhetto preferirà tendere la mano al no o non correre il rischio di una dissociazione migliorista. Il Pds, insomma, è nato a sera, dopo mesi di dubbi, esitazioni, false partenze. Una bella sigla, si compiace anche chi avrebbe preferito Spd, sul modello del partito di Brandt e Lafontaine. Mentre gli strateghi d’ immagine arruolati da Botteghe oscure sono al lavoro per evitare il più sgradito degli effetti collaterali della svolta: quel demosinistri con cui – per non confondersi con i democristiani, non potendo più chiamarsi comunisti – rischiano di venir definiti i militanti dell’ ex Pci. Certo, non è carino, ammette uno dei collaboratori di Occhetto, ma non mi preoccuperei tanto: la storia ha risolto problemi più complessi. Di certo, però, il segretario se ne è preoccupato fino all’ ultimo. Ed è stato anche questo a tenere in sospeso tanto a lungo la scelta del nome. Quella del simbolo è un fatto da tempo, addirittura da prima dell’ estate: ma ragioni di opportunità, sondaggi di mercato, polemiche interne hanno bruciato via via un autentico mazzo di alternative sull’ appellativo della Cosa. Qualcuno, ancora ieri sera, non escludeva che all’ ultimo momento un qualche modo per dirsi progressisti sarebbe saltato fuori. Mentre sullo spernacchiato appellativo del lavoro nessuno più scommetteva una lira. Eppure, mentre Walter Veltroni andava su e giù tra la stanza di Occhetto e un ufficio al sesto piano ingombro di bozzetti e planimetrie, di segretarie e creativi, ieri solo arrivi e partenze davanti alla porta del segretario – incluse quelle dei due capigruppo della Sinistra indipendente – segnalavano un giorno speciale nella storia del Pci. La grande macchina comunista sembrava lavorare al minimo, nel palazzone rosso e bianco che stasera – tra riflettori e pannelli luminosi – sarà il palcoscenico della prima della Cosa. Non c’ erano le donne, tutte con Livia Turco a consegnare a Nilde Iotti le trecentomila firme per la legge sui tempi. Non i sessantenni del sì, chi alle prese con le tante incombenze di un ministero-ombra, chi impegnato a capire in sedi riservate che cosa il segretario stia preparando in vista del congresso. E – soprattutto – non c’ era il no. A lungo, ieri mattina, chi ha avvistato il suo autista ha cercato di intercettare Pietro Ingrao: ma nessuno è riuscito a vederlo, e soprattutto a capire con chi abbia parlato, a Botteghe oscure, il più carismatico degli avversari di Occhetto. Degli altri – da Aldo Tortorella a Gavino Angius, da Luciana Castellina a Giuseppe Chiarante – nessuna traccia in Direzione, nessun indizio alla Camera. Solo in serata si è saputo che l’ appuntamento vero, a metà pomeriggio, era a casa di Lucio Magri, in via dei Giubbonari: un appartamento piccolo, per una riunione ristretta ai vertici della corrente, e quasi clandestina. Inutile chiedere che cosa farete? ai due o tre che verso le 19 sono tornati in ufficio: Riunione? Quale riunione?, si schermisce un imperturbabile Chiarante. E il giovane Marco Fumagalli, sorridendo: Stiamo ancora discutendo tra noi…. Tra loro, amaro ed ironico, non è andato invece Alessandro Natta, solitario lettore in un Transatlantico semideserto. Legge scuotendo il capo, il vecchio segretario, il passo dell’ Avanti! in cui Bettino Craxi parla del dirigente politico che dice di voler restare comunista tutta la vita, ma non desidera più chiamarsi comunista; che si considera socialista migliore di altri, ma non vuole chiamarsi socialista. A guardarlo, sembra che almeno un po’ condivida le perplessità eufemisticamente dichiarate dal segretario del Psi: ma di parlare, non ha nessuna voglia. Ma di che cosa volete che parli?, chiede guardando dal basso gli interlocutori: No, no, domani me ne vado: vado a Lecce, l’ aria è più pulita e c’ è anche un bel convegno. Mi hanno invitato da tempo, si parlerà di cose serie…. E così è impossibile rispondere al migliorista Gianni Pellicani, che invano cerca lumi sull’ atteggiamento del no. Quanto a lui ce l’ ha con Craxi: Vuole impedirgli di cambiare davvero, vuole che restino il più possibile comunisti – azzarda Pellicani alludendo alle scelte di Occhetto e dei suoi – e il brutto è che temo che cadranno nella trappola. Che faremo noi? Vediamo domani: di certo, se ci sarà la sigla Pci, sarà motivo di distinzione. Ma noi riformisti resteremo uniti, a parte i soliti due…, conclude, parlando di Borghini e Corbani, impazienti fautori dell’ unità socialista. Delle bordate di Craxi, parla con disappunto anche Umberto Ranieri. E’ l’ unico migliorista in segreteria, è il riabilitatore di Ignazio Silone, ma i toni di Craxi non gli vanno giù: Ma che vuole, una scissione? Ma in questo modo, chi pensa che possa andare nel Psi? Per far entrare quattro gatti a Via del Corso, rischia di ritardare di anni l’ unità della sinistra. In segreteria, però, dice a Occhetto che dalla carta d’ intenti deve emergere con nettezza la ricollocazione postcomunista della Cosa: Del nome non mi importa niente – avverte – ma dev’ esser chiaro che ci poniamo nel solco del socialismo democratico. Affermazioni così nette, spiegano in segreteria, non ci saranno nelle quaranta cartelle dattiloscritte che alle cinque della sera il segretario presenterà in Direzione, vergando il biglietto da visita del Pds, o della Sd. Ma è certo che sarà forte la denuncia del fallimento dei sistemi dell’ Est, l’ insistenza sulla necessità di fare un salto fuori della tradizione comunista: ma in modo responsabile – azzarda qualcuno – senza far piazza pulita, insomma, delle radici del Pci. Perché è da lì che si può partire, per fondare una cosa capace di sfidare la modernità senza fare il verso a Craxi. E così, la sensazione è che alla squadra di Occhetto le parole pesanti che arrivano da New York, gli ultimatum firmati Via del Corso, abbiano davvero finito per fare un piacere: Chi aveva dubbi è servito!, annuncia un sorridente Veltroni. Altro che subalternità: quello è arrabbiato nero! Ed ha ragione. E intorno al tavolo, assente solo Livia Turco, si arriva presto alla conclusione che occorra alzare il tiro, rispondere colpo su colpo: affidando il compito a Massimo D’ Alema. Il numero due di Botteghe oscure, la bestia nera dei socialisti, non si fa pregare per descrivere sull’ Unità il senso di fastidio e la preoccupazione per l’ escalation di sortite smodate e minacciose da parte del segretario del Psi. Atti che altrimenti apparirebbero sconcertanti e insensati si giustificano, spiega il coordinatore della segreteria, solo con l’ obiettivo di creare nuovi motivi di scontro e di divisione preparando una campagna elettorale anticipata all’ insegna dell’ aggressione. Ma sono il segno di una grande miopia, di un errore che purtroppo può pesare non poco sul futuro. La proposta di Craxi per un nuovo nome del Psi rivela – secondo D’ Alema – che l’ unità socialista è il formarsi di un’ area politica di cui non sono chiari contenuti e obiettivi, ma è comunque certo che ha nel Psi il suo partito guida e in Craxi il suo leader. Se è così, la Cosa non ci starà: perché la svolta, ripete il dirigente comunista, non deve rimuovere alcun peccato originale, ma ricollocare in avanti l’ esperienza del Pci: puntando naturalmente a far confluire questa forza rinnovata nell’ Internazionale socialista, dando un contributo all’ unità della sinistra italiana. Su questa strada, dunque – incalza D’ Alema – l’ ostacolo maggiore non sta nello stalinismo del Pci, né nel fatto che i genitori democratici, o Psichiatria democratica sono un prolungamento dei fronti popolari come, nella sua esuberanza, proclama, con involontaria comicità, l’ onorevole Craxi: l’ ostacolo maggiore sta nella politica del Psi, nella sua adesione ai valori e alle idee portanti dell’ ondata neo-conservatrice. – di STEFANO MARRONI

COSSUTTA: ‘IL SIMBOLO? SEMBRA UN GAROFANO’
Repubblica — 11 ottobre 1990 pagina 4
ROMA Armando Cossutta stronca il nuovo simbolo con tre parole: Sembra un garofano. Non ci piace dicono subito quelli del no. Gli oppositori di Occhetto annunciano che faranno resistenza, scommettono sulla delusione dei militanti e danno appuntamento al congresso. Ma la presenza del simbolo storico all’ interno di quello nuovo li spiazza un po’ , e consiglia prudenza nei commenti a caldo. Perciò, mentre lo stato maggiore del no si chiudeva alle Botteghe oscure per soppesare la mossa di Occhetto, ieri sera l’ unico ad affrontare i giornalisti è stato Giuseppe Chiarante. Il quale, invece di attaccare il segretario, se l’ è presa diplomaticamente con la carta stampata: Molti giornali oggi titolavano: è l’ ultimo giorno del Pci. Io consiglio maggiore cautela. Stasera il segretario ha presentato la sua proposta. Ma il dibattito per il congresso comincia domani e dovranno dire la loro centinaia di migliaia di compagni. Noi riproporremo, anche per il nome, la nostra proposta di rifondazione comunista. Dunque oggi potremmo conoscere anche quale nome Partito dei comunisti democratici? Nuovo Partito comunista? il correntone del no suggerisce al posto di Partito democratico della sinistra. Quando il segretario va in sala stampa per presentare il nuovo simbolo, alle 19, gli esponenti della mozione due si radunano nell’ ufficio di Aldo Tortorella. Manca Ingrao, che non fa parte della Direzione e che stasera non s’ è fatto vedere alle Botteghe Oscure (anche se ha telefonato). Manca Natta, che se n’ è andato in Puglia per evitarsi un altro dispiacere. Ma gli altri ci sono tutti, da Lucio Magri a Gavino Angius, da Armando Cossutta a Luciana Castellina. Quasi lo stesso gruppo (con Cossutta al posto di Ingrao) che stamattina si era ritrovato nella nuova casa di Magri alla salita del Grillo, uscendone con una richiesta tattica lo slittamento del dibattito da stamattina a oggi pomeriggio e con l’ intesa di dare una risposta comune al discorso del segretario. Ad Angius e a Mario Santostasi è stato affidato l’ incarico di stilare un documento che, si mormora, sarà durissimo. Preciseremo la nostra posizione nel dibattito che comincerà domani pomeriggio si limita ad annunciare il felpatissimo Chiarante. E stasera? Per il carniere dei cronisti ci sono solo i commenti che arrivano da fuori. Da Milano, dove Dario Cossutta sostiene che il discorso di Occhetto denota la confusione di idee che ha in testa l’ attuale segretario del partito. Dal Senato, dove l’ irriducibile Lucio Libertini, precisando che si sente più comunista di prima, avverte: Del Pci è difficile sbarazzarsi, anche se lo si mette all’ ombra di un albero. E da Montecitorio, dove qualche deputato del no apre una crepa nel fronte degli oppositori. Chi? Novello Pallanti, per esempio, capogruppo nella commissione Lavoro, che a sorpresa applaude il segretario: E’ una proposta molto intelligente, che toglie alibi pretestuosi a chi voleva fossilizzare la discussione solo sul nome e sul simbolo. E poi Flora Calvanese, che condivide questa scelta di coniugare vecchio e nuovo con il mantenimento del vecchio simbolo nel tronco dell’ albero e con la scelta dei colori: il rosso del movimento operaio e il verde dell’ ecologismo e dei nuovi ideali. I giornalisti appostati in agguato non avranno altro. Dovranno limitarsi ad annotare che insieme al simbolo e al nome, qui cambia anche l’ indirizzo: lo storico ingresso delle Botteghe oscure è stato sbarrato, e ora si entra e si esce da via dei Polacchi, nome che grazie a Walesa ormai ha il sapore del post-comunismo. Ma qualcos’ altro accade davanti al palazzone del Pci: c’ è la base che contesta. La base? Beh, si fa per dire: sono ventitré, arrivati in autobus dal Prenestino e da Tor Bella Monaca, ma gli altri sono nelle fabbriche, a fare lavoro politico. Li guida un vecchio militante magro e arcigno con un fazzoletto rosso al collo e quattro distintivi sovietici di latta sulla giacca. Dopo, una vita passata a diffondere l’ Unità, ha deciso di gettare in faccia a Occhetto la sua rabbia di militante deluso, ed è venuto qui con una borsa piena di bandiere comuniste. La prima che tira fuori raffigura Lenin, e sembra azzardata persino ai suoi: Ma non ce l’ hai una col simbolo italiano?. Ce l’ ha. Anzi, ne ha cinque o sei, con le quali il resto della base si avvolge per concedersi ai fotografi e alle tv: mai un così ristretto numero di comunisti aveva attirato tanta attenzione dei media. Accanto a lui, un pensionato con la camicia sbottonata tiene la mano in tasca, dove scuote una manciata di monetine da dieci lire. Cosa vuol farne, scusi? Le voglio tirare a chi dico io. Una signora col gilet a fiori e il trucco troppo vistoso per i suoi sessant’ anni urla contro la vigilanza: Hanno chiuso il portone perché hanno paura dei comunisti!. Sì, questa è la scissione: il gruppo dirigente si è scisso dai militanti chiosa un quarantenne grosso quanto un armadio. E tutti insieme raccolgono le forze per gridare sotto il balcone del palazzo che Occhetto è un traditore, insulto tassativo quanto anonimo: Io so’ partiggiano, i nomi nun se fanno. Un po’ staccato da questa piccola armata brancaleone c’ è un signore elegante sui settanta, col fazzoletto bianco nel taschino e gli occhiali d’ oro. E’ , ammette, un ex impiegato degli Ospedali riuniti. E’ venuto perché non vuole abbandonare il nome comunista. Così si cambia in peggio dice. La gente dimenticherà le lotte che hanno fatto i comunisti. Dimenticherà che dietro il benessere e la libertà ci sono i nostri morti. E questo non lo deve dimenticare aggiunge, con la voce rotta dalla commozione. Il colpaccio, uno dei manifestanti lo fa riuscendo a impadronirsi di una copia del nuovo simbolo. Allora il quarantenne massiccio afferra il foglio, la signora truccata gli dà fuoco, il pensionato lancia finalmente in aria le sue monetine. Per Occhetto, scampato all’ imboscata, c’ è un minaccioso avvertimento: Se vedemo alle elezzioni!. – di SEBASTIANO MESSINA

LO ‘STRAPPO’ DEI COMUNISTI SICILIANI
Repubblica — 20 ottobre 1990 pagina 9
PALERMO I comunisti siciliani vogliono sganciarsi dal partito nazionale. Il progetto è ambizioso: una formazione politica autonoma, federata al Pds, con un programma che punta tutto sulla specificità siciliana. L’ idea è stata lanciata dal segretario regionale Pietro Folena, da ieri pomeriggio ne stanno discutendo i 250 delegati convocati per l’ assise regionale del partito. Il nome? Penso ad una sigla di questo tipo: partito democratico siciliano della sinistra. Potrebbe già presentarsi alle prossime elezioni regionali…. Ma il segretario, aprendo i lavori nell’ aula magna della facoltà di ingegneria, ha voluto subito spazzar via un dubbio sulla nuova formazione: Nessuna tentazione da leghe lombarde, non è certo questo il senso dell’ operazione: a Roma, però, dobbiamo far pesare per intero i problemi che vive questa regione. Vedremo poi in che modo, concretamente, questo nuovo partito dovrà federarsi al partito nazionale. Adesso tocca ai due fronti del Pci siciliano, dove il sì arriva al 70 per cento, pronunciarsi. Dibattito animato ma fin dalle prime battute le diverse anime del partito, che rimangono divise sulle questioni nazionali, sembrano trovare un punto d’ intesa proprio nel nome di questo progetto scritto per la Sicilia. Una conferma quando sul palco salgono prima l’ ex eurodeputato De Pasquale, leader migliorista, e poi il coordinatore regionale del no Vittorio Campione: Sono d’ accordo dice Campione nel discutere, dividerci e unirci sulle cose siciliane, e non invece spaccarci per delega romana. Proprio questa è la carta che Folena sta giocando nel tentativo di ridurre le spaccature interne: Possiamo pensare afferma ad una sorta di lodo, di un breve documento, di tutto il partito siciliano maggioranza e minoranza che riconoscendo la diversità di impostazioni generali (che la nuova formazione sia democratica e di sinistra oppure che sia comunista), affermi un indirizzo comune per una alternativa che si propone una nuova autonomia siciliana. Un percorso che è proiettato soprattutto verso l’ esterno, Folena dice che questo lavoro di ricerca dovrà coinvolgere anche intellettuali, professionisti, pezzi della società civile, come un grande cervello collettivo. – u r

PDS, UN PARTITO ‘FLESSIBILE’ CON L’ ALLERGIA ALLE CORRENTI
Repubblica — 25 ottobre 1990 pagina 7
ROMA Il centralismo democratico è morto, viva il centralismo democratico. Un paradosso? Non tanto. Da quando il Pci (o neo-Partito democratico della sinistra) ha abbandonato la tradizione centralistica, qualche nostalgico vorrebbe tornare al passato. Già, il vecchio Pci magari era dogmatico, burocratizzato, ma con la sua peculiarità italiana (la cultura nazionalpopolare…) riusciva a mantenere aperti i canali del dibattito interno. E poi c’ erano il rigore morale e quel senso di appartenenza al partito tipici del militante comunista. Ecco perché adesso, di fronte allo spauracchio delle correnti organizzate, c’ è chi comincia a guardarsi indietro. D’ altronde è singolare che il Pci si strutturi, ad esempio, come la Dc. La sinistra democristiana fa un convegno a Chianciano? Allora la sinistra comunista se ne va ad Arco. Il Grande Centro di Occhetto si riunisce a Botteghe Oscure? E la minoranza s’ incontra a casa di Gavino Angius o di Lucio Magri. Ma si può costruire il Pci-Pds su queste basi? Certo è che se viene a mancare la famosa sintesi unitaria, il partito correntizio diventa quasi inevitabile. E con tutti i guasti che può comportare per un forza politica non abituata a vivere come i separati in casa. Mario Tronti sostiene che il Pci non può reggere alle correnti: hanno fatto la fortuna della Dc, sarebbero una disgrazia per i comunisti. Tronti però è convinto che bisogna voltar pagina, abbandonando per sempre le vecchie forme centralizzate e ritrovando quel sentire comune che sembra quasi scomparso, spazzato via dal violento scontro interno di questi mesi. Perciò la scommessa è: con l’ abbattimento del cemento ideologico che univa milioni di persone, si può ricostruire una identità di partito? Per Tronti sì, è possibile, a patto che la futura organizzazione sappia darsi regole interne, nuove abitudini, che sappia scoprire un’ identità mobile. Inoltre la forma-partito non dovrà essere improvvisata, pragmatica, schiacciata sul presente, alla portata dei venti. Avrà bisogno di una forte capacità culturale. In pratica a Tronti, intellettuale del No, il cosiddetto partito leggero non piace proprio. E in realtà il partito leggero non è che raccolga molte simpatie. Nella relazione presentata dal responsabile dell’ organizzazione, Piero Fassino, alla Conferenza programmatica, si può vedere che di leggero c’ è ben poco. A cominciare dalla stessa relazione, ben 53 pagine fitte fitte di analisi sulla nuova forma-partito. Sarà sicuramente uno dei temi più avvincenti del dibattito precongressuale, con un cammino per nulla semplice. E’ tutto da verificare come si arriverà a formare liberamente maggioranze e minoranze su scelte che dovranno essere assunte di volta in volta. Inoltre l’ impianto tracciato da Fassino pone le basi non di un partito, bensì di dieci, cento, mille organizzazioni che però dovranno riconoscersi in una strategia generale comune, pena la fine del partito stesso. La mutazione è comunque una strada obbligata. Non a caso Fassino ha subito ricordato le perdite di centinaia di migliaia di iscritti e di milioni di voti: il Pci è vecchio, la sezione, la cellula dell’ organizzazione, è superata. Questa crisi di rappresentanza coinvolge anche le altre forze politiche: è l’ intero sistema dei partiti ad essere in crisi. Ma secondo Fassino il nuovo deve sapersi portare con sé il buono della continuità: un partito intellettuale collettivo, di massa, non ideologico, di cambiamento. Tenendo conto del limite della politica, delle differenze, dell’ autonomia della società civile, della dualità uomo/donna, del pluralismo culturale. Va da sé, di conseguenza, il superamento del centralismo democratico sostituito dall’ esperienza democratica e collettiva che può decidere del giusto rapporto tra discussione, responsabilità e capacità di azione unitaria. Il modello organizzativo dovrà essere flessibile, soprattutto aperto all’ esterno, e fondato sul decentramento: con unità di base che si autogovernino, con la direzione nazionale che si limiterà alla strategia fondamentale, con il regionalismo perno di un nuovo assetto organizzativo. Per le regole di vita interne, valgono il principio di maggioranza e il principio di responsabilità, i diritti dei singoli e collettivi andranno tutelati, i dirigenti saranno eletti. Quanto ai compiti, la formazione politica di domani si trasformerà da partito dell’ emancipazione a partito della cittadinanza. La struttura di base camminerà di pari passo. Ed ecco le maggiori novità. Una volta il militante comunista diceva con orgoglio vado in sezione. In futuro dirà vado all’ Unione. Visto che la sezione di partito è inadeguata, che la società è sempre più articolata, serve una forma organizzativa in presa diretta con i cittadini e i protagonisti sociali. La proposta è appunto l’ Unione comunale che si articolerà in Unioni territoriali (di strada, di quartiere, di frazione), in Circoli (su luoghi di lavoro, di attività, di studio), in Forum su temi e interessi specifici (ambiente, diritti) e sui Centri di iniziativa delle donne. Fassino ha messo a fuoco due aspetti che potranno avere conseguenze non secondarie. L’ impronta regionalistica del partito, che scardinerà il tradizionale verticismo e centralismo. Resterà il partito unitario e nazionale, ma sarà intrecciato a veri e propri partiti autonomi, regionali, federati. Una notevole svolta. E non solo per tamponare le Leghe. Questo assetto permetterà che le diverse posizioni nazionali non si cristallizzino, paralizzando di fatto il lavoro. Soggettività politica L’ altra novità è il partito di donne e di uomini, tema sviluppato da Livia Turco, della segreteria. Questo ramo della Grande Quercia del Pds nasce da una questione di fondo: la critica che le donne rivolgono alla politica. Livia Turco ha sottolineato che fino agli anni Settanta il Pci era un partito maschile, a forte insediamento sociale operaio, con una cultura segnata dalla centralità operaia e dal produttivismo. Negli anni Ottanta invece il femminile e il femminismo vengono assunti come soggettività politica. Il passo successivo è la pratica dell’ autonomia e della relazione politica fra donne. E oggi? Le donne iscritte sono il 27 per cento, nel gruppo parlamentare il 30 per cento, nel Comitato centrale arrivano al 40 per cento. Sì, dice Livia Turco, c’ è stato qualche progresso nella ridistribuzione del potere, ma insufficiente. Inoltre è ancora marcata la divisione sessuale del lavoro politico: pochissime donne dirigono settori di lavoro generali. Perciò la dirigente comunista parla di un progetto che affermi in ogni luogo della società la forza femminile, facendo leva soprattutto sull’ autonomia delle donne, e con un modo di essere del partito che superi ogni tratto patriarcale. Per dare impulso a tutto ciò la pratica politica delle donne deve avvenire in luoghi di sole donne: sezioni di donne, clubs, centri di iniziativa. Saranno strutture di base e sovrane del partito, per evitare il parallelismo e, secondo Livia Turco, anche la separatezza. E naturalmente potranno eleggere direttamente le delegate al congresso. Quanto al sociale saranno promossi Collettivi di donne nei luoghi di lavoro. Infine il potere: ad ogni livello di direzione deve essere applicata la norma antidiscriminatoria del 40-60 per cento, per cui né uomini né donne potranno avere rappresentanza al di sopra e al di sotto di queste percentuali. Una rivoluzione, insomma. Non a caso le polemiche su questo ramo sono già iniziate. E Livia Turco, parlando ai microfoni della Conferenza, si è rivolta soprattutto ai compagni. Ma nel futuro Pds, i compagni avranno ancora qualche sede per potersi confrontare con le compagne? – di GUGLIELMO PEPE
A SINISTRA DEL PCI NASCERA’ IL PDS
Repubblica — 31 ottobre 1990 pagina 10 sezione: COMMENTI
CON LA liberazione di Bassolino dall’ inclusione in una maggioranza che comprendeva Napolitano ed escludeva Ingrao, è avvenuto un chiarimento di non piccola portata nel dibattito intracomunista. Quel gesto ha scisso la questione dei contenuti del nuovo partito da quella del suo nome e della sua forma. Il Rubicone è stato varcato da Ingrao, che ha, da solo, operato la grande distinzione. Egli ha dimostrato, con il rifiuto della scissione, di essere il solo che nel dibattito intracomunista può dire la parola decisiva. La strategia di Ingrao sembra volta a mantenere la tradizione (e il linguaggio) comunista all’ interno del nuovo partito. Ingrao legittima la possibilità per dei comunisti di partecipare a un partito che non è più comunista nel nome e nelle intenzioni. Ciò che sorprende nel passaggio dei comunisti al Pds, è la forza della tradizione unitaria del Pci, maggiore forse della stessa continuità ideologica. Cossutta, che preferisce la linea politica alla continuità morale, non tiene conto di questo afflato unitario che può persino dar vita a una convergenza senza oggetto. Indubbiamente il Pci ha creato nel tempo un riferimento che non è solo politico, ma anche una definizione della propria parte nella vita quotidiana di tanti uomini e donne: e questa funzione spirituale fa aggio su quella politica. Per coloro che sono stati comunisti negli anni più difficili il Pci appartiene all’ universo del cuore. E’ questo sentimento del valore di un corpo sociale la singolare affinità nella diversità che avvicina in Italia i comunisti alla Chiesa cattolica a ogni livello. Le parole di elogio del cardinale Casaroli al lento mutamento del Pci dicono molte cose: e enucleano il sentimento comune di quella parte dell’ episcopato italiano che potremmo chiamare, da papa Montini, montiniana. Anche se l’ operazione del trasferimento del cuore al nuovo simbolo avesse successo, il problema politico però si porrebbe egualmente. E un vantaggio per il nuovo partito è che siano oggi sul tappeto problemi istituzionali, come i referendum, le leggi elettorali e lo scioglimento delle Camere. Qui l’ istinto del Pci per i problemi delle istituzioni, il suo sentirsi parte di una maggioranza della Repubblica, anche se escluso da una maggioranza di governo, gioveranno al nuovo partito. ETUTTAVIA i problemi di governo faranno sentire il loro peso. La corrente migliorista o riformista, (le definizioni variano secondo le simpatie), quella più ministeriabile, si è vista messa a lato proprio dalla scissione che sta avvenendo tra la questione del nome e del simbolo e quella dei contenuti politici. Il dibattito comunista non ha infatti avuto per oggetto le questioni di governo, ma la definizione della diversità della nuova forza a un tempo dalla vecchia e dai propri concorrenti e avversari politici. I riformisti non hanno mai potuto imporre il proprio terreno di dibattito, che è ora dominato dalle tematiche di Ingrao. Se essi scegliessero un diverso approccio di lotta, rischierebbero di trovarsi emarginati nel partito: e la via della scissione sembra per essi difficile e ad ogni modo lontana. Curiosamente, il Pds nasce così a sinistra del Pci. Nel Pci Ingrao e Napolitano facevano parte a egual titolo del gruppo dirigente. Ora invece il discorso di Ingrao, che pone il Pci come forza di rappresentanza di tutte le minoranze sociali, il suo marxismo debole, diviene il discorso mediante cui il Pci cerca una identità anticapitalistica di tipo nuovo, senza la tesi della classe egemone e il fascino del comunismo stabilito. Il problema del nuovo partito sarà quello di assicurarsi di essere ancor più a sinistra di quanto non lo fosse il Pci. Laicizzandosi, perdendo il fascino religioso dell’ Oriente rosso, è costretto a definirsi in termini antagonistici, culturali e sociali non meno che politici rispetto alla società esistente. Mentre il Pci aveva compiuto un lungo cammino verso il centro, il Pds di fatto è obbligato a interromperlo. QUESTI problemi non sono nuovi in occidente. In forma diversa dal Pci, grandi socialdemocrazie hanno vissuto il medesimo travaglio. I laburisti inglesi e i socialdemocratici tedeschi hanno dovuto affrontare il problema di comporre l’ antagonismo originario, che è in ogni partito socialista, con la realtà del governo di una società complessa, in cui le differenze economiche e sociali crescono ma non vengono più vissute dai settori non privilegiati in termini di contestazione economica e politica. Proprio per questo residuo antagonista, laburisti e socialdemocratici tedeschi sono stati sconfitti a più riprese dai loro avversari di destra e di centro. In questi partiti l’ esigenza di essere alternativi ha obbligato la dirigenza a differenziarsi da una minoranza di sinistra. Ciò che giova alla soggettività di un partito socialista non giova al suo affermarsi come forza centrale nel paese: l’ unica posizione da cui si possa aspirare a un governo. Se il Pds riuscirà a portare tutto o quasi il Pci dentro il nuovo partito, troverà in se stesso una lotta politica continua per stabilire la leadership e i rapporti di forza. E ciò avverrà in riferimento al linguaggio dell’ antagonismo sociale, che è il solo che consenta al Pds di mantenere unite le forze comuniste. Per andare al governo i partiti socialisti hanno sempre dovuto dividersi: tanto più questa legge sembra valere nel caso comunista. La scissione sarà probabilmente evitata, ma appunto per questo la lotta interna comunista sarà destinata a rimanere forte: il partito dovrebbe sacrificare il suo carattere di alternativa di governo al linguaggio della propria legittimazione come partito delle minoranze. Il Pds non potrebbe delegare questa funzione di linguaggio centrale al Psi, perché ciò vorrebbe dire la confessione della subalternità e creerebbe nel Pci scenari più conflittuali. Il problema dell’ alternativa di governo è ben diverso da quello della trasposizione del Pci. – di GIANNI BAGET BOZZO

NELLA COSTITUENTE DEL PDS IL VOTO ANCHE AGLI ‘ESTERNI’
Repubblica — 09 dicembre 1990 pagina 10 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Mancano meno di due mesi all’ appuntamento di Rimini, alla nascita anche formale del Pds, il partito democratico della sinistra che prenderà il posto dell’ attuale Pci. In parallelo ai tradizionali appuntamenti interni, per misurare alla periferia del partito adesioni e dissensi sui documenti delle tre correnti in campo (ai quali si somma l’ adesione dei riformisti alla mozione di Occhetto) c’ è stavolta, in quest’ occasione molto speciale che è la creazione d’ una nuova formazione politica, un fatto inedito. Anche gli esterni possono partecipare. E se ai congressi locali non hanno diritto di voto, non è escluso afferma Piero Fassino, responsabile dell’ organizzazione di Botteghe Oscure che al congresso nazionale, cioè dopo che si è definita la mappa dei consensi alle tre mozioni, gli esterni che vi partecipano possano invece farlo. L’ obiettivo scelto un anno fa spiega lo stesso Fassino in un’ intervista all’ agenzia Dire (legata a Botteghe Oscure) era dar vita a un partito basato sull’ incontro fra i comunisti italiani e altre forze, altri soggetti, altre espressioni della sinistra. Le stesse regole definite tengono conto di due principi: il ventesimo congresso deve decidere definitivamente la trasformazione del Pci in un altro partito: ed è evidente che gli unici titolari della decisione non possono essere che gli iscritti. Ma al tempo quell’ occasione darà vita a una nuova formazione politica non più costituita solo dai comunisti: Ed è chiaro quindi che la sua fondazione deve vedere il concorso con altri soggetti a pari titolo e con pari diritti. Dunque proprio i comunisti sono adesso i primi interessati a che il processo di fondazione non veda attivati solo gli iscritti del Pci. Fino a questo momento il bilancio degli apporti esterni all’ area stretta della militanza è buono ma non entusiasmante. Abbiamo costituito più di mille comitati, associazioni, forum, club, dice il responsabile organizzativo, il che testimonia l’ esistenza di un’ area vasta d’ interesse nella società. A livello locale gli esterni si sono organizzati con iniziative diverse. Due club, quello romano delle libertà e quello milanese regole del gioco hanno già avviato una forma autonoma di adesione al Pds tramite una sorta di opzione-tesseramento al nuovo partito. E tuttavia, ammette Fassino, abbiamo raccolto solo una parte delle forze disponibili per la tendenza, almeno in questa fase finale, a far prevalere il dibattito interno sul rapporto con la società e con le forze che in essa si muovono. Anche per questo, per stimolare singoli e organizzazioni non comunisti ma interessati a definire coordinate e tragitto politico del nuovo Partito democratico della sinistra, Fassino ricorda in che modo possono contribuire. In questa prima fase in cui il diritto di voto è riservato ai comunisti, gli esterni possono già partecipare registrandosi nelle sezioni ed esercitando tutti i diritti che questo comporta: intervento, proposta, presentazione di documenti, partecipazione alle commissioni. E anzi, ricorda rivolgendosi quasi all’ apparato di base, dobbiamo avere un ampio numero di non iscritti registrati, visto che gli elettori sono otto milioni e mezzo. Poi ci sarà la seconda fase, al termine dei congressi di sezione e di federazione. Se sarà approvata la nascita del Pds il congresso nazionale diventerà fondativo del nuovo partito. Ed è evidente che a quel punto all’ assise di Rimini dovranno partecipare a pari titolo tutti i soggetti interessati. E solo a conclusione di questo tutti, iscritti e non iscritti ma a quel punto tutti aderenti al nuovo partito con gli stessi diritti, potranno decidere insieme e votare i propri organismi dirigenti. Il come ciò accadrà non è ancora definito, lo sarà nelle prossime settimane. Però quella appena messa a punto, spiega Fassino, è l’ unica procedura che, riconoscendo due soggetti diversi, i comunisti e i non comunisti, cerca di costruire un percorso congressuale in cui ciascuno sia chiamato a decidere le materie che gli sono proprie, garantendo a tutti i diritti che spettano.
PARTE IL CONGRESSO PIU’ DIFFICILE
Repubblica — 23 gennaio 1991 pagina 16 sezione: POLITICA INTERNA
Occhetto e il dialogo a sinistra “CRAXI HA UN MERITO MA ORA E’ AL CAPOLINEA” ROMA Prima la fase costituente, dice Occhetto. Poi si vedrà quale governo più adatto a garantirla. A una settimana dal congresso di Rimini esce una biografia del leader comunista (scritta da Salvatore D’ Agata, presentata oggi a Montecitorio) corredata da una lunga intervista al leader della svolta, centrata sul futuro prossimo del partito, sui rapporti a sinistra, sulla stagione istituzionale in arrivo. Di fronte a un sistema politico, quello italiano, che ormai non ha molte possibilità di andare avanti, è necessario aprire subito una fase costituente. In second’ ordine viene il problema dell’ esecutivo. Il governo di garanzia non è all’ ordine del giorno. Casomai si tratterebbe di vedere se i partiti vogliono effettivamente aprire una fase costituente, che comunque adesso nessuno sta proponendo. In una stagione politica del genere ci può essere anche la necessità che tra il tavolo della discussione per le riforme istituzionali e costituzionali e il tavolo governativo non ci sia una separazione tale da far nascere un conflitto. Più chiaro il senso del dialogo a sinistra, tema trainante del congresso di Rimini. Il segretario del quasi-Pds dà atto a Bettino Craxi d’ un merito indiscusso (che suona autocritica a precedenti stagioni comuniste): quello d’ aver messo in discussione per primo il vecchio sistema politico italiano. Una intuizione giusta all’ interno d’ una ipotesi ormai giunta al capolinea. Quale? L’ idea che attaccare contemporaneamente la Dc pur rimanendo alleato della Dc e cercare di ridurre quasi verso zero, tendente a zero, la presenza della nostra forza nella società italiana fosse l’ unica strada per determinare le condizioni dell’ alternativa. Adesso le cose sono cambiate, osserva Occhetto. Non c’ è più il punto dal quale è partita la linea di Craxi: una grande Dc e un grande Pci statici, e quindi la sua politica corsara. Oggi c’ è una crisi complessiva del sistema politico e servono riforme istituzionali per favorire l’ alternativa. Unità socialista? Come la immagina Craxi (che ha teso una grande rete aspettando di vederci entrare dentro) è un’ ipotesi che volente o nolente umilia sensibilità, storie, tradizioni. Meglio riprendere dalle fondamenta una discussione che favorisca anche il superamento di una conflittualità tra le due maggiori forze del socialismo italiano. Anche aprendo il Pds alla sinistra diffusa che proprio domani (in occasione della presentazione d’ un libro di Umberto Curi e Paolo Flores D’ Arcais) si ritroverà a Roma, a pochi giorni dall’ esordio congressuale di Rimini. Esordio che riceve inedite ruvidezze da Ciriaco De Mita, presidente della Dc. La soluzione ai problemi del Pci non si dà, dice, con l’ abbandono dell’ esperienza storica dei comunisti. Anche perché una scelta del genere avrebbe richiesto un dibattito di alto livello. Il problema non è cambiar nome, è di sostanza politica. Andrà a finire che il congresso si risolverà nella relazione del segretario, in una sospensione dei lavori e con la successiva replica. La costituente per le riforme elettorali chiesta da Occhetto? Non è cosa da poco. Bisogna vedere che sviluppi avrà, e se non ci saranno ripensamenti. – di STEFANO MARRONI

IL SOSPETTO DI NAPOLITANO IL PDS NASCE TROPPO PACIFISTA?
Repubblica — 24 gennaio 1991 pagina 19 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Mancava poco alle due del pomeriggio quando Umberto Ranieri e Umberto Minopoli, due degli uomini più vicini a Napolitano, sono usciti insieme a Gianni Pellicani da Botteghe oscure. E, fatti pochi passi nel cuore del Ghetto, hanno sfogato al riparo da orecchie indiscrete, davanti a un tavolo del Pompiere, le apprensioni dello stato maggiore riformista alla vigilia dell’ ultimo congresso del Pci. La sensazione, diffusa, che assise celebrate a guerra aperta possano aprire la strada a una virata nella rotta di Occhetto. Se non il sospetto che, sulla scia del grande successo congressuale, il segretario e i suoi si preparino a governare da soli, dal centro, il vascello del Pds. I segnali, a sentire i riformisti, sono tanti. E anche per questo, ieri mattina, autorevoli esponenti del gruppo hanno fatto sentire a Piero Fassino il loro disagio per le cifre fornite dall’ Unità sulla suddivisione dei delegati della maggioranza, che a livello nazionale assegnerebbero secondo il quotidiano del Pci circa il 15 per cento ai sostenitori di Giorgio Napolitano. Difficile, per ora, accertare se sia vero, anche se uomini della destra sostengono di contare qualcosa di più nel partito e quindi nella platea di Rimini. Ma soprattutto, a irritarli è stata l’ impressione di un messaggio: dell’ annuncio cioè che, sottraendo il 15 per cento al 68 per cento dei consensi raccolti dalla mozione uno, a Occhetto e i suoi un solido 53 per cento garantirebbe comunque la direzione del nuovo partito. Di qui, la dura messa a punto di Fassino, che sottolineando l’ impossibilità di distinzioni, ha parlato di dati falsi diffusi per calcolo politico. Ma alla vigilia della riunione informale della Direzione attesa per questa mattina, non c’ è solo questo a preoccupare i riformisti. Il nodo, come si dice, è politico. E riguarda i possibili riflessi soprattutto italiani della guerra nel Golfo. Attorno al segretario, c’ è chi sostiene che qualche aggiustamento va fatto. Non certo per rimettere in causa la svolta, ma aggiornando l’ analisi sulla crisi della sinistra europea e soprattutto sui rapporti col Psi. In questo clima, dopo un anno di contrapposizione permanente con Craxi su questioni-chiave argomenta un pezzo di maggioranza che ha in Massimo D’ Alema il suo referente naturale tempi e interlocutori dello sblocco della situazione politica vanno ridefiniti, e tornano in primo piano un’ idea di alternativa come processo da costruire, e un ruolo più importante per il rapporto con il mondo cattolico. Su questa analisi, dopo la scelta netta contro la guerra, il dialogo con le minoranze di Ingrao e Bassolino potrebbe ripartire su basi nuove. Ma in discussione finirebbe proprio l’ asse attorno al quale i riformisti hanno costruito la loro posizione: il superamento del Pci come primo passo per realizzare le condizioni di un governo delle sinistre, la fine della diversità comunista come premessa di un più stretto raccordo tra le forze socialiste in Europa e in Italia. Così, tra gli uomini di Napolitano cresce l’ allarme per la linea sul Golfo, per i rischi di settarismo, per gli appelli alla disobbedienza civile. Abbiamo detto no al governo spiegano i miglioristi perchè ritenevamo che ci fossero ancora alternative al ricorso immediato alla guerra per fermare Saddam, ma non siamo contrari in assoluto e per sempre al ricorso alle armi. Ma ora va detto chiaro che non siamo neutrali, che l’ Italia è dalla parte dell’ Onu e solidarizza con Israele: Insomma ragiona un riformista di punta non dobbiamo cercare pretesti per dire che siamo altro dai socialisti europei, ma lavorare per ritrovare in fretta l’ intesa con loro. Più o meno quello che su l’ Unità di ieri Umberto Ranieri chiede di fare, lavorando controcorrente sui possibili punti di contatto con il Psi. Lungo questo stretto crinale, assente ieri da un’ interlocutoria riunione del sì, Achille Occhetto deve lavorare per stendere la sua ultima relazione da segretario del Pci. Oggi pomeriggio, il leader della svolta discuterà a porte chiuse con i suoi, affrontando anche il nodo della proposta di patto federativo con cui la minoranza arriva a Rimini cercando di sbarrare la strada della scissione. E qualche lume potrebbe arrivare dal dibattito alla Casa della cultura in cui Paolo Flores e Umberto Curi, animatori dei club, presenteranno il loro L’ albero e la foresta. Ma già questa mattina, davanti al vertice del partito al completo, il leader di Botteghe Oscure scoprirà probabilmente le sue carte, prima di affidare alle consuete consultazioni a quattr’ occhi la limatura definitiva del documento. Correggerà il tiro, come gli chiede chi nella sua maggioranza sottolinea che niente è come prima? O insisterà soprattutto sulla necessità di accelerare, di andare più a fondo nell’ analisi sulla fine dei blocchi e del comunismo, come pensa la parte della sua squadra che è più lontana dai D’ Alema e dai Reichlin? Sono gli interrogativi di otto giorni difficili. Gli ultimi otto giorni, prima del Pds. – di STEFANO MARRONI

‘VI PARLO DA MEMBRO DEL PDS’ INGRAO PIU’ VICINO A OCCHETTO
Repubblica — 25 gennaio 1991 pagina 14 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Vigilia di congresso, vigilia di pacificazioni interne nel Pci. Vi parlo da membro del Pds, dice Pietro Ingrao ragionando in Direzione sulla guerra e sui compiti dell’ Onu. Occhetto l’ ascolta soddisfatto registrando che, quantomeno sulla grande questione pace-guerra, le distanze del partito nuovo dalla vecchia anima comunista non sono esagerate. Tuttavia quell’ ammissione, lasciata cadere ieri mattina senza enfasi dal leader della rifondazione comunista in un seminario ristretto di Botteghe Oscure, riassume anche il nuovo che si respira in queste ultime giornate del Pci. Un clima che fa azzardare a Piero Fassino: Potrebbe determinarsi un allargamento della maggioranza, non credo un suo cambiamento. Clima difficile, tuttavia. Appesantito dal contesto internazionale, dall’ angoscia che la realtà in corso trasmette alle scelte politiche, sommate a un passaggio interno non facile. Sicchè può succedere che, in quest’ attesa del voto che nella notte tra sabato e domenica della prossima settimana darà vita al Pds, il Pci ritrovi al suo interno inediti elementi di coesione, forse preludio d’ una politica unitaria dopo Rimini. Colpa della guerra, certo. Ma non solo. Colpa anche dello scenario internazionale cambiato in gran fretta nei quindici mesi di gestazione d’ un partito ex comunista, annunciato sulle rovine del muro di Berlino e già alle prese col sospetto d’ un ritorno del grande freddo a Est. Di questo, e dei riflessi che la situazione nuova potrà avere a sinistra, s’ è parlato ieri a Botteghe Oscure. Formalmente una Direzione, una delle ultime del partito comunista italiano. In realtà qualcosa di più. Un vertice allargato ai maggiori dirigenti anche della minoranza (c’ erano tra gli altri Ingrao, Tortorella, Reichlin, D’ Alema, Cossutta, Chiarante) con i quali il segretario voleva avere uno scambio d’ idee, per integrare la relazione d’ apertura al congresso. Il testo del discorso che Occhetto farà a Rimini (alle 16 del 31 gennaio), impostato nel suo schema di massima durante le vacanze di fine d’ anno, subirà integrazioni. Dalla guerra in corso alla questione sovietica; ci sarà un capitolo nuovo dedicato al mondo cattolico, alle sintonie che proprio il conflitto ha messo in luce; e un approfondimento della questione istituzionale, dopo la recente bocciatura dei referendum. Ieri s’ è parlato solo di politica estera. E quantomeno sulla griglia d’ analisi (senza indicazioni di linea) l’ intesa è stata evidente. Anche sul tema più spinoso, quello che in passato aveva provocato le maggiori divisioni interne: l’ Onu, il suo ruolo. Ingrao è d’ accordo con Occhetto sul fatto che si tratta d’ un embrione di governo mondiale. Solo che pone con decisione la questione dei poteri effettivi di quest’ organo, tuttora concentrati nel Consiglio di sicurezza e dunque, per via del diritto di veto, in poche mani. Occhetto è sostanzialmente d’ accordo, lo fece capire già d’ estate quando avallò la spedizione militare italiana nel Golfo sotto l’ egida dell’ Onu. La destra riformista è più cauta. Ma lo stesso Napolitano non esita a dire che il conflitto in corso è nato sulla base dei meccanismi, non dei principi delle Nazioni unite. Di tutto questo terrà conto Occhetto, ora impegnato nella scrittura del suo discorso. Ed è prevedibile che, anche per rimediare ai timori d’ isolamento emersi alla Camera (l’ esatto opposto della spendibilità politica all’ origine della svolta) e per non approfondire divisioni interne, la questione bellica venga sostanzialmente aggiornata. Magari sfumando la richiesta di ritiro dei soldati (già politicamente obsoleta) che tante polemiche ha provocato. E puntando invece, decisamente, sulla cessazione delle ostilità; su una moratoria che consenta la ripresa dei negoziati. Anche in questo l’ avvicinamento alla posizione cattolica è vistoso. Elettoralmente imbarazzante per la Dc, molto meno per un Pci che dai tempi di Berlinguer ha sempre puntato su quell’ area, pur con ricorrenti contrasti (divorzio, aborto e altro). Proprio al dialogo col mondo cattolico Occhetto dedicherà una parte impegnativa del suo intervento. Già deciso il meccanismo congressuale che consentirà ai due partiti, quello vecchio e quello annunciato, di convivere a Rimini, pur nella discontinuità. E’ una significativa novità per Piero Fassino, responsabile organizzativo del Pci. Dunque: il presidente del congresso leggerà i risultati delle primarie nelle sezioni d’ Italia su nome e simbolo e sulle tre mozioni presentate. Il significato di quella lettura, già all’ esordio, renderà esplicito ai delegati che il congresso nazionale non è chiamato a riprodurre la discussione che s’ è già svolta. E quindi acquisendo l’ inequivocabile esito congressuale largamente favorevole alla fondazione del nuovo partito il congresso è chiamato a portare a compimento la nascita del Pds. Subito dopo questa implicita presa d’ atto parlerà Occhetto, giovedì pomeriggio. Venerdì mattina due interventi, più ampi per le altre due mozioni avvieranno il dibattito (aperto alla pari agli esterni), concluso sabato sera da Occhetto. Poi il voto. Il primo, forse già nella stessa tarda serata dello stesso giorno e riservato ai 1250 delegati del Pci sancirà l’ atto di trasformazione del Pci in Pds. Ai successivi, per l’ elezione degli organi dirigenti, parteciperanno anche i 250 esterni. A congresso chiuso partirà l’ operazione cento giorni, con iniziative e campagne pubblicitarie. E l’ Unità diventerà semplicemente il giornale fondato da Antonio Gramsci. – di GIORGIO BATTISTINI

LO SPECCHIO CGIL SUL CONGRESSO
Repubblica — 31 gennaio 1991 pagina 15
ROMA Solo tre mesi fa qualcuno ipotizzò una mozione Occhetto-Trentin al congresso comunista, tanto salda appariva l’ alleanza fra il leader del partito e il segretario generale della Cgil. Oggi gli avvenimenti del Golfo hanno provveduto ad allontanare i due, anche se non a separarli del tutto; a Bruno Trentin la base comunista non ha perdonato i clamorosi distinguo sulla crisi mediorientale: la presa di distanze dalla manifestazione pacifista del 12 gennaio, il rifiuto ad organizzare uno sciopero generale al momento dello scoppio delle ostilità, la puntigliosa tenuta del rapporto unitario con Cisl e Uil su una linea non troppo dissimile da quella del governo. Ora, alla vigilia del congresso di Rimini, si pongono due domande: con chi sta Trentin, leader di un sindacato di cinque milioni e mezzo di tessere in maggioranza di area comunista? Come si colloca la Cgil nel dibattito, con la sua moltitudine di quadri, dirigenti e militanti? La prima risposta è che Trentin sta con Trentin, riesce ad essere non-allineato: né con Occhetto, né con Napolitano, né con Bassolino, meno che mai con Ingrao o Garavini. Maestro di equilibrismi dialettici, anche questa volta non si smentirà: darà qualche stoccata ai pacifisti (non basta inneggiare alla pace), e distribuirà critiche agli Usa e al governo italiano, sottolineando però il carattere imprescindibile dell’ unità nella Cgil e con Cisl e Uil. Per quanto riguarda la Cgil, la mappa aggiornata degli schieramenti interni rivela che il grosso dei quadri sta con Occhetto. Per quanto eterogeneo, il gruppo che appoggia la svolta del segretario del Pci annovera dirigenti di rilievo come Paolo Brutti (segretario confederale), Angelo Airoldi (metalmeccanici), Roberto Tonini (edili), Angelo Lana (agro-industria), Giuseppe Casadio (Emilia Romagna), Riccardo Terzi (Lombardia), Claudio Sabattini (Piemonte), Guido Sacconi (Toscana). L’ elenco va completato con i miglioristi che si richiamano a Lama e a Napolitano: Sergio Cofferati (segretario confederale) Gianfranco Federico (Campania), Francesca Santoro (segretario dell’ informazione e spettacolo), Valeria Fedeli (federazione pubblico impiego), Edoardo Guarino (chimici). Largo seguito al vertice della Cgil ha avuto la mozione di Antonio Bassolino, rifugio di quanti in un primo momento altalenavano fra il sì e il no. E’ il caso di Alfiero Grandi e Paolo Lucchesi (segretari confederali), di Passalacqua (Liguria), Montelpari (Campania), Buffardi (agro-industria), Agostinelli (Lombardia), Donazzon (Veneto). Sparuto, ma composto di dirigenti di primo piano, è il gruppo dei seguaci di Ingrao: Fausto Bertinotti (segretario confederale), Paolo Franco e Giorgio Cremaschi (segretari della Fiom), Mario Sai (coordinatore del dipartimento Mezzogiorno), Luigi Agostini (Funzione pubblica). In Cgil nessun alleato di Sergio Garavini è stato individuato, mentre a capo dei cossuttiani sono Aurelio Crippa, segretario della Camera del lavoro di Sesto San Giovanni, e Claudio Caron, segretario della Camera del lavoro di Asti. Molto più interessanti sono le possibili conseguenze che il congresso del Pds avrà sulla Cgil, che ha fissato per metà luglio il proprio congresso nazionale. In caso di lacerazioni o scissioni nel partito, il sindacato subirà contraccolpi pesanti. La preparazione delle assise della prossima estate è rimasta per ora congelata, proprio in attesa degli eventi alle Botteghe Oscure. Il lavoro delle tre commissioni che dovranno occuparsi del programma, delle tesi della Cgil, delle regole per lo svolgimento del dibattito è cominciato stancamente. Tuttavia sono bastate poche riunioni a far affiorare contrasti e preoccupazioni. Appare tutt’ altro che remota l’ ipotesi che il prossimo congresso Cgil si svolga sulla base di mozioni contrapposte, mentre in passato le divergenze circoscritte a qualche punto erano state sempre risolte con la presentazione di un paio di tesi alternative. I sindacalisti che fanno capo a Democrazia proletaria (Charta ‘ 90) hanno già annunciato che presenteranno una propria mozione. Ed è probabile che Bertinotti non vorrà essere da meno, per evitare di lasciare a quest’ area la leadership dei protestatari e dei massimalisti. A questo punto sorgerebbero problemi nell’ intero schieramento comunista o dei seguaci del Pds, poiché a molti non piacerà trovarsi in una sorta di maggioranza di governo assieme ai socialisti (quel correntone riformista auspicato da Ottaviano Del Turco), con l’ ala dura all’ opposizione. Sempre più, in questa eventualità, il deus ex machina sarebbe Bruno Trentin, cui toccherebbe sbrogliare enormi problemi organizzativi e politici. C’ è da chiedersi che futuro si prepari per un sindacato che affida quasi per intero il suo destino al carisma del solo segretario generale. – di VITTORIA SIVO

IL CONGRESSO CHE DICE ADDIO AL PCI
Repubblica — 31 gennaio 1991 pagina 13
RIMINI Una carta d’ identità spessa come un libro. Due ore al microfono per presentare la ‘ cosa’ nata all’ ombra della quercia, il nuovo soggetto che dopo un anno di dispute febbricitanti appare sulla scena politica italiana. Due ore e anche più per raccontare il Pds che verrà, che già c’ è, al popolo dei ‘ democratici della sinistra’ che l’ ha voluto. La relazione che Occhetto leggerà oggi pomeriggio aprendo il ventesimo congresso del suo partito sarà, secondo indiscrezioni della vigilia, priva di particolari punte polemiche sul versante interno. Tutta proiettata invece sulle ragioni di fondo della grande svolta, sull’ essenza politica d’ un cambiamento che punta alla liquidazione dell’ antica pregiudiziale anticomunista, alla spendibilità del Pds sullo scenario delle maggioranze di governo possibili. Le macerie del muro E’ partita dalle macerie del muro di Berlino la svolta dell’ 89. E dunque proprio al quadro internazionale si richiama una buona metà della relazione di Occhetto. La ricerca del nuovo ordine mondiale dopo la fine del gelo estovest comincia com vampate di guerra fra nordsud, con il conflitto del Golfo? E allora proprio sulla necessità della pace subito, sul valore pace come strumento d’ identità politica del nuovo partito Occhetto spenderà parole decisive, offrendo anche la mediazione possibile al gruppo d’ Ingrao. A chi (La Malfa, ma non solo) mette in guardia il Pds dal rischio di coltivare una cultura d’ opposizione restando indisponibile a scelte di governo il leader post-comunista risponderà in sostanza che esistono diverse culture di governo. Il Pds si presenta appunto al suo elettorato scegliendo il rifiuto della guerra: esattamente come, negli Usa, il partito democratico, partito di governo. E’ in questa logica, spiegherà alla platea di Rimini, che opponendosi all’ intervento armato nel Golfo e chiedendo una proroga delle sanzioni economiche, il Pci aveva chiesto anche il ritiro dei militari italiani. Questione ora sostanzialmente superata dal nuovo obiettivo prioritario: un immediato cessate il fuoco. E riproposta con forza qui al congresso del Pds, marcando le sintonie con la tenacia del papa, col mondo cattolico, con le posizioni della sinistra europea. La seconda parte della relazione di Occhetto sarà centrata sui grandi connotati distintivi del Pds, sulla sua collocazione nella realtà politica italiana. Al partito, e ai partiti (ci saranno tutti i leader italiani, con la sola eccezione dei radicali che all’ ultimo hanno preferito disertare accusando il Pds d’ aver acquisito automaticamente e senza soluzione di continuità l’ eredità del Pci) Occhetto offrirà un quadro aggiornato di posizioni e riferimenti sui grandi temi della vita nazionale. Dal Mezzogiorno alle riforme istituzionali, dalla democrazia economica agli episodi oscuri della vita nazionale, invitando gli altri a un dialogo il più possibile lontano da polemiche spicciole, dalla coazione a ripetere secondo polemici schemi fissi di schieramento. Obiettivo dichiarato, insistito, è l’ alternativa di sinistra. Con l’ attesa di prevedibili, possibili nuove aperture al Psi. L’ ultima parte della relazione sarà dedicata al Pds: pluralista ma anche unitario. E ancora a tutto il partito, nonostante le ultime asprezze della vigilia, si rivolgerà il segretario invitandolo a non dividersi per rappresentare meglio la società. Voltare pagina. Quello che s’ apre oggi a Rimini è un appuntamento sul quale il gruppo dirigente di Botteghe Oscure ha investito tutto. Un cambio col proposito determinato di concludere la lunga stagione della conventio ad excludendum, con la volontà di misurarsi alla pari sul terreno degli schieramenti di governo, a partire dai programmi. Offrendo aggiornamenti, novità. A poche ore ormai dalla convention di fondazione (mentre alla spicciolata arrivano da tutta Italia i 1559 delegati) rimbalzano da Roma apprensioni e speranze sulla svolta annunciata. Quasi tutte all’ insegna d’ una sospettosa freddezza. A partire, ad esempio, dagli auguri che Massimo Scalia a nome dei Verdi rivolge a un partito che con grandi sforzi cerca di rinnovarsi e di frenare il declino. Nessun dubbio che sarà quello socialista, anche per ragioni di concorrenza a sinistra, l’ interlocutore più esigente. E infatti, dopo l’ invito di Martelli a trovare nell’ elezione diretta del leader un terreno d’ intesa e magari di riunificazione, anche Claudio Signorile suggerisce il campo istituzionale come misura giusta per alleanze e solidarietà. Più cauta un’ altra voce del mondo socialista: Antonio Cariglia (Psdi) pur augurandosi un Pds disponibile nel quadro politico nazionale ricorda che prima di acquistare credibilità davanti all’ opinione pubblica ci vuole tanto tempo. Più prudente ancora il liberale Altissimo, sospettoso verso un partito che si propone come riferimento di tutte le proteste più che dotarsi di una vera cultura di governo. Eppure, in teoria, proprio tutti si augurano che la democrazia italiana possa trovare un nuovo partito di governo, per dare il cambio alle classi dirigenti. Anche il dc Nino Cristofori, braccio destro di Andreotti, che teme i contrasti interni al Pds. Finchè per motivi di tattica interna o per condizionamenti storici, dice, il Pci continuerà a non volere (o non potere) trarre tutte le conseguenze di una scelta per la democrazia e la libertà il nostro sistema resterà zoppo. Un palco basso Ultimi preparativi, ultimi ritocchi sotto i capannoni della Fiera di Rimini, in quest’ area eletta a sede classica delle grandi convention politiche. Sarà un colpo d’ occhio tricolore quello che accoglierà oggi delegati e ospiti. Rosso scuro il gran fondale dietro la presidenza (simile a un muro, al Muro dal quale ha preso simbolico avvio la svolta del Pci); verde bandiera il legno dei banchi per i delegati; bianco (e anche grigio chiaro) il contesto generale. Arrotondato il palco, e abbassato per ridurre la distanza tra dirigenti e militanti. Dietro, sullo sfondo, un grande schermo bianco di due metri. Proietterà le immagini del congresso, visualizzerà ragioni ed emozioni nel loro alternarsi al microfono. Proietterà dall’ inizio i due simboli grafici affiancati (vecchio Pci, nuovo Pds). Per far posto, domenica mattina, dopo la replica di Occhetto, alla sola quercia. – GIORGIO BATTISTINI

COSSUTTA: ‘ORA SERVE UNA COSA COMUNISTA
Repubblica — 01 febbraio 1991 pagina 12
RIMINI E’ finito un inganno durato 70 anni, urla la prima pagina del Bolscevico, che vecchi stalinisti e punk con la stella rossa provano a vendere davanti ai cancelli della Fiera. Ma non è il modo più brillante per conquistare al Partito marxista leninista italiano chi non andrà con Achille Occhetto. Perché è proprio la fine del Pci l’ inganno che i falchi del no non perdonano al segretario della svolta. Ed è la voglia di farne in fretta uno nuovo a farli stare già oggi, a congresso appena aperto, con un piede sulla soglia. Non andranno via subito, i comunisti che ieri mattina si sono ritrovati con Armando Cossutta e Sergio Garavini in una saletta tappezzata di blu. Ma che se ne andranno, a Rimini è senso comune: se persino un impeccabile compagno della Organizzazione, telefonino in mano, indica senza diplomazie dove trovarli: Gli scissionisti? Faccia le scale, sono dall’ altra parte. E così eccoli, tutti schierati, un centinaio di delegati e qualche simpatizzante davanti a una presidenza di cinque persone: Cossutta, Garavini, Ersilia Salvato, Lucio Libertini e Rino Serri, un tempo innovatore presidente dell’ Arci. E’ uno dei senatori che se ne andranno, nel pattuglione forse di undici forse di quattordici che a Palazzo Madama formeranno presto un altro gruppo. E tocca a lui aprire la discussione, in una relazione che piazza bordate contro Occhetto ma non risparmia nemmeno Angius e Magri, mettendo all’ indice la contraddizione tra il loro giudizio di fase e la decisione di stare comunque dentro il Pds. Poi al microfono va Lucio Libertini, che incalza sulla necessità di dar battaglia sul nodo pace-guerra. A fine giornata, il senatore chiamerà ambigua la posizione di Occhetto sul Golfo, bocciando come Salvato la tardiva, deludente, ripetitiva, non ancora adeguata correzione di rotta del segretario. Ma intanto Libertini anticipa come vada detto che la guerra all’ Iraq è incostituzionale. E afferma che in ogni caso, definendo una sua mozione sul ritiro delle truppe, la minoranza deve sollecitare un’ inversione dell’ ordine del giorno: perché il congresso, prima di votare la nascita del Pds, si pronunci sul tema dirimente della partecipazione italiana al conflitto. Con una mossa che, nella eventualità di una spaccatura plateale fa capire uno dei falchi , potrebbe ampliare il numero di chi si appresta a dire addio al segretario. Soprattutto nel gruppone dell’ ex Pdup, tra chi meno apprezza la testarda politicità con cui Lucio Magri cerca di non perdere il contatto con Ingrao. Il confronto va avanti. Per strappi successivi. Paolini arriva da Massa Carrara, dove il no viaggia sul 60 per cento, e assicura che, piuttosto che a quella di Livorno, si deve pensare alla scissione tra bolscevichi e menscevichi russi, maturata anch’ essa spiega sul tema dell’ autonomia dei rivoluzionari. Il reggiano Mignani ha idee precise: A Roma, il 10 febbraio, ai comunisti dobbiamo dire una parola chiara: Ci alziamo in piedi, compagni, perché stiamo per andare su questa strada. E il genovese Tarantino spende addirittura una parola in difesa dei giornali: Se scrivono di scissioni non sono Cassandre, ma facili profeti. Perché guerra o non guerra, questo congresso cancella il Pci. Poi parla Cossutta, e traccia con limpidezza la linea che dopo domenica lo porterà lontano da Botteghe oscure. La battaglia congressuale va fatta fino in fondo, spiega, dobbiamo strappare quello che è possibile: per mostrare al partito che si è fatto il possibile per restare, e dare lealmente una mano ai compagni di mozione che hanno già deciso di non andare via. Dopo, assicura l’ antico avversario dello strappo, si tratterà di decidere, e ognuno deciderà secondo coscienza: ma io sono convinto che le forze comuniste più responsabili non potranno non assolvere al loro compito: permettere ai tanti comunisti che se ne sono andati di tornare in campo, e a quelli che se ne andrebbero ora di restarci. E’ un’ esigenza sottolinea obiettiva e ineludibile: e i compagni che sono qui – Garavini, Salvato, Libertini, Serri ed io – non verranno certamente mai meno al loro dovere e alla loro responsabilità. E’ l’ annuncio che domenica prossima un centinaio di delegati non voterà la nascita del Pds, e quasi certamente lascerà la sala. E soprattutto, che all’ assemblea convocata per il 10 febbraio il progetto di un nuovo partito prenderà la rincorsa dotato già di uno stato maggiore, di due gruppi parlamentari, di un gran numero di piccoli gruppi consiliari sparsi nei Comuni di mezza Italia: come quello che alla provincia di Milano fa notare ad esempio Dario Cossutta sarà determinante per tenere in vita la giunta di sinistra. Dall’ Adriano o dal Brancaccio di Roma (comunque da un cinema grande, spiega uno di loro), quelli dei comitati per la Rifondazione comunista non poseranno la prima pietra del nuovo partito, ma avvieranno il processo che lo partorirà. Convinti di poter avere con sé un buon 10 per cento degli iscritti, e comunque non meno di 50 mila compagni. Pronti a bruciare le tappe, se la verifica di governo produrrà un appuntamento anticipato con le urne, con l’ obiettivo di incassare tra il 3 e il 5 per cento dei voti. Come si chiamerà, la Cosa comunista? No, il nome non lo posso dire, si schermisce Dario Cossutta. Ma a rivelare l’ arcano, appena finita la relazione di Occhetto, pensa senza esitare suo padre: I fatti hanno messo in crisi analisi e progetti precedenti. Il segretario ne prende atto ed abbatte impietosamente, uno per uno scandisce Armando Cossutta davanti ai microfoni della Rai tutti i presupposti di quelle analisi e di quei progetti. Ne consegue che il primo dei presupposti che crolla, che davvero non sta più in piedi, è proprio quello su cui si voleva costruire il Pds. Oggi più che mai non di un Pds c’ è bisogno è la sentenza ma di un rifondato partito comunista. – dal nostro inviato STEFANO MARRONI

NASCE ACQUARIO, COME IL PCI
Repubblica — 02 febbraio 1991 pagina 12
DICONO LE STELLE. Il Pds nasce sotto lo stesso segno del Pci: l’ Acquario, il segno che più di tutti gli altri è propenso alle svolte, alle innovazioni, anche se traumatiche. Innovatore è stato il vecchio partito di Gramsci e Togliatti nato nel ‘ 21. Innovatore secondo gli astrologi sarà anche il Pds di Occhetto. I risultati, tuttavia, non si vedranno subito ma solo dopo prove lunghe e difficili. Lo testimonia l’ effetto frenante di Saturno, che si trova a pochi gradi dal Sole del nuovo Pds, e quindi in congiunzione. Anche la posizione di Urano (pianeta dei cambiamenti) in Capricorno (segno governato dal severo Saturno) indica serie difficoltà all’ inizio del cammino, che tuttavia potranno servire a irrobustire la Quercia. Infine, attenzione a Giove: la sua opposizione al Sole e a Saturno espone il Pds al rischio di frequenti esagerazioni e di reazioni scomposte. Col sorriso sulle labbra, il segretario del nuovo partito, Achille Occhetto, si è lasciato coinvolgere la sera di giovedì, davanti a un piatto della Lampara di Cattolica, in una lunga divagazione astrologica sulle capacità del suo partito di affrontare il cammino con tenacia e con coraggio. Alla fine, il segretario ha lasciato al ristorante una dedica in cui, alludendo al suo segno zodiacale, si autodefinisce pesce. SOUVENIR. I distintivi con la quercia (gli originali sono in vendita in uno stand nel secondo padiglione della fiera, le imitazioni dappertutto) sono quasi esauriti. I delegati del sì li ostentano alla giacca con soddisfazione, e ne comprano in quantità per amici e parenti. Ma la vera raffinatezza, il pezzo da amatori è il vecchio simbolo: bandiere, manifesti elettorali, spille con falce e martello sono richiestissimi. Ormai sono souvenir, dice un militante. Si tengono in casa come ricordo, o si regalano per compleanni e anniversari. Vanno forte anche cappelli e fazzoletti rossi, manifesti con la riproduzione dei moti contadini di inizio secolo, vassoi e orologi con i simboli del partito. Un po’ in ribasso i poster del Che e di Marx, e i classici della bibliografia comunista. Il volume La Russia nella seconda guerra mondiale è in vendita a metà prezzo. STRIP TEASE. Il biglietto omaggio viene generosamente distribuito all’ interno della fiera, ed è appannaggio esclusivo dei congressisti: un ingresso gratuito al night club Riche monde, ogni sera strip tease. MAI PIU’ SENZA BEAUTIFUL. Capannelli di delegati in piedi: tutte le poltroncine davanti ai televisori erano state occupate, i più previdenti avevano pensato a portarsi dietro la sedia. Accomunati dalla passione per le vicende di Ridge e Thorn Forrester, alle 14 in punto delegati di ogni età e corrente si sono trovati fianco a fianco davanti agli schermi. La puntata di Beautiful, interminabile soap opera americana, non si può perdere neanche al congresso di addio al Pci. TROPPE ANIME. Le molte anime dell’ appena nato Pds stanno strette nei grandi spazi della fiera. La direzione logistica del congresso è sommersa di richieste di sale per riunioni di mozione e componenti di mozione. Daniele Imola, il funzionario che si occupa di problemi organizzativi, ha dovuto chiamare una task force di operai che in mezz’ ora ha montato nuove pareti realizzando tre sale in più. SALUTI A CASA. Scendono in campo le Poste. Per ricordare lo storico evento ecco una cartolina e un annullo speciale. La cartolina raffigura una grande quercia che affonda le radici nel vecchio simbolo del Pci. Sotto, in stampatello, c’ è scritto Il coraggio di cambiare. Durante gli interventi minori i delegati spediscono saluti a casa. SENZA MUSICA. Confuso tra i delegati c’ è Gino Paoli. Il cantautore aderisce alla mozione Bassolino: Occhetto ha parlato di tutto dice nella sua relazione ci sono la mozione uno, due e tre. La nostra azione ha vinto, ora però il segretario ci deve dire cosa abbiamo vinto. IN VERSI. Gianmario Cazzaniga, ex cossuttiano, lascia la vecchia corrente e passa con Occhetto. Dal palco conclude il suo intervento in versi, paragonando il segretario al Virgilio di Dante. Allora possiamo dire a te Achille ciò che Dante fa dire da Stazio a Virgilio: Tu fosti come quei che va di notte/ che porta il lume dietro e sé non giova/ ma dopo sé fa le persone dotte/ quando dicesti: secol si rinnova/ torna giustizia e primo tempo umano/ e progenie discende dal ciel nova.
IL FUTURO ROSA DEL PDS
Repubblica — 03 febbraio 1991 pagina 12
RIMINI Come si autogoverneranno le donne del futuro Pds? Quale forma dovrà avere la Cosa nuova per favorire la costruzione del partito dei due sessi nato sulle ceneri del vecchio Pci? E, soprattutto, come affermare un modo autonomo e al femminile di intendere la politica al di là delle regole che da oggi saranno fissate per statuto? Divise da un dibattito lacerante durato quattordici mesi e tutto giocato sul diverso modo di intendere la cultura della differenza e la democrazia, le donne comuniste elaborano la loro strategia per assicurarsi visibilità, potere e forza dentro la nuova formazione. E lo fanno in un clima nuovo, finalmente più disteso, coscienti che è ormai tempo di passare dai temi specifici della politica delle donne a quelli della politica generale. In questo inedito scenario di confronto, accelerato dal no alla guerra del Golfo, c’ è posto per tutte e ben venga allora la pluralità delle posizioni, compresa quella delle riformiste che per la prima volta hanno elaborato un documento con cui entrano a pieno titolo nel circuito del dibattito. Dopo tante divisioni potevamo essere travolte, riconosce Livia Turco responsabile femminile del Pci invece, su un totale di 1255 delegati, le donne sono il 34 per cento. E nella scatola vuota che è tuttora il nuovo Pds, le donne rappresentano una sfida che invita all’ ottimismo. Sono tante a questo ventesimo Congresso: rappresentano il 37% dei delegati schierati con la mozione Occhetto, il 30% di quelli che sostengono Angius e il 28% di chi sta con Bassolino. Ci sono poi le esterne, in maggioranza nei club, forum e centri d’ iniziativa, strutture di base destinate ad essere preziose per il futuro Pds al femminile. Un popolo di donne che segna un record quantitativo nei settanta anni di storia del partito ormai defunto, una promessa per una reale comunicazione con la società delle donne se solo si saprà, si augura Livia Turco, abbandonare il vecchio vizio di considerare troppo il ceto politico, un difetto che si trascina dalla nascita del femminismo dentro il Pci, dal patto della Carta di alcuni anni fa. Per evitare lo scontro e il conflitto che sarebbe stato soltanto distruttivo, le delegate di ogni mozione si sono riunite venerdì sera ed hanno cercato i punti d’ incontro per darsi forza collettiva quando dovranno affontare la battaglia con gli uomini. L’ obiettivo è affermare nello statuto quali forme dare all’ autonomia politica femminile. Un tentativo di mediazione che non ha prodotto ricomposizioni di facciata, ma che ha aperto un canale di dialogo rispetto alle fratture di un mese fa quando alla Carta di donne per il Pds elaborata da Livia Turco e dalla maggioranza, si opposero le sedici firmatarie della Politica della Libertà. Già nei giorni della vigilia congressuale si erano moltiplicati gli incontri e le riunioni incrociate tra le sostenitrici delle diverse mozioni, tra le firmatarie della mozione Bassolino e le riformiste, decise a rivendicare la linea dell’ emancipazionismo rispetto a quella della differenza sessuale resa egemonica dalla Carta. Adesso, mentre Ingrao si riavvicina a Occhetto, anche nella galassia femminile si attenuano e si frantumano le distanze tra mozioni anche se rimangono forti quelle legate alle regole. Le distanze, cioè, tra chi vuole fissare per statuto autonomia e sedi delle donne e chi teme che questo assetto si traduca in un modello rigido, piramidale e in qualche modo prevaricatore basato su quel principio della rappresentanza al femminile da sempre contestato dalla minoranza delle femministe. La parola d’ ordine sembra essere ora quella di svuotare lo statuto il più possibile, per evitare la definizione delle norme e dei poteri che dovrebbe avere la sede comune nel nuovo Pds, quella sorta di comitato centrale delle donne che dovrà indicare i progetti politici al femminile. Dietro questo contrasto che riguarda anche la funzione delle coordinatrici (viste come semplici strutture di servizio, dalle delegate della prima mozione, e come rappresentanza ingessata dalle donne della seconda), c’ è in realtà il modo diverso di intendere maggioranze e minoranze. Le prime rispettano le antiche regole della democrazia, le seconde, in omaggio al più puro femminismo, rivendicano la loro visibilità e possibilità di contare a prescindere dal numero. Restano dunque le diversità tra le donne del Pds, ma c’ è ormai accordo nel pretendere uno statuto sperimentale, aperto, che rispetti i tempi delle donne, la loro volontà di rimandare ad una Conferenza delle donne, da tenere entro la primavera del ‘ 92, la decisione sugli organismi e sulle regole da scegliere. E c’ è convergenza nell’ intenzione di imporre agli uomini la norma che deve fissare la proporzione del 40-60%: ognuno dei due sessi deve avere almeno il 40% dei posti a disposizione negli organismi dirigenti. E permane l’ obiettivo comune di insistere su quella riforma della politica che, se era il nocciolo della svolta, adesso sembra svanito per molti uomini e si consolida invece come punto di conflitto tra i due sessi all’ interno di ogni schieramento. Questa trasformazione è tuttora una nostra priorità, conferma Livia Turco e, al sogno di una sempre più grande forza delle donne, colei che è destinata ad essere l’ ultima responsabile femminile del Pci-Pds, ne affianca un altro. Quello che le donne possano presto disporre di un loro marchio, di una loro carta d’ identità. Magari anche di un loro simbolo. – SILVANA MAZZOCCHI

L’ ULTIMO DUELLO PER IL PDS CHE NASCE
Repubblica — 03 febbraio 1991 pagina 9
RIMINI Nelle ore inquiete in cui cominciano a contarsi, in cui gli ex comunisti cercano stratagemmi politici su cui morire e rinascere più insieme possibile, uno degli uomini che fu vicino a Berlinguer, Gavino Angius, oggi tra i leader del no, esprime ancora l’ ultima incertezza: Non possiamo sentirci come una pietra scagliata nel tempo. Invita a restare uniti, tutti uniti, perché la politica non è solo realismo e calcolo, è anche utopia e sogno. Parla del socialismo, un’ isola lontana, ma anche Itaca lo era. In cerca della loro isola, dove approderanno in questa domenica decisiva, i compagni di Occhetto? Si spengono, alla Fiera di Rimini, i riflettori sull’ eco dell’ ultima richiesta di Cossutta (un patto federativo per non doversi scindere dagli altri), sull’ invito di Napolitano affinché il Pds non nasca insieme alla domanda di ritiro italiano dal Golfo, sull’ appello di Ingrao contro la scienza della guerra moderna. Scende il sipario su Massimo D’ Alema che sventola al Psi il fantasma di altre vie cui potrebbe rivolgersi il bisogno di cambiamento. E comincia la lunga notte della trattativa tra le tante componenti dell’ ex Pci. I collaboratori del segretario tentano mediazioni miracolose: come tenere insieme, in un documento sulla guerra, gli opposti estremismi di Ingrao e di Napolitano? Come non smentire le richieste di tregua unilaterale e di ritiro dal Golfo già annunciate nella relazione di Occhetto senza perdere i riformisti? E’ possibile che prevalga una ipotesi attribuita a D’ Alema: le tre maggiori componenti votino ognuno un proprio documento. Il no dica no alla guerra, e poi magari anche no all’ Onu, no agli F 16 e così via. Gli occhettiani chiedano la tregua e il ritiro. E i riformisti condannino la guerra senza pretendere che le navi e i Tornado tornino a casa. Così, in uno sgretolarsi di posizioni diverse, pesano meno le differenze. E il Pds può nascere come l’ Itaca a cui approdano insieme gli iscritti e gli esterni che hanno passato un anno a distinguersi e a combattersi, in nome di un nuovo partito che ormai ha anche uno statuto, oltre al nome e al simbolo. Resta esclusa la scialuppa di Cossutta: a bordo, pochi irriducibili comunisti, che vogliono rimanere tali per sé stessi e anche, come spiega il leader, per i loro figli. I delegati non riservano ormai che qualche applauso distratto a chi rivendica d’ esser nel partito dal 1943 e di aver dedicato al partito la vita, dal carcere alla Resistenza, alle infinite battaglie di quasi mezzo secolo, sacrifici grandi. Non c’ è emozione per coloro che se ne vanno: e il congresso si affretta a seppellire il discorso di Cossutta applaudendo il compagno Giacomo Masi, che ha contribuito con un milione alla nascita del Pds, perché le sue radici siano più robuste. Viva il compagno Masi, addio compagno Cossutta… Stamani alle dieci Occhetto replica a tutti, compagni e osservatori esterni. Nel pomeriggio, si comincia a votare su tutto: nome e simbolo e dispositivo con cui il congresso sancisce la nascita del Pds. Poi il ventesimo congresso del Pci si trasforma nel primo del Pds e cominciano le votazioni che impegnano il nuovo partito: Golfo, statuto, preambolo e così via. Alla fine di tutto, nella notte o domani mattina, il consiglio nazionale (ex Comitato Centrale) elegge il segretario del Pds. Il lungo tempo trascorso a discutere e dibattere all’ interno dell’ ex Pci ha fatto sì che alla fine fossero molto improbabili spostamenti e ripensamenti. Ogni ipotesi era già stata imboccata e poi esclusa: così la platea che ha guardato con indiffernza a Cossutta, si è permessa di rivolgere qualche fischio a Giorgio Napolitano che ha abbandonato l’ arte della diplomazia per rivolgere agli ex comunisti un appello alla limpidezza e al rigore. Non possiamo permetterci nessuna digressione emotiva o nobilmente retorica nel momento in cui pur si conclude una grande esperienza storica come quella del Pci. Non basta dire no alla guerra, sostiene il leader dei riformisti, bisogna anche produrre analisi, visioni, proposte credibili, iniziative che trovino riscontro in altre forze. Ma sulla politica estera c’ è il rischio di cadere in una astratta professione di valori o in una pura agitazione propagandistica. Sarebbe un modo per colpire alla radice la prospettiva del Pds. Un rischio tanto più serio in quanto i potenziali avversari del Pds sono tanti, molti credono di poter vanificare l’ impresa. A chi parla di inconciliabilità del Pds con la collocazione internazionale dell’ Italia, bisogna mostrare, dice Napolitano la infondatezza e la pretestuosità di questo assunto, argomentando con chiarezza e con rigore le nostre scelte di fronte alla guerra nel Golfo. E’ questo il modo di rispondere al Psi, visto che sommarie reazioni stroncatorie hanno messo insieme la polemica sulla politica estera, la chiusura verso un confronto sulle riforme, il rigetto delle aperture di Occhetto sull’ alternativa. Napolitano rivendica che era giusto dire no all’ azione militare contro l’ Irak, ma è contraddittoria la posizione di chi contesta la legittimità della risoluzione 678 e insieme invoca, come pure è necessario fare, il rispetto dei suoi limiti. Reiterare oggi la richiesta di ritiro delle forze italiane dal Golfo metterebbe in una luce riduttiva e fuorviante il nostro impegno che deve esser rivolto invece a sollecitare iniziative di portata generale. Per Napolitano la richiesta di rientro del contingente italiano non condurrebbe né ad un gesto esemplare, né ad un atto capace di contribuire a fermare la guerra; sarebbe solo una prova di propagandismo ristretto o di identificazione strumentale con i movimenti pacifisti. Riscoprire il nemico nei panni degli Stati Uniti dice con una certa durezza Napolitano, sarebbe tornare al più vecchio e sterile degli armamentari. Dice cose scomode, il ministro degli Esteri del governo ombra e conclude: Nessun dubbio sulla necessità di garantire pienamente tutte le posizioni; nessun equivoco sul nostro impegno a costruire il Pds, e non già un partito comunista malamente camuffato. E’ così che si rende onore, limpidamente, alla storia cui stiamo per dare conclusione. Tocca a Ingrao, al suo no alla guerra che si esprime così: Quanto più mi dicono che questa guerra è necessaria tanto più mi spavento. Scopro quale sapienza di morte è accumulata su questo pianeta azzurro che naviga nell’ universo. E la cosa mi fa orrore. La Costituzione italiana ripudia la guerra e quindi la lotta per il ritiro non è marginale, è atto significativo e necessario di una strategia. Non ci sono molte novità, nel discorso di Ingrao che batte esclusivamente sui problemi esteri, sull’ Onu controllato dalle grandi potenze, sugli F16 che vanno unilaterlmente rifiutati, sulla necessità di puntare su quell’ America che oggi discute più laicamente che in Italia. Questo congresso è ancora contraddittorio dice Ingrao parla di aprirsi alla società civile ma lascia appena un piccolo spazio alla discussione dei movimenti pacifisti laici e religiosi, che sono il miracolo di una lotta condotta senza soldi, senza tv, e non con un’ unica bandiera. Anche Ingrao chiude con un appello: contro le confusioni e i pasticci, a favore delle differenze che si dicono alla luce del sole. E una speranza: speriamo davvero di farcela…. E a questo punto il vecchio leader della sinistra comunista abbandona il palco commosso, con il volto rigato da qualche lacrima. Il compito di precisare la posizione del Pds nei confronti del Psi tocca a Massimo D’ Alema. Dopo l’ invettiva di Veltroni e la risposta aspra di Craxi, quale spazio è rimasto al coordinatore della segreteria? D’ Alema affronta il problema parlando della svolta: la necessità di cambiare era nata dal crollo dei regimi comunisti, in un drammatico passaggio storico in cui alcuni sostennero l’ ipotesi della rifondazione comunista, noi siamo partiti dall’ idea che in questa nuova epoca è pensabile una inedita compenetrazione fra la democrazia e il socialismo. Il che non significa pacificazione, perché la democrazia non è la fine del conflitto, ma una nuova qualità civile del conflitto. D’ Alema parla della guerra, cita la tregua, ma non cita il ritiro delle forze italiane: forse non ce ne è bisogno, forse sente la necessità di distinguersi. Poi, il messaggio al Psi. C’ è molto rumore di sciabole, ma non lasciamoci ingannare, ciò che oggi appare chiuso, bloccato da un rigurgito di guerra fredda, può aprirsi con rapidità imprevedebile, e anche per questo vorrei fare un discorso sereno al Psi… Se noi riusciremo ad affermare il Pds, vedete, le chiavi del futuro politico del paese non saranno più solo nelle mani di Craxi. Il Pds dice quale è il suo principale obiettivo: un’ alternativa che si fondi sull’ unità delle sinistre e quindi fondamentalmente su un’ alleanza tra il Pds e il Psi aperto ad altre forze. Testardamente, promette D’ Alema, perseguiremo questa prospettiva. Ma come risponderà il Psi? Noi abbiamo camminato molto, non tutto dipende da noi, dice D’ Alema. E avverte: I veti e le asprezze di oggi potrebbero ritorcersi contro il Psi. Sappiano che potremmo prendere altre vie. Quali sono le altre vie che D’ Alema promette? Forse sarà Occhetto, oggi, a definirle. Per ora il messaggio è partito. Con un certo sollievo D’ Alema rileva che non ci sono più il sì e il no e che bisogna discutere in un modo diverso, non per farsi male a vicenda: Se vince il Pds non avrà vinto una parte ma avremmo dimostrato che la storia del Pci non è stata vana in questo Paese. Questa è la sfida. – dal nostro inviato SANDRA BONSANTI

UN PARTITO IN BILICO
Repubblica — 03 febbraio 1991 pagina 1
STA rinascendo, all’ ombra della quercia del Pds, un partito comunista malamente camuffato, come teme Giorgio Napolitano? La risposta è ancora in bilico ma è ormai chiaro che lo spartiacque non è più quello tra Si e No, ma sulla natura del nuovo partito. La guerra del Golfo ha mutato i termini del confronto, l’ irrigidirsi di Occhetto sul ritiro del contingente italiano e sulla tregua unilaterale ha visto la sostanziale confluenza dei seguaci di Ingrao e Bassolino sulle sue posizioni, ma ha anche portato un altro elemento di confusione e di differenziazione: la sinistra fa della guerra e dell’ analisi che ne deriva l’ elemento fondante del nuovo partito, la base per la sua collocazione internazionale e per il suo sistema di alleanze. In esso è, quindi, ora disposta ad impegnarsi a fondo, accantonando gran parte delle vecchie riserve critiche. Il centro occhettiano appare imbarazzato ma prigioniero delle scelte fatte, che vorrebbe ridurre a semplici iniziative politiche, senza smarrire in esse le vere ragioni della svolta. I riformisti hanno capito che non potevano più tacere, pena l’ annullamento della loro ragion d’ essere. TORNANO a fronteggiarsi, come nel Pci di sempre, due contrapposte concezioni del mondo, dei rapporti politici, della natura del partito. Emerge un impianto concettuale che tende a sostituire i vecchi punti di riferimento e di antagonismo non più proponibili, con altri aventi ideologicamente analoga funzione. Come ha rilevato il filosofo Biagio De Giovanni, uno degli intellettuali più lucidi del nuovo corso, i partiti comunisti sono nati sulla radice di un grande antagonismo storico ma ora si può aprire una nuova drammatica semplificazione: un altro antagonismo generale (Nord-Sud) che diventa metafora della necessità del comunismo, con un’ analisi semplicistica unidimensionale della realtà del Sud, che ignora nazionalità, culture, storie diverse e inaugura il prevalere di una tendenza terzomondista della nostra cultura politica. Il pericolo è stato colto da Giorgio Napolitano che ha pronunciato il discorso forse più esplicito della sua carriera, rinunciando ai tatticismi diplomatici che nell’ ultimo periodo avevano del tutto annebbiato la funzione rivendicata dall’ ala riformista. Egli ha negato che il no alla guerra possa costituire la ragione fondativa del Pds, soprattutto sulla base di analisi e giudizi che finiscono per mettere in dubbio la collocazione internazionale dell’ Italia. In questo modo ha preso le distanze dalla sinistra ingraiana, ma non era questo il punto essenziale: la deriva ultrapacifista di Occhetto lo ha obbligato a una diversa lettura delle iniziative di politica estera assunte dal partito, anche col suo avallo. Queste secondo Napolitano vanno ricollocate nell’ ambito di tutte quelle proposte, venute da più parti, che tendevano a piegare Saddam con un inasprimento del blocco. Si deve prendere atto che questa indicazione non è passata, ma ciò non può portare a negare la legittimità della mozione dell’ Onu che autorizzava l’ uso della forza, né si può fingere che questo non sia contemplato dallo Statuto delle Nazioni Unite. Di fronte ai costi terribili della guerra si devono rivendicare iniziative per la sospensione delle ostilità, per il ritiro iracheno dal Kuwait, per la convocazione della Conferenza sul Medio Oriente, ma chiedere il rientro del contingente italiano sarebbe solo una prova di propagandismo ristretto o di identificazione rinunciataria e strumentale con movimenti pacifisti dei quali un grande partito come forza potenziale di governo deve saper cogliere il valore ma dai quali deve saper distinguere la sua funzione. Il ritiro del contingente italiano una questione secondaria nel quadro generale del conflitto ha finito così per diventare il crinale dirimente del Congresso per verificare, non solo se Occhetto, entrato con una maggioranza, ne esca nella sostanza con un’ altra, ma anche per capire quale impronta ideale avrà il Pds. Se esso, malgrado le divergenze e le difficoltà del momento, cercherà di ribadire l’ asserita vocazione riformistica, ricollegandosi con tutte le forze della sinistra europea o se, come paventa ormai Napolitano quando parla di partito comunista camuffato, approderà, in nome della esigenza di nuove analisi scaturite dalla guerra, a schematismi e catastrofismi, a cominciare dalla riscoperta del nemico nei panni degli Stati Uniti, per finire con la svalutazione del ruolo della Comunità europea, secondo vecchi e sterili armamentari. A fronte di questo discorso quello d’ Ingrao, altrettanto esplicito, dà la misura speculare del divario e della inconciliabilità: La lotta per il ritiro dal Golfo non è superata ma l’ atto significativo e necessario di una strategia… se scegliamo la via della lotta per la pace operiamo una straordinaria assunzione di identità… l’ Onu non è un organismo democratico ma controllato e manovrato dalle grandi potenze… nella Cee non c’ è parità, per l’ egemonia finanziaria tedesca e per la presenza di due potenze atomiche… apriamo una lotta di massa contro il sistema militare atlantico del fianco Sud per il rifiuto unilaterale degli F.16, le basi di Gioia del Colle, Crotone, Taranto, Sigonella sono l’ anticipo di una strategia… la proposta di Occhetto di una tregua unilaterale riceve così una motivazione di fondo, sarebbe un grande atto verso il Sud del mondo, un cambiamento nella storia dell’ Oc cidente cattolico-cristiano… affrontare la violenza con la pace arricchisce la tradizione del comunismo italiano… se siamo coerenti, se non arretriamo spaventati, assume un forte significato il fatto che questo partito, dato per defunto, si cimenti in tale innovazione pacifica. Il difficile compito di sfuggire all’ abbraccio del fondamentalismo pacifista, senza, peraltro, accedere ai rigorosi distinguo di Napolitano, è stato affidato a D’ Alema. Il quale vi ha corrisposto con abilità, tacendo, però, sulla questione centrale se ribadire o no l’ im perativo del ritiro dal Golfo. La questione resta, quindi, in bilico. L’ esponente del Sì ha, comunque, negato che la guerra travolga o modifichi i presupposti della svolta. Essa scaturisce dal fallimento e dal crollo rovinoso dei regimi comunisti, che ha segnato anche la sconfitta di quel progetto politico di evoluzione democratica, di riforma e di rigenerazione del l’ esperienza politica che è stato il nostro progetto politico. E’ riconoscimento importante nel momento in cui si profila, invece, un confuso rimescolamento ideologico e politico; purtuttavia il tentativo di recuperare le ragioni della spendibilità riformista del nuovo partito si scontrano con la linea concretamente assunta nelle ultime settimane. La guerra non è solo una battuta d’ arresto, e le ripercussioni negative che ha suscitato attorno al partito non sono spiegabili solo come un’ occasione colta dai gruppi dominanti per mascherare la loro crisi e sabotare le prospettive unitarie coltivate dal Pds. E se giustamente D’ Alema ha rilanciato il tema del l’ alternativa da costruirsi con il Psi, non va sottaciuto che l’ applauso è scattato quando egli ha aggiunto che se i socialisti non ci stanno il bisogno di cambiamento può prendere altre vie. Così come un grande battimani aveva salutato Flores d’ Arcais quando aveva negato che l’ alternativa potesse farsi col Psi, che rappresenterebbe la destra di un governo di destra. IL FATTO è che i sentimenti riformistici appaiono minoritari in questo Congresso e che lo sforzo del centro di tenere assieme le due anime del partito è stato reso ancor più arduo dalle recenti iniziative di Occhetto in politica estera. Come ha detto uno degli esterni più stimati, l’ economista Michele Salvati, la prova suprema della dirigenza che designeremo in questo congresso sarà nella sua capacità di trovare un punto di sintesi… se non può essere trovato, l’ esigenza di tenere tutti insieme può solo andare a discapito di una linea politica chiara… allora la dirigenza dovrà scegliere da che parte stare. Non sarà facile né probabile. – di MARIO PIRANI

IL PSI: ‘ORA C’ E’ SOLO IL PENTAPARTITO’
Repubblica — 06 febbraio 1991 pagina 13
“La sua elezione ci garantisce” DAGLI ESTERNI UN PLEBISCITO PER OCCHETTO ROMA Gli esterni del Pds fanno quadrato attorno all’ ex segretario del Pci, esprimono sconcerto e preoccupazione per la bocciatura. Achille Occhetto sarà il nostro unico candidato alla segreteria del Pds, si legge in una dichiarazione firmata da alcuni tra gli esterni più autorevoli: Paolo Flores D’ Arcais, Franco Bassanini, Paola Gaiotti, Gian Giacomo Migone, Nicola Tranfaglia, Salvatore Veca e altri. Solo la sua elezione sostengono può oggi garantire la improcrastinabile decisione di porre fine al regime delle correnti, vera piaga che caratterizza la logica partitocratica e che ostacola quel pluralismo interno che il Pds vuole garantire. Secondo Bassasini ogni altra ipotesi diversa dall’ elezione di Occhetto sarebbe il segno di un arretramento, se non di un fallimento, nella decisione di costruire una nuova, grande, forza politica della sinistra democratica. Occhetto ha sottolineato il ministro delle Finanze del governo ombra, Vincenzo Visco ha una base di consenso enorme. E un altro ministro ombra, il regista Ettore Scola, ha definito la candidatura di Occhetto l’ unica, la più naturale. Secondo il senatore della Sinistra indipendente Giuseppe Fiori è probabile che molti di quelli che hanno negato la fiducia a Occhetto non prevedessero l’ esito. Fiori ha anche affermato l’ urgenza di comportamenti che tolgano ai partiti avversari le occasioni di tripudio e di iattanza. L’ auspicio d’ una rapida elezione di Occhetto alla segreteria è stato espresso anche da Toni Muzi Falconi, coordinatore nazionale della sinistra dei club, il quale ha anche annunciato che il 23 febbraio si svolgerà l’ assemblea nazionale dei club per valutare la situazione. Critico il giudizio del filosofo Massimo Cacciari, un autorevole esterno che non è entrato nel consiglio nazionale del Pds. Dopo aver precisato che il suo mancato ingresso è stato determinato da una libera scelta personale e non da una bocciatura ha aggiunto: Quanto è accaduto nella votazione finale è soltanto la ciliegina sulla torta. La prima può essere recuperata, ma non c’ è più la torta per collocarla. Secondo Cacciari, nel grande pasticcio di Rimini non si è voluto far morire il vecchio partito e si è impedita la nascita della nuova formazione. Prima mozione dei neocomunisti

COSSUTTA RIPARTE DAL CESSATE IL FUOCO

ROMA Già al lavoro il Gruppo comunista autonomo, il nucleo di parlamentari che a Rimini non ha aderito al Pds. Il primo atto della nuova formazione politica, undici senatori guidati da Armando Cossutta e Lucio Libertini, la presentazione di una mozione sulla guerra del Golfo. Con questo documento, i comunisti autonomi inviteranno il Senato a votare su un immediato cessate il fuoco e sulla dissociazione dell’ Italia dalla guerra, con la conseguente richiesta di ritiro del nostro contingente dal Golfo, e la convocazione di una conferenza per la pace e la sicurezza nel Medio Oriente. La mozione già ha fatto registrare i primi consensi, anche al di fuori del gruppo scissionista. Indubbiamente clamorose le annunciate adesioni della senatrice democristana Maria Fida Moro e di due senatori del Pds, Lovrano Bisso e Aroldo Cascia, considerati, comunque, molto vicini a Cossutta. Frenetica, intanto, l’ attività organizzativa del gruppo. La sede è stata trovata in via Luigi da Palestrina 19, vicino piazza Cavour. Oggi sarà nominato il capogruppo al Senato nella prima riunione convocata in un albergo della Capitale. Candidato unico, Libertini, che ieri ha avviato i contatti con il presidente del Senato Giovanni Spadolini per formalizzare la costituzione a Palazzo Madama del nuovo gruppo parlamentare. Domani Libertini e Cossutta, con i senatori Ersilia Salvato, Sergio Garavini e Rino Serri, terranno una conferenza stampa alle 12 a Montecitorio. L’ incontro servirà a illustrare la prima grande manifestazione nazionale fissata per domenica in un cinema romano. La sala ha detto Libertini non riuscirà a contenere tutti i partecipanti. Arriveranno decine di pullman da tutta Italia. A Trieste 96 dei 97 delegati della seconda mozione hanno aderito al movimento. A Torino quasi nessuno della seconda mozione è passato al Pds e a Roma le adesioni superano già il 25 per cento. A Palazzo Madama ha spiegato Libertini ci costituiremo in gruppo autonomo perché formalmente esiste ancora il gruppo comunista. Domani mattina (oggi ndr) Spadolini annuncerà in aula la nuova formazione, la sesta dopo Dc, Pds, Psi, Sinistra indipendente e Msi. Più problematica la possibilità di formare un gruppo analogo alla Camera. Libertini ha detto che sono in corso contatti poiché si tratta di superare il problema tecnico della soglia minima di 20 deputati per costituirsi in gruppo. Anche se ha osservato esiste il principio della deroga, grazie al quale la presidente Iotti ha potuto riconoscere gruppi composti anche di quattro parlamentari. Libertini, inoltre, non ha escluso la possibilità che alcuni deputati, per evitare di confluire nel gruppo misto, possano riconoscersi nel movimento rifondazione comunista, rimanendo tuttavia nel gruppo del Pds. – di MARCO RUFFOLO

NEL GRAN GIORNO DEI ‘COMUNISTI’ LA GUERRA SUL VECCHIO SIMBOLO
Repubblica — 10 febbraio 1991 pagina 12
ROMA Voltate le spalle al Pds, mollati tutti gli ormeggi, i comunisti che si raccolgono intorno a Cossutta e Garavini poseranno questa mattina alle 9,30 la prima pietra del loro movimento. Sarà il teatro Brancaccio, uno dei più grandi di Roma, a fare da scenario all’ atto di fondazione, ma gli organizzatori temono che non tutti i militanti, in arrivo soprattutto dal Nord, riusciranno a entrarvi. Saranno sicuramente migliaia dichiara tra il preoccupato e il soddisfatto Sergio Garavini si sono messi in viaggio a loro spese perché, vedete, il Movimento per la rifondazione comunista nasce assolutamente squattrinato. Squattrinato ma con idee molto precise sulle cose da fare. Precedenza assoluta per una in particolare: tenersi stretti a tutti i costi il nome e il simbolo del vecchio Pci. Cossutta e Garavini temono rapine, sanno che Democrazia proletaria e altri gruppi comunisti sono in agguato, pronti a saltarci sopra. E per questo hanno già chiesto la registrazione di nome e simbolo del vecchio partito; si sono in altri termini già prenotati per il copyright. E’ lo stesso Garavini ad annunciarlo: Sono state prese misure di carattere legale per salvaguardare ai comunisti la possibilità di identificarsi nel nome e nel simbolo del Pci ed evitare che altri avventuristicamente tentino di impadronirsene. Nessuna volontà di polemizzare con il Pds: anzi, ai compagni socialdemocratici (come li definisce Libertini), i neo-comunisti lanciano un primo segnale di pace: Se il problema formale del nome e del simbolo si porrà solo fra noi e il Pds fa sapere Garavini non credo che saranno i tribunali a decidere. Sono convinto che finiremo per metterci d’ accordo. Eppure, l’ intesa non è così facile come sembra. Primo problema: la vecchia falce e martello del Pci è tuttora presente nel simbolo del Pds, anche se rimpicciolita e confinata tra le radici della quercia. Potrà coesistere con un simbolo analogo? Secondo problema: se i gruppi parlamentari del Pds continueranno a definirsi comunisti, si porrà sicuramente un problema di omonimia. Garavini sdrammatizza: Non ci metteremo a litigare su questo. Certo, è abbastanza divertente che dopo aver costruito un nuovo partito per non definirsi più comunisti, adesso i parlamentari del Pds vogliano conservare il vecchio nome. Si vede che gli piace…. La verità precisa Libertini è che proprio l’ accordo tra Occhetto e la destra, segno evidente della trasmigrazione verso l’ area socialdemocratica, dimostra che nel Pds non c’ è spazio politico per i comunisti. Resta da sapere se e quando Cossutta e i suoi vorranno utilizzare il simbolo del Pci. Per adesso il problema non si pone; non siamo ancora un partito spiega Garavini lo decideremo fra meno di tre mesi, quando avremo verificato lo spessore del nostro movimento, e il grado di adesione. Per il momento, ad alimentare le speranze dei cossuttiani ci sono solo le lettere e le telefonate di solidarietà, le testimonianze di affetto, c’ è l’ immancabile clima di entusiasmo che accompagna l’ inizio di ogni nuova ambiziosa impresa. Armando Cossutta, reduce ieri sera dall’ ultimo incontro preparatorio, al gruppo di Rifondazione comunista al Senato, vive la vigilia con l’ euforia di un ragazzo: E’ stata una riunione splendida, che ha visto la partecipazione di tutti i nostri delegati, di tutti i parlamentari e di altri compagni. Ecco: nelle parole e nei comportamenti dei padri rifondatori del comunismo italiano, c’ è un curioso miscuglio di realismo e di ambizione. Da un lato, tutti mettono le mani avanti sulla possibile trasformazione del movimento in partito; dall’ altra si parla già di aderire ad una non meglio indentificata Internazionale comunista. L’ appuntamento è per il prossimo autunno a Barcellona. Saremo lì a tentare di costruire una Internazionale delle forze della sinistra marxista, comunista, e anticapitalista dell’ Est e dell’ Ovest. Ma non certo per raccogliere l’ eredità della Terza Internazionale, spiegano i neo comunisti italiani. A cementare il nuovo patto sarà innanzi tutto una parola d’ ordine: pacifismo. E sulla pace hanno insistito anche ieri i senatori di Rifondazione comunista, chiedendo che il Senato discuta immediatamente la decisione del governo di concedere parte dell’ aeroporto civile della Malpensa alle forze armate Usa. – di MARCO RUFFOLO

NAPOLITANO: IL PDS AL DI LA’ DEL GUADO
Repubblica — 12 febbraio 1991 pagina 13 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Qualcuno ha detto che dopo il congresso Occhetto è in certo modo politicamente ostaggio dell’ area migliorista. Hanno scritto che Giorgio Napolitano è il lord protettore del segretario, per dire che il leader del Pds gli deve molto. E che dunque il ruolo del gruppo riformista all’ interno del partito nuovo (15 per cento) è ancora più influente dopo le turbolenze congressuali. Una posizione che assomiglia molto a quel potere d’ interdizione che consente al Psi un peso politico superiore al reale consenso. Sentiamo l’ interessato, Giorgio Napolitano, leader del gruppo riformista, che ieri al presidente del Consiglio ha chiesto notizie sull’ ultimo tentativo di mediazione da parte iraniana, sulla consistenza delle speranze sovietiche d’ impedire lo scontro frontale, sulle intenzioni del governo italiano di favorire un eventuale cessate il fuoco. Lei è il primo dirigente del Pds che ha parlato con Andreotti. Quant’ è distante ora il Pds dal governo, sul Golfo? Che significato ha quel colloquio? E’ stato un incontro da me sollecitato come responsabile della politica estera del partito e non collegato alle conclusioni del congresso di Rimini. Abbiamo parlato del Golfo. Il dissenso di metà gennaio, rispetto alla scelta dell’ azione militare contro l’ Iraq e le questioni che rimangono aperte nei confronti dei comportamenti del governo non ci impediscono di cogliere ogni sviluppo positivo nel senso della ricerca di un’ accettabile soluzione del conflitto. Nell’ interesse della pace facciamo politica, non restiamo asserragliati nell’ opposizione. La bocciatura di Occhetto a Rimini è stata una prova di forza nella maggioranza per rialzare le quotazioni dei riformisti, politicamente indeboliti dal congresso? Il suo gruppo è del tutto estraneo a quella sorpresa? Penso che dobbiamo lasciarci alle spalle la vicenda pesante della scorsa settimana. Avevo avuto subito modo di dire che alla prima votazione per eleggere il segretario si era giunti in modo precipitoso; che molti avevano finito per votare in un modo o in un altro secondo valutazioni di carattere personale; che non c’ era da almanaccare sul colore o l’ odore dei consensi mancati. Né tantomeno da interrogarsi su complotti. Appena si è seguita la strada di una schietta discussione politica si è trovata la soluzione per una limpida elezione di Occhetto. Sì, ma proprio lei, venerdì ha parlato di significativi chiarimenti intervenuti tra Rimini e Roma. Facendo capire che il sostegno riformista non era così scontato dopo la bufera polemica seguita alla bocciatura… Volevo innanzi tutto dire che non potevano accettarsi accenni a oscure trame, perché lunedì non avevano operato né discipline né tantomeno disegni occulti da parte di nessuna area del partito. E la dichiarazione comune della vecchia maggioranza congressuale ha fornito una motivazione semplice e forte per la riproposizione della candidatura di Occhetto. Fatto il segretario, quale maggioranza guiderà il Pds? Quella di centrodestra che ha voluto la svolta (dividendosi nel finale) o una coalizione nuova allargata a sinistra? Occorre in questo momento una grande misura, e nello stesso tempo una grande determinazione nel muovere passi rapidi verso il superamento di una introversione già durata troppo, davvero troppo a lungo. Misura nel presentare quello che è avvenuto nella maggioranza congressuale. Non si è trattato di uno sfascio o di un dissolvimento: c’ è stato invece un divergere su questioni significative e su impostazioni di carattere più generale. A ciò si può dare uno sbocco positivo se c’ è innanzi tutto la volontà politica di arrivarci e se si superano logiche di gestione ristretta e sfuggente di uno schieramento come quello che ha sostenuto la svolta, e che presenta una molteplicità di ispirazioni e di tendenze nel suo seno. Teme il progetto degli occhettiani d’ una maggioranza autosufficiente, mobile verso la destra riformista e la sinistra ingraiana? Non so se vi siano davvero propositi di questa natura. Di fronte alle prove che attendono il Pds pensare a un partito governato da una maggioranza ristretta o fluida sarebbe piuttosto assurdo. Occorrerà prospettare un programma d’ azione per il prossimo periodo e su quella base definire, senza alcuna preventiva chiusura, uno schieramento e un metodo per la gestione del partito. Il chiarimento potrebbe passare attraverso una vicesegreteria, o un Ufficio politico, come nella Dc? Ripeto che i chiarimenti politici debbono riguardare problemi di indirizzo e d’ iniziativa e non risolversi in organigrammi. Inoltre, essenziale sarà la garanzia di un’ effettiva collegialità nell’ assunzione delle decisioni politiche e operative di rilievo. E a questo scopo non potrà bastare l’ elezione da parte del Consiglio nazionale di un organismo dirigente largo, più ampio ancora di quel che fosse la vecchia Direzione del Pci. Su ciò ci sarà modo di discutere a partire dai prossimi giorni, col contributo di tutti. Subito dopo la relazione di Occhetto a Rimini i riformisti erano delusi; uno stato d’ animo presente ancora, in misura più contenuta, nelle sue parole tre giorni fa alla Fiera di Roma. Ma delusi da che, onorevole Napolitano? Anche a questa domanda rispondo guardando avanti. E’ risultato ben chiaro al congresso di Rimini quali fossero le preoccupazioni e i dissensi miei e dell’ area riformista. Per far partire sul binario giusto il Pds e per riguadagnare rapidamente credibilità e slancio è necessario sviluppare in modo sistematico, da autentica forza di governo, la nostra opposizione e le nostre proposte sulle questioni su cui siamo attesi alla prova da strati sociali e settori di opinione pubblica che guardano al Pds come a una seria possibilità di rinnovamento della politica italiana. Occorre cioè sfuggire ai rischi delle oscillazioni o esasperazioni propagandistiche e di un nuovo strumentalismo movimentistico. Quindi ha ragione Craxi (chiamala un po’ di confusione…, ha detto sabato) nel criticare il congresso di fondazione del Pds? E’ un giudizio troppo facile. Non c’ è dubbio che abbiamo vissuto un periodo convulso e usciamo da un congresso su cui ha pesato molto la tragedia della guerra nel Golfo, distogliendoci in qualche misura da chiarire e approfondire altri temi. Ma il Psi dovrà predisporsi a entrare nel merito delle posizioni che via via metterà a fuoco e porterà avanti. Spero che gli incontri programmati da Occhetto, tra cui quello con Craxi, serviranno a far superare questo punto morto nella polemica tra le forze di sinistra e progressiste. A proposito di polemica a sinistra: Martelli indica al Pds un possibile traguardo comune con intese su maggioranze presidenziali per l’ elezione diretta. Il Pds, su questo, ha la stessa posizione negativa che aveva il Pci? Il documento sulle riforme istituzionali adottato dal congresso rappresenta un contributo del Partito democratico della sinistra a quella discussione aperta e senza pregiudiziali a cui tutti i partiti democratici dovrebbero mostrarsi disponibili. Il nostro non è un prendere o lasciare. Al di là dei punti di convergenza e divergenza rilevabili tra quel documento e le posizioni del Psi si deve partire da esigenze e obiettivi che appaiono comuni ad esempio far pesare di più i cittadini nella scelta dell’ esecutivo e verificare quali sono le diverse soluzioni possibili, per concordare infine la soluzione più convincente ed equilibrata. Lei è considerato uno degli esponenti del Pds più vicino, o meno lontano dal Psi, da Craxi. Il quale guida il partito socialista con quel personalismo e quella tendenza plebiscitaria che le correnti del Pds, a partire dalla sua, contestano a Occhetto. Il leaderismo va bene solo a casa degli altri? Penso da molto tempo che una grande forza di sinistra qual è stato il Pci e quale vuol essere il Pds debba da un lato perseguire, con la più grande fermezza e tenacia, l’ obiettivo del rinnovamento, del rafforzamento e dell’ unità della sinistra nel suo insieme. E debba dall’ altro far valere, in modo particolare nei rapporti col Psi, non solo le sue posizioni politiche e programmatiche ma la sua visione del modo stesso di fare politica e di operare come partito. Una forza come la nostra non può prendere per modello il tipo di partito e di leadership su cui ha puntato Craxi in circostanze e condizioni ben determinate. Fra i grandi delusi del vostro congresso c’ è Giorgio La Malfa. Su Golfo, guerra e ruolo dell’ Onu, la sua posizione è più vicina a La Malfa o Ingrao? Io mi riconosco nelle posizioni che ho d’ altronde personalmente contribuito a definire e che sono state fino alla vigilia del 15 gennaio comuni a molte forze in Europa e negli Usa. Posizioni di profondo e meditato allarme per i rischi e le conseguenze di un’ azione militare nel Golfo, e quindi di sostegno a una linea di continuazione dell’ embargo e dell’ azione politica nei confronti dell’ Iraq. Credo che tra i partiti che pure si sono schierati diversamente al momento della scelta di metà gennaio debba riprendersi un dialogo pacato, e dunque consapevole della gravità della posta in gioco, per contribuire insieme alla più rapida conclusione del conflitto, conseguendo il ritiro iracheno dal Kuwait e scongiurando ulteriori terribili spargimenti di sangue e destabilizzazioni in tutta quell’ area. E si deve tornare a discutere della costruzione di un nuovo assetto giusto e stabile nel Medio Oriente, del contributo dell’ Europa al conseguimento di questo obiettivo e più in generale allo sviluppo di un nuovo sistema di relazioni internazionali. – di GIORGIO BATTISTINI

IN CANTIERE IL ‘GOVERNO’ DEL PDS
Repubblica — 13 febbraio 1991 pagina 13 sezione: POLITICA INTERNA
E’ NATO IN PARLAMENTO IL GRUPPO COMUNISTA – PDS                                       ROMA:La decisione è stata presa ieri pomeriggio all’ unanimità. D’ ora in poi i parlamentari ex Pci alla Camera formeranno il gruppo parlamentare comunista del Pds. Si è deciso per ragioni di continuità istituzionale, regolamentare, finanziaria e patrimoniale, ha detto il presidente del gruppo Giulio Quercini. In base al nuovo statuto del Pds spetterà al gruppo parlamentare, sentita la direzione, la nomina del governo ombra. Finora solo Sergio Garavini e Nedo Barzanti hanno formalizzato la non adesione al gruppo comunista-Pds. All’ assemblea di ieri però non erano presenti Milziade Caprili, Edda Fagni e Alberto Ferrandi, che hanno firmato in mattinata un’ interpellanza presentata dal leader di Rifondazione comunista. Sarebbero dunque cinque i deputati scissionisti. Anche a Palazzo Madama ieri sera è nato ufficialmente il nuovo gruppo. L’ assemblea presieduta dal senatore Ugo Pecchioli ha nominato una commissione che dovrà avanzare proposte per il completamento degli organismi del gruppo. Tre senatori Renato Pollini, Lovrano Bisso e Umberto Scardaoni hanno precisato che faranno parte del gruppo, ma che per ora non intendono aderire al Pds.

‘NOI SAREMO IN CENTOMILA’ LA COSA NEOCOMUNISTA DECOLLA
Repubblica — 21 febbraio 1991 pagina 11 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA L’ ultimo pacco di tessere ha fatto un lungo viaggio. Da Roma, dall’ appartamento in Prati in cui Sergio Garavini e Armando Cossutta hanno stabilito il loro quartier generale, lo hanno mandato in Argentina: destinatari, i duecento emigrati ex iscritti al Pci che hanno intenzione di restare comunque comunisti. Puntando a dar vita prestissimo alla prima federazione di un rifondato Partito comunista italiano nell’ emisfero sud. E’ una chicca che quelli del Movimento per la Rifondazione raccontano volentieri, a due mesi dal battesimo ufficiale della Cosa comunista. Perché è un elemento in più per pensare che, anche se forse non avrà la sua Rinascita (che l’ editore cossuttiano Roberto Napoleone si è già offerto di comprare), all’ appuntamento della fine di aprile il segretario in pectore Sergio Garavini possa davvero presentarsi con in tasca centomila adesioni. Le prime sessantamila tessere sfondo bianco, in alto la scritta Movimento per la rifondazione comunista, sul retro il simbolo del Pci sono già esaurite. Ma negli scatoloni che ingombrano la stanza di Bianca Bracci Torsi, responsabile dell’ organizzazione di Rifondazione, ce ne sono altre 25 mila in partenza. E a Roma e a Genova, dove i compagni per far prima hanno fatto da soli, è già iniziata la ristampa di cartoncini su cui spicca anche il disegno che ornava la tessera del ‘ 21. E’ la conferma che nella rete rossa lanciata il 10 febbraio al Brancaccio stanno finendo molti più pesci del previsto. Gli stessi occhettiani del Pds ammettono che la frana è vistosa, che pezzi significativi della forza organizzata dall’ ex Pci si sono messi al lavoro fuori, se non ancora contro, il nuovo partito. E se a Massa, Carrara e Viareggio è proprio l’ apparato della federazione ad aver fatto i bagagli, c’ è anche la perdita di quasi metà dei quadri torinesi dietro il cosiddetto caso Ardito. Mentre a Roma, Rifondazione comunista viaggia a grandi passi verso le seimila iscrizioni, contro le 26 mila raccolte nel ‘ 90 dal Pci della capitale. La mozione due sta smottando, spiega un dirigente occhettiano: da una parte i generali che hanno deciso di entrare nel Pds, dall’ altra quasi senza ufficiali il grosso delle truppe, la grande maggioranza di quei 110 mila militanti che nelle sezioni sono andati a votare contro il segretario. Una diaspora, afferma allarmato Antonio Bassolino, convinto che il Pds non può permettersi il lusso di perdere altre forze. Difficile dire quanti finiranno con gli scissionisti. Certo è che nelle assemblee della minoranza è un coro ad annunciare che per ora è meglio stare a guardare: né con Garavini, né nel Pds. E se è così fra chi frequenta le sezioni, le previsioni sulle scelte di chi ha la tessera ma non milita circa un milione di persone, sul milione e quattrocentomila iscritti al Pci potrebbero riservare brutte sorprese al tesseramento del Pds, che il primo marzo annuncia Fassino verrà aperto ufficialmente. Per convincere gli incerti, il Movimento per la rifondazione comunista moltiplica le iniziative pubbliche. Per il fine settimana, a Milano, è fissato un doppio appuntamento. Sabato, alla Sala dei Licei, Lucio Libertini aprirà un seminario sindacale con i quadri delle aree industriali del Nord, definendo i lineamenti di una possibile componente comunista nella Cgil. E Dario Cossutta, figlio del senatore e consigliere comunale, scommette su un afflusso paragonabile a quello del Brancaccio per il comizio che al Lirico presenterà la nuova formazione politica. Forte della struttura dei cossuttiani (che in città, al 19ø congresso, avevano il 10 per cento), la scissione sta facendo proseliti anche fuori delle mura della ex terza mozione: tra le 3500 tessere già andate accanto a Ludovico Geymonat, a due consiglieri provinciali e al segretario della Camera del lavoro di Sesto San Giovanni, Aurelio Crippa ci sono quelle di un dirigente Cgil come Aldo Pagliarulo e di un ex Pdup come Ramon Mantovani. In tutta la Lombardia, assicurano da Roma, le adesioni sono a quota settemila: a Como, nel quartiere popolare di Rebbio, a scanso di equivoci la maggioranza scissionista ha persino cambiato la serratura della sezione. A Trieste e nel Friuli, a Torino e in Piemonte, è tutta la minoranza dell’ ex Pci a seguire Garavini e Libertini. Nel capoluogo sabaudo, finora, le iscrizioni sono circa quattromila: e per la minoranza del Pds sarà dura riempire i suoi posti nel comitato federale. La stessa cosa, in Toscana, succede a Lucca. Ma è tutto il litorale a confermarsi una roccaforte dei comunisti sempre. A Viareggio, con il 60 per cento del partito, se ne è andato anche Milziade Caprilli, deputato ex Pdup; a Carrara, l’ ex sindaco della città. A Livorno, è la deputata Edda Fagni a dare forza a una scissione corposa, in una realtà dove i cossuttiani non sono mai esistiti. E sono già mille, nella città in cui è nato il Pci, quelli che credono di doverne fare un altro. – di STEFANO MARRONI

‘IL PDS? TUTTO TOGLIATTI’
Repubblica — 10 marzo 1991 pagina 17 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Niente da fare, la svolta di Rimini non è servita. Nel Pds abita ancora il fantasma di Togliatti, la sua doppiezza contagia il nuovo partito sorto dalle ceneri del Pci. Per inerzia o per mancanza di identità, gli ex comunisti sono restati con un piede fuori dalle democrazie occidentali. Con questo giudizio si conclude un lungo articolo – 24 cartelle – che appare oggi sull’ Avanti! e porta la firma dello storico Massimo L. Salvadori. Preannunciato con rilievo dal giornale socialista, preceduto da molti lanci dell’ Adnkronos, il saggio di Salvadori parte dalla politica del Migliore per puntare il dito contro Occhetto. La tesi principale è che tra i famosi due volti di Togliatti e cioè il suo legame di ferro con l’ Urss, e la contemporanea teorizzazione delle vie nazionali al socialismo ci sia una contraddizione soltanto apparente. La sua riconosce Salvadori è stata una delle maggiori personalità della politica italiana del XX secolo, e la sua leadership ha avuto il grande merito di aver battuto le tendenze, assai radicate nella storia delle lotte delle masse popolari italiane, al ribellismo eversivo. E però la strategia dell’ integrazione del Pci nel sistema democratico non fu mai posta da Togliatti in contrasto con quella della integrazione nel comunismo mondiale. La prima, anzi fu sempre concepita come una componente della seconda, la via nazionale non era altro che un elemento organicamente inserito nella via mondiale al socialismo, avente il suo centro a Mosca. Il creatore del partito nuovo voleva solo autonomia di manovra dall’ Urss, ma non lavorava affatto per un potenziale distacco. Dunque in lui non c’ è nessuna anticipazione dello strappo di Berlinguer, il Migliore non camminava sulla strada che qualche decennio dopo avrebbe condotto all’ eurocomunismo e alla sinistra europea. Ma allora in che cosa il Pds è ancora togliattiano? Nella separatezza, risponde Salvadori. L’ inevitabile conseguenza della strategia di Togliatti è una sorta di riserva mentale dei comunisti nell’ inserirsi nel sistema occidentale. Le istituzioni democratico-borghesi furono accettate come mezzo, e non come fine. Di qui afferma lo storico le ragioni della diversità del popolo del Pci. Esaurita, con la crisi del comunismo, la sua funzione ideologica, la separatezza è diventato un dato residuale di sentimento indistinto, di spirito di protesta. Vanto e orgoglio di tanti militanti comunisti, motivo di irritazione e fastidio per tutti gli altri partiti. E questo spirito ancora aleggia a Botteghe Oscure: Il Pci argomenta Salvadori si è posto il problema di trasformare il senso della separatezza rispetto alla democrazia di matrice occidentale in spirito di opposizione secondo i criteri istituzionali dei sistemi retti dalla democrazia politica e finalizzato al gioco dell’ alternativa di governo. Il processo è stato avviato con la nascita del Pds, ma si è realizzato in maniera fortemente contraddittoria. Se da un lato, si legge nel saggio, una parte minoritaria del partito ha interpretato l’ eredità di Togliatti valorizzandone la concezione responsabile della politica, dall’ altro la parte maggioritaria ha compiuto una operazione opposta, segnata inoltre da divergenze ideologiche e da divisioni di corrente. Soprattutto il centro – interpretato da Occhetto – ha fissato l’ obiettivo programmatico di portare il Pci fuori dal comunismo storico e dentro la sinistra europea, ma ha anche preso ad inseguire i movimenti protestatari (dalla pantera studentesca al pacifismo terzomondista) e a mescolare, in maniera confusa, opposizione al sistema e opposizione dentro il sistema. In questo modo, il principio togliattiano della separatezza ha assunto un volto plebeo, incoerente e irresponsabile. C’ era una volta Togliatti…: così l’ Unità aveva titolato nell’ 89 un articolo di Biagio De Giovanni che sanciva la volontà di mandare in soffitta l’ eredità del Migliore, e che suscitò molte polemiche. Ha ragione Salvadori nel dire, due anni dopo, che il lavoro deve essere ancora compiuto? Sì risponde un altro storico, Lucio Villari il giudizio di ambiguità corrisponde a verità. L’ obiettivo del Pds non può che essere un accordo con il Psi, in mancanza di questo permangono elementi di doppiezza. Anche lo slavista Vittorio Strada è d’ accordo: Occhetto continua in forme nuove la vecchia politica antioccidentale. Ma addirittura in forma più ambigua. E l’ antiamericanismo è la stessa imputazione sollevata da Renato Mieli. Altre voci, però, condividono solo l’ accusa di ambiguità, ma non riconoscono la paternità di Togliatti: Sì, Salvadori ha ragione nel criticare la posizione assunta dal Pds sul Golfo dice Giuseppe Tamburrano ma tutto questo non ha niente a che fare con il togliattismo. Lucio Colletti ricorda che Togliatti aveva orrore dei movimenti spontanei, non riuscirei ad identificarlo con il rapporto con i movimenti pacifisti, terzomondisti, protestatari!. E persino il filosofo Giacomo Marramao, che pure ha partecipato alla svolta di Botteghe Oscure, è deluso: Più che afflitto da doppiezza togliattiana, mi pare che il Pds sia pervaso da una sorta di movimentismo subalterno, che in qualche modo ne deresponsabilizza l’ azione politica. Il nuovo partito ha fatto un passo indietro rispetto al togliattismo. Alludo alla caratteristica del sistema non democratico di cooptazione centralistica, che si è venuta moltiplicando per tre o per quattro, quante sono le correnti. Tutto questo senza la fosca dignità che il centralismo democratico poteva avere…..

A NOVEMBRE UN NUOVO PARTITO COMUNISTA
Repubblica — 22 marzo 1991 pagina 4
ROMA Adesso è ufficiale. Con nella rete già oltre 110 mila militanti, anche Rifondazione comunista si accinge a dare vita alla sua fase costituente, al processo che si avvierà a Roma il 5 maggio prossimo, per concludersi in novembre con la nascita di un nuovo partito comunista. In una conferenza stampa a Montecitorio, i cinque principali dirigenti della Cosa comunista (Sergio Garavini, Armando Cossutta, Lucio Libertini, Rino Serri ed Ersilia Salvato) hanno sciolto ieri le riserve delle scorse settimane, avvertendo anche di essere pronti all’ appuntamento con le urne in caso di elezioni anticipate. Molto polemici con i dirigenti del Pds, e in particolare con Massimo D’ Alema, i leader di Rifondazione hanno diffuso i dati sul loro tesseramento, ribattendo allo scetticismo di Botteghe Oscure sulla loro reale consistenza. Con circa 141 mila tessere distribuite, i neocomunisti vantano al 10 di marzo (un mese dopo l’ assemblea del Brancaccio che lanciò la campagna di adesione) 110.843 iscrizioni nominative diffuse in tutto il territorio nazionale, anche se con punte in Toscana (18.689), nel Lazio (13.426), in Lombardia (12.234) e in Piemonte, con oltre 6 mila adesioni a Torino e oltre 10 mila nella regione. Si tratta ha spiegato Cossutta di militanti in larga parte provenienti dall’ ex Pci ma non solo, visto che al XX congresso i voti raccolti dalla seconda mozione assommarono in tutto a 102 mila: Secondo D’ Alema ha aggiunto si tratta di gente che non conta, che cuoceva le bistecche alle feste dell’ Unità. Ma vorrei dire che sono stati loro a diffondere l’ Unità e a raccogliere i voti, in questi anni. E’ venuta con noi una parte importante del partito comunista. Garavini e Libertini hanno affermato di non puntare allo scioglimento della legislatura: Ma se ci sarà ha scandito Garavini saremo in tutta evidenza di fronte all’ esigenza di presentarci. Con il simbolo e il nome scommette Libertini del vecchio Pci.

A CHI APPARTIENE IL PCI? LA PAROLA E’ AI GIUDICI
Repubblica — 22 marzo 1991 pagina 4
ROMA L’ appuntamento è per questa mattina, al tribunale civile di Roma. E a sentire Armando Cossutta, ci sarà da divertirsi. Perché da risolvere testi giuridici e manuali di storia alla mano ci sarà un quesito assolutamente inedito per un’ aula di giustizia: stabilire chi, nell’ Italia del 1990, possa legittimamente definirsi erede del Pci, e presentarsi agli elettori inalberando il simbolo che per quasi mezzo secolo è stato votato mettendo una croce in alto a sinistra sulla scheda elettorale. Falce, martello e stella, sulla bandiera rossa sovrapposta al tricolore. Achille Occhetto non ci avrebbe mai creduto, la domenica di novembre in cui diede avvio alla svolta. Eppure, la storia appena finita del Pci è arrivata in tribunale, sulle ali delle carte bollate che dal 3 di febbraio a oggi si sono incrociate tra le Botteghe Oscure e via Piero della Francesca, dove ancora per qualche giorno in attesa che il Comune di Roma gli consegni locali più idonei Rifondazione comunista tiene il suo quartier generale. Mesi fa sembrava impossibile, di fronte alla sicurezza ostentata dagli uomini del segretario. Ma ora non è affatto certo come andrà a finire. Perché oltre che a raccogliere tessere ed aggregare senatori, consiglieri comunali e deputati sono 12 i primi, 571 i secondi, si accingono a diventare 7 i terzi grazie all’ imminente arrivo del napoletano Gianfranco Nappi e del comasco Gianfranco Tagliabue Cossutta e Garavini si sono dimostrati abili anche sul terreno dell’ iniziativa legale, consigliati da un pool di civilisti pescati negli studi Schlesinger e Carnelutti: i milanesi Giorgio Floridia, Luigi Vita Samory, Antonio Gambaro e il romano Paolo Napoletano. Così, è quasi certo che l’ iniziativa immediata che il Pds ha sollecitato al tribunale per inibire agli scissionisti l’ uso del simbolo del Pci non verrà presa oggi. E per mercoledì prossimo, a dispetto dei toni drastici di Massimo D’ Alema, a Botteghe Oscure è già fissato un incontro al vertice per trovare una possibile soluzione stragiudiziale: un accordo-quadro, che risolva in un colpo il contenzioso simbolico e quello patrimoniale. E chissà che, con qualche correzione alla bandiera, e scegliendo magari di chiamarsi Pdci (Partito dei Comunisti Italiani) anziché proprio Pci, Rifondazione non riesca a chiudere con soddisfazione anche la guerra delle sezioni che divampa in tutta Italia. A far entrare in campo il giudice è stata la richiesta che un’ associazione non riconosciuta denominata Pci, fondata a Rimini poche ore dopo la fine del congresso e rappresentata legalmente da Sergio Andrea Garavini, ha rivolto al tribunale di Roma perché accerti e dichiari il proprio diritto ad usare in esclusiva il nome e il simbolo prescelti per rappresentare la propria identità simbolica. Botteghe Oscure non è stata a guardare. E Cesare Salvi è volato a Bologna per formare il collegio di difesa del Pds, scegliendo Francesco Galgano (un’ autorità in materia di associazioni), Pietro Rescigno (esperto del diritto della persona giuridica) e Romano Vaccarella, specializzato nel ricorso alla tutela d’ urgenza. Ma a questo punto la strada classica del ricorso al pretore per l’ immediato sequestro dei manifesti di Rifondazione non era più praticabile. Gli avvocati si sono dovuti rivolgere al giudice di Roma per confutare le pretese degli scissionisti, e ottenere subito il blocco dell’ abuso. Perché anche se non ci saranno elezioni politiche, a maggio si vota in molti comuni, e a giugno nella Regione Sicilia: E agli elettori deve essere chiaro spiega Salvi che è il Pci, non Occhetto o Salvi, ad avere deciso di diventare un altro partito. Vogliono fare un partito comunista? Benissimo: ma non si può chiamare Pci, e avere il suo simbolo. E’ questo il cuore della memoria degli avvocati di Occhetto. Ansiosi di dimostrare che il Pds non solo è in rapporto di continuità giuridica con il Pci e non ne ha affatto dismesso il patrimonio simbolico, che è riprodotto in piccolo nel nuovo emblema, ma è la medesima associazione già determinata Pci. E convinti ai sensi dell’ articolo 14, quarto comma, della legge elettorale che sia proibito presentarsi alle urne con simboli usati tradizionalmente da altri partiti. Cossutta e i suoi negano che sia così. Siamo comunisti, siamo italiani dicono e sono loro ad avere scelto di non esserlo più: perché ci dovremmo rinunciare noi? Ieri il senatore si è lasciato sfuggire che anche chi dovrebbe decidere in caso di elezioni il ministro degli Interni Enzo Scotti avrebbe assicurato di non vedere confusioni possibili tra la falce e il martello e la quercia del Pds. Ma davanti al giudice, per rintuzzare gli argomenti di Botteghe Oscure, Rifondazione insisterà anche su un precedente storico, citando il congresso di Tours. In quella cittadina francese, nel 1920, si riunirono i socialisti della Sfio, che a maggioranza, al contrario che a Livorno, decisero di diventare il Pcf: Ma alla minoranza, che voleva restare socialista, nessunò contestò di chiamarsi ancora Sfio…. – di STEFANO MARRONI

UN MESE PER SPARTIRE L’ EREDITA’ PCI
Repubblica — 23 marzo 1991 pagina 7 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA La prima puntata è finita in fretta. E’ bastato un quarto d’ ora, ieri mattina, per stabilire che occorre tempo per decidere se sia Occhetto Achille oppure Garavini Sergio il legittimo erede del Pci. Così, con il consenso di tutti, il giudice ha rinviato l’ udienza al 15 aprile, concordando con le parti la consegna entro il 10 di eventuali nuove controdeduzioni. Non è certo, però, che una seconda puntata ci sarà davvero. Per ora, i comunisti di Cossutta sono riusciti a impedire che i loro ex compagni ottenessero dalla magistratura il divieto di usare la loro vecchia falce e martello. E l’ impressione è che mercoledì prossimo, a Botteghe Oscure, possa davvero aprirsi la strada a un compromesso: a una soluzione politica che sbrogli il contenzioso simbolico e faciliti un armistizio nell’ ormai generalizzata guerra delle sezioni. Protagonisti dell’ incontro, i tesorieri Marcello Stefanini per il Pds e Guido Cappelloni per Rifondazione. Ma a sedersi attorno a un tavolo saranno quasi certamente i vertici delle due organizzazioni: Massimo D’ Alema da una parte, Armando Cossutta e Sergio Garavini dall’ altra. Ieri, verso mezzogiorno, sono solo loro due, tra i protagonisti politici della più imprevidibile delle querelle, a salire la rampa di scale che conduce alla stanza 42 del tribunale civile di Roma. E a infilare, sotto gli occhi di avvocati e impiegati un po’ stupiti da tante telecamere, la porta segnata da una targa gialla e rossa: Prima sezione. Pres.: dott. prof. Mario Delli Priscoli. Dentro, c’ è già un piccolo esercito di principi del foro: Antonio Gambaro, Luigi Vita Samory e Paolo Napoletano per Rifondazione, Pietro Rescigno, Francesco Galgano e Romano Vaccarella per il Pds. Tre per parte a contendersi un simbolo: gli Orazi e i Curiazi della falce e martello. Hanno lavorato duro tutti, nelle ultime settimane, per mettere insieme punti di diritto e ragioni politiche, norme del codice e precedenti storici. Sul tavolo del giudice, c’ è l’ atto con cui l’ associazione denominata Pci fondata a Rimini da Sergio Garavini chiede di accertare la sua esclusiva su nome e simbolo del partito comunista; c’ è la comparsa di costituzione con cui Botteghe Oscure contesta questo diritto; c’ è il ricorso all’ ex articolo 700 codice civile che serve al Pds per invocare l’ inibizione immediata dell’ abuso, in attesa del pronunciamento di merito. Trentanove cartelle di controdeduzioni Ma dalle loro borse, gli avvocati di Cossutta tirano subito fuori altre 39 cartelle di controdeduzioni, che svolgono con distacco professionale il compito assegnato: tentare di dimostrare che il partito di Occhetto non ha alcun titolo per impedire a Garavini e compagni di chiamare la loro Cosa Pci. Spiegano gli avvocati di Rifondazione che nessuno può rivendicare in esclusiva il patrimonio ideale dei comunisti italiani. E negano che falce e martello e sigla Pci siano indispensabili per identificare il Pds, che liberamente e lecitamente ha scelto di diventare non più comunista. Non basta insistono che ai piedi della quercia ci sia il vecchio emblema: Il simbolo del Pds racconta una storia: c’ era una volta il Pci con il suo nome e i suoi simboli, da esso è nato il Pds, che non ripudia la propria esperienza ma la colloca alle proprie radici: cioè nel proprio passato. Senonché, se l’ idea del comunismo appartiene a tutti, il simbolo spetta a coloro che intendono svolgere un’ azione perché tale idea si affermi nella società, raccogliendo il consenso dei cittadini. E allora violerebbe le regole del gioco democratico assicurano gli avvocati della scissione chi pretendesse l’ esclusività di un simbolo al solo fine di sottrarlo al ventaglio delle scelte possibili dei cittadini: in un parola, dicono con qualche asprezza, chi lo volesse solo per sotterrarlo. E’ il passaggio più forte di una memoria che nega il rischio di confusioni sulla scheda elettorale (Abbiamo esibito anche un fac-simile che esclude questa eventualità, spiega Napoletano) e attacca anche l’ analogia tra partiti politici e aziende in concorrenza: in casi come questi, affermano, non possono valere le norme a tutela della denominazione sociale e dell’ insegna, dei marchi e degli emblemi, del diritto d’ autore. Una valanga di cose, che gli avvocati di Occhetto dicono di voler valutare con la necessaria calma: Sono state poste questioni delicate spiega Romano Vaccarella che impongono una replica opportuna. Aggiornata l’ udienza, Garavini e Cossutta escono senza sfoggiare sorrisi, apparentemente pentiti della baldanza di giovedì. Cossutta aveva annunciato che ci sarebbe stato da divertirsi in tribunale, beccandosi una replica secca di Salvi e Stefanini. La smentita del Viminale E così il senatore spiega di non essere venuto a divertirsi, ma con l’ animo teso, perché so che si tratta di una questione di grande rilievo anche ideale e morale. E un attimo dopo nega di aver mai parlato personalmente con Scotti della presentabilità del simbolo, anticipando di qualche ora la secca smentita del Viminale. Poi, ripete che se i compagni del Pds non si dichiarano più comunisti, non vedo perché dovrebbero impedire a noi di esserlo. E si tiene vago sulla possibilità di un debutto elettorale in Sicilia: Ne dovremo parlare anzitutto con i compagni siciliani, butta lì, rinviando a un riunione che quasi certamente si terrà dopodomani. Insieme, i due fondatori di Rifondazione assicurano di non voler inasprire il clima con il Pds, e confermano l’ appuntamento a Botteghe Oscure. Anche se non sarà una riunione facile, assicura chi in queste ore ha visto furibondo Massimo D’ Alema. E’ quasi l’ una, Cossutta e Garavini se ne vanno, e la scena è tutta per gli avvocati. Inizia Vaccarella, spiegando che nessuno nega ai militanti di Rifondazione di adoperare simboli che richiamino quello del Pci, ma non è consentito usare quel simbolo e quel nome. Poi però, rispondendo a una cronista dell’ Unità, dice una frase che sulle prime sembra già una sentenza: Vorrei che fosse chiaro che in tribunale ci ha portato il Pci. Non siamo stati noi del Pds a portare il Pci in tribunale, ma il contrario. Dove è chiaro aggiunge di fronte alle facce stupite di chi ascolta che per Pci noi intendiamo l’ associazione che si è autonominata così. I suoi dirimpettai, Napoletano e Vita Samory, spiegano perché hanno accettato una causa così singolare: Ci abbiamo pensato a lungo prima di rispondere sì, confessa Napoletano. E’ una causa delicata, che coinvolge aspetti di costituzionalità. Poi ci siamo convinti: se ci sono dei comunisti, ci deve poter essere un Pci. E’ certamente un caso giuridico affascinante. Abbronzato e disteso, un look lontano anni luce da quello degli avvocati rossi degli anni ‘ 70, Vita Samory racconta con un sorriso del primo incontro col cliente: Il senatore Cossutta è venuto a studio e ci ha chiesto: Come la vedete?. E mi è parso subito evidente che si trattava di una questione giuridica fondamentale, ma molto insolita, divertente, piacevole. – di STEFANO MARRONI

GLI EREDI SI DIVIDONO I SIMBOLI DEL PCI
Repubblica — 28 marzo 1991 pagina 6 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Quando, giovedì sera, da un Tg della Rai è arrivata a Botteghe Oscure la richiesta di poter riprendere l’ incontro tra D’ Alema e Cossutta all’ ufficio stampa del Pds sono trasaliti. L’ idea che la non nobilissima discussione su come spartirsi soldi, sedi e sezioni fosse trasmessa in tv agli uomini di Occhetto dev’ essere risultata insopportabile. Un divorzio in diretta non fa buona stampa. Sarà un incontro riservato, hanno deciso ai piani alti di Botteghe Oscure, tutt’ al più ci sarà, alla fine, un comunicato. Ieri pomeriggio però, ad attendere Cossutta, Libertini e il tesoriere di Rifondazione Guido Cappelloni fuori dal portone del Pds c’ era una decina di giornalisti ben decisa a non farsi sfuggire l’ attimo storico. D’ Alema si è innervosito, ha cambiato programma all’ improvviso. Il depistaggio è fallito per un soffio. L’ incontro doveva essere alle 16, ma il puntualissimo Cossutta non arriva. E’ slittato alle 17, fanno sapere al Pds, Salvi era fuori Roma e arriverà solo per quell’ ora. Pochi minuti prima delle cinque Armando Cossutta è al Senato. Risponde al telefono dalla saletta del gruppo. Sì, l’ incontro è alle cinque, ma non so ancora dove. Pensavamo a Botteghe Oscure, ma non è così. Attendo una telefonata…. Parlerete solo di questioni patrimoniali o anche di nome e simbolo? La riunione era fissata per discutere delle sedi, ma credo che si allargherà. Cerchiamo prima di tutto una soluzione politica. Né il Pds, né Rifondazione né un Tribunale possono stabilire chi ha diritto a chiamarsi comunista: lo dirà la storia. Ma siete disposti a trattare sul nome? Una cosa è certa: se decidiamo di essere un partito, non possiamo che chiamarci comunisti, ed usare questa parola nel nome e nel simbolo. Margini di manovra nella trattativa? Sì, credo che ce ne siano. Altrimenti non avrebbe senso questo incontro. Incontro che comunque non si tiene a Botteghe Oscure. Alle cinque in punto D’ Alema esce in macchina dal retro, accompagnato da Gavino Angius. Li segue il tesoriere del Pds, Stefanini. Nessuno sa dove siano diretti. In via Pierluigi da Palestrina, sede di Rifondazione? Neanche a parlarne, sarebbe la prima visita di D’ Alema agli scissionisti, quasi un riconoscimento. Non al Senato, non alla Camera, rispondono ai gruppi. Ricompaiono invece proprio in via Uffici del Vicario, davanti alla sede dei gruppi parlamentari di Montecitorio. Escono alle 19.30: Cossutta, Libertini, e Cappelloni svicolano a destra, D’ Alema, Angius, Salvi e Stefanini a sinistra. Hanno pochissimo da dire. D’ Alema: La questione è molto delicata, ed è per questo che vogliamo mantenere il massimo riserbo. Ci incontreremo ancora, comunque. Cossutta e Libertini: Un incontro positivo, molto. Abbiamo discusso di questioni politiche, in linea generale e senza scendere nei dettagli. Ci rivedremo dopo Pasqua. E sul nome, avete trovato un accordo o si arriverà alla seconda udienza? Cossutta sorride: No comment. La volontà, da entrambe le parti, è comunque chiara: c’ è la minaccia di elezioni anticipate, arrivare al 15 aprile, data fissata per la seconda udienza, senza aver ancora trovato un accordo non gioverebbe a nessuno. Rifondazione, ha detto Cossutta, non è disposta a cedere sulla parola comunista. La soluzione potrebbe essere un compromesso: Partito dei comunisti, per esempio, Partito comunista democratico o solo Partito comunista. Per il simbolo basterebbe una piccola modifica: solo falce e martello, senza bandiera. Il Pds ha detto chiaro che non ci dovrà essere confusione sui manifesti e sulle schede elettorali. Su questa base si tratta. Del resto, una disponibilità di Rifondazione a cedere di un passo su nome e simbolo per chiudere la questione dell’ identità e passare ai problemi più terreni era emersa già lunedì, nell’ esecutivo neocomunista. Nella querelle, gli uomini di Cossutta scontano in fondo la colpa di aver trascinato il Pds in tribunale: sono stati loro ad aver rifiutato la separazione consensuale. Quel sabato mattina in cui al Pds è arrivato l’ ufficiale giudiziario è un ricordo ancora fresco, che a Botteghe Oscure brucia. Dunque, se Rifondazione vuole evitare di arrivare alle elezioni ancora in causa, senza un nome da scrivere sulle schede, deve cedere qualcosa e accettare il compromesso. Le altre questioni, fanno capire gli uomini di Cossutta, in questo momento sono marginali. La quota del finanziamento pubblico di quest’ anno sembra persa. Al gruppo di Rifondazione al Senato (i senatori, con Maria Fida Moro, sono diventati 12) sarebbero toccati poco meno di 600 milioni, ma i soldi sono già stati assegnati e girati dal Pds alle banche. La partita, per quest’ anno, sembra persa e probabilmente non è neppure più in trattativa. Si discuterà invece dei rivoletti, un diminutivo improprio per indicare alcune decine di miliardi che giacciono nelle casse delle diecimila sezioni del vecchio Pci. Rifondazione chiederà la sua parte, così come rivendicherà le sezioni dove i cossuttiani sono in maggioranza. 130 mila tessere in otto settimane, 130 mila neocomunisti senza sede. Chiedono una quota delle sezioni, sicuramente quelle dove sono in maggioranza. Solo a Roma ne vogliono 24, una per ogni zona, e perchè non ci siano dubbi in una delle sedi storiche, La villetta della Garbatella, hanno messo le catene e si sono chiusi dentro. Ci sarà da discutere. Il tesoriere del Pds, Stefanini, tiene ben saldi i cordoni della borsa: Trattiamo su tutto, ma sul diritto di proprietà non si transige. – di CONCITA DE GREGORIO

IN CASSAFORTE LA SENTENZA SUL SIMBOLO CONTESO
Repubblica — 27 aprile 1991 pagina 12
ROMA La sentenza è chiusa in cassaforte. Il magistrato ha già deciso, ma solo stamattina dirà chi, tra i due contendenti, abbia il diritto di usare nome e simbolo del vecchio Pci. Il primo atto del duello giudiziario fra Pds e Rifondazione comunista si è chiuso. Sull’ eredità contesa sono pronti dispositivo e motivazione della sentenza, che il presidente della prima sezione civile del tribunale di Roma, Mario delli Priscoli, ha fatto chiudere in cassaforte per evitare fughe di notizie. L’ ordinanza sarà depositata stamattina. Nella serata di ieri si era diffusa la voce che la decisione sia favorevole al Pds. L’ indiscrezione non ha trovato conferme: non ne sanno niente i legali delle due parti in causa, tace il magistrato. Nelle sedi del Pds e di Rifondazione l’ attesa è grande, anche se la decisione di oggi non metterà fine alla lite. Il giudizio di merito sulla reale paternità di nome e simbolo è infatti atteso per la fine di maggio. Quello che si decide stamani è l’ esito di un ricorso d’ urgenza presentato dal Pds per impedire a Rifondazione di usare gli emblemi del Pci. Il giudizio (ex art. 700) sarebbe stato di competenza del pretore, ma se ne è occupato il tribunale essendo pendente in quella sede una causa sulla stessa materia. Il Tar della Puglia ha intanto respinto il ricorso presentato dal Pds per impedire a Rifondazione di usare il simbolo del Pci alle comunali di Andria.

SORPRESA, IL PDS FA PROPAGANDA A FALCE, MARTELLO E VECCHIO PCI
Repubblica — 04 maggio 1991 pagina 19 sezione: POLITICA INTERNA
CASERTA Per le elezioni amministrative di Caserta viene dal Pds una indicazione secca: votate Pci. Un caso imbarazzante, per la nuova formazione politica. Il partito di Occhetto, nei giorni scorsi, ha fatto stampare centinaia di manifesti: Il Partito democratico della sinistra invita gli elettori a votare questo simbolo. Nel volantino non c’ è traccia del nuovo logos della Quercia, l’ albero della svolta occhettiana. C’ è invece il vecchio simbolo del Pci, con tanto di bandiera rossa, falce, martello e stella a cinque punte. Passeranno alla storia come le elezioni dei casi singolari. Domenica 12 maggio 615 mila elettori saranno chiamati a ripetere il voto per l’ amministrazione provinciale. Quello precedente, celebratosi nel maggio del ‘ 90, è stato annullato dal Consiglio di Stato per vizio di forma. E’ la prima volta che si verifica, nella storia della Repubblica. E subito questo primo caso ne ha generato un altro: sarà l’ ultima volta che il simbolo del Pci comparirà in una scheda elettorale. Sul punto la legge è tassativa: in caso di ripetizione delle elezioni devono essere presentate le stesse liste, gli stessi candidati, ma soprattutto lo stesso simbolo. Così quella scheda elettorale è già diventata un ambito trofeo per collezionisti, un documento per gli storici. Verrà ricordata come l’ ultima uscita dell’ emblema del partito di Gramsci e Togliatti. Lorenzo Diana, da tre anni e mezzo segretario della federazione casertana del Pci-Pds, non nasconde il fastidio. Anzi lo accentua: Altro che ultima uscita del vecchio simbolo del Pci. Passeremo alla storia come unico caso in cui il Pds si presenta con falce e martello. La gente continua a chiederci: perchè non vi presentate con l’ insegna della Quercia? Tanti, per giunta, confondono il nostro vecchio simbolo con quello attuale di Rifondazione comunista. E proprio con gli scissionisti il Pds casertano ha siglato un patto elettorale, nel tentativo di bissare i 70 mila voti e i sei consiglieri ottenuti nella tornata invalidata. Non basta. C’ è un altro caso unico che caratterizza il test elettorale. Dal maggio scorso ad oggi tre candidati sono nel frattempo deceduti, fra cui Renato Pastore, leader liberale dell’ aversano. Ma, sempre per obblighi di legge, neppure in questo caso i loro nomi potevano essere depennati. Gli elettori ignari, dunque, rischieranno di eleggerli lo stesso. Un clima rovente accompagna il voto. E’ di ieri un attentato alla sezione del Pds di Succivo, uno dei cento comuni della zona. L’ identikit dell’ area sono i record al nero: settanta omicidi l’ anno, 170 mila disoccupati, 15 mila cassintegrati, un deficit di mille miliardi in tutti i municipi casertani, cui si aggiungeranno adesso gli otto necessari per riaprire le urne. E ancora: 38 candidati inquisiti, di cui 20 eletti nei consigli comunali. Il primato al comune di Casal di Principe: 15 incriminati su 30 consiglieri. Un superboss della cocaina, Francesco Schiavone, parente e omonimo del candidato eletto alla Provincia nella lista civica La campana, arrestato nel paese il 13 dicembre scorso durante un summit nella abitazione patrizia del vicesindaco dc Gaetano Corvino. In quello stesso edificio, nel maggio precedente, erano state sistemate le urne elettorali. Le amministrative casertane vennero invalidate per un vizio di forma perpetrato dalla lista La campana, una formazione di dissidenti dc caldeggiata dal ministro al Bilancio Paolo Cirino Pomicino. Gli andreottiani avevano tentato di costruire una alternativa all’ egemonia di Giuseppe Santonastaso, basista, forte del 65 per cento dei consensi scudocrociati nella provincia. La campana conquistò 25 mila voti, elesse due consiglieri ma si scoprì che non aveva presentato le 400 firme che debbono obbligatoriamente accompagnare l’ elenco dei candidati. – di PIERO MELATI

UNA DOPPIA ANIMA PER IL NUOVO PCI
Repubblica — 05 maggio 1991 pagina 17 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Alla fine, il più contento sembrava Armando Cossutta. Sereno, sorridente, appena un po’ pudico nell’ esprimere la soddisfazione per il quarto d’ ora di applausi che la platea gli aveva tributato in piedi. Solo quarantotto ore fa, nei discorsi dello stato maggiore di Rifondazione comunista, era lui la vittima predestinata di un largo ai giovani subito ribattezzato largo all’ ex Pdup. E invece oggi, al Palasport dell’ Eur, sarà ancora lui, davanti ad alcune migliaia di militanti, uno dei protagonisti principali della manifestazione che darà ufficialmente il via alla costruzione di un altro, nuovo Partito comunista. Con una consacrazione simbolica, quasi una riparazione, che ne sancisce il ruolo di primo piano anche in un organigramma fatto e rifatto da un giorno all’ altro sull’ onda di una mezza rivoluzione dei compagni. Venerdì, all’ apertura del convegno organizzativo che ha riunito nell’ auletta dei gruppi di Montecitorio circa cinquecento delegati di tutta Italia, tutto ciò non era affatto scontato. Anzi. Nella lista messa a punto nei giorni scorsi per venir sottoposta all’ assemblea, il nome dell’ Armando era finito obiettivamente in seconda fila: dopo Garavini, confermato coordinatore, dopo la napoletana Ersilia Salvato, promossa a numero due, allo stesso livello con la reponsabilità dei problemi del partito di Rino Serri, messo alla guida del lavoro di massa. Il tutto, in uno schema organizzativo molto simile al vecchio Pci, che vedeva balzare per la prima volta ai posti di comando tra i diciassette membri del Gruppo operativo centrale e nei coordinamenti regionali anche i più recenti transfughi del Pds: molti ingraiani e soprattutto la pattuglia di dirigenti legati a Lucio Magri. A cominciare da Luciano Pettinari, chiamato a dirigere il settore-chiave dell’ Organizzazione, da Famiano Crucianelli, installato al Lavoro, da Francesco Forgione, affiancato a Nichi Vendola nella redazione della rivista Liberazione. A Magri, ancora in una posizione di attesa insieme a Luciana Castellina ed altri, l’ organigramma ufficioso riserva il ruolo di presidente del gruppo parlamentare che Rifondazione si accinge a costruire, facendo confluire i suoi sette deputati (integrati quasi certamente dall’ ex segretario del Pci ligure Antonio Montessoro, da due o tre della Sinistra indipendente e dallo stesso Magri) tra i quattro del già costituito gruppo demoproletario, che dovrebbe chiamarsi fino alla fine della legislatura Dp-Pc. Con questa ossatura spiegavano i fedeli di Garavini il movimento avrebbe affrontato la fase finale di un processo che entro metà novembre, se le elezioni non imporranno accelerazioni, si concluderà con la nascita di un Partito comunista dal simbolo molto simile a quello del Pci (una bandiera rossa romboidale con la falce, il martello e una stella, e il tricolore trasformato in una striscia) che il 16 giugno farà in Sicilia la sua prima prova elettorale. Senonché, ieri, la bozza di organigramma si è trasformata nella scintilla di uno scontro aperto tre le due anime in cui si divide lo stato maggiore dei comunisti sempre. Il manifesto ha raccontato fedelmente quel che dietro le quinte raccontavano da giorni i capi di Rifondazione: le tesi di chi sottolineava l’ esigenza di far largo ai nuovi limitando il peso dei più conservatori, la rabbia con cui Dario Cossutta replicava tutto bene ma non ci devono prendere a calci, la voglia di crescere ma anche il disagio dei compagni della prima ora. E in platea è scoppiata la bagarre, quando è emerso che le proposte per il gruppo dirigente erano la fotocopia di quelle pubblicate dal giornale. Subito è passata la proposta di invertire l’ ordine del giorno. Ed è partita la discussione sul da farsi. Presi in contropiede, alla presidenza si sono subito impadroniti del disagio giusto e reale dei compagni per scaricarlo tutto sulle spalle del giornalista del Manifesto che si è comportato da nemico. Garavini ha assicurato che non avrebbe fatto il coordinatore se nel gruppo dirigente non fossimo tutti uguali, che Cossutta non ha fatto nessun passo indietro, che anzi se Cossutta continua a dire che non è più cossuttiano, cossuttiano lo divento io. E Lucio Libertini, capogruppo al Senato, ha sfoderato tutta la sua oratoria per garantire che il ruolo di Cossutta tra i comunisti è fuori discussione, sostenendo che chi scrive il contrario intende solo dividere il movimento. Tra gli applausi scroscianti e i sorrisi ironici dei cossuttiani che avevano previsto tutto, si è passati alla votazione su una proposta tacitamente modificata nel frattempo. La preparazione del congresso è stata affidata non a due ma a una sola commissione di 98 persone, di cui Garavini dirigerà l’ elaborazione politica, e proprio Cossutta, in solitudine, quella sul partito. A dirigere il movimento, invece, con un no e sei astenuti, il convegno ha eletto un coordinamento politico di 49 membri formato in maggioranza dai dirigenti degli organismi regionali e delle maggiori città, e dai diciassette dell’ esecutivo nazionale: cinque cossuttiani, dieci ingraiani e due ex-Pdup, con Rino Serri dirottato alle Relazioni internazionali. Così, a fine mattinata, la sensazione è stata che la prima seria crisi di crescita di Rifondazione fosse stata assorbita. E Garavini ha sdrammatizzato i problemi creati da un successo che è andato oltre le aspettative. Da Rimini in poi, i cinque soci fondatori Sergio Garavini, Armando Cossutta, Lucio Libertini, Ersilia Salvato, Rino Serri sono riusciti a tirarsi dietro 140 mila militanti, 11 senatori, sette deputati, un plotone di amministratori locali. Svuotando la minoranza del Pds, e costringendo Dp ad annunciare il proprio scioglimento nella nuova formazione anticapitalistica. Ai compagni va riconosciuto il diritto a un po’ di orgoglio per quel che hanno fatto in questi mesi ha detto il segretario in pectore del nuovo Pc ma si tratta di andare avanti, di evitare che una comprensibile tentazione di difesa domini politicamente la costruzione del partito. In prospettiva, e a maggior ragione con l’ arrivo dei demoproletari che verranno cooptati, ha aggiunto Garavini, tutte le aree si ridimensioneranno per dare vita a un partito possibilmente né centralista né per correnti. E naturalmente di opposizione, per riempire il vuoto lasciato dai passi indietro del Pds: Il discorso di Occhetto sul sionismo rischia di scatenare altro antisionismo nella sinistra: come si fa ad incontrare Shamir e a dirgli che ha ragione, con tanti saluti per i palestinesi? Noi apposta domani (oggi, ndr) faremo parlare il rappresentante dell’ Olp…. – di STEFANO MARRONI

E IL PDS BENEDICE LA SVOLTA ‘ CHE FORTUNA NON ESSERE PCI’
Repubblica — 29 agosto 1991 pagina 13 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA – Togliatti aveva definito il Pci una “giraffa”. Ma oggi – mentre a Mosca crolla con fragore il socialismo reale, e con lui il Pcus – per il nuovo partito va di moda un altro paragone: quello con un treno che è riuscito ad arrivare in stazione mentre alle sue spalle saltavano in aria i binari del comunismo. La stazione, ovviamente, è la trasformazione nel Pds, con una svolta fieramente contrastata da un terzo del partito. E ora, a chi la svolta l’ ha fatta e sostenuta, piace l’ idea di aver vestito i panni dei macchinisti coraggiosi. E anche se le difficoltà non sono finite, anche se non è certo come, e con quante forze, dalla stazione il Pds potrà ripartire, a Botteghe Oscure si guardano indietro, e tirano il fiato. Rivendicano con orgoglio nella propria storia il motore di una trasformazione che contraddice – isolata nel mondo – il teorema dell’ irriformabilità dei partiti comunisti. E mandando così allegramente a quel paese chi gli chiede di cancellare dal simbolo la falce e martello che sta tra le radici della quercia. “Se non avessimo fatto la svolta – assicura Emanuele Macaluso – avremmo dimostrato di essere una forza fuori dalla storia, e totalmente al rimorchio di quel che si verificava in Urss. E invece di pensare a come andare avanti, staremmo lì, spiazzati, a pensare come uscirne, con la rabbia di sapere benissimo, oltretutto, di essere un’ altra cosa dal Pcus”. Claudio Petruccioli, uno della “squadra stretta” di Occhetto, dice di non voler nemmeno pensare a cosa sarebbe successo se a Botteghe Oscure abitasse ancora il Pci: “Se non fossimo cambiati, avremmo fatto un gigantesco errore. E mi compiaccio di non dover rispondere a questa domanda. Abbiamo fondato una nuova forza politica, con un nuovo nome, ed abbiamo costruito le condizioni per far fronte ai processi reali, per fare politica”. Tra gli uomini di Occhetto, però, nessuno è disposto a parlare della svolta come di un miracolo: “Se siamo riusciti dove nessun altro è riuscito – spiega Piero Fassino – è perché il Pci una sua autonomia di giudizio l’ aveva già acquisita da più di vent’ anni. Dal ‘ 68 di Praga, ogni tragedia del comunismo è stata l’ occasione per una netta revisione della nostra teoria politica, e della nostra collocazione interna e internazionale. Fino al salto netto compiuto nell’ 81 da Berlinguer con il giudizio sull’ esaurimento del modello sovietico. Se siamo riusciti ad arrivare in stazione, insomma è perché il treno era partito 23 anni fa…”. Petruccioli va oltre. Nei giorni della svolta, diede scandalo dicendo che “da tempo” il Pci non era più “comunista”. E oggi, mentre sul teleschermo scorrono le immagini di Mosca in subbuglio, lo ricorda con una punta di civetteria: “Dietro il collasso del Pcus – spiega – c’ è anzitutto l’ incapacità ad aprirsi al tema della democrazia. Il Pci, invece, la sua rivoluzione democratica l’ aveva già fatta: e proprio per questo, lo ripeto, era già fuori dall’ orizzonte comunista. Dal punto di vista dei fatti, forse già dagli anni dell’ immediato dopoguerra, dal punto di vista teorico, sicuramente quando Berlinguer, non a caso a Mosca, va a dire nel ‘ 77 che per il Pci la democrazia era un valore universale”. Un compagno di strada inquieto, fervente sostenitore della svolta quanto critico della sua realizzazione come Massimo Cacciari sembra meno convinto: “Secondo me – scandisce – dire che il Pds si è messo al riparo dal crollo del comunismo è proprio un’ avventura. E aspetterei, per dirlo, almeno le prossime elezioni. Il punto – avverte il filosofo – è che certamente la tradizione del Pci non era assimilabile a quella degli altri partiti comunisti. Ma il suo gruppo dirigente non è mai riuscito ad affermare un nuovo corpo di valori, di punti programmatici, al di là di un coacervo fatto di moralismo, cattocomunismo, azionismo. E in assenza di vere novità, fatalmente è prevalso il continuismo: lo stesso che è di questo gruppo dirigente, che nell’ alveo comunista è cresciuto, e che è così ben simbolizzato nell’ equivoco del simbolo. Si ha un bel dire ‘ è rispetto per la storia’ : e allora Gorbaciov che dovrebbe fare?”. Sul nodo del simbolo, Macaluso è di tutt’ altro parere, ed avverte che la questione è “malposta”: “Il simbolo del Pds è la quercia – manda a dire ai socialisti il leader riformista – il resto è un riferimento storico. Io non so se resterà o no, in futuro, il vecchio emblema del Pci. Ma vanno dette due cose. Anzitutto, che la falce e il martello sono un simbolo non del Pcus, ma del socialismo italiano, e dire il contrario è un’ invenzione bella e buona. La seconda, è che i ritardi del Pci sono stati legati a un senso di appartenenza a un ‘ campo socialista’ che solo con Longo e Berlinguer venne superato. Ma sul terreno della democrazia il Pci almeno dal ‘ 44 ha fondato la sua diversità da tutti gli altri partiti comunisti: come forza autonoma, nazionale, radicata tra la gente. E direi che noi avremmo fatto prima il salto fuori dalla tradizione comunista, se molti partiti socialdemocratici europei non avessero incoraggiato quella nostra posizione di frontiera, considerandola una spina per gli altri Pc, un pungolo, la prova che si poteva cambiare”. Petruccioli è più sbrigativo: “Quel simbolo ricorda che la grande maggioranza del Pci ha voluto il Pds. E’ ‘ glasnost’ . E rispetto per la storia”. – di STEFANO MARRONI

LA SCOMMESSA DI RIFONDAZIONE SUL COMUNISMO CHE STA MORENDO
Repubblica — 12 dicembre 1991 pagina 13 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Nasce da oggi all’ Eur il primo partito comunista dopo la fine del comunismo. Il congresso costitutivo di “Rifondazione comunista” (nata a febbraio insieme al Pds) si apre nel pomeriggio con la relazione del suo coordinatore, Sergio Garavini. Quattro giorni per ritrovare, nonostante tutto, un comunismo possibile; per scegliere nome e simbolo; per eleggere il gruppo dirigente. E prepararsi alla prossima battaglia elettorale, tentando di confermare e rafforzare il successo di Brescia, non rinunciando a sperare in un più generoso dieci per cento. Il congresso di fondazione di Rc (o come si chiamerà: molti vorrebbero “partito comunista” e basta) comincia con una sfida ai tempi. Le notizie sul disfacimento e l’ implosione dell’ Urss, cui pure i neocostituenti guardano con grande attenzione (l’ 8 ottobre scorso hanno inviato un messaggio di “solidarietà” in cirillico ai comunisti russi) proiettano un’ ombra negativa su questo primo congresso, certo “controcorrente”. In compenso la pesantezza della situazione italiana fornisce argomenti forti alla sinistra vecchia e nuova. C’ è, come spiega Lucio Libertini, “la lotta contro la svolta a destra sul piano istituzionale”, quindi non solo “la richiesta di impeachment contro Cossiga ma anche l’ opposizione ai referendum di Segni e Giannini”; poi c’ è il “rifiuto del sindacato-istituzione, con lo sviluppo d’ una lotta a fondo contro la Finanziaria e le posizioni della Confindustria”. E ancora il rifiuto di “mantenere la Nato, trasformandola in una santa alleanza dei paesi ricchi”. Ricominciare dal comunismo. Rifondato, però, due anni dopo Berlino. Un partitino in più (anche se il voto di Brescia promette una consistenza già vicina al Pri), anche a spese di Occhetto. Al palazzo dei congressi dell’ Eur si ritrovano da oggi pomeriggio 1500 delegati “rifondatori”, eletti dai 150 mila iscritti al movimento di Garavini, Cossutta e Libertini. I nuovi comunisti sembrano piuttosto compatti (il documento di partenza ha raccolto il 90 per cento dei voti) nel proporre una nuova formazione politica erede dell’ antico Pci ma “rifondato”. Un partito che “si ispira ai valori e alle idealità del socialismo, innovando la tradizione dei comunisti italiani nello spirito democratico della Resistenza antifascista e della Costituzione repubblicana”. Dopo aver perso la battaglia per l’ uso delle vecchie bandiere comuniste, i “rifondati” si raccoglieranno sotto una bandiera rossa distesa, con falce, martello e stella. Operai e lavoratori dipendenti sono in maggioranza; poche le donne e i giovani. Ecco, per quattro giorni il tentativo di Garavini e del suo gruppo sarà proprio quello di rassicurare i veterocomunisti delusi da Occhetto e dalla Quercia e al tempo stesso convincere i più giovani dell’ opportunità d’ una politica ancora sotto le insegne del comunismo (sia pure nel nome della “libertà e della solidarietà”). Il tutto per costituire una “unica e vera forza di opposizione”. C’ è il problema delle alleanze, naturalmente: in vista, ancora e sempre, dell’ alternativa (negata, ancora ieri, da Craxi). I “rifondati” hanno invitato al loro battesimo tutti i partiti, escludendo solo Msi e Lega; ed evidentemente puntano a stabilire rapporti di buon vicinato (e di stimolo) a sinistra: in primo luogo con i vicini dell’ ex Pci. Dopo le lacrime di Rimini, dieci mesi fa, quando sulle note dell’ Internazionale gli oltranzisti del “no” delusi da Occhetto si riunirono in un piccolo cinema per formalizzare la scissione e “raccogliere la bandiera del comunismo”, comincia la “fase nascente” d’ un partito nuovo. E’ il settimo (o l’ ottavo) a sinistra, in corsa per il prossimo Parlamento. – g b

Congresso PRC al Teatro Brancaccio,Roma (1991)

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Informazioni su POPVLARES

Nato a Iulia Augusta Taurinorum, di origini osco-sannite e Romano-bizantine. Credo vivamente nei valori dell'Humanitas e in una Patria Romana e Socialista.
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